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Come sta evolvendo la cultura della differenza tra teoria e pratica del fare insieme?

Considerazioni finali del Premio Lucia Mastrodomenico

a cura di Virginia Varriale
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Nell’ultima edizione 2025-2026 del Premio Lucia Mastrodomenico” la tematica proposta è stata la seguente:

“La cultura dell’amore non può essere una teoria astratta, ma deve farsi carne, cioè esperienza vissuta e condivisa, aperta al cambiamento e al riconoscimento delle reciproche differenze “. 

Significativa è stata l'intervista di Lucia Mastrodomenico che, a fine 2006, incontrò la filosofa e psicoanalista Luce Irigaray, la quale, dopo la morte di Lucia, avvenuta il 1 gennaio 2007, pubblicò l'intervista nel libro “Oltre i Propri confini” (Edizioni Baldini Castoldi Dalai - Milano, dicembre 2007).

 Riportiamo in breve alcuni scambi di idee. 

Lucia: Come opporci al consumo di noi stessi per salvare il nostro desiderio di amarci? 

Irigaray: Rispettare l’altro come altro può essere una via per proteggersi dal consumo. Bisogna essere attenta, attento, alla differenza fra noi. Rispettare l’altro come altro è un mezzo per proteggere se stessi, mantenendo il due nella relazione. 

Lucia: Che rapporto esiste tra desiderio e amore? 

Irigaray: Ci sono molte forme di amore: l’amore per la natura, l’amore filiale, l’amore materno o paterno, l’amore per il paese, l’amore per Dio ecc. ma l’amore più compiuto è quello che esiste tra due persone adulte che si affidano l’una all’altra con tutto quello che sono. Ciò avviene solo se il desiderio esiste fra di loro. Non sono sicura che molte persone conoscano che cosa è il desiderio. Forse è l’atteggiamento più proprio dell’umanità. 

Lucia: Ma l’amore si può imparare? 

Irigaray: Non solo si può ma si dovrebbe insegnare l’amore, in particolare a scuola. È la cosa più utile da insegnare: per l’individuo e per la società. Insegnare l’amore implica una cultura dell’intera personalità. 

Dall’intervista emerge la necessità di un’educazione all’amore, che deve emanciparsi e crescere per essere attività e creazione. 

Quanto conta per te l’amore? 

Se amore è condivisione, perché per molti è ancora sottomissione all’altro o dipendenza dall’altro? 

Tu, come vorresti essere amata? 

Tu, come vorresti essere amato?

Il bando di quest'anno ha posto l'accento sulla necessità di un'educazione all'amore che si emancipi e cresca per diventare attività e creazione. 

In tale prospettiva, il Premio ha previsto anche un incontro con i membri dell’Associazione Madrigale per Lucia da parte di alcune classi delle Scuole partecipanti, alla fine del quale è stato proposto un questionario sull’educazione sentimentale, non come semplice esercizio statistico, piuttosto come uno strumento di auto-ascolto. Chiedere ai giovani come vivono le proprie emozioni, da chi imparano ad amare e quanto si sentano liberi di esprimere i propri sentimenti, significa "misurare lo spazio delle proprie azioni" e rispettare quello altrui, imparando che l'amore, lungi dall'essere sottomissione, è una philìa, un’inclinazione all’altro/a per realizzare una dialettica della reciprocità. 

L’intento dell’indagine è stato quello di comprendere come le nuove generazioni percepiscano l'amore, quali siano le loro fonti di educazione sentimentale e quanto si sentano a proprio agio nell'esprimere i propri vissuti. Le domande hanno analizzato concetti chiave come la capacità di riconoscere le emozioni, il valore della fiducia e l'importanza della comunicazione all'interno dei rapporti interpersonali. 

Inoltre è stato dato risalto alla necessità di introdurre percorsi di alfabetizzazione emotiva nelle scuole per favorire una maggiore consapevolezza di sé. 

I dati raccolti possono rappresentare un incipit per una riflessione profonda sul modo in cui i ragazzi vivono e interpretano i legami affettivi contemporanei, sia rispetto all’indagine svolta da Luce Irigary e da Lucia Mastrodomenico, sia rispetto al pensiero della filosofa Angela Putino in I corpi di mezzo, opera che ripensa alla radice le relazioni che s’instaurano tra i soggetti, a partire dai processi biologici che caratterizzano da sempre la specie umana nella sua evoluzione sociale, culturale e politica.

A cavallo tra il XX e il XXI secolo, questa ricerca si è concentrata sulla necessità di proteggere la singolarità dei corpi dai meccanismi della biopolitica, che tendevano a ridurre il sesso femminile alla mera funzione riproduttiva. Angela Putino ha evidenziato come storicamente i corpi delle donne siano stati «il centro di applicazione di pratiche che riconoscono il sesso femminile primariamente nell’ordine della sua capacità di generazione», riducendoli a puro fenomeno riproduttivo. Lucia Mastrodomenico ha declinato questa teoria in una pedagogia della differenza, dividendo i generi non per separarli, ma per permettere a ciascuno di affermare la propria alterità fuori dalla logica fusionale. Per opporsi a una rischiosa "animalizzazione", la pratica politica di Lucia Mastrodomenico ha adottato il principio del «partire da sé», un atto che collega pensiero e libertà materiale per non trasformare la pluralità dei corpi in un unico "corpo" indifferenziato. Oggi, la sfida si è spostata sul piano digitale: infatti, Angela Putino ha osservato che le nuove tecnologie e l'«essere-in-rete creano una dimensione orizzontale dove i corpi... decadono dalla propria singolarità, trasformandosi in una "popolazione priva di soggetto"». In questo contesto, il pericolo non è più solo il controllo biologico, ma l'anonimato e la perdita del Sé in un eccesso di assembramento virtuale. 

Per preservare la cultura del "due", Lucia Mastrodomenico ha trasformato la teoria in una pedagogia attiva. Negli anni '70, il suo lavoro alla Mensa Bambini Proletari portò a un risultato che lei considerava fondamentale: «l’aver diviso i bambini dalle bambine, affermandone la diversità», uscendo dalla logica soffocante madre-figlia per approdare a quella di bambina-adulta.

 Questa distanza è necessaria per evitare quello che lei chiamava "narcisismo": «fare insieme per me significa cedere un po’ del proprio io affinché possa esistere un po' dell'io dell'altra». 

Lucia Mastrodomenico credeva fermamente nei "tagli" e nell'allontanamento come momenti fertili: 

«Ognuna avrà la sua parola e il suo pensiero... senza restare nell'anonimato... Staccarsi da strutture aggreganti può significare anche andare verso nuovi orizzonti».

La filosofa Luce Irigaray ha elevato questa pratica a una dimensione etica e mistica, poiché preservare il "due" significa innanzitutto «rispettare l’altro come altro... per proteggersi dal consumo» immediato della relazione. L'incontro non deve essere un'appropriazione, ma la creazione di qualcosa di nuovo:

«Il compito di queste due soggettività sarà quello di elaborare insieme un terzo mondo, che non appartiene né all’uno né all’altro, ma è il frutto della convivenza fra i due».

Per preservare la cultura del "due" in questo nuovo orizzonte di senso, è necessario coltivare quello spazio di "negativo" inteso come mistero e territorio inappropriabile tra me e l'altro. Rispettare l'altro come "altro" significa rinunciare a possederlo o a ricondurlo a noi stessi, mantenendo viva l'energia del desiderio che nasce proprio dalla differenza, restando fedeli ai propri confini. Questa relazione produce un "terzo mondo", un luogo della convivenza che non appartiene a nessuno dei due, ma è il frutto fecondo del loro incontro.

Il cambiamento futuro passa necessariamente attraverso un'educazione sentimentale che trovi spazio tra i banchi di scuola, in quanto insegnare l'amore significa risvegliare l'attenzione verso l'altro sesso, superando i linguaggi neutri e astratti che ignorano l'intimità del soggetto. Le nuove generazioni, come dimostrato dalla partecipazione entusiasta a premi letterari e cortometraggi a tema, sono in attesa di una cultura del desiderio che le aiuti a conoscere meglio se stesse prima ancora di entrare in relazione con l'altro.

Nell’attuale situazione storica è necessario accelerare il passaggio da una fase di critica al patriarcato a una fase creativa: è tempo di assumersi la responsabilità di una nuova civiltà dove l'identità sessuata sia il punto di partenza per accogliere ogni altra differenza. 

Solo attraverso la cura di sé (cura sui) e la condivisione di un respiro comune sarà possibile costruire una felicità che non annulli nessuno, ma che permetta a ciascuno di sbocciare nella propria interezza.

La trasformazione storica non è ancora completa: l'attuale istruzione, basata ancora su un sapere neutro e astratto, rende i giovani «automi competenti ma piuttosto aggressivi». 

La via indicata da Angela Putino, Luce Irigaray e Lucia Mastrodomenico per il futuro è chiara: essere educati all’amore, al desiderio, risvegliare l'attenzione verso l'altro sesso senza violenza. 

Riconoscere che l'identità sessuata «esiste prima di ogni scelta sessuale» costituisce il primo luogo di incontro tra natura e cultura. Nei giovani è forte il bisogno di essere veduti come si è, per ciò  e per come si desidera, al di là di ogni stereotipo di genere, che non deve essere intralcio ma ponte verso gli altri.

La felicità di ognuno/a resta ancora un compito politico collettivo.


Dall’indagine effettuata attraverso la somministrazione del questionario si è evinto che:


  • I ragazzi e le ragazze avvertono una profonda «fame di ascolto, rispetto e sincerità», valori che vengono cercati nelle relazioni ben oltre la semplice attrazione fisica.

  • I ragazzi e le ragazze confermano di essere «in attesa di una cultura del desiderio e dell'amore nella differenza». Essi/e soffrono per un tipo di istruzione che spesso appare loro «soltanto neutra e astratta», incapace di parlare a ciò che sentono intimamente.

  • I ragazzi e le ragazze hanno manifestato il desiderio di imparare a conoscersi meglio l’un l’altro nel rispetto delle proprie differenze, chiedendo esplicitamente aiuto per capire come entrare in relazione senza violenza.

  • Il sentimento amoroso è stato associato a parole come serenità, calore, felicità, ma anche confusione e paura.

  • I risultati suggeriscono che il cambiamento deve passare per una cultura che non consideri l’amore come una teoria astratta, ma come un'«esperienza vissuta e condivisa», capace di emancipare i giovani verso relazioni paritarie e non fusive.