di Cinzia Mastrodomenico
Uno dei compiti prioritari della scuola è quello di produrre e regolare le relazioni tra
persone, incentivando consapevolezza e promuovendo contenuti culturali e saperi
sociali, ma dovrebbe lavorare affinché le relazioni tra le persone e tra i sessi siano
improntate alla reciprocità, pur mantenendo differenze sostanziali dovute alla
dualità del genere umano.
Un ruolo di mediazione culturale, quindi, quello della scuola e delle/degli insegnanti,
che riconosca e gestisca le differenze e le disparità, che interpreti e metta in campo
bisogni di formazione diversi, che governi anche conflitti relazionali e domande
affettive.
L’esperienza che introduco è quella fatta insieme a Lucia nell’asilo «lo Cunto de li
Cunti» nel periodo che va intorno agli anni 90; questo per testimoniare quanto fosse
importante il tema della costruzione della propria identità di genere già in una
comunità di bambine/i piccoli, e quanto il sesso di appartenenza potesse determinare
comportamenti, aspettative, disparità, tali da poter parlare oggi di «divario di
genere», con conseguenti eventi discriminatori se non addirittura lesivi.
Educare ai sentimenti è un'urgenza per tentare di ristabilire una simmetria e un
equilibrio tra i sessi attraverso significativi approcci educativi e percorsi formativi...
ma anche tanto altro.
Le giovani figlie
Sento l’esigenza di parlare o meglio focalizzare punti necessari alla comprensione di
cosa sia la pratica di relazione tra bambine/i della scuola dell’infanzia e tra questi e
gli adulti, dal momento che intercorrono tra loro rapporti quotidiani. Lo spazio reale
che i bambini occupano è uno spazio tutto teso a far crescere intorno a sé
relazioni/occasioni che scandiscono i tempi di un percorso (che dura 3 anni) durante
il quale si maturano e si esibiscono esigenze e necessità proprie in una condizione di
intersoggettività.
Determinare esigenze e necessità proprie potrebbe voler dire, nel nostro caso, creare
le condizioni perché quel luogo fisico, quello spazio ne produca un altro: quello
simbolico. E questo può essere determinato solo dalla volontà dell’adulta di non
scegliere la neutralità come campo di intervento aspecifico, ma forse sto correndo
troppo.
Stavo quindi parlando dello spazio reale, quello delle cose e dei desideri che può (e
non può) produrne un altro, quello simbolico. Ma come ciò è già nei fatti e come
invece tutto ciò deve essere reso possibile e con determinazione?
La promiscuità è il punto di partenza dato e la condizione di vita associata placa in
molti casi il desiderio di aspettativa degli adulti in generale: giocare insieme,
esprimere con chiari cenni la propria affettività nei confronti dell’altro sesso vuol dire
spesso che non ci sono forme di emarginazione o autoemarginazione
nell’immaginario simbolico adulto neutro, e ciò rassicura molto.
Nella nostra realtà questo è vero solo durante il primo anno di scuola, la situazione
muta radicalmente e spesso irreversibilmente negli ultimi due anni e con
preoccupazione tale da chiedersi «ma come mai giocano tra loro o solo femmine o
solo maschietti?»
Si affacciano prepotenti paure, segnali di inadeguate risposte alla «virtù» e ai
«valori» sessuati aborriti in nome di una condizione emancipatoria. I «distinguo»
che tanta parte hanno avuto nel fissare ruoli e creare stereotipi, nel caso della
moderna pedagogia, vogliono necessariamente essere cancellati in nome di una
reciprocità dei due sessi in cui sicuramente si sottende l’adeguamento/adattamento e
quindi l’omologazione del femminile nei confronti del maschile se la reciprocità tanto
ventilata non ha avuto modi di porsi e dare segni della sua significazione o comunque
della sua condizione di potenza tanto da poter essere rappresentata e gareggiata ad
armi pari.
È possibile ciò per le bambine e a partire da cosa? Quali le premesse per creare un
codice, una misura per la propria soggettività in fieri? Quali gli strumenti concreti
per facilitare la messa in atto della propria rappresentazione? I fatti, l’esperienza
concreta di questi ultimi anni muovono da «ciò che è», mostrano la scena su cui le
bambine/i esprimono il loro vissuto quotidiano e quali le condizioni che vincolano
per rifugiarsi nel «proprio» senza che nessuno mai dica cosa è più giusto scegliere.
Verso il 4° anno di età i bambini di entrambi i sessi hanno marcatamente scelto di
viversi l’esperienza personale affettiva nell'ambito del proprio genere
spontaneamente.
Facile intuire le determinazioni culturali e sociali per quanto riguarda il sesso
maschile, diversa e più bisognosa di approfondimento l’altra direzione.
La spontaneità con cui ciò si verifica, lo stare insieme delle bambine, dopo aver fatto i
conti con una diversità (quella maschile) che pone non sempre prepotentemente
regole e codici non propri, può avere radici:
1) nella necessità di conoscere/consolidare un patrimonio originario (rapporto con la
madre, le nonne) che si ripete inconsapevolmente in comportamenti di lontana
memoria.
Tutti i giochi sono la ripetizione del già avvenuto, ma contengono probabilmente
nella ripetizione non la monotonia del già conosciuto, ma la ricerca di tracce segnate
precedentemente (giochi con le bambole, con la corda, ad inventare storie ecc.).
Qui nell'immaginario si gioca per sé bambina un ruolo di protagonismo tale che la
propria valorizzazione è espressa al massimo: non c'è una sola bambina che non sia
convinta che il ruolo che le calza meglio è quello della regina, principessa o della fata
(quasi onnipotenza simbolica) e a dispetto di qualsiasi scrittore di favole senza farsi
troppe guerre, in una connivenza quasi pacifica che ognuno potesse essere regina,
principessa, fata di un regno comune.
È un dar valore a sé attraverso la forza immaginativa quasi a voler dire che la
condizione reale soprattutto da piccole è ben diversa? Non credo, anzi sono convinta
che è un momento della propria esistenza in cui si crede fortemente (ne sono segnali
la convinzione del gesto, la padronanza dello spazio, la ricerca di relazioni) che sarà
sempre possibile determinarsi, ma ahimè il disagio non si farà attendere quando le
condizioni per la propria esistenza saranno dettate altrove e spesso con forti
contorni.
2) nella voglia inconsapevole di cercare/generare tracce che indichino quale
direzione giusta e quali le condizioni per costruire passo dopo passo.
L’orizzonte è completamente aperto.
«Le donne hanno un’enorme difficoltà a farsi eredi di una altra donna» ci dice L.
Irigaray, forse è più facile a cinque anni. Sara dirige, concerta, desidera esser
riconosciuta, pretende attenzione e questo genera disagi, conflitti, perdita
momentanea, ma tutte sono pronte a rinunce pur di esserle amica, la cercano, la
amano, sarebbe grave perderla per sempre, come Sara, Alessandra, Verena, Gioia,
Lucia.
Grande è lo sporgere se stesse alla ricerca di sé a questa età, brutale ed inadeguata la
passività di chi giudica e di chi crede di sapere quale dovrà essere la loro storia. Il
rapporto originario con la propria madre viene ricercato incessantemente nell’altra,
l’amica del cuore o semplicemente l'altra bambina è la possibilità di cercare di
misurare, di scoprire la propria identità. A ciò spesso le madri non sanno dar risposte
adeguate se non facendo appello ad una sorta di «identicità» frutto solo del
riconoscere nella propria figlia il carattere sessuato. È evidente che l’adulta gioca un
ruolo fondamentale nel cogliere e trasformare creando presupposti, generando
ipotesi, mettendo a fuoco desideri.
Molteplici i punti all’orizzonte, quale quello che conduce al proprio!!!?
Spesso non c’è traccia di ciò da nessuna parte. Andare con lo sguardo, cogliere ciò
che non è possibile dire se non con il corpo, il gesto, la non parola (come accade a 3
anni), dar senso a tutto ciò, prevedere, indicare, vuol dire necessariamente
«scegliere», creare linee di conduzione dove apertamente e concretamente si va a dar
valore, a vincolare superando l’indistinto, incrociando le nostre necessità.
Se si opera la scelta di essere punto forte sull’orizzonte le bambine si affideranno
come alla madre, disposte a ponderare e superare il già acquisito in una sorta di
cammino dove il passo precedente deve lasciare un’orma ben marcata perché sia
traccia, segno, simbolo per quello successivo.
«Concepire l’altra come vantaggio per sé» dice la Weil. È il senso della relazione
adulta-bambina, è consentita solo ad una promessa reciproca, un intreccio che
diventa una quasi complicità e i passaggi possono essere più chiari.
L’Isola, un luogo dove per più giorni si sta insieme, si gioca, si va al mare, si
passeggia. Una tensione benefica fortissima, un gioco che può durare all’infinito. I
ritmi sono la necessità di viversi reciprocamente, la paura, la gioia, la lontananza,
una sola nostalgia: la propria madre.
Si cercano nuove risorse, ci si potenzia sul non conosciuto, sembra cambiare l’ordine
delle cose. Non c’è richiesta di tornare indietro, si cerca di porre radici sul luogo
nuovo e l’unico vincolo è la relazione forte con l’altra.
Molti dubbi ed incertezze, il desiderio di poter mettere dentro, passato e presente
senza perdere nulla.
L’articolo «Le giovani figlie» è stato pubblicato su Madrigale, trimestrale di Politica e
Cultura delle donne — Anno 2, n. 5, 1990.
Ne seguiranno altri perché credo sia importante conoscere il lavoro di un gruppo di
donne che, con la direzione di Lucia Mastrodomenico, ha dato un significativo
supporto al movimento femminista nel nostro paese; una testimonianza per le attuali
collaboratrici/tori, una restituzione per tutelare storia e memoria
(C.M.)