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Magnat’ n’emozione! Quando il cibo è sentimento

Si può mangiare una cosa intangibile ed eterea come un’emozione, nel senso di addentarla e goderne il sapore mentre la mastichi e scende giù piacevole nello stomaco? A Napoli sicuramente, perché se riesci a nominare questa espressione vuol dire che sai di cosa parli.

I napoletani la associano ai buoni cibi nostrani, ma a ben vedere a quei cibi che puoi trovare per strada, una sfogliatella, una pizza a portafoglio, un babà, o piccoli pezzi di polenta fritta, insomma tutti cibi che inconsapevolmente risentono dell’ambiente in cui si consumano: una sfogliatella al lungomare, una pizza fritta mentre attraversi il Decumano Maggiore e così via. L’evocazione dell’emozione nell’addentare un cibo si intreccia al sapore del cibo stesso ma anche al profumo ed alla sua fragranza.

È un po’ quello che ci dice Proust nella Recherche, primo libro “dalla parte di Swann”; il protagonista dopo una lunga disamina del suo stato, decide di addentare un piccolo dolcetto, la madeleine appunto, che non già alla vista ma quando immersa nel the gli arriva alle papille gustative e nel naso immediatamente gli evoca il ricordo, dunque l’emozione, della zia Léonie e di tutto il paese di Combray, della sua infanzia, quasi come la trasmissione attraverso le sinapsi dei neuroni gustativi ne evocassero le sembianze ed i luoghi.

Anche il commissario Montalbano non fa eccezione; la sua pasta “ncasciata” vale per lui se mangiata sul suo terrazzino affacciato sullo splendido mare di Sicilia. Solo in questo rituale emozionale il commissario mentre si sfama le sue sinapsi agganciano la natura umana dei protagonisti delle sue indagini.

E preparare i cibi? Babette, protagonista del bellissimo racconto di Karen Blixten, cucina per l’emozione di farlo; sono le facce soddisfatte e gli sguardi appagati della piccola e severa comunità che l’ha accolta che le restituiranno il ricordo degli splendori della sua vita parigina, da chef celebrata e adorata da tutti gli esigenti palati degli avventori del suo ristorante per le emozioni che con i suoi piatti sapeva soddisfare.

Dunque cibo che si intreccia ai ricordi, alle emozioni, ai sentimenti. Profumi, sapori, consistenze evocative di contesti, relazioni e stati d’animo. Di seguito pubblichiamo sul tema una interessante riflessione di Roberto Landolfi

Maria Vittoria Montemurro

Cibo e sentimenti

Il rapporto tra cibo e sentimento unisce fisiologia, biologia, psicologia, legando il bisogno primario di nutrimento alla ricerca del piacere. Per tanti (pensiamo a coloro che sono perennemente a dieta o alla bulimia) il cibo e il desiderio attivano tutti i sensi (vista, olfatto, tatto, udito e gusto) e stimolano circuiti cerebrali legati al piacere.

Quando mangiamo qualcosa che ci piace, il cervello rilascia dopamina, attivando il sistema di ricompensa che genera benessere e spinge a ricercare di nuovo quella sensazione. La fame biologica e il bisogno fisiologico di energia per la sopravvivenza, si manifesta gradualmente e si placa con qualsiasi alimento.  La fame emotiva o nervosa nasce da stati d'animo difficili come stress, ansia, tristezza o solitudine. Il cibo viene usato alle volte come "copertura" rapida ma effimera per colmare un vuoto interiore. Il cibo è spesso piacere, quasi erotico. Dal punto di vista scientifico non esistono alimenti con reali proprietà afrodisiache intrinseche, ma il tutto è legato ad un effetto psicologico che induce piacere, oltre che a componenti fisiologiche. Il cibo alle volte viene desiderato e si associa al desiderio più che al bisogno. Il desiderio è stimolato sovente dalla suggestione e dal piacere condiviso. Pensiamo al cioccolato o alcune spezie che favoriscono indirettamente il tono dell'umore e la microcircolazione. 

Esiste un legame profondo tra alimentazione e sfera intima come si manifesta in particolare nei disturbi del comportamento alimentare, dove il rapporto con il corpo e con il piacere si modifica profondamente.

Si possono fare molti esempi del rapporto tra cibo e sentimenti, in particolare tra cibo e desiderio. Può essere utile una prima riflessione su come si manifesta il rapporto tra cibo e sentimenti nelle varie fasi della vita, nei bambini e negli adolescenti, negli adulti (in special modo nelle donne che, nella gran parte delle situazioni, i cibi li cucinano), nei vecchi. Nei bambini e negli adolescenti, il rapporto tra cibo e sentimenti, può essere particolarmente forte. Il cibo fortifica la relazione tra madre e bambino, fin dall’allattamento al seno. Il cibo può rappresentare sicurezza: soprattutto nei primi anni, mangiare insieme a un adulto può trasmettere calma e protezione.

Le emozioni influenzano l'appetito: paura, tristezza, agitazione o eccitazione possono far mangiare meno o, in alcuni casi, di più. Il rifiuto del cibo può avere significati diversi: non sempre è “capriccio”; può dipendere da stanchezza, bisogno di autonomia, da un'emozione. Tanti i casi di anoressia che, sono finiti, al centro dell’attenzione pubblica, negli ultimi anni.

Il momento del pasto è anche relazione: parlare, stare insieme e lasciare al bambino uno spazio di autonomia può rendere il pasto un'esperienza positiva. Negli adulti, principalmente nelle donne, il rapporto tra cibo ed emozioni può essere altrettanto significativo. Cucinare o offrire del cibo può essere un modo di esprimere amore, cura e vicinanza. In particolare nelle donne può esserci una forte componente emotiva legata al peso e all'aspetto fisico; il fenomeno oggigiorno, sempre più, è appannaggio anche degli uomini.

La condivisione di cene, dolci, aperitivi e pasti in compagnia possono diventare occasioni di intimità, amicizia e appartenenza. Le donne rappresentano la gran parte delle persone che cucinano e si dedicano con cura alla preparazione dei pasti quotidiani. Ciononostante, non ci sorprende il fatto che, i grandi cuochi sono, nella stragrande maggioranza, uomini. Essere grandi cuochi è oggi una posizione di potere e dà grande visibilità. E dove c’è potere, si sa, gli uomini sono difficilmente disposti a mollare qualcosa.

Nei vecchi il rapporto tra cibo e sentimenti cambia ancora. Per una persona anziana il cibo può essere nutrimento, ma anche memoria, identità e compagnia. Ricette tradizionali e rituali del pasto possono dare un senso di continuità. Mangiare da soli, come spesso capita agli anziani che vivono soli, rende il pasto meno piacevole e, in alcune persone, induce a mangiare meno.

Pranzare insieme ad altre persone trasforma il pasto in un momento di compagnia e relazione, lo rende molto più piacevole. Con l'età possono cambiare gusto, olfatto, dentizione, influenzando il piacere e la quantità di cibo che si assume. Mangiare poco equivale, secondo molti medici e nutrizionisti, ad allungarsi la vita. Al solito, ci vuole equilibrio, tra i piaceri del cibo, il mangiar poco, ed emozioni e sentimenti..
Ecco perché, nei vecchi, l’equilibrio deve essere non solo fisico, ma psico-fisico.
Anche in vecchiaia, emozioni e sentimenti, entrano in gioco molto più spesso di quanto può sembrare a prima vista.

R.L.