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Le Cinque Strade di Lisetta Carmi

 L’Intensità del Guardare alla Galleria Nazionale dell’Umbria

di Virginia Varriale


Nel cuore di Perugia, all'interno della cornice della Galleria Nazionale dell’Umbria, si tiene un evento espositivo di straordinaria profondità umana e artistica: la mostra "Lisetta Carmi, cinque strade". Inserita nel più ampio progetto fotografico “Camera Oscura” (a cura di Marina Bon Valsassina e Costanza Neve), l'esposizione è curata da Alessandra Mauro ed è aperta al pubblico dal 29 aprile al 27 settembre 2026. Con il prezioso catalogo edito da Silvana Editoriale (che vanta i testi di Costantino D'Orazio, Alessandra Mauro e Giovanni Battista Martini) e la collaborazione del prestatore Martini & Ronchetti di Genova, l'evento delinea la parabola biografica ed estetica di una delle più grandi e anticonformiste fotografe italiane del Novecento.


La mostra si articola, come suggerisce il titolo, in cinque percorsi o "strade" tematiche ed esistenziali che Lisetta Carmi ha percorso con la macchina fotografica e con l'anima, rifiutando ogni catalogazione o ruolo precostituito.



Autoritratto - © Lisetta Carmi



L'Ingresso alla Mostra: Camera Oscura

All'ingresso del percorso espositivo, un grande pannello bianco accoglie i visitatori "Lisetta Carmi, cinque strade" presso la Galleria Nazionale dell'Umbria, che ne attesta la cura e i dettagli scientifici. 


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Prima Strada: La Dignità del Lavoro, la Fatica e la Denuncia Sociale

Sempre profondamente attenta ai mutamenti sociali e alle ingiustizie che colpiscono i meno protetti, Lisetta Carmi si lascia coinvolgere e appassionare dalle dinamiche del mondo del lavoro. Questa sua prima "strada" si esprime con forza in due straordinari reportage: quello all'interno dei sugherifici in Sardegna (come a Calangianus nel 1964 e nel 1970) e il celebre progetto del 1964 intitolato “Genova porto: monopoli e potere operaio”. Carmi si addentra in ambienti duri, quasi esclusivamente maschili nel porto o densi di fatiche silenziose nelle fabbriche di sughero, mossa da una chiara volontà di denuncia politica e umana. 

Di quell'esperienza, la fotografa ricorderà:

"Lo sapevano che non ero figlia di operai però capivano che stavo dalla loro parte, che volevo denunciare le terribili condizioni nelle quali dovevano lavorare".


Le immagini esposte in questa sezione mostrano frammenti vividi di questa realtà operaia.

La teca espositiva con quattro scatti in bianco e nero:

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1. Una giovane operaia ripresa tra i macchinari industriali dell'Italsider di Genova (1962-1964).

2. L'esplosione di scintille incandescenti e bagliori metallici che avvolge la figura di un operaio metallurgico nel buio dell'officina.

3. Un dettaglio intimo e ravvicinato di mani nodose intente a lavorare con cura e precisione i tasselli di sughero a Calangianus.

4. La maestosa prua della nave "LAVEROCK" ormeggiata al porto di Genova durante le operazioni di trasporto dei legnami, con una piccola figura umana sulla banchina che restituisce la scala monumentale del lavoro portuale.


La macchina fotografica di Carmi non estetizza la povertà o la fatica; al contrario, restituisce ai lavoratori una dignità monumentale, trasformando l'atto del fotografare in una militanza silenziosa e partecipe.



Seconda Strada: "I Travestiti" e la Ricerca d'Identità Oltre i Ruoli

Nel 1965, Lisetta Carmi inizia a Genova uno dei suoi lavori più celebri, intimi e discussi, destinato a confluire nel leggendario volume fotografico "I Travestiti", pubblicato nel 1972. In un'epoca in cui la comunità transessuale era marginalizzata e stigmatizzata dalla società e dai media, Carmi compie una scelta rivoluzionaria: decide di non limitarsi a documentare la loro esistenza dall'esterno, ma sceglie di vivere insieme a loro, condividendo la loro quotidianità .

Attraverso questo contatto umano profondo e privo di giudizio, la fotografa non solo cattura la bellezza, la fragilità e l'autenticità di queste vite, ma intraprende anche un percorso di auto-scoperta spirituale e psicologica:

"Li ho visti nella loro vita quotidiana e ho cominciato a vivere con loro e a fotografarli. Io stessa in quel tempo ero assillata - forse a livello inconscio - da problemi di identificazione maschile o femminile. Oggi capisco che non si trattava tanto di accettazione di uno 'stato' quanto di rifiuto di un 'ruolo'... E i travestiti (o meglio il mio rapporto con i travestiti) mi hanno aiutato ad accettarmi per quello che sono: una persona che vive senza un ruolo".


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Terza Strada: Erotismo e Autoritarismo tra i Marmi di Staglieno

Nel tempo libero, Lisetta Carmi si dedica all'esplorazione visiva del Cimitero Monumentale di Staglieno a Genova, realizzando un progetto dal titolo emblematico e provocatorio: "Erotismo e autoritarismo a Staglieno. 

Attraverso lo studio delle sculture ottocentesche e delle imponenti tombe di famiglia della borghesia genovese, Carmi decostruisce i valori patriarcali e le convenzioni sociali del tempo. Le sculture diventano per lei simboli di una psicologia repressiva che intende denunciare, pur rimanendo affascinata dall'incredibile perizia tecnica degli artisti che le hanno scolpite:

"Detestavo quello che molte sculture rappresentano, per esempio quell'immagine della donna timorosa e dipendente dagli uomini, ma ero anche ammirata dalla capacità di chi, ancora da vivo, aveva progettato...".


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Tre scatti dedicati alle sculture di Staglieno: figure in marmo avvolte da forti contrasti di luce e ombra, in cui l'erotismo del corpo scolpito si scontra con la solennità autoritaria della morte e delle pose monumentali. Un fiore di Strelitzia (uccello del paradiso) posto davanti a una delle foto crea un suggestivo contrasto cromatico e vitale.


Quarta Strada: Dalla Tastiera al Segno: L'Interpretazione Grafica della Musica

Prima di consacrarsi interamente alla fotografia, Lisetta Carmi aveva vissuto una brillante "precedente vita" come concertista e pianista classica. Nel 1963, mossa da una necessità interiore ineludibile, realizza uno dei suoi lavori più astratti e d'avanguardia: un'interpretazione foto-grafica del "Quaderno musicale di Annalibera" del compositore Luigi Dallapiccola.

Questo progetto rappresenta il ponte ideale che unisce le sue due grandi anime: la musica e l'immagine fotografica. Abbandonata la tastiera, Carmi traspone la struttura e l'emozione dello spartito musicale in pura grafia visiva, fatta di contrasti netti, linee spezzate, graffi e segni dinamici che evocano il ritmo e la vibrazione del suono:


"Ho fatto questo lavoro per un'impellente necessità interiore. Avevo lasciato la musica (la forza divina che ha sempre guidato la mia vita) ed ero ormai una fotografa. Ho dovuto creare un legame tra Luigi Dallapiccola (che amo) e il segno fotografico".

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Nella serie di sei composizioni astratte in bianco e nero il segno fotografico si fa spartito visivo, traducendo l'invisibile dinamismo della composizione musicale di Dallapiccola in geometrie ed espressioni grafiche taglienti.



Quinta Strada: Il Viaggio nel Mondo e l'Approdo Spirituale in Puglia

La quinta strada di Lisetta Carmi è quella del movimento perpetuo, dell'incontro con l'Altro e del viaggio geopolitico e spirituale. La sua avventura con la macchina fotografica ha inizio quasi per caso nel 1960, quando accompagna l'etnomusicologo Leo Levi in un viaggio di studio in Puglia. Quel primo reportage accende una scintilla che la porterà a viaggiare in tutto il mondo. La mostra documenta con scatti a colori di straordinaria intensità i suoi soggiorni internazionali negli anni a venire:

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La sezione dei viaggi a colori di Lisetta Carmi:

1. Belfast, Irlanda del Nord (1970): Una bambina cammina solitaria davanti a un muro di mattoni rossi sovrastato dai ritratti istituzionali e solenni della Regina Elisabetta II e del Principe Filippo, simbolo delle tensioni sociali e politiche dell'epoca.

2. Messico (1969): Una donna indigena siede a terra, appoggiata a una parete verde scrostata, sotto l'insegna professionale del "Dr. Francisco Hernandez Dominguez - Medico Cirujano".

3. Marocco, vicino a Marrakech (1971): Donne con grandi cappelli di paglia sedute sul selciato mentre vendono teste d'aglio disposte in grandi ceste intrecciate .

4. India (1973): L'incontro folgorante con Babaji Herakhan Baba, ritratto in uno scatto del 1977, mentre un devoto è inginocchiato ai suoi piedi.


L'incontro in India nel 1973 con Babaji segna un punto di non ritorno nella vita della fotografa. Babaji diventerà il suo maestro spirituale. Pochi anni dopo, nel 1978, decidendo coerentemente di aver esaurito la sua necessità di registrare il mondo visibile, Lisetta Carmi abbandona definitivamente la fotografia e si ritira in Puglia, a Cisternino, dove fonda un ashram dedito alla meditazione e alla spiritualità, e vi risiede fino alla sua scomparsa, avvenuta nel 2022.


Eredità di un'Anima Libera


La mostra alla Galleria Nazionale dell’Umbria celebra non solo la maestria tecnica e la varietà compositiva di Lisetta Carmi, ma soprattutto la sua straordinaria statura etica. Che si trovasse tra i fumi delle acciaierie di Genova, nell'intimità delle case dei travestiti, dinanzi alle imponenti statue di Staglieno, a decifrare spartiti d'avanguardia o ai piedi di un maestro spirituale in India, Lisetta Carmi ha sempre cercato una sola cosa: la verità dell'essere umano, spogliata di ogni ruolo e convenzione sociale. Una lezione visiva e umana che, a distanza di anni, continua a risuonare con intatta e vibrante urgenza.


Ciao Agosto. Tre isole. Tre romanzi

 di Roberto Landolfi


Cinque sono le isole partenopee e non tre. A Ischia, Capri e Procida, vanno aggiunte Ponza e Ventotene,  provincia di Littoria dal 1934 (Latina dal 1945) . Prima erano provincia di Caserta. Quindi campane a tutti gli effetti. 

Ponza e Ventotene furono abitate, a fine 1700 da popolazioni di Ischia e di Torre del Greco,  inviate sulle isole dai Borboni. Sono quindi per cultura e tradizioni di derivazione campana. Gli isolani di queste due isole parlano tuttora un dialetto di indubbie origini napoletane.


Delle cinque isole scelte, vorrei soffermarmi su tre, Procida, Ventotene ed Ischia, dove sono ambientati tre romanzi  del 900 italiano: L’isola di Arturo di Elsa Morante (1957), l’Isola Riflessa di Fabrizia Ramondino (1998), Tu, mio di Erri De Luca (1998),


Procida: 

Non trovo aggettivi per descrivere L’isola di Arturo. Ne possiedo più copie, ho bisogno di leggerne, di tanto in tanto, alcune pagine. Wilhelm Gerace di sangue misto tedesco e italiano,  Nunziatina venuta a Procida dal Pallonetto, Arturo, la madre morta di parto che conosciamo solo da un’ingiallita fotografia,  sono presenze insostituibili, nate dalla penna di quella che considero la più grande scrittrice italiana. Personaggi di  un romanzo che non è solo lettura, ma terapia. Può un romanzo essere terapeutico? Se sì, per me,   lo è l’Isola di Arturo. 

Come scrive Cesare Garboli nell’introduzione all’edizione ET scrittori Einaudi: “Sono tutte vive, tutte infantili, le persone come Elsa Morante e nella loro infanzia si portano addosso la croce di far parte non di un oggi, ma di un sempre. Così <in eterno ogni perla del mare ricopia la prima perla, e ogni rosa ricopia la prima rosa>” 

La prima frase del libro, pronunciata da Arturo,  “Uno dei miei primi vanti era stato il mio nome”; l’ultima “L’isola non si vedeva più” suggellano un percorso adolescenziale e mille intrecci familiari, sociali, descritti da una maestra della scrittura. All’interno delle più di 300 pagine del romanzo:  la vita, la morte, sentimenti e passioni, adolescenza e concretezza, sogni e illusioni, bellezza e grandi, grandissime, piccole speranze. Un infinito. 


Ventotene:

Che bella Fabrizia Ramondino! Quando, accompagnai Lucia Mastrodomenico, intenta al suo lavoro di documentazione, ad Itri, dove Fabrizia alloggiava, per intervistarla, ci accolse con un buon bicchiere di vino. Era fine estate. Il fresco di Itri ed il bel vino  condussero Fabrizia e Lucia ad una conversazione molto dotta e fascinosa, a cui assistetti ammirato. Parlavano delle loro differenze e del tanto che le accumunava, dell’esperienza vissuta insieme alla Mensa dei bambini proletari e delle donne, come loro due, rivoluzionarie. 

Si legge nella seconda di copertina dell’edizione Einaudi 2017 de L’isola Riflessa : “Fabrizia Ramondino trascorse un’intensa stagione a Ventotene, nel tentativo di uscire dall’ombra della depressione e dell’alcoolismo….Le contraddizioni del luogo e quelle dell’anima non fanno che rispecchiarsi in queste pagine vivissime, palpitanti, di un’intelligenza dolorosa e fulminante”

La Ramondino descrive l’isola, ora terra di turismo e prima di segregazione. Ventotene  è stata culla d’Europa, terra del confino di antifascisti, dove avvenne la stesura del primo Manifesto Federalista Eusopeo da parte di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni.

Fabrizia, nel suo lungo e solitario soggiorno a Ventotene ne descrive le due facce: quella di primavera estate, turistica,  e quella autunnale, dove l’isola è degli isolani,  cogliendo gli aspetti più intimi e singolari della loro personalità,  la bellezza dei luoghi tra canne agavi e gelsi,  tra lenticchie e fave. 


Ischia:

Dove ha trovato, Erri De Luca,  la  profondità, così tanto sentimento,  per descrivere l’amore di Tate e  Caia,  in “Tu,mio”? Deve aver molto letto, molto studiato o molto sofferto. 

Il Castello Aragonese, il villaggio dei pescatori, dominano  un’estate ischitana del dopo guerra, dove si compie l’adolescenza, dove avviene l’incontro di Tate con Caia,  più grande di lui.  L’amore e la passione per la pesca, nel mese che consuma la fine delle vacanze. 

Si legge, nel commento di Enzo Siciliano, sulla quarta di copertina dell’edizione Feltrinelli del 2025: “Tu,mio è un racconto di superamento della cosiddetta linea d’ombra, centrato sul passaggio dai privilegi dell’adolescenza alla ruvidezza della maturità”

Romanzo dell’adolescenza, di celebrazione dell’amore, con pagine stupende, quale uno dei tanti colloqui tra Tate e Caia che qui riporto:

“Passeggiammo zitti fino all’ingresso del castello dove l’isola si sporge nel mare con un arrocco.

<Ti ho lasciato un segno di grasso sul palmo, provo a levartelo>

Tra gli scogli dell’istmo c’era qualche pietra pomice, scesi a prenderne una. Le strofinai il palmo piano, le si velarono gli occhi.

<Non fa male>

<No>

<Allora non essere infelice>

<Non sono infelice>, caddero le prime due lacrime che vengono a coppie e da qui i poeti hanno imparato le rime.

Le raccolsi con la pietra pomice e pulii via il nero dalla mano.

<Evviva funziona> scherzai per farla ridere e rise tirando su col naso”