testata registrata presso Tribunale di Napoli n.70 del 05-11-2013 /
direttore resp. Pietro Rinaldi /
direttore edit. Roberto Landolfi

Flottilla- in viaggio verso Gaza” : il dovere di restare umani

 A Volla la presentazione del libro di Arturo Scotto diventa un momento di riflessione sulla guerra, sulla pace, sulla politica e sulla dignità dei popoli

di Elvira Picciola


Venerdì 11 settembre 2026, nell’Aula consiliare del Comune di Volla, la presentazione del libro di Arturo Scotto, Flottilla- In viaggio per Gaza. Diario di bordo per una nuova rotta, è diventata molto più della presentazione di un volume. È stata una serata di testimonianze, memoria e confronto, attraversata dalla domanda su quale debba essere oggi il compito della politica davanti alla sofferenza dei popoli e, soprattutto, davanti alla tragedia palestinese.

Accanto all’autore, deputato e capogruppo in Commissione Lavoro alla camera nonchè membro nazionale del Partito democratico, sono intervenuti il sindaco Giuliano Di Costanzo, Aldo Cennamo, Antonio Bassolino e la professoressa Souzan Fatayer, docente dell’Università Orientale ed esponente della comunità palestinese in Italia. Ad aprire e accompagnare l’iniziativa è stato Luigi Pacella. La sala ha accolto molte persone, accomunate dalla volontà di non lasciare che ciò che accade a Gaza scivoli nell'indifferenza e nel silenzio. La stessa scelta di ospitare l’incontro è stata presentata come un modo per mantenere viva l’attenzione e per portare soprattutto alle nuove generazioni una riflessione sulla pace, sulla solidarietà e sui diritti umani. 

Il libro di Scotto nasce dall’esperienza personale vissuta a bordo della Flottilla e sceglie la forma del diario per raccontare non soltanto ciò che accade in mare, ma anche i pensieri, le paure, le relazioni e le responsabilità che accompagnano una scelta difficile.




La decisione di partire

Nel racconto dell’autore, tutto comincia con una richiesta semplice e insieme enorme: essere parte della missione. Serve un parlamentare che abbia esperienza, che sappia mantenere rapporti istituzionali quando la situazione diventerà difficile. Scotto racconta di essersi affacciato alla finestra e di avere visto il mare, all’apparenza tranquillo, mentre davanti a sé prendeva forma la prospettiva della partenza.

«Forse è arrivato il momento di andare oltre ciò che avevo sempre fatto. Forse è il momento di fare un passo in più».

È uno dei passaggi nei quali la dimensione politica lascia progressivamente spazio a una dimensione più personale e morale. Le notizie provenienti da Gaza diventano sempre più drammatiche; crescono le vittime e si moltiplicano le immagini di civili affamati. Scotto racconta come, a quel punto, i dubbi non scompaiano ma smettano di essere una protezione. La domanda non è più soltanto se partire sia opportuno, ma che cosa si possa fare concretamente davanti a una tragedia che continua. 

Ed è proprio qui che emerge uno dei significati più profondi della Flottilla: non soltanto portare aiuti, ma comunicare a un popolo che non è solo.

«Il messaggio simbolico che conta e ora la Flottilla sta dando speranza al popolo di Gaza. Gli sta dicendo che non sono soli al mondo».

Sono parole che aiutano a comprendere la natura di un'iniziativa che, nel racconto di Scotto, nasce dalla consapevolezza dei propri limiti ma anche dalla necessità di non rimanere spettatori.


Il mare come metafora del nostro tempo

Il mare diventa nel libro un vero protagonista. Non è soltanto lo spazio fisico nel quale si muovono le imbarcazioni: è il luogo nel quale si incontrano guerre, migrazioni, commerci, disuguaglianze e destini umani differenti.

«Il Mediterraneo è tutt’altro che una frontiera senza posti di blocco».

Navigando verso Gaza, Scotto racconta di avere incontrato un intero «multiverso» contemporaneo: droni, navi cargo, imbarcazioni di migranti, traffici e persone che attraversano gli stessi cieli e gli stessi mari, ma con diritti e possibilità profondamente diversi. 

Il libro, precisa l’autore, non vuole essere un saggio di geopolitica né una ricostruzione storica del conflitto israelo-palestinese. È un diario, e proprio la forma del diario consente alla memoria di procedere per immagini, ritorni, frammenti.

«Un diario non segue una linea retta: al tempo si deforma. Una giornata intera può scivolare via in poche righe. La mente funziona così: seleziona, scarta, ritorna, insiste».

In questo modo la vicenda personale diventa anche una riflessione sulla politica e sulla partecipazione. Scotto racconta la crisi delle grandi architetture politiche del Novecento, la crescita dell'antipolitica e la difficoltà dei partiti nel continuare a rappresentare bisogni e aspirazioni collettive. Eppure, proprio mentre la fiducia nelle istituzioni sembra indebolirsi, resistono le comunità, il volontariato, la partecipazione spontanea. 

La Flottilla, in questa prospettiva, diventa un esempio di partecipazione che nasce dal basso.

«La vicenda di Gaza è una di questa», scrive Scotto riferendosi a quelle iniziative capaci di generare «fiammate» imprevedibili e di scuotere coscienze apparentemente sopite.


La notte dell’attacco e la paura

La parte del diario dedicata alla navigazione restituisce poi tutta la tensione della missione. Una notte, le comunicazioni vengono disturbate e arrivano gli attacchi: flash bang, bombe sonore, polveri urticanti, esplosivi lanciati da droni. Alcune imbarcazioni vengono danneggiate e la navigazione diventa ancora più difficile.

«Non è stato facile trattenere la paura».

Ma proprio in quel momento emerge una responsabilità che Scotto sente nei confronti degli altri: avere paura non significa poter cedere alla paura. Bisogna mantenere la rotta e, contemporaneamente, trovare la forza di rassicurare chi è a bordo. La missione, da gesto simbolico, diventa così una prova concreta di responsabilità reciproca. 

Poi arrivano le difficoltà a Creta, la necessità di sostituire alcuni membri dell'equipaggio, l'arrivo di un nuovo capitano e la riorganizzazione delle barche. Parallelamente si apre anche un confronto istituzionale e religioso, con il tentativo di mettere in contatto i vertici della Flottilla con il cardinale Zuppi e con il patriarca Pizzaballa, nella speranza che un intervento potesse favorire almeno simbolicamente l'apertura di un canale umanitario. 


L'arresto e il ritorno

La parte più drammatica del racconto è quella dell'intercettazione e dell'arresto. Scotto descrive le perquisizioni, l'isolamento, l'impossibilità di incontrare immediatamente un avvocato o di ricevere assistenza consolare, il trasferimento nelle celle e le ore trascorse in attesa di sapere quale sarebbe stata la sorte dei partecipanti alla missione.

Particolarmente forte è il momento nel quale l'autore deve firmare il documento relativo al rimpatrio. Accanto alla firma aggiunge una precisazione che assume il valore di una dichiarazione politica e personale:

«Ho agito secondo il diritto internazionale».

Il racconto non nasconde la paura né le condizioni di umiliazione vissute dagli attivisti. Ma accanto alla sofferenza dell'esperienza personale compare anche la memoria delle vittime e della distruzione vista nei luoghi visitati. 

Il ritorno a Fiumicino segna finalmente il ricongiungimento con i familiari e con coloro che avevano seguito la vicenda dall'Italia. Ma il viaggio, racconta Scotto, non finisce con lo sbarco.

Dopo la Flottilla comincia infatti un altro viaggio: quello attraverso l'Italia, con incontri pubblici in molte regioni, per raccontare l'esperienza e continuare a parlare di Gaza.

«Non un semplice racconto, ma un corpo a corpo continuo per restituire l’esperienza della flottilla e continuare a discutere di Gaza, misurare i rumori del Paese, ascoltare opinioni anche lontane dalle proprie, mettere alla prova convinzioni, parole, priorità».

La memoria diventa quindi responsabilità: non lasciare che l'esperienza vissuta rimanga soltanto personale, ma trasformarla in occasione di discussione pubblica. 

E nelle pagine finali emerge una considerazione sul significato dell'Occidente e della politica: un Occidente che ha conosciuto fascismo e colonialismo, ma anche movimento operaio, femminismo, libertà e costruzione repubblicana.

«L’Occidente è stato molte cose: fascismo e colonialismo, ma anche movimento operaio, femminismo, libertà, costruzione repubblicana; uno spazio di conflitto e di possibilità, non un destino».

È da questa consapevolezza che Scotto dice di ricavare una lezione. Una lezione racchiusa nelle parole di David Grossman:

«Sentivo che stavo finalmente facendo lo sbaglio giusto. Tutto qui».


Il dibattito: dalla Flottilla alla responsabilità della politica

Nel suo saluto, il sindaco Giuliano Di Costanzo ha sottolineato il significato dell'iniziativa come momento attraverso il quale una comunità può far sentire la propria voce davanti a ciò che accade in Palestina. Ha ricordato inoltre il valore simbolico delle precedenti prese di posizione del Consiglio comunale e la necessità di tenere desta l'attenzione sui diritti della popolazione palestinese. 

Aldo Cennamo ha insistito invece sul rapporto tra politica, coerenza e partecipazione. Il suo ragionamento è partito proprio dalla necessità di non permettere che la questione palestinese scompaia dalle prime pagine e dall'attenzione dell'opinione pubblica.

Ha definito la Flottilla un'esperienza capace di dare concretezza a valori che troppo spesso rimangono soltanto dichiarazioni. Il punto centrale, nella sua lettura, è che non basta dire di volere qualcosa: bisogna essere disposti ad agire per realizzarla.

La Flottilla, ha sostenuto, ha avuto anche questo significato: persone consapevoli dei rischi hanno deciso di partire pur sapendo che difficilmente gli aiuti sarebbero arrivati a destinazione. E proprio per questo il gesto ha assunto un valore politico e morale: dire che davanti alla sofferenza non è possibile voltarsi dall'altra parte. 

Cennamo ha poi richiamato il ruolo dei giovani, sottolineando come la mobilitazione internazionale attorno alla Palestina rappresenti un segnale importante in una stagione nella quale molti giovani sembrano lontani dalla politica. La coerenza dimostrata dai partecipanti alla Flottilla può invece restituire credibilità all'impegno pubblico e al rapporto tra valori e azione.

La politica torna ad avere senso quando riesce a unire concretezza e idealità, quando le parole diventano comportamenti e quando gli obiettivi, anche se sembrano lontani, continuano a orientare le coscienze.

È questa, in fondo, una delle domande che la serata di Volla ha lasciato aperte: come restituire alla politica la capacità di indicare un orizzonte e, contemporaneamente, di intervenire sulle sofferenze concrete delle persone? 


Souzan Fatayer: la voce di chi porta dentro di sé la tragedia

Particolarmente intenso è stato l'intervento della professoressa Souzan Fatayer. Palestinese residente in Italia, Fatayer ha parlato non soltanto come docente o esponente della comunità palestinese, ma come persona legata direttamente alla terra e alle persone che stanno vivendo la tragedia.

Il suo intervento è stato attraversato dall'emozione. Ha ricordato che la questione palestinese non può essere fatta coincidere soltanto con il 7 ottobre, perché la sofferenza della popolazione palestinese ha radici più lontane. Ha raccontato il dolore per i familiari, per i bambini, per una generazione privata della normalità, della scuola, dell'infanzia e del futuro.

La sua testimonianza ha trasformato la parola «Palestina» da questione geopolitica in esperienza umana. Il suo appello è stato quello di sentire la sofferenza palestinese, di non limitarsi alle dichiarazioni, di non abituarsi alla morte e di continuare a chiedere dignità e futuro. 

È stato probabilmente questo uno dei momenti più coinvolgenti della serata: quando la grande storia è entrata nella dimensione privata delle famiglie, dei bambini, delle case perdute, delle persone che aspettano notizie dei propri cari.



Antonio Bassolino: il diritto internazionale e il rischio di un mondo governato dalla forza

Nel suo intervento, Antonio Bassolino ha allargato lo sguardo dalla vicenda della Flottilla alla crisi dell'ordine internazionale.

Il punto di partenza è stata la crisi di quell'insieme di strumenti costruiti dopo la Seconda guerra mondiale: la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, le convenzioni internazionali, il diritto del mare, le Nazioni Unite, l'Unione europea e la Corte penale internazionale.

Bassolino ha osservato come il principio del multilateralismo rischi di essere sostituito dall'idea che la forza possa riscrivere i confini, superare i trattati e diventare essa stessa una regola. 

Nel suo ragionamento, la tragedia palestinese diventa così parte di una crisi più ampia: quella di un sistema internazionale nel quale le istituzioni sembrano sempre più incapaci di fermare le guerre e garantire il rispetto del diritto.

Ha richiamato anche la necessità di una maggiore iniziativa europea e italiana, sostenendo che l'Europa non possa ridursi a un semplice spazio economico, ma debba tornare a essere protagonista sul terreno del diritto internazionale, della pace e della tutela della dignità umana. 

Ma il suo intervento non si è concluso con una visione priva di speranza. Al contrario, Bassolino ha individuato nella partecipazione dei giovani e nelle esperienze di solidarietà un segnale da coltivare. La Flottilla, nella sua lettura, è stata «un mezzo», non il fine: ciò che conta è ciò che essa ha saputo riaccendere, cioè la partecipazione, la solidarietà, la politica come strumento per costruire giustizia.

«La flottiglia è stato un mezzo, non può essere un fine. È stato l’innesco che ha riportato soprattutto migliaia e migliaia di ragazzi a fare politica attorno a un popolo».

E ancora: la speranza, per quanto piccola, esiste quando le persone scelgono di stare dalla parte di chi soffre, quando si organizzano, quando esercitano pressione affinché il diritto torni a prevalere sulla forza. 


Una nuova rotta

Il titolo del libro parla di una «nuova rotta». A Volla è apparso chiaro che questa rotta non riguarda soltanto una navigazione verso Gaza.

È una rotta politica e soprattutto umana.

Il viaggio raccontato da Scotto mette insieme il mare e la terraferma, la paura e il coraggio, la politica e la coscienza individuale, le grandi questioni internazionali e la vita quotidiana delle persone. È il racconto di una scelta che nasce dall'idea che, davanti all'ingiustizia, anche un gesto simbolico possa contribuire a rompere il muro dell'indifferenza.

La serata di Volla ha riproposto con forza proprio questo interrogativo: che cosa significa oggi essere dalla parte della dignità umana?

Non significa necessariamente avere risposte semplici. Significa, prima di tutto, non smettere di interrogarsi. Significa non accettare che le vittime diventino numeri, che le guerre diventino una consuetudine, che il diritto internazionale venga considerato un ostacolo quando entra in conflitto con gli interessi dei più forti.

E significa continuare a parlare, anche quando parlare sembra inutile.

Perché, come emerge dalle ultime pagine del libro, la Flottilla non è stata soltanto un insieme di barche dirette verso una terra martoriata. È stata una scelta di campo contro la rassegnazione. Una scelta nella quale la politica ritrova la propria ragione più profonda: mettere in relazione valori e azioni, ideali e concretezza, giustizia e responsabilità.

E forse è proprio qui che la testimonianza di Arturo Scotto incontra quella della professoressa Fatayer, le parole di Cennamo e Bassolino, l'impegno dell'amministrazione comunale e la partecipazione delle tante persone presenti a Volla.

Tutti, da prospettive diverse, hanno finito per parlare della stessa cosa: della necessità di non perdere l'umanità davanti alla disumanizzazione.

Ed è una necessità che, come ricordato anche nel riferimento conclusivo alla Magnifica Humanitas, assume oggi un significato ancora più urgente: “in un tempo in cui la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione, abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani”


Disputa filosofica sul bene comune in ricordo di Angelo Vassallo

 5 SETTEMBRE 2026, POLLICA 

di Virginia Varriale


C:\Users\utente\Downloads\WhatsApp Image 2026-09-07 at 17.53.53.jpeg


Link per rivedere la disputa: https://youtu.be/aJXIPnVb4VM


Per il XVI Anniversario della morte del “sindaco pescatore” Angelo Vassallo, il 5 settembre 2026 la comunità di Pollica ha trasformato la memoria in un momento collettivo di riflessione e di impegno, per ritrovarsi attorno a quei valori che hanno segnato l’esperienza amministrativa e umana di Vassallo: rispetto per il territorio, legalità, sostenibilità e attenzione alle nuove generazioni. 

Si è dato spazio proprio ai giovani attraverso una disputa filosofica sul tema “Il bene comune ha la priorità sugli interessi individuali? ”. Alcuni studenti e studentesse del Liceo “Parmenide” di Vallo della Lucania e di altri Istituti Scolastici campani, guidati dalla Paideia Campus, un centro internazionale di ricerca, formazione e innovazione basato sui principi dell’ecologia integrale e della sostenibilità (situato nel Castello dei Principi Capano di Pollica) hanno incantato la piazzetta di Acciaroli con una disputa regolamentata, secondo il protocollo del Concorso nazionale di Filosofia delle Romanae Disputationes.


RIFLESSIONI SUL LEGAME TRA FILOSOFIA E BENE COMUNE NEL TEMPO

“Filosofia e bene comune” un tempo hanno costituito insieme il termine di confronto delle scelte e delle azioni degli uomini per la costruzione di una comunità, in cui ciascun membro potesse sentirsi libero e sicuro, messo nelle condizioni di poter realizzare se stesso nel rispetto del proprio territorio e dell’altro. 

In teoria è così, ma la storia ha dimostrato che è difficile trovare un giusto equilibrio tra il bene di tutti e il bene individuale: la questione è saper scegliere tra considerazioni ideali e considerazioni pratico-utilitarie. Quanto la preoccupazione etica per il bene di tutti modera, in un certo senso, l’istinto al potere, il piacere di dominare, la sfrenata ambizione?


Lotte e oppressioni segneranno sempre il movimento della storia se il motore di tutto continuano ad essere i bisogni degli uomini: dovremmo reinventare un umanismo che ruoti intorno all’impegno, che non è un impegno particolare, ma totale perché investe tutto l’essere umano nei confronti dell’altro.  

La filosofa francese Simone Weil, a soli sedici anni, scrive “Le Beau et le Bien”, che descrive un episodio legato ad Alessandro Magno, che Plutarco riporta in “Vite parallele”: i suoi soldati, dopo giorni e giorni inseguendo Dario, sono stanchi per la fatica, la fame, la sete. Alcuni Macedoni, avvicinandosi ad Alessandro, gli offrono dell’acqua in un elmo, accompagnando la generosità del gesto con l’invito a dissetarsi: se avessero perso i figli, grazie a lui, avrebbero potuto averne altri. Alessandro prende l’elmo, ma si guarda intorno e rifiuta l’acqua. I soldati riacquistano le forze: finché avessero avuto un tale re, non sarebbero stati né assetati né stanchi. Che cosa è successo? Alessandro prende l’elmo e getta l’acqua a terra. È straordinario. Nessuno si aspettava quella reazione. Il leader, nella mente di tutti, avrebbe bevuto senza esitazione, poiché é esattamente ciò che un leader avrebbe fatto. Cosa c’è allora di bello e di buono in questa azione? La bellezza dell’atto sta nel gesto di Alessandro. Il condottiero esercita una costrizione su di sé, non per timore né per reverenza verso un’autorità che gli sia superiore, ma per puro rispetto umano, perché deve possedere più virtù dei suoi soldati, che pure ne hanno. Ha sete: se non ne avesse, dove sarebbe la nobiltà del gesto? 


Sa che anche altri uomini hanno sete, ma lui è il capo. Può bere, lo deve fare per guidare con maggiore vigore il suo esercito: tutti lo comprenderebbero. Istintivamente prende l’elmo, ma è un attimo. Guarda i volti assetati dei suoi soldati, si blocca e riflette. Se avesse bevuto, non avrebbe fatto nulla di sbagliato ma la sua unione con i propri uomini si sarebbe infranta. “Egli deve – scrive Simone Weil– scegliere tra essere animale ed essere uomo. È poca cosa avere sete, ma è molto rifiutare di soddisfare la propria sete per non separarsi dagli uomini. Tutto avviene nell’animo di Alessandro. Nessuno gli consiglia di farlo, è solo di fronte ai suoi uomini e a se stesso: solo con la propria etica, con la personale visione del mondo, davanti alla sofferenza degli altri.  


Ognuno di noi è obbligato verso ogni essere umano, per il solo fatto che è un essere umano e non è necessaria alcuna particolare condizione perché vi sia questo riconoscimento.

Questo obbligo non poggia su alcun fondamento, ma si genera nell’accordo della coscienza universale.

Questo accordo si chiama RISPETTO il cui significato va colto alla radice. La parola latina respectu è un ablativo di IV declinazione con funzione avverbiale che significa “rispetto-a”, “in relazione-a”. Rispetto a una data situazione si cerca di soddisfare un dato bisogno. Quindi il rispetto stabilisce una relazione, esso è necessario nel rapporto tra gli individui, perché essi si mantengano liberi e potenti (direbbe Hegel) cioè capaci di esercitare la propria umanità. Senza il rispetto, tutto va in rovina. Bisogna sforzarsi di capire che il rispetto è una categoria morale, una categoria giuridica, una categoria civile, per poter veramente realizzare il bene comune.  


Nell’antica Grecia veniva praticata la “paideia politica”: educare l’uomo politico significava educare l’uomo morale. In un primo momento, politica e morale costituivano un binomio indissociabile, ma col passar del tempo, scissa dalla morale, l’azione politica si è intrecciata sempre più all’economia, alla tecnica, restringendo sempre più il campo etico. 


Un tempo la polis era intesa come la comunità in cui legami politici e partecipazione alla vita pubblica costituivano il bene supremo, ma in seguito la filosofia politica occidentale ha tradito il modello classico greco, esempio di conciliazione di pensiero e azione, e ha trasformato la politica in mestiere, amministrazione dei molti da parte dei pochi, o monopolio, minando la comunicazione, la condivisione, lo scambio di idee e l’azione. Il pensare non si limita ad essere una sola funzione cerebrale, ma schiude all’uomo la libertà di agire, agire con-e-per-gli-altri. Il bene comune è la possibilità di disporre di uno spazio pubblico, in cui dare prova di se stessi, sentirsi protagonisti e riconosciuti dagli altri. È proprio nella sfera politica che gli uomini possono esperire la pienezza dell’esserci. Il bene comune è la possibilità di agire, perché (come notava Hannah Arendt) “se amare, pensare, volere sono facoltà possibili anche nell’isolamento, l’agire presuppone una compartecipazione, una risposta, una reazione o anche un’opposizione di altri uomini”, perciò la sfera pubblica mette in relazione e impedisce anche di caderci addosso a vicenda. Agire per il bene comune non significa avere le stesse prospettive o gli stessi fini, perché se così fosse la realtà del mondo potrebbe apparire non più sicura, ma garantire sempre la possibilità del confronto. Riveliamo noi stessi nelle parole e nelle azioni e formiamo con gli altri ogni volta una polis, poiché essa non denota un luogo geograficamente individuato, ma è l’unità delle persone che agiscono e discutono insieme, indipendentemente dal territorio che occupano: esse creano uno spazio, collocabile in ogni tempo e in ogni luogo. 


PERCHÈ UNA DISPUTA?

La disputa filosofica è una dimostrazione di essere e fare polis: non si tratta di una semplice competizione oratoria, ma si configura come un vero e proprio modello di argomentazione critica fondato sul rispetto reciproco. 

Questa duplice natura emerge chiaramente dalla struttura delle sue fasi e dai criteri di valutazione.

La disputa è strutturata per promuovere un pensiero analitico attraverso diverse fasi dialettiche:

Fin dal Prologo e dall'Argomentazione, le squadre sono chiamate a definire con rigore logico i termini chiave e a presentare prove (ragioni, dati, esempi) a sostegno della propria tesi.

Il cuore critico della disputa risiede nel Dialogo socratico, durante il quale si esamina la posizione dell'interlocutore per far emergere eventuali contraddizioni, e nell'Esame critico, volto a individuare fallacie, premesse non dimostrate o conclusioni non conseguenti negli argomenti avversi.

La fase di Difesa impone di rispondere alle obiezioni non solo per proteggere la propria posizione, ma per ripristinarne la validità logica e la consistenza.


L'aspetto più innovativo e qualificante della disputa filosofica è il superamento della pura contrapposizione in favore di un dialogo costruttivo e la fase finale rappresenta il culmine etico della disputa. 

Le squadre devono riconoscere coralmente i punti di forza e gli elementi di verità emersi nella tesi dell'avversario. Non si tratta solo di cortesia, ma di una capacità valutata dai giudici che devono verificare la "capacità di cogliere elementi di valore emersi" durante il confronto.

Il successo nella disputa non dipende solo dalla vittoria logica, ma dalla capacità di onorare la verità presente nella posizione opposta; essa si trasforma in un'esperienza educativa dove il rigore della critica non serve a "distruggere" l'altro, ma a ricercare insieme il vero attraverso il reciproco riconoscimento.