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Amore e guerra nei “Venerdì di Ercolano” Spunti per una riflessione sulla condizione femminile nella Grecia di Omero

 di Elvira Picciola


Nelle calde sere d’estate, la città antica di Ercolano torna a vivere attraverso una manifestazione che, giunta ormai alla sua nona edizione, riesce ogni anno ad intrecciare in modo suggestivo archeologia, storia, letteratura ed arti performative. I“Venerdì di Ercolano” hanno offerto anche quest’anno ai visitatori -dal 3 luglio al 7 agosto 2026-l’opportunità di esplorare l’area archeologica nelle ore serali, accompagnati da performance artistiche dedicate alla conoscenza delle domus e degli spazi della città romana.

Il filo conduttore dell’edizione di quest’anno è stato“Amore e guerra”, un binomio antico e universale, capace di attraversare la letteratura, il mito e la storia e di interrogare ancora oggi il nostro modo di rappresentare le relazioni tra uomini e donne.

Tra le performance più suggestive, particolare interesse ha suscitato quella dal titolo “Pentesilea versus Achille - Che l’amore trafigga la morte”, una sorta di dialogo impossibile, costruito nella forma di un’intervista giornalistica immaginaria, in cui Achille e Pentesilea si confrontano mentre infuria la guerra di Troia. La scelta di portare sulla scena la regina delle Amazzoni e il più celebre degli eroi greci ha offerto un’occasione preziosa per riflettere non soltanto sul rapporto tra amore e guerra, ma anche sulla rappresentazione della donna nel mondo greco arcaico.

Pentesilea non è infatti un personaggio dell’epica omerica in senso stretto. Secondo le tradizioni posteriori, era la regina delle Amazzoni, guerriere provenienti dalle regioni periferiche del mondo greco. Giunta a Troia, avrebbe combattuto al fianco dei Troiani, distinguendosi per coraggio e abilità militare.

La sua figura è particolarmente interessante proprio perché sembra mettere in discussione il modello tradizionale della donna greca: Pentesilea non è moglie, madre o custode della casa, ma guerriera, regina e protagonista della vita pubblica. Combatte, decide, guida un esercito e affronta direttamente Achille.

Eppure il mito, anche quando attribuisce alla donna forza e autonomia, sembra non riuscire a liberarsi completamente da uno sguardo maschile. La vicenda di Pentesilea si conclude infatti con la sua morte per mano di Achille e con il riconoscimento della sua bellezza da parte dell'eroe. La donna guerriera diventa così, ancora una volta, oggetto dello sguardo e del desiderio maschile.

È proprio questa ambivalenza a rendere Pentesilea una figura estremamente moderna: una donna capace di esercitare il potere e di combattere, ma che la narrazione tradizionale riconduce infine al corpo, alla bellezza e al desiderio.

Ma qual era  realmente la condizione delle donne nella Grecia di Omero?

La domanda diventa  più interessante se si confronta la figura eccezionale di Pentesilea con le donne che incontriamo nei poemi omerici.

L’Iliade e l’Odissea ci presentano infatti alcune figure femminili di grande forza narrativa: Elena, Andromaca, Penelope, Circe, Calipso, Nausicaa e, soprattutto, Atena. Potremmo essere tentati di pensare che la presenza così significativa di personaggi femminili riveli una società nella quale la donna godeva di un ruolo altrettanto importante. Non è propriamente così.

E’ necessario fare una distinzione fondamentale:lacentralità di un personaggio nella narrazione non coincide necessariamente con il suo potere nella società rappresentata.Elena è forse l’esempio più evidente. La sua bellezza è celebrata come qualcosa di straordinario, quasi divino. I vecchi Troiani, osservandola dalle mura, riconoscono nella sua bellezza una qualità capace quasi di giustificare la guerra. Ma proprio questa celebrazione rivela un elemento importante: Elena è soprattutto un oggetto di desiderio e di contesa.Anche Penelope, pur essendo uno dei personaggi più intelligenti e complessi dell’Odissea, rimane profondamente legata al ruolo che la società le assegna.

Telemaco la ammonisce: «Torna nelle tue stanze e pensa alle opere tue,al telaio e al fuso».Le decisioni pubbliche spettano agli uomini: Penelope deve occuparsi della casa, del telaio, delle ancelle e della conservazione dell’ordine familiare.

È significativo che questo comando provenga proprio dal giovane figlio. In assenza di Ulisse, infatti, Telemaco assume progressivamente il ruolo di uomo della casa.

Eppure ridurre Penelope a una figura semplicemente sottomessa sarebbe altrettanto riduttivo.

La sua forza non si manifesta attraverso le armi o il potere politico, ma attraverso l'intelligenza, la capacità di attendere, l'astuzia e la gestione delle relazioni.

La celebre tela che tesse e disfa durante la notte rappresenta proprio questa forma di resistenza. Penelope non può combattere contro i pretendenti con la forza, ma riesce a costruire uno spazio di autonomia attraverso l'inganno e la parola.

La sua è dunque una forma di potere indiretto, esercitato all'interno dei confini che la società le impone.

Anche quando Ulisse torna a Itaca, tuttavia, Penelope non può sottrarsi completamente al sistema patriarcale. Il riconoscimento definitivo del marito passa attraverso la prova del letto nuziale, e la sua identità rimane strettamente legata alla fedeltà coniugale.

Ancora più drammatica è la condizione di Andromaca.

Nell'Iliade, il celebre incontro con Ettore mostra una relazione affettuosa e profondamente umana, lontana dalla rappresentazione stereotipata di un matrimonio fondato esclusivamente sull'autorità del marito.

Ma anche in questo caso i ruoli sono rigidamente definiti.

Andromaca vorrebbe che Ettore non tornasse a combattere, perché teme per la sua vita e per il futuro della famiglia. Ettore, però, deve tornare sul campo di battaglia: il mondo degli uomini è quello della guerra e dell'onore; quello delle donne è la casa.

Quando Ettore morirà, Andromaca perderà non soltanto il marito, ma anche la propria protezione sociale. Il suo destino sarà quello della donna sconfitta e prigioniera.

Tra le figure femminili dell'universo omerico, Atena rappresenta un caso del tutto particolare.

È potente, autorevole, intelligente; consiglia Ulisse, protegge Telemaco e interviene nelle vicende degli uomini. Ma Atena è una dea, non una donna mortale, ed è significativo che la tradizione la rappresenti come una divinità che rifiuta il matrimonio e la dimensione tradizionalmente associata alla femminilità.

In qualche modo, per poter essere pienamente autonoma, Atena deve essere collocata al di fuori della condizione femminile ordinaria.

È un elemento che merita attenzione: nella rappresentazione mitica greca la donna può essere potente, ma spesso questa possibilità viene affidata a figure eccezionali : dee, amazzoni, maghe, creature del mito , mentre la donna reale rimane confinata prevalentemente nello spazio familiare.

Anche Circe e Calipso rappresentano una forma di alterità rispetto al modello femminile tradizionale.

Circe possiede poteri magici e trasforma gli uomini; Calipso vive in uno spazio separato dalla società e trattiene Ulisse sulla propria isola. Sono donne che possiedono una forma di potere sugli uomini e proprio per questo appaiono ambigue, pericolose, difficili da ricondurre all'ordine sociale.

La letteratura greca sembra dunque oscillare tra due immagini: la donna subordinata, moglie e madre, e la donna potente, che proprio perché sfugge ai ruoli tradizionali viene rappresentata come eccezionale, seduttrice o pericolosa.

In questo quadro, il mito di Pentesilea acquista un significato particolarmente interessante.

Pentesilea è una donna che entra nello spazio tradizionalmente riservato agli uomini: la guerra.

È guerriera, comandante, regina. Non aspetta il ritorno dell'eroe: è lei stessa l'eroe.

E tuttavia il mito non riesce a immaginarla completamente al di fuori delle categorie tradizionali. La sua morte diventa l'occasione per raccontare ancora una volta la sua bellezza, il desiderio di Achille, il rapporto tra il corpo femminile e lo sguardo maschile.

Il confronto tra Achille e Pentesilea diventa così molto più di uno scontro tra due guerrieri. È lo scontro tra due modelli di eroismo, ma anche tra due modi di rappresentare il maschile e il femminile.

Ed è proprio qui che la performance di Ercolano può diventare uno straordinario punto di partenza per una riflessione contemporanea.

Che cosa significa, dunque, parlare di amore e guerra attraverso Pentesilea e Achille?

Significa interrogarsi su quanto le nostre rappresentazioni dell'amore siano ancora legate a rapporti di potere. Significa chiedersi perché, nella tradizione occidentale, così spesso la donna venga raccontata attraverso il suo corpo, la sua bellezza, la sua fedeltà, il suo rapporto con un uomo.

Ma significa anche riconoscere la straordinaria capacità della letteratura e del mito di mantenere, attraverso i secoli, le domande dell'umanità.

La donna omerica non è semplicemente una figura debole e passiva. Penelope, Andromaca ed Elena sono personaggi complessi, dotati di intelligenza, desideri, paure e capacità di scelta,ma si muovono all'interno di una società nella quale il potere politico e militare appartiene agli uomini e nella quale la loro autonomia è fortemente limitata.

La loro forza, quando esiste, deve spesso essere esercitata all'interno di spazi che non sono stati costruiti per loro.

E’ forse proprio questa la riflessione più attuale che possiamo ricavare dall'esperienza dei “Venerdì di Ercolano”: osservare il passato non per giudicarlo semplicemente con gli occhi del presente, ma per comprendere quanto siano profonde le radici culturali dei modelli che ancora oggi condizionano il modo in cui uomini e donne vengono rappresentati.


Bibliografia di riferimento:

Eva Cantarella:“L’ambiguo malanno”. Condizione ed immagine della donna nell’antichità greca e romana”

Wikipedia; Pentesilea e le Amazzoni


Nobel per la Pace e punizione per il genocidio

 di Virginia Varriale

PREMIO NOBEL PER LA PACE AI BAMBINI DI GAZA ❤️ La proposta che parte dalla  Puglia #Firenze #florence #toscana #italia #Puglia



I bambini di Gaza sono i bambini di tutti, perché il diritto di esistere e di crescere è qualcosa di sacro e universale, che vale per ogni creatura venuta al mondo.

Gaza è ormai sinonimo di morte e di violazione, non solo fisica ma anche culturale, perché eliminare l’infanzia di un popolo significa decretare la fine di una memoria storica, che ha senso solo se le future generazioni hanno la possibilità di custodire e tramandare. 

Comprendere le posizioni di chi ha torto e di chi ha ragione dinanzi alla storia non può bastare, se a rimetterci sono i bambini che oggi non ci sono più, perché ammazzati, affamati, umiliati e privati di ogni speranza di sopravvivenza. 


La comunità internazionale dice ma non fa, denuncia ma non interviene, sentenzia ma non agisce.

Qualche giorno fa sul quotidiano Avvenire il professore Eugenio Mazzarella, docente di Filosofia alla Federico II di Napoli, ha lanciato un appello per conferire il Nobel per la pace ai bambini di Gaza.

«Trecento bambini e adolescenti uccisi in 300 giorni. Uno al giorno dall’ottobre 2025, in un tempo che avrebbe dovuto essere di sospensione dei combattimenti. E invece a Gaza i bambini continuano a morire. Quelli che sopravvivono tra malnutrizione, malattia, acqua sporca e cure inesistenti stanno ancora aspettando la fine della violenza che era stata loro promessa».

Centinaia di persone stanno sottoscrivendo la proposta, perché – come ha scritto il frate francescano Ibrahim Faltas, direttore delle scuole della Custodia di Terra Santa:

 «Riconoscere ai bambini di Gaza il premio Nobel per la pace significa dare ancora valore alla parola pace, significa fermare nella storia il diritto alla memoria per i bambini che non potranno diventare adulti e il diritto e un futuro di pace per chi è sopravvissuto all’orrore e all’odio».


NON SONO SOLO I BAMBINI DI GAZA AD ESSERE LE VITTIME INNOCENTI DI GUERRA, CI SONO I BAMBINI ISRAELIANI ASSASSINATI DA HAMAS IL 7 OTTOBRE 2023 E TUTTI QUELLI MORTI SUCCESSIVAMENTE, CI SONO I BAMBINI UCRAINI E I BAMBINI RUSSI, CI SONO I BAMBINI IRANIANI E I BAMBINI SUDANESI.


A TUTTI LORO VA RICONOSCIUTO IL NOBEL PER LA PACE.

 

GAZA è diventata simbolo di crudeltà e di odio contro l’innocenza di chi dovrebbe essere solo amato e protetto da adulti che nel corso dei secoli si sono spogliati sempre più di umanità.

Usare oggi la parola “genocidio” è doveroso, considerate le “evidenze” intollerabili commesse con tanta ferocia per reprimere il diritto di un popolo alla vita. Genocidio è l’eliminazione intenzionale di qualsiasi gruppo umano, eppure bisogna prendere in considerazione nuove forme di tentativi di eliminazione di gruppi umani, come quella per esempio di compiere azioni tali da impedire che gli aiuti umanitari inviati nei territori in guerra giungano a destinazione: i feriti e i malati non possono essere curati, e la popolazione resta stremata dalla fame. Non è anche questa una forma di genocidio? 

Alla denuncia dei fatti sarebbe necessario far seguire il ripristino del rispetto della persona umana e concretizzare effettive misure di prevenzione, fino a giungere alla reale punizione dei responsabili dei crimini commessi, poiché l’impunità, di per sé, costituisce sempre un fattore di istigazione alla violenza. Non sono sufficienti le dichiarazioni di principio che, seppur edificanti teoricamente, rischiano di non sortire alcun effetto pratico. Nel diritto internazionale il genocidio è l’equivalente di ciò che è l’omicidio nel diritto interno: se da un lato non è concepibile che un ordinamento statale non punisca l’omicidio, dall’altro non è ammissibile che un ordinamento internazionale non punisca il genocidio. Hobbes ci ha insegnato che proprio la ragione ha portato l’uomo a creare lo Stato per la salvaguardia della vita umana e della pace interna contro la libertà selvaggia e naturale degli uomini- lupi, ed è quella stessa ragione che ha creato il diritto internazionale per la sicurezza della vita dei popoli e della pace esterna contro la sovranità selvaggia, foriera di guerre e di genocidi, degli Stati, in assenza di limiti giuridici. 

È importante ricordare la citazione di Lelio Basso nella ricerca di una definizione operativa del concetto di genocidio: 

«Chi è sradicato dalla sua cultura, dal suo ambiente, è sradicato dalla vita: diviene un essere anonimo, impersonale, perso in una folla di esseri altrettanto anonimi e impersonali, alla mercé di persone che non conosce, di avvenimenti che non controlla, di decisioni alle quali non partecipa».


Questa riflessione è rivolta a chi sopravvive alla guerra, ma ha perso tutto: penso ai bambini che hanno perso i genitori, i fratelli e le sorelle, i nonni, gli amici, le case, i giocattoli, i libri e si ritrovano soli, vulnerabili e con un peso nel cuore che porteranno per tutta la vita.

Nel nostro tempo, governare equivale sempre più a spartire, dividersi il Paese prima che altri lo facciano: sembra essere questa la regola di fondo della politica dappertutto. Ma nei Paesi in conflitto, la guerra viene combattuta con e sulle popolazioni civili, con e sul cibo, la terra, le scuole, gli ospedali, con e sul territorio che viene conteso e strappato con le armi, per essere “ripulitodi elementi estranei. 

Gli elementi estranei siamo TUTTI NOI.


Per aderire «Ai bambini di Gaza il Premio Nobel per la pace»: petizione.gaza@avvenire.it