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La nuova maturità: un esame che valorizza il percorso di crescita degli studenti

 di Elvira Picciola


L'Esame di Stato torna a essere, a pieno titolo, un “esame di maturità”. Le indicazioni illustrate dalla Dirigente tecnica Flaminia Giorda, Coordinatrice nazionale del Servizio Ispettivo del Ministero dell'Istruzione e del Merito, ai docenti  impegnati nel nuovo esame,hanno evidenziato una visione dell'esame che supera la semplice verifica delle conoscenze disciplinari e punta a valorizzare il percorso umano, culturale e formativo di ciascuno studente.

La nuova impostazione del colloquio, infatti, consente ai candidati di riflettere sul proprio cammino scolastico e personale, prendendo spunto anche dal Curriculum dello Studente. Il colloquio si sviluppa attraverso approfondimenti sulle discipline previste, la discussione delle prove scritte, l'esposizione delle esperienze di PCTO e la verifica delle competenze di Educazione civica, sempre in un'ottica interdisciplinare e con particolare attenzione alla capacità di collegare saperi diversi.

Tra gli aspetti più significativi illustrati durante l'approfondimento ministeriale emerge il ruolo centrale attribuito alla maturità personale, all'autonomia, al senso di responsabilità e alla capacità di argomentare criticamente. La commissione è chiamata a valutare non solo ciò che lo studente conosce, ma soprattutto come riesce a utilizzare le proprie competenze per interpretare la realtà e costruire collegamenti significativi.

Terminata questa sessione d'esame, il giudizio personale su questo nuovo modello è decisamente positivo. Pur essendo certamente suscettibile di ulteriori perfezionamenti, come ogni innovazione, esso rappresenta un passo importante verso una valutazione più autentica e completa della crescita degli studenti.

In particolare, ho apprezzato la possibilità offerta ai candidati di valorizzare il ricco patrimonio di esperienze maturato durante il triennio. Nella nostra scuola le opportunità non sono mancate: numerosi studenti hanno conseguito certificazioni linguistiche di livello B1 e B2, partecipato ai programmi Erasmus+, ospitato alunni provenienti da realtà europee più disparate,approfondito lo studio delle lingue straniere attraverso esperienze internazionali e ottenuto certificazioni informatiche che attestano competenze ormai indispensabili nel mondo contemporaneo.

Altrettanto significativo è stato il coinvolgimento nei percorsi di cittadinanza europea attraverso il Model European Parliament, esperienza che ha visto i nostri studenti distinguersi sia nelle selezioni regionali sia nelle fasi nazionali ed europee, confrontandosi con temi di grande attualità e sviluppando capacità di confronto, dibattito e partecipazione democratica. Le testimonianze emerse durante i colloqui hanno rappresentato la conferma più autentica del valore di questi percorsi: le progettualità promosse dalle scuole e curate con professionalità dai docenti acquistano pieno significato quando diventano occasioni concrete di crescita, consentendo agli studenti di ampliare competenze, saperi e capacità di leggere la realtà con maggiore consapevolezza.

Grande rilievo ha assunto anche l'Educazione civica. Nel nostro istituto è stato scelto di approfondire l'Obiettivo 16 dell'Agenda 2030, dedicato alla pace, alla giustizia e alle istituzioni solide. Ogni studente ha elaborato un'Unità di Apprendimento personale, affrontando temi diversi: diritti umani, legalità, contrasto alla violenza, tutela della persona, pace e convivenza civile. Durante il colloquio questi lavori hanno permesso ai candidati di esprimere non soltanto le conoscenze acquisite, ma anche sensibilità, riflessione personale e consapevolezza civica.

Particolarmente apprezzata, nella commissione in cui hanno sostenuto l'esame i nostri studenti, è stata inoltre la scelta della Presidente e dei Commissari di proporre il commento di una frase significativa, tratta anche da testi di cantautori contemporanei molto vicini al mondo giovanile. Un momento che ha favorito spontaneità, capacità critica e maturità di pensiero, consentendo agli studenti di confrontarsi con temi universali attraverso linguaggi a loro familiari.


L'impressione finale è quella di un esame che riesce finalmente a raccontare gli studenti nella loro completezza, valorizzando non soltanto il profitto scolastico ma anche il cammino di crescita personale costruito negli anni.


Desidero concludere queste riflessioni rivolgendo un augurio sincero a tutti gli studenti che hanno affrontato questo importante rito di passaggio verso la vita adulta. A loro si aprono ora nuove strade: l'università, il mondo del lavoro, nuove sfide e nuove responsabilità. Che possano affrontarle con la stessa determinazione e lo stesso entusiasmo dimostrati durante il loro percorso scolastico.


Tra i momenti più emozionanti di questi esami 2025 26 desidero ricordare la testimonianza della studentessa Chiara Piscitiello, che ha voluto condividere con tutti i membri della commissione una poesia scritta in un momento di particolare difficoltà personale. Attraverso la scrittura è riuscita a trasformare dubbi e fragilità in forza interiore, riuscendo a conciliare brillantemente il percorso liceale con l'impegno sportivo agonistico nel nuoto. Con il consenso dell'autrice, pubblichiamo integralmente la sua poesia.



IO SONO

di Chiara Piscitiello


Un bicchiere di cristallo

che si lesiona colpito da un urlo,

ma tenta di celare i tagli

nonostante la sua trasparenza.


Un venticello d'estate

che avvolge cuori caldi,

che modella i volti spenti.


Una scena di suspense

che infonde inquietudine

in coloro che assistono.


Una volpe intenta ad afferrare l'uva

che, anziché trovare una scusa banale,

persevera fino a raggiungerla.


Un temporale improvviso

che scarica violentemente

tutta l'acqua accumulata,

ma che dura solo pochi minuti.


Un mare di pensieri

ai quali è stata strozzata la luce,

che puntualmente scalpitano

per giungere alla mente.


Un foglio bianco

dominato da disegni confusi

che richiedono una minuziosa attenzione

per poter essere interpretati.


Non esiste nord e sud. Esiste l’Italia

 Un piccolo pezzo di una storia grande: i treni della felicità | imPagine

Nel secondo dopoguerra l'Italia si trovò ad affrontare una delle fasi più difficili della propria storia. Le distruzioni causate dal conflitto, la povertà diffusa e le profonde disuguaglianze tra Nord e Sud colpirono in particolare i bambini, spesso costretti a vivere in condizioni di estrema miseria. A Napoli, occupata dalle truppe alleate, la carne dei bambini costituiva una vera e propria merce di scambio per la sopravvivenza degli adulti; e, d’altra parte, anche le distruzioni radicali del territorio dovute ai bombardamenti come era accaduto a Montecassino, avevano messo l’infanzia a durissima prova.

In questo contesto nacque l'esperienza dei cosiddetti “Treni della felicità”, un'iniziativa di solidarietà nata in seno al PCI ed in particolare dal gruppo delle donne -UDI- nel dopoguerra, che ebbero un ruolo fondamentale contattando famiglie disponibili ad accogliere i bambini e coordinando i viaggi, avvalendosi della collaborazione di volontari ed anche alcuni parroci.

Migliaia di bambini provenienti dalle aree più disagiate del Paese, prevalentemente dal Mezzogiorno, furono accolti temporaneamente da famiglie dell'Italia centro-settentrionale che offrivano loro un periodo di circa sei mesidi vita più tranquilla, con pasti regolari, cure e protezione; lo scopo principale era semplicemente di offrire ai piccoli un aiuto concreto e soprattutto tempestivo in un momento di emergenza.

Si strutturò una grande rete di aiuto che ha rappresentato un importante esempio di solidarietà tra famiglie italiane. Salirono su treni messi a disposizione gratuitamente dalle ferrovie dello stato più di settantamila bambini, assistiti ed accuditi nel viaggio da altre donne, le crocerossine che ne garantirono amorevolmente l’incolumità fino alla consegna alle famiglie di destinazione.

I primi treni partirono da Milano e Torino nel dicembre 1945. Molti bambini furono accolti in città come Reggio Emilia, Modena, Bologna, Genova, La Spezia e Mantova. Il numero maggiore di viaggi si ebbe tra il 1946 e il 1947. L’organizzazione era molto capillare: ogni bambino veniva affidato a una famiglia ospitante, che si prendeva cura di lui per un periodo limitato. Nel 1947 partirono anche molti bambini da Cassino e da Napoli. Da Napoli, in particolare, migliaia di bambini furono inviati al Nord.

I Treni della felicità terminarono tra il 1947 e il 1948. Tuttavia, l’idea di aiutare bambini e famiglie in difficoltà continuò negli anni successivi, ad esempio a sostegno dei figli di operai arrestati o delle popolazioni colpite da calamità naturali.

È grazie a Giovanni Rinaldi, storico, documentarista e ricercatore italiano, noto soprattutto per i suoi studi pionieristici sulla storia orale e sui movimenti sociali del Mezzogiorno, che con l’importante saggio “I treni della felicità”, uscito nel 2008, ha riportato alla luce la straordinaria storia dei circa 70.000 bambini meridionali che nel secondo dopoguerra vennero accolti e sfamati temporaneamente da famiglie del Centro-Nord.

Nel 2011, il regista barese Alessandro Piva ha diretto il film-documentario Pasta Nera, che ha ricevuto la consulenza storica di Giovanni Rinaldi ed è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Il film raccoglie le testimonianze dirette di quegli ex bambini che partirono da regioni come la Puglia e la Campania, accolti e salvati dalla fame grazie alla solidarietà delle famiglie emiliane, romagnole e toscane, proprio su quei treni della felicità a cui Rinaldi fa riferimento.

POZZUOLI/ “I treni della felicità”: la storia di Vincenzo ospite di una famiglia toscana nel dopoguerra

L’uomo della foto che abbozza un sorriso è Vincenzo Maione, ottantottenne di Pozzuoli;è uno di quei bambini partiti con un treno della felicità alla volta della Toscana; ha 9 anni nel 1947 quando, grazie all’Unione donne italiane viene ospitato da una famiglia di Sinalunga, in provincia di Siena. Vi trascorre circa un anno all’insegna di cure, cibo buono e un letto di piume soffici su cui dormire ma soprattutto del calore dell’affetto e dell’accoglienza e della generosità disinteressata della coppia di coniugi e deiloro figli, Sergio e Silvana, all’epoca poco più che maggiorenni. Al compimento dei dieci anni, dopo un anno circa trascorso in casa loro, Vincenzo fa ritorno a Pozzuoli, con il cuore colmo di gratitudine ma soprattutto con il costante desiderio di rivedere quelle persone e quei luoghi che hanno segnato in indelebilmente la sua vita ed i suoi ricordi.

Sarà proprio l’impegno di Laura, figlia di Vincenzo, e grazie all’aiuto di Giovanni Rinaldi, storico e autore di “C’ero anche io su quel treno” (un capitolo è riservato anche alla storia di Vincenzo Maione n.d.r.), che Vincenzo trova la figlia di Sergio, Manuela, che gli dà l’opportunità di visitare la casa in cui è stato ospite da piccolo, e di rivedere le fotografie di quei volti tanto amati e non più in vita, e persino quella pianta di capperi che non aveva mai visto in vita sua prima del soggiorno in Toscana.

La storia di Vincenzo come tutte le storie di questi bambini saliti sui treni della felicità testimonia in maniera potente che, nonostante le differenze economiche e culturali, l'Italia ha saputo riconoscersi nei principi comuni di accoglienza e mutuo aiuto. L'incontro tra famiglie del Nord e bambini del Sud dimostra come solo le relazioni amorevoli possono superare diffidenza e difficoltà che solo la forza della memoria, può alimentare in maniera duratura e significativa.

Maria Vittoria Montemurro


Si ringraziano Rosa Maione, nipote di Vincenzo Maione, che ha fatto della storia del nonno una importante e interessante tesi di laurea in Storia contemporanea presso l’Università Federico ll di Napoli, e Vincenzo Schiano che mi ha dato l’opportunità di conoscerla.