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Le Cinque Strade di Lisetta Carmi

 L’Intensità del Guardare alla Galleria Nazionale dell’Umbria

di Virginia Varriale


Nel cuore di Perugia, all'interno della cornice della Galleria Nazionale dell’Umbria, si tiene un evento espositivo di straordinaria profondità umana e artistica: la mostra "Lisetta Carmi, cinque strade". Inserita nel più ampio progetto fotografico “Camera Oscura” (a cura di Marina Bon Valsassina e Costanza Neve), l'esposizione è curata da Alessandra Mauro ed è aperta al pubblico dal 29 aprile al 27 settembre 2026. Con il prezioso catalogo edito da Silvana Editoriale (che vanta i testi di Costantino D'Orazio, Alessandra Mauro e Giovanni Battista Martini) e la collaborazione del prestatore Martini & Ronchetti di Genova, l'evento delinea la parabola biografica ed estetica di una delle più grandi e anticonformiste fotografe italiane del Novecento.


La mostra si articola, come suggerisce il titolo, in cinque percorsi o "strade" tematiche ed esistenziali che Lisetta Carmi ha percorso con la macchina fotografica e con l'anima, rifiutando ogni catalogazione o ruolo precostituito.



Autoritratto - © Lisetta Carmi



L'Ingresso alla Mostra: Camera Oscura

All'ingresso del percorso espositivo, un grande pannello bianco accoglie i visitatori "Lisetta Carmi, cinque strade" presso la Galleria Nazionale dell'Umbria, che ne attesta la cura e i dettagli scientifici. 


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Prima Strada: La Dignità del Lavoro, la Fatica e la Denuncia Sociale

Sempre profondamente attenta ai mutamenti sociali e alle ingiustizie che colpiscono i meno protetti, Lisetta Carmi si lascia coinvolgere e appassionare dalle dinamiche del mondo del lavoro. Questa sua prima "strada" si esprime con forza in due straordinari reportage: quello all'interno dei sugherifici in Sardegna (come a Calangianus nel 1964 e nel 1970) e il celebre progetto del 1964 intitolato “Genova porto: monopoli e potere operaio”. Carmi si addentra in ambienti duri, quasi esclusivamente maschili nel porto o densi di fatiche silenziose nelle fabbriche di sughero, mossa da una chiara volontà di denuncia politica e umana. 

Di quell'esperienza, la fotografa ricorderà:

"Lo sapevano che non ero figlia di operai però capivano che stavo dalla loro parte, che volevo denunciare le terribili condizioni nelle quali dovevano lavorare".


Le immagini esposte in questa sezione mostrano frammenti vividi di questa realtà operaia.

La teca espositiva con quattro scatti in bianco e nero:

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1. Una giovane operaia ripresa tra i macchinari industriali dell'Italsider di Genova (1962-1964).

2. L'esplosione di scintille incandescenti e bagliori metallici che avvolge la figura di un operaio metallurgico nel buio dell'officina.

3. Un dettaglio intimo e ravvicinato di mani nodose intente a lavorare con cura e precisione i tasselli di sughero a Calangianus.

4. La maestosa prua della nave "LAVEROCK" ormeggiata al porto di Genova durante le operazioni di trasporto dei legnami, con una piccola figura umana sulla banchina che restituisce la scala monumentale del lavoro portuale.


La macchina fotografica di Carmi non estetizza la povertà o la fatica; al contrario, restituisce ai lavoratori una dignità monumentale, trasformando l'atto del fotografare in una militanza silenziosa e partecipe.



Seconda Strada: "I Travestiti" e la Ricerca d'Identità Oltre i Ruoli

Nel 1965, Lisetta Carmi inizia a Genova uno dei suoi lavori più celebri, intimi e discussi, destinato a confluire nel leggendario volume fotografico "I Travestiti", pubblicato nel 1972. In un'epoca in cui la comunità transessuale era marginalizzata e stigmatizzata dalla società e dai media, Carmi compie una scelta rivoluzionaria: decide di non limitarsi a documentare la loro esistenza dall'esterno, ma sceglie di vivere insieme a loro, condividendo la loro quotidianità .

Attraverso questo contatto umano profondo e privo di giudizio, la fotografa non solo cattura la bellezza, la fragilità e l'autenticità di queste vite, ma intraprende anche un percorso di auto-scoperta spirituale e psicologica:

"Li ho visti nella loro vita quotidiana e ho cominciato a vivere con loro e a fotografarli. Io stessa in quel tempo ero assillata - forse a livello inconscio - da problemi di identificazione maschile o femminile. Oggi capisco che non si trattava tanto di accettazione di uno 'stato' quanto di rifiuto di un 'ruolo'... E i travestiti (o meglio il mio rapporto con i travestiti) mi hanno aiutato ad accettarmi per quello che sono: una persona che vive senza un ruolo".


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Terza Strada: Erotismo e Autoritarismo tra i Marmi di Staglieno

Nel tempo libero, Lisetta Carmi si dedica all'esplorazione visiva del Cimitero Monumentale di Staglieno a Genova, realizzando un progetto dal titolo emblematico e provocatorio: "Erotismo e autoritarismo a Staglieno. 

Attraverso lo studio delle sculture ottocentesche e delle imponenti tombe di famiglia della borghesia genovese, Carmi decostruisce i valori patriarcali e le convenzioni sociali del tempo. Le sculture diventano per lei simboli di una psicologia repressiva che intende denunciare, pur rimanendo affascinata dall'incredibile perizia tecnica degli artisti che le hanno scolpite:

"Detestavo quello che molte sculture rappresentano, per esempio quell'immagine della donna timorosa e dipendente dagli uomini, ma ero anche ammirata dalla capacità di chi, ancora da vivo, aveva progettato...".


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Tre scatti dedicati alle sculture di Staglieno: figure in marmo avvolte da forti contrasti di luce e ombra, in cui l'erotismo del corpo scolpito si scontra con la solennità autoritaria della morte e delle pose monumentali. Un fiore di Strelitzia (uccello del paradiso) posto davanti a una delle foto crea un suggestivo contrasto cromatico e vitale.


Quarta Strada: Dalla Tastiera al Segno: L'Interpretazione Grafica della Musica

Prima di consacrarsi interamente alla fotografia, Lisetta Carmi aveva vissuto una brillante "precedente vita" come concertista e pianista classica. Nel 1963, mossa da una necessità interiore ineludibile, realizza uno dei suoi lavori più astratti e d'avanguardia: un'interpretazione foto-grafica del "Quaderno musicale di Annalibera" del compositore Luigi Dallapiccola.

Questo progetto rappresenta il ponte ideale che unisce le sue due grandi anime: la musica e l'immagine fotografica. Abbandonata la tastiera, Carmi traspone la struttura e l'emozione dello spartito musicale in pura grafia visiva, fatta di contrasti netti, linee spezzate, graffi e segni dinamici che evocano il ritmo e la vibrazione del suono:


"Ho fatto questo lavoro per un'impellente necessità interiore. Avevo lasciato la musica (la forza divina che ha sempre guidato la mia vita) ed ero ormai una fotografa. Ho dovuto creare un legame tra Luigi Dallapiccola (che amo) e il segno fotografico".

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Nella serie di sei composizioni astratte in bianco e nero il segno fotografico si fa spartito visivo, traducendo l'invisibile dinamismo della composizione musicale di Dallapiccola in geometrie ed espressioni grafiche taglienti.



Quinta Strada: Il Viaggio nel Mondo e l'Approdo Spirituale in Puglia

La quinta strada di Lisetta Carmi è quella del movimento perpetuo, dell'incontro con l'Altro e del viaggio geopolitico e spirituale. La sua avventura con la macchina fotografica ha inizio quasi per caso nel 1960, quando accompagna l'etnomusicologo Leo Levi in un viaggio di studio in Puglia. Quel primo reportage accende una scintilla che la porterà a viaggiare in tutto il mondo. La mostra documenta con scatti a colori di straordinaria intensità i suoi soggiorni internazionali negli anni a venire:

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La sezione dei viaggi a colori di Lisetta Carmi:

1. Belfast, Irlanda del Nord (1970): Una bambina cammina solitaria davanti a un muro di mattoni rossi sovrastato dai ritratti istituzionali e solenni della Regina Elisabetta II e del Principe Filippo, simbolo delle tensioni sociali e politiche dell'epoca.

2. Messico (1969): Una donna indigena siede a terra, appoggiata a una parete verde scrostata, sotto l'insegna professionale del "Dr. Francisco Hernandez Dominguez - Medico Cirujano".

3. Marocco, vicino a Marrakech (1971): Donne con grandi cappelli di paglia sedute sul selciato mentre vendono teste d'aglio disposte in grandi ceste intrecciate .

4. India (1973): L'incontro folgorante con Babaji Herakhan Baba, ritratto in uno scatto del 1977, mentre un devoto è inginocchiato ai suoi piedi.


L'incontro in India nel 1973 con Babaji segna un punto di non ritorno nella vita della fotografa. Babaji diventerà il suo maestro spirituale. Pochi anni dopo, nel 1978, decidendo coerentemente di aver esaurito la sua necessità di registrare il mondo visibile, Lisetta Carmi abbandona definitivamente la fotografia e si ritira in Puglia, a Cisternino, dove fonda un ashram dedito alla meditazione e alla spiritualità, e vi risiede fino alla sua scomparsa, avvenuta nel 2022.


Eredità di un'Anima Libera


La mostra alla Galleria Nazionale dell’Umbria celebra non solo la maestria tecnica e la varietà compositiva di Lisetta Carmi, ma soprattutto la sua straordinaria statura etica. Che si trovasse tra i fumi delle acciaierie di Genova, nell'intimità delle case dei travestiti, dinanzi alle imponenti statue di Staglieno, a decifrare spartiti d'avanguardia o ai piedi di un maestro spirituale in India, Lisetta Carmi ha sempre cercato una sola cosa: la verità dell'essere umano, spogliata di ogni ruolo e convenzione sociale. Una lezione visiva e umana che, a distanza di anni, continua a risuonare con intatta e vibrante urgenza.


SAGGIO: Nietzsche e la storia al servizio della vita

Fecondità della Seconda Considerazione inattuale


di Virginia Varriale


Molti studiosi contemporanei rinunciano ad operare un’attualizzazione del pensiero di F. Nietzsche, perché non è possibile omologare forzatamente le sue teorie alle istanze e alle esigenze dell’attualità: la domanda da porsi non è che cosa in Nietzsche abbia un senso per il presente, piuttosto bisogna chiedersi quale senso abbia il presente rispetto al pensiero di Nietzsche. Il rischio che si corre, ogni qualvolta si legga e si tenti di afferrare il senso delle opere del filosofo tedesco, è di restare in superficie, di perdersi e di non avanzare, poiché la forza del suo pensiero sta nella capacità di sorprendere e di mettere in discussione l’assolutezza di ogni verità. Solo chi vuol correre questo rischio, si apre alla ricerca, all’indagine fondamentale che porta all’uomo, al suo accadere al pari dell’accadere del mondo. È quindi necessario leggere Nietzsche per andare oltre Nietzsche e comprendere quelle prospettive da lui stesso annunciate.

La Seconda considerazione inattuale dal titolo Sull’utilità e il danno della storia per la vita è un’opera che offre non una visione della "conoscenza come fine a se stessa", bensì un modo alternativo d’intendere e agire in relazione alla storia, secondo cui la vita diviene l'interesse principale.

Nietzsche incentra l’attenzione sul rapporto tra l’intellettuale e il passato e problematizza l’eredità storica, attraverso un fitto confronto tra oblio e memoria, tra la storicità dell’uomo e l’astoricità dell’animale.

Illuminante è la citazione goethiana che segna l’incipit della Prefazione:

«Del resto mi è odioso tutto ciò che mi istruisce soltanto, senza accrescere o vivificare immediatamente la mia attività» [1].

«Con queste parole di Goethe, come un ceterum censeo energicamente espresso, può cominciare la nostra considerazione sul valore e la mancanza di valore della storia […]. Certo, noi abbiamo bisogno di storia, ma ne abbiamo bisogno in modo diverso da come ne ha bisogno l’ozioso raffinato nel giardino del sapere […] ne abbiamo bisogno per la vita e per l’azione, non per il comodo ritrarci dalla vita e dall’azione, o addirittura per l’abbellimento della vita» [2].

Se la storia è al servizio delle vita, essa è utile. Se la vita è al servizio della storia, quest’ultima è dannosa, e se eccede diviene una malattia. Cosa intendeva dire il filosofo? Se l’uomo è un animale storico, tutta la sua esistenza dovrebbe essere segnata da questo destino, ma Nietzsche restringe la prospettiva al presente, all’immediatezza della vita, la quale però, in un modo o nell’altro, subisce la potenza avvolgente del ricordo. Eppure la memoria rende infelici, anzi è il passato stesso a risultare infelicità oggettiva, in quanto la realtà del passato, come tale, non è altro se non ricordo. Ma gli uomini e le loro azioni, mentre vivono e fanno scelte, non sono conoscenza ma vita, perché, come afferma il filosofo, “per ogni agire ci vorrebbe l’oblio”, e la conoscenza deve essere dominata dalla vita.

Emerge dalle pagine della Seconda inattuale il profondo disagio di Nietzsche nei confronti della cultura accademica a lui contemporanea, un malcontento presente già nella Nascita della tragedia e nei lavori giovanili sulla grecità; egli legge nel suo tempo le estreme conseguenze di un processo iniziato nella cultura post-socratica. Nietzsche considerava decadente la civiltà moderna perché espressione di una cultura razionalista, che aveva rimosso l’elemento vitale, dionisiaco, in nome di una apollinea formalità volta a tradurre l’esistenza in una quotidianità opaca e banale. Il presupposto di una possibile indagine storica, per il filosofo, è l’osservazione che l’essere umano, in quanto tale, cioè non riducibile alla pura animalità, è dotato di memoria e matura una coscienza del passato: egli è come obbligato a ricordare dalla sua stessa natura. L’animale, invece, non ricorda, esiste nella sola dimensione del presente.

“Osserva il gregge che ti pascola innanzi: esso non sa cosa sia ieri, cosa oggi, salta intorno, mangia, riposa, digerisce, torna a saltare, e così dall’alba al tramonto e di giorno in giorno, legato brevemente con il suo piacere e dolore, attaccato cioè al piuolo dell’istante, e perciò né triste né tediato. Il veder ciò fa male all’uomo, poiché al confronto dell’animale egli si vanta della sua umanità e tuttavia guarda con invidia alla felicità di quello – giacché questo soltanto egli vuole, vivere come l’animale né tediato né fra dolori, e lo vuole però invano, perché non vuole come l’animale. L’uomo chiese una volta all’animale: perché non mi parli della tua felicità e soltanto mi guardi? L’animale dal canto suo voleva rispondere e dire: ciò deriva dal fatto che dimentico subito quel che volevo dire – ma subito dimenticò anche questa risposta e tacque; sicché l’uomo se ne meravigliò. Ma egli si meravigliò anche di se stesso, per il fatto di non poter imparare a dimenticare e di essere continuamente legato al passato: per quanto lontano, per quanto rapidamente egli corra, corre con lui la catena. È un miracolo: l’istante, eccolo presente, eccolo già sparito, prima un niente, dopo un niente, torna tuttavia ancora come spettro, turbando la pace di un istante posteriore. Continuamente un foglio si stacca dal rotolo del tempo, cade, vola via – e rivola improvvisamente indietro, in grembo all’uomo. Allora l’uomo dice <<mi ricordo>> e invidia l’animale che subito dimentica e che vede veramente morire, sprofondare nella nebbia e nella notte, spegnersi per sempre ogni istante” [3].

L’animale si risolve tutto nel presente: non è in grado di fingere, appare in ogni momento per quello che è, e non può che essere sincero. L’uomo invece resiste sotto il grande carico del passato: appesantisce il suo passo sotto un invisibile fardello, che egli può ben far mostra di rinnegare, per suscitare talvolta invidia nei suoi simili. Vedere il gregge quasi lo commuove, gli ricorda un paradiso perduto, simile a quello di un bambino, che non ha ancora nessun passato da rinnegare e che gioca in beatissima cecità fra lesiepi del passato e del futuro … fino a quando impara a intendere la parola «c’era».

L’uomo purtroppo non ha il privilegio d’imparare a dimenticare ed è condannato a non raggiungere quella serena e ingenua coscienza propria dell’animale, anzi la sua storicità degenera in patologia quando “la sana dialettica tra la memoria e l’oblio viene alterata”. Il problema nasce quando si riduce la storicità a scienza, distruggendo ogni illusione e togliendo a tutte le cose la loro atmosfera, che appunto le vivifica.

La storia ha il dovere di intensificare la vita, di esprimere la propria attività creativa, proprio come fa l’arte.

Infatti nelle ultime pagine della Seconda inattuale Nietzsche individua due atteggiamenti possibili per contrastare l’eccesso di sapere storico: quello “astorico” (das Unhistorische) e quello “sovrastorico” (das Überhistorische). Le forze antistoriche sono l’oblio e l’illusione; quelle sovrastoriche sono l’arte, la religione, la compassione (in riferimento a Schopenhauer), la natura (in riferimento a Goethe).

“Con il termine “l’antistorico” designo la forza e l’arte di poter dimenticare e di rinchiudersi in un orizzonte limitato; “sovrastoriche” chiamo le potenze che distolgono lo sguardo dal divenire, volgendolo a ciò che dà all’esistenza il carattere dell’eterno e dell’immutabile, all’arte e alla religione” [4].

Se ritorniamo con attenzione al titolo della Seconda inattuale, Nietzsche ci invita a riflettere su quale siano “l’utilità” e “il danno” della storia, a partire dalla considerazione che l’uomo non può rinnegare la propria storicità, anzi rapportarsi al passato è la condizione naturale per comprendere il presente e immaginare un futuro. L’assurdo è che senza l’oblio non può esservi storia (vis creativa), poiché essa non può ridursi a una registrazione passiva di ciò che è stato, e senza memoria non può esservi coscienza storica, cioè la consapevolezza dell’uomo di essere temporalità. Nietzsche analizza tre tipi di storiografie, cioè tre modi diversi di rapportarsi al passato: la storia monumentale, la storia antiquaria, la storia critica, in quanto è innato nell’essere umano il voler creare (monumentale), il voler preservare nell’abituale (antiquario), il voler liberarsi dalla sofferenza (critico). Inoltre il titolo tedesco Vom Nutzen und Nachteil der Historie für das Leben chiarisce fin da subito che Nietzsche non intende parlare dell’accadere storico, ma della storiografia; infatti egli usa il termine Historie e non Geschichte e il suo intento è quello di dare un metodo storiografico utile, elencando i pregi e i difetti dei tre modelli storici.

La storia monumentale “occorre innanzitutto all’attivo e al potente, a colui che combatte una grande battaglia, che ha bisogno di modelli, maestri e consolatori, e che non può trovarli tra i suoi compagni del presente”. L’utilità sta nel fatto che essa porta alla consapevolezza che “la grandezza, la quale un giorno esistette, fu comunque una volta possibile, e perciò anche sarà possibile un’altra volta”. L’effetto dannoso è che potrebbe indurre “il coraggioso alla temerarietà, l’entusiasta al fanatismo” o, peggio, determinare una paralisi rispetto ai grandi modelli del passato.

La storia antiquaria appartiene a “colui che custodisce e venera – colui che guarda indietro con fedeltà e amore, verso il luogo onde proviene, dove è divenuto. […] Coltivando con mano attenta ciò che dura fin dall’antichità, egli vuole preservare le condizioni nelle quali è nato, per coloro che verranno dopo di lui – e così serve la vita”. Il difetto di questa visione storica è proprio la limitatezza del campo visivo, nonché il pericolo di considerare tutto ciò che è antico come oggetto di venerazione. Così la storia antiquaria scade in mera erudizione: “Allora si osserva il ripugnante spettacolo di una cieca furia collezionistica, di una raccolta incessante di tutto ciò che una volta è esistito. L’uomo si rinchiude nel tanfo […] spesso scende così in basso, che alla fine è contento di ogni cibo e mangia di gusto anche la polvere delle quisquilie bibliografiche”.

La storia critica, alla fine, è propria di chi ha la “forza di infrangere e di dissolvere un passato per poter vivere: egli ottiene ciò traendo quel passato innanzi a un tribunale, interrogandolo minuziosamente, e alla fine condannandolo”: la sua utilità sta nel dimostrare “quanto sia ingiusta l’esistenza di una qualche cosa, di un privilegio, di una casta, di una dinastia, per esempio quanto questa meriti la fine”, mentre il suo effetto nocivo sta nel fatto che “si calpestano crudelmente tutte le pietà”.

Più si resta ancorati al passato, più s’infiacchisce la personalità – pare voler affermare Nietzsche, per il quale solo con la forza della vita presente è possibile dare un’interpretazione del passato.

Sebbene nella Seconda inattuale il filosofo non affirmi che i fatti storici siano interpretazioni, sembra orientarsi verso quella strada, volendo accostarsi all’eredità storica attraverso un nuovo modo storiografico passibile di aperture, cambiamenti, creatività.

Lo storico deve essere anche filosofo e poeta: c’è bisogno di “uno sguardo creatore” per pensare in grande e non chiudersi al fluire della vita. Nietzsche spinge a non indugiare sul “dettaglio”, bensì a cogliere “l’elemento universalmente valido”.

Significativo è il tributo a Giacomo Leopardi, del quale il filosofo cita due volte, nelle bozze preparatorie alla Seconda considerazione inattuale, la poesia Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, nella traduzione tedesca del poeta austriaco Robert Hamerling (1866):

Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d’affanno
quasi libera vai;
ch’ogni stento, ogni danno,
ogni estremo timor subito scordi:
Ma più perché giammai tedio non provi [5].

È questo che prova l’essere umano di fronte alla felicità dell’animale!

La poesia di Leopardi diviene un nobile stratagemma per criticare la pretesa superiorità dell’uomo sull’animale: quest’ultimo è molto più felice dell’uomo, perché non porta su di sé il peso del passato. D’altro canto, però, l’animale non è libero di dimenticare, perché non sa ricordare, e questa condizione lo rende schiavo del presente, contrariamente all’uomo, che è ossessionato dal passato, e pecca del difetto opposto. Nietzsche vorrebbe indicare una via di mezzo tra l’eccesso di memoria e l’eccesso di oblio, poiché la sua intenzione non è fare dell’animale un modello per l’uomo, ma curare quella che definisce come una “malattia storica”, mettendo insieme con misura l’astorico (ossia l’oblio), lo storico (ossia storia monumentale, antiquaria e critica) e il sovrastorico (ossia l’arte e la religione).

Si potrebbe obiettare che anche l’animale in certo qual modo ricordi, se si pensa al pettirosso che aspetta ogni mattina il verme, o agli uccelli migratori che ritornano nello stesso posto, o al cane che ricorda dove ha nascosto l’osso. Martin Heidegger, durante il corso del semestre invernale 1938-39, commenta la Seconda Considerazione inattuale di Nietzsche e chiarisce che la memoria animale risponde a un riflesso automatico, perché attivata da ciò che l’ambiente richiede: l’animale continua a restare attaccato al piuolo dell’istante [6]. Solo l’uomo ha la comprensione del mondo, mentre l’animale, sebbene sia nel mondo, non ha la comprensione della sua relazione con esso: questa differenza fa dell’uomo un essere assolutamente storico. L’essere umano è essenzialmente volontà, poiché egli può voler dimenticare, può voler ricordare e può voler creare; egli è l’unica creatura della natura, pur non sottraendosi al divenire naturale, che può determinare nuovi inizi, nuove prospettive nel bene e nel male. L’uomo può redimersi o rimanere soggiogato dal passato, può rivedere il proprio modo di esistere e di rapportarsi agli altri, può imparare a trasformare la negatività dell’esistere e dare un senso anche al dolore … purché voglia. In un appunto preparatorio della Seconda inattuale, Nietzsche scrive che “dobbiamo considerare il passato e sopportarlo – questa è appunto la sorte degli umani […] proprio perché in noi ciò che è passato non può morire” [7].

È una prerogativa della coscienza di ognuno scegliere se voler rimuovere o ignorare o fraintendere l’eredità del passato, in quanto non è possibile sottrarsi all’impegno di acquisire un senso storico, proprio perché siamo esseri storici. Nietzsche, dunque, spera in un’assunzione di responsabilità da parte dell’umanità, capace di conoscere il proprio sé in relazione a tutto il passato e, per questo, divenire nobile nell’assumersi il carico delle perdite, delle speranze, delle vittorie di ciò che è stato e non può essere più reso non-fatto e di ciò che sarà il futuro. La volontà non può nulla a ritroso, non può infrangere la catena del tempo e questa sarà sempre la sua “più solitaria afflizione”. Nietzsche, una decina di anni più tardi dalla pubblicazione della Seconda inattuale, in Così parlò Zarathustra scrive:

“E se il mio occhio risale dal presente al passato: trova sempre la stessa cosa: frammenti, membra sparse, casi orrendi – ma mai un uomo! […] E a questo tende ogni mio pensiero, ogni desiderio: comporre in unità ciò che è ora frammento ed enigma, e lugubre caso. E come potrei sopportare d’essere uomo, se l’uomo non fosse anche poeta, solutore di enigmi, e liberatore del caso? Liberare coloro che ci hanno preceduto e trasformare tutti i “così fu” in “così volli” – questo soltanto chiamo riscatto […] Finché non diga la volontà creatrice: “Ma così io voglio! Così io vorrò!” [8].

Solo attraverso la volontà, le dimensioni temporali non sono più percepite come un fluire lineare, ma ritornano eternamente, così spetta solo all’uomo riconoscere e trovare un senso compiuto alla realtà; Nietzsche sprona a guardare avanti con fiducia, a condizione però di far rivivere il passato dentro di sé.

La Seconda Considerazione inattuale si conclude con un accorato appello a disfarsi di una cultura intesa come “decorazione della vita” che considera contraddittoria l’unità vita-sapere, auspica invece un rinnovato ritorno alla natura, cioè all’immediatezza della vita, a una cultura che non sia “una specie di sapere intorno alla cultura”, bensì una cultura che fiorisca dalla vita come “un’unanimità fra vivere, pensare, apparire e volere”. L’opera nietzscheana del 1874 racchiude un insegnamento ancora vivo, se oggi continuiamo a voler non vedere o non vedere abbastanza le derive crudeli e disumane prodotte da chi, dinanzi alla storia, pecca di mancanza di senso storico.

«La storia deve risolvere il problema della storia stessa, il sapere deve volgere il suo pungolo contro se stesso...» [9].

BIBLIOGRAFIA

• E. Mazzarella, Nietzsche e la storia, Guida, Napoli 2000.

• F. Nietzsche, Appunti filosofici 1867-1869. Omero e la filologia classica, Adelphi, Milano 1993.

• F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano 2008.

• F. Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita, Adelphi, Milano 1999.

• G. Frilli, G. Garelli, R. Morani, Linguaggio, storia, verità – Nietzsche 150, Germanica vol. LII, Orthotes, Napoli 2025.

• G. Leopardi, I Canti, a cura di L. Russo, Sansoni, Firenze 1968.

• M. Heidegger, Nietzsche, a cura di F. Volpi, Adelphi, Milano 2013.

NOTE

[1] J. W. Goethe, Lettera a E. T. Klinger (1775), citata in F. Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita, Prefazione.

[2] F. Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita, Prefazione.

[3] Ivi, cap. 1.

[4] Ivi, cap. 10.

[5] G. Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, vv. 105-110, citato nelle bozze preparatorie della Seconda considerazione inattuale.

[6] Cfr. M. Heidegger, Nietzsche, corso del semestre invernale 1938-39.

[7] F. Nietzsche, Frammento preparatorio per la Seconda considerazione inattuale.

[8] F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, "Della redenzione".

[9] F. Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita, cap. 8.


Elogio dell'evanescenza

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 di Virginia Varriale























L’evanescenza non è da confondere con la superficialità, poiché ciò che è fuggevole non sta in superficie, ma si dissolve nel suo accadere. La vita è evanescente, il vissuto trasmuta in memoria istante dopo istante. Ciò che è - svanisce e diventa altro, non perde senso se ha in sé qualcosa che rappresenti un valore, un pensiero, un’emozione.

Afferrare l’attimo, desiderare di fissare uno stato della propria esistenza ci fa esperire l’evanescenza e, se facciamo spazio alla riflessione, ci accorgiamo che ciò che sfuma è “attraversamento”, è come un ponte tra quel che siamo e quel che saremo. Potrebbe sembrare bizzarro, ma l’esistenza, che è un continuo “star-fuori”, s’invera nel suo perdersi, perché l’essere- evanescente non è una “cosa”, una res, ma un’atmosfera del nostro destino, un’apertura al mistero.

L’evanescenza è contemporaneamente presenza dell’assenza e assenza della presenza, traccia invisibile di chi non c’è. E la vita si esplica irrefragabilmente nella sua istantanea flagranza, nella singolarità dei suoi momenti attuali. Evanescente è il ritmo che cade nel silenzio, il raggio di luce che muore al crepuscolo, il gemito del nascituro al mondo, l’estasi dopo un’unione spirituale e fisica, ma evanescente è anche il silenzio rotto dal sibilo del vento, l’oscurità squarciata da una cometa, l’ebbrezza prima della battaglia.

Inizio e fine all’unisono, uno svelarsi e un nascondersi in apparenza consistenti.

Contro la tradizionale distinzione tra evanescenza e sostanza, segno e senso, che mira a scorgere negli enti il richiamo a una verità trascendente, è possibile rivendicare a ciò che appare e poi svanisce il diritto di “significare in sé”. È un’illusione pensare che quel che appare sia la cifra di un segreto esoterico, bisogna invece vedere in esso l’immediata rivelazione della realtà, tutta dispiegata nella splendida “radura” dell’esserci. Non è inganno ciò che appare, poiché dietro non v’è nulla da cercare, non un fondamento che lo sostenga. L’evanescenza è la dimensione di ciò che “esiste per se stesso”, come il velo di Iride, una realtà caleidoscopica con forme e colori che non giustificano l’accadere delle cose, se non a partire da sé. Si tratta di un mistero inesplicabile e gratuito: evanescente è una presenza-quasi-assente che si rivela negli atti quotidiani.

Il mistero è allora ogni volta, come intermezzo senza “relazione con il prima e con il poi”.

Ogni istante sa di eternità, vale in sé, nel bene e nel male: dovremmo imparare a considerare ogni parte come una vista istantanea del tutto, della vita universale delle cose.

La verità è nietscheanamente tragica: ogni essere è senza perché ed è nel suo apparire tutto.

Ogni attimo è gravido di gioia e di disperazione e il senso è dolorosamente chiaro: lì dove “tutto è perduto”, là “tutto è salvato”.

Forse è proprio nella nostra fragile evanescenza che è possibile fissare “per sempre” ciò che sia possibile dire.

Trasformazione di Paolo Scquizzato

 Paolo Scquizzato, docente di antropologia teologica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore è un prete che si occupa, tra l’altro, di formazione spirituale e conduce gruppi di Meditazione Silenziosa. È stato fondatore dell’associazione Scuola diffusa del silenzio (www.sddsilenzio.org) che ha approfondito il dialogo tra pratiche contemplative e neuroscienze.

Ha pubblicato, nel 2026, per le Edizioni Paoline il libro “Trasformazione, tu sei ciò che cerchi”.

Dalla seconda di copertina si legge :”Non siamo chiamati a cambiare per diventare altro, ma a trasformarci per diventare ciò che siamo da sempre, la trasformazione non sostituisce, non cancella, fa emergere. È un disvelamento lento, un ritorno alla sorgente interiore che ci abita, là dove la vita finalmente coincide con il nostro volto più vero”

(RL)

In Trasformazione. Tu sei ciò che cerchi, Paolo Scquizzato propone una visione della vita spirituale che va oltre il semplice cambiamento esteriore. L'autore distingue infatti tra cambiamento e trasformazione: il primo implica la sostituzione di qualcosa che non va, mentre la seconda consiste nel far emergere ciò che già abita profondamente la persona. 


(testo realizzato con l’AI)

Attraverso immagini evocative, come quella del seme che diventa albero senza perdere la propria identità, Scquizzato invita il lettore ad accogliere luci e ombre, successi e fallimenti, come parti di un unico cammino di crescita. sé è già presente, in forma nascosta, dentro di sé.

Il tema centrale di Trasformazione. Tu sei ciò che cerchi di Paolo Scquizzato è una domanda radicale: che cosa significa davvero cambiare?

Scquizzato sostiene che la vita non consiste nel diventare qualcun altro, ma nel diventare pienamente se stessi. Per questo distingue nettamente tra cambiamento e trasformazione: il cambiamento tende a sostituire, correggere o eliminare ciò che non piace di noi; la trasformazione invece fa emergere ciò che siamo già in profondità, come un seme che contiene già l'albero che diventerà.

 

1. La trasformazione come rivelazione dell'essere

L'autore propone una visione molto diversa dalla cultura della prestazione e del perfezionamento personale. Non si tratta di aggiungere qualità o accumulare esperienze, ma di togliere ciò che impedisce alla nostra verità più profonda di manifestarsi.

In questo senso, la frase del titolo, "Tu sei ciò che cerchi", richiama una grande intuizione spirituale: ciò che desideriamo profondamente non è esterno a noi. La pienezza, la pace, Dio, il senso della vita non sono oggetti da conquistare ma realtà da riconoscere dentro di sé.


2. Accogliere le ombre

Uno degli aspetti più interessanti del libro è il rifiuto della logica dello scarto. Scquizzato afferma che non c'è nulla della nostra storia che debba essere buttato via: paure, fallimenti, crisi, ferite e fragilità possono diventare materia di trasformazione. 

Qui emerge una visione molto vicina alla psicologia del profondo: la crescita non avviene negando le ombre, ma integrandole.

Una domanda che il libro sembra porre al lettore è:

"Che cosa accadrebbe se smettessi di combattere contro una parte di me e iniziassi ad ascoltarla?"


3. Morire per rinascere

L'immagine del seme che deve attraversare la decomposizione prima di germogliare è fondamentale. La trasformazione passa attraverso una piccola "morte": la caduta delle false identità, delle maschere e delle sicurezze. 

Dal punto di vista cristiano, questo richiama il mistero pasquale: non c'è risurrezione senza passione, non c'è vita nuova senza lasciare andare qualcosa.

Per questo le crisi non sono viste come incidenti di percorso, ma come momenti privilegiati di crescita.


4. La conversione come passaggio dalla paura alla fiducia

Scquizzato interpreta la conversione evangelica non come adesione a regole morali più rigide, ma come passaggio interiore dalla paura alla fiducia. La fede non consiste principalmente nel fare qualcosa per Dio, ma nel fidarsi della vita e della propria vocazione più profonda. 

Questa è probabilmente una delle intuizioni più forti del libro: molti dei nostri problemi nascono dal tentativo di controllare tutto; la trasformazione inizia quando impariamo a lasciarci trasformare.


5. Un messaggio per il lettore contemporaneo

Il libro parla a una società ossessionata dall'efficienza, dall'immagine e dal successo. Mentre il mondo ci chiede continuamente di migliorare, competere e dimostrare il nostro valore, Scquizzato invita a un movimento opposto: fermarsi, ascoltare, accogliere e abitare pienamente il presente. 

In fondo, il messaggio potrebbe essere riassunto così:

Non devi diventare qualcun altro. Devi permettere a ciò che sei veramente di nascere.

È una prospettiva che unisce spiritualità cristiana, esperienza umana e ricerca interiore, e che ricorda per certi aspetti il pensiero di Carl Gustav Jung sull'individuazione e quello di Thomas Merton sul "vero sé".


Il titolo "Tu sei ciò che cerchi" è probabilmente la chiave di lettura più profonda del libro. È una frase che può sembrare paradossale: normalmente cerchiamo qualcosa che non possediamo ancora. Scquizzato ribalta questa prospettiva e suggerisce che la ricerca spirituale autentica non consiste nell'acquisire qualcosa di nuovo, ma nel riconoscere ciò che è già presente nel nucleo più vero del nostro essere.


Il riferimento evangelico

Nel Vangelo, Gesù afferma:

"Il regno di Dio è dentro di voi" (Lc 17,21).

Questa frase è stata spesso interpretata come l'invito a cercare Dio non anzitutto fuori di sé, nelle cose o nei successi religiosi, ma nel proprio cuore.

Anche la parabola del tesoro nascosto nel campo suggerisce che il valore più grande è già presente, anche se nascosto. La vita spirituale diventa allora un'opera di scoperta più che di conquista.

Per Scquizzato, il cammino cristiano non è tanto "diventare degni di Dio", quanto prendere coscienza che siamo già abitati da una Presenza che ci precede.


Il dialogo con Jung

Qui emerge una sorprendente vicinanza con il pensiero di Carl Gustav Jung.

Jung parlava del processo di individuazione, cioè del percorso attraverso cui una persona diventa ciò che è realmente. Secondo lui, gran parte della sofferenza nasce dalla distanza tra il nostro "io" sociale e il nostro Sé più profondo.

L'individuazione non consiste nel costruire una nuova identità, ma nel togliere le maschere.

Una celebre frase attribuita a Jung esprime bene questa idea:

"Non si diventa illuminati immaginando figure di luce, ma rendendo cosciente l'oscurità."

Anche Scquizzato insiste sul fatto che la trasformazione passa attraverso l'accoglienza delle proprie ombre e fragilità.


Il contributo della spiritualità orientale

Nelle tradizioni orientali, soprattutto nell'induismo e nel buddhismo zen, troviamo intuizioni molto simili.

I maestri spirituali ripetono spesso che ciò che l'essere umano cerca all'esterno è già presente nella sua natura più profonda. La sofferenza nasce dall'illusione di essere separati dalla realtà ultima.

Molti racconti zen descrivono persone che percorrono lunghi viaggi alla ricerca di un tesoro per poi scoprire che esso era sempre stato nella loro casa.

Naturalmente Scquizzato rimane dentro una prospettiva cristiana, ma valorizza queste consonanze perché mostrano una verità universale: l'essenziale non si trova accumulando esperienze, ma tornando al centro di sé.

Se davvero "tu sei ciò che cerchi", allora cambiano molte cose.

La felicità non è una meta lontana. 

La pace non dipende completamente dalle circostanze. 

Il valore personale non deve essere continuamente dimostrato. 

Le crisi possono diventare occasioni di scoperta. 

Questo non significa che tutto sia già compiuto, ma che il cammino spirituale assomiglia più allo svelamento che alla costruzione.


C'è un passaggio che emerge implicitamente in tutto il pensiero di Scquizzato: noi passiamo gran parte della vita a identificare noi stessi con i nostri ruoli.

Diciamo:

sono il mio lavoro; sono il mio successo; sono il mio fallimento; sono la mia storia;  sono le mie paure. 

La trasformazione inizia quando ci accorgiamo che nessuna di queste cose coincide davvero con il nostro essere più profondo.

La domanda che il libro lascia al lettore non è:

"Che cosa devo fare per essere migliore?"

ma piuttosto:

"Chi sono io, al di là di tutto ciò che passa?"

È una domanda antica, presente nei mistici cristiani come Meister Eckhart, nei Padri del deserto e nelle grandi tradizioni sapienziali. E forse è proprio questa la trasformazione di cui parla Scquizzato: non diventare altro da sé, ma scoprire il volto autentico che è sempre stato presente, anche quando non riuscivamo a vederlo. 





Voce alla Storia

 Lettura e interpretazione di Tota mulier in utero di Claude Dulong

a cura di Virginia Varriale


Risultati immagini per claude dulong le donne rizzoli

<<Un giorno, verso la fine del XVII secolo, a Parigi si scoprì che il commercio dei formaggi, del burro e della frutta era stato assorbito dalle donne. Messa di fronte al fatto compiuto, la giurisdizione competente acconsentì ad accordare il diritto: le fruttaiole- formaggiaie (così erano chiamate allora) avrebbero potuto accedere al mestiere mediante giuramento, ed essere rappresentate nelle istanze della corporazione – oh, non certo proporzionalmente al loro numero, ma a parità di diritti con gli uomini. Ne seguì una rabbiosa procedura, al termine della quale il parlamento annullò tale decisione, in quanto “è veramente cosa nuova il dire che le donne siano associate per giuramento al detto mestiere, e per giungere a tanto occorrerebbe una necessità assai evidente, poiché esse d’abitudine vogliono ciò che non vogliono gli uomini”. Le fruttaiole- formaggiaie, in minoranza, continuarono dunque a dettar legge nella loro categoria professionale, e in specie a riservare solamente ai loro rappresentanti le “visite” delle uova, della frutta, dei formaggi e del burro. Tutto rientrava nell’ordine, e il peggio era stato evitato. Animate da quello spirito di contraddizione che il parlamento aveva messo in luce in maniera così pertinente, di che cosa non sarebbero state capaci le donne, se avessero ottenuto il potere di decisione in una materia tanto grave? Ma è proprio necessario interessarsi della promozione sociale e professionale delle fruttaiole- formaggiaie? Certamente sì, trattandosi di un’epoca che escludeva le donne da ogni carriera nobile, per relegarle ai mestieri meccanici. Ed era davvero una minima cosa che esse aspirassero, in questi lavori vili, alla condizione legale che avrebbe consentito loro di mettersi in proprio e di avere una certa voce in capitolo. I loro sforzi, tuttavia, non furono coronati dal successo. Alla fine del secolo, su circa centoventicinque corporazioni, soltanto cinque erano miste, e quattro esclusivamente femminili (con qualche variante regionale). Non bisogna peraltro credere che, perfino in queste quattro corporazioni nelle quali erano raggruppati solamente mestieri attinenti alla moda, tutte le restrizioni “sessiste” fossero abolite. Quando, nel 1675, le sarte parigine, ormai in numero di millesettecento, ottennero il riconoscimento legale del loro mestiere, furono autorizzate a confezionare soltanto alcune parti del vestiario femminile, perché il diritto di abbigliare le donne rimaneva riservato agli uomini, i sarti. Il che è abbastanza buffo, in un’epoca che combatteva con tanta severità la mescolanza dei sessi. Le vedove dei mastri artigiani, e le loro figlie (in determinate condizioni) erano le uniche donne autorizzate a continuare, conservandone il nome, le attività dei loro mariti o padri, di qualunque genere fossero stati […] Attenzione, però! Se, durante la vedovanza, era accusata di cattiva condotta, la vedova perdeva il privilegio di tale disposizione […] Moltissime donne della piccola borghesia artigianale e commerciante erano padrone senza averne titolo, e talvolta erano esse che, grazie al loro spirito d’iniziativa, mandavano avanti la baracca. Come la Coiffer, di cui parla Tallemant des Réaux, “celebre pasticciera che fu la prima ad aver l’idea di dar da mangiare a un tanto per persona”. Bisogna capire, tuttavia che la Coiffer non avrebbe potuto commercializzare la sua idea, senza l’autorizzazione del marito. Ma le donne dell’alta borghesia e dell’aristocrazia non avevano neanche la possibilità di chiedere una simile autorizzazione. Esse si vedevano condannate, le une sotto la minaccia del discredito, le altre della perdita del titolo nobiliare, a occuparsi unicamente del loro focolare. Occorreva essere una principessa, per disprezzare l’opinione pubblica, e mettersi in vista, in un modo o nell’altro; per osare, come le agitatrici popolari, sebbene con motivazioni ben diverse, di suscitare rivolte, o addirittura di prenderne il comando.[…] Esistevano occupazioni più pacifiche dell’insurrezione, e nulla impediva a una donna di qualità, se aveva tempo libero e istruzione, di scrivere e di pubblicare. Ma, anche in questo caso, mettendo a repentaglio la propria reputazione. “Scrivere significa perdere metà della propria nobiltà”. Osserva Mademoiselle de Scudéry, che pure era di nobiltà tanto esigua. Essa pubblicò i suoi primi romanzi soltanto sotto la spinta del bisogno, e sotto il nome di suo fratello. Quanto a Madame de La Fayette, confessò soltanto verso la fine della sua vita, in privato e in termini velati, di essere l’autrice di un capolavoro, La Princesse de Clèves.[…] I confessori non devono ricevere donne arricciate, truccate, “impiastricciate”, adorne di gioielli, e il cui viso non sia nascosto non da un velo, ma da un tessuto opaco; i preti minori di trent’anni non possono confessare le donne senza un’autorizzazione del loro superiore; e in ogni modo lo faranno soltanto di giorno, mai di sera, e in confessionali situati in un punto ben illuminato della chiesa ecc. Questa straordinaria diffidenza può essere comprensibile, per chi sappia quali fossero i costumi degli ecclesiastici, prima della Controriforma cattolica. Ma si preferiva accusare la perversità delle donne, piuttosto che la debolezza degli uomini.[…] Ma la cosa più triste era che le donne, nonostante le loro “puntuali” ribellioni contro l’autorità del maschio, erano anch’esse impregnate di questa mentalità e, come la Martine  di Molière, pensavano che “la gallina non deve cantare davanti al gallo”. Spetta a Mademoiselle de Gournay, la figlia adottiva di Montaigne, il merito di aver sollevato per prima, nel XVII secolo, lo stendardo della rivolta, nel suo Egalité des hommes et des femmes (1622).[…] Per le ragazze povere di un certo rango sposarsi era pressoché impossibile. Le parole “Senza dote!” ripetute nell’Avaro sono meno comiche di quanto non si creda.[…] Nel Morvan, per esempio, le donne non si sedevano a tavola con i loro mariti, ma restavano in piedi durante tutto il pasto: questo per servirli e dimostrare al tempo stesso il rispetto che esse dovevano loro[…] Nel XVII secolo la donna sposata, equiparata per legge al figlio minorenne, può, come quest’ultimo, essere punita. Le brutalità non giustificano l’abbandono del tetto coniugale. L’abuso di autorità di un marito comincia soltanto con le ferite; e bisogna anche che il tribunale ne valuti la gravità, prima di deliberare. La Borgogna era l’unica provincia della Francia che negasse al marito il diritto di castigo […] “L’adulterio si punisce nella persona della donna, e non in quella del marito” scrive nel 1670 il giurista di Colbert […] >>.