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L’IA è il nuovo Prometeo? Ritroviamo la fratellanza

 di Ivano Dionigi

tratto da Avvenire del 7 febbraio 2026


I rigurgiti dell’antipolitica sono stati ricondotti da filosofi come Platone alla dimensione ineludibile che precede la tecnica: il ”civis” governa il “faber”

L’IA è il nuovo Prometeo?
Ritroviamo la fratellanza Dibattito all'areopago di Atene in un'incisione ottocentesca / AlamyLa politica, ineludibile e naturaliter necessaria quale marca distintiva della natura umana, come già teorizzava Aristotele, è avversata e minacciata da una duplice cattiva utopia, che viene da lontano: l’utopia dell’antipolitica e l’utopia della tecnica.


Nei Memorabili di Senofonte leggiamo che Aristippo, paladino della politica come male assoluto, obiettava a Socrate, teorico della politica come destino obbligato di ogni uomo, che solo un pazzo può addossarsi l’onere del bene della città, la quale oltretutto tratta i suoi politici come schiavi; e aggiungeva che tra comandare ed essere comandato, lui sceglieva «la via di mezzo, la quale non passa né per il potere né per la schiavitù, ma per la libertà». Al che Socrate ribatteva che se quella via non passa né per il potere né per la schiavitù, «non passa nemmeno fra gli uomini».

Una versione aggiornata e amara di quell’antipolitica classica – dell’otium securitario ed egoista – ritroviamo, oltre venti secoli dopo, in una celebre pagina di Tocqueville, là dove raffigura e prefigura direi profeticamente la psicologia di quei popoli e di quei cittadini che, intenti alla salvaguardia dei loro interessi e incuranti dell’esercizio dei doveri politici e della cosa comune, non si avvedono di trascurare proprio l’interesse principale: «Restare padroni di sé stessi». Infatti, nel generale disinteresse della cosa pubblica si crea «un momento critico» in cui – a fronte del governo vacante per l’assenza di classe politica – «un ambizioso abile» si impadronisce facilmente del potere purché garantisca «pace pubblica e ordine». Di qui, la riflessione finale del teorico del pensiero liberale classico: «Una nazione che non domandi al suo governo altro che il mantenimento dell’ordine, nel fondo del cuore è già schiava: è schiava del suo benessere e l’uomo che deve incatenarla può apparire».


Sostanzialmente speculare, anche se non dichiaratamente ostile alla politica, campeggia l’utopia della tecnica, che ha il suo profeta in Prometeo, il quale, come leggiamo in Eschilo ha donato all’uomo «ogni arte umana»: le leggi del cielo e della terra, il numero, la scrittura, la poesia e tutti i beni che la terra cela. In verità quel Prometeo, autoproclamatosi onnipotente, mostrava già due talloni d’Achille: era «più debole del destino» e affidava l’immortalità dell’uomo a «cieche speranze».

Sarà Platone a ridimensionare ulteriormente quel Prometeo semi-onnipotente riconducendolo nell’alveo della politica. La tecnica, leggiamo nel Protagora, era valida per proteggere dalle intemperie della natura e dalla ferocia delle bestie, ma non dalle passioni degli uomini, i quali, non appena si radunavano, si combattevano e morivano, perché ignari della politica. Al che Zeus, temendo che la specie umana si estinguesse, inviò il suo messaggero Hermes perché distribuisse «a tutti gli uomini senso del rispetto (aidôs) e senso della giustizia (díke), in modo da dare origine agli ordinamenti civili e a tutti quei legami che creano fratellanza (philía)». Troviamo qui celebrato il primato della politica al quadrato: la politica precede la tecnica, il faber è governato dal civis; inoltre, la politica è di tutti.


Ma ecco il problema, lo scoglio imprevisto. Oggi il novello Prometeo, con la scoperta dell’ultima versione del fuoco – l’Intelligenza Artificiale – sembra affermarsi con tutta evidenza in modo definitivo e mandare in soffitta il Prometeo classico: sia il Prometeo incatenato di Eschilo, perché ormai la tecnica, senza limiti, si dichiara più forte del destino e della stessa morte; sia il Prometeo del Protagora di Platone, perché ormai la tecnica, anziché invocare, sostituisce la politica.

Quale novello Hermes può annunciare la priorità e universalità della politica? E ancora: di fronte allo strapotere anonimo e gelido dell’Intelligenza Artificiale ci sarà ancora bisogno di noi? Prometeo avrà bisogno di Socrate? Per dirla con Ippocrate, là dove c’è “cura della tecnica” (philotechnía), ci sarà cura dell’uomo (philanthropía)? Il punto non è se programmeremo creature più potenti e più intelligenti di noi. La questione sembra piuttosto ruotare attorno a questo interrogativo: che ne sarà del rispetto e della giustizia, doni divini e capisaldi, secondo Platone, «degli ordinamenti civili e di tutti quei legami che creano fratellanza»?


Ecco la crepa, il varco, la novitas che ci può soccorrere: la fratellanza. A questo proposito, un conforto ci viene dalla stessa classicità, dove la parola “fratello” (frater latino, phrater greco) rimanda non a una definizione di ordine genetico e a una dimensione verticale centrata sul sangue – che, a cominciare da Caino e Abele e da Romolo e Remo, non ha dato grande prova di sé –, ma a una definizione di ordine giuridico e a una dimensione orizzontale centrata sulla relazione: frater (e phrater) nell’antichità era un membro della “fratrìa”, la confraternita, la comunità allargata. Per questo le lingue classiche si sono dovute inventare altre parole per indicare il fratello consanguineo: il latino supplisce con germanus, il greco con adelphós. Ancor più decisiva la novità cristiana. Infatti la nozione genetica di fratellanza, acutamente sentita nell’Antico Testamento, si perde nel Nuovo: «Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli. Chiunque faccia la volontà del Padre mio che è nei cieli, mi è fratello e sorella e madre» (Matteo 12, 49). Teologia della fratellanza: l’esatto contrario della teologia della prosperità propagandata Oltreoceano.


Infine, la Fraternité che ha accompagnato e completato la LIberté e l’Egalité della Rivoluzione francese. La fratellanza: valore sul quale, convergono e si incrociano saggezza classica, novità cristiana, ragione illuministica. Essere fratelli: più forte che essere consanguinei, più impegnativo che essere cittadini, più nobile che essere uomini. Questa la via che rende possibile la difficile e fragile bellezza di convivere nella città. Questa, forse, l’unica consapevolezza che potrebbe farci deporre le armi.


Il mercato della scelta scolastica

 di Vincenzo Sorella

tratto da Doppio Zero del 28 Gennaio 2026


Dal 13 gennaio al 14 febbraio si aprono sulla piattaforma online dedicata le iscrizioni all’anno scolastico 2026/27. L’operazione conclude mesi di open day in cui ogni istituto si è cucito un vestito su misura per promuoversi e mesi di passaparola tra le famiglie impegnate nell’integrare le informazioni reperibili nei circuiti istituzionali (siti internet, brochure informative, Scuola in Chiaro, Eduscopio). Lasciando da parte la questione della denatalità che già impatta sulle iscrizioni e sulla riduzione\ridefinizione di interi plessi scolastici, il tema delle iscrizioni è stato studiato prevalentemente per capire i fattori che incidono sulle scelte compiute al termine del primo ciclo di istruzione, quando la suddivisione dell’offerta scolastica in indirizzi diversi (licei, istituti tecnici, formazione e istruzione professionale) può tradursi in riproduzione delle disuguaglianze sociali e il percorso scelto costituisce un predittore di prestazioni scolastiche, di dispersione scolastica esplicita e implicita, di propensione a proseguire gli studi a livello universitario e, più tardi, di esiti occupazionali. Minore attenzione è stata posta, fino a tempi recenti, alle scelte scolastiche operate nel primo ciclo di istruzione, dato il carattere ‘comprensivo’ della scuola primaria e secondaria di I grado. A colmare tale lacuna interviene Scuole e territori. La segregazione scolastica a Milano firmata da Marta Cordini e Andrea Parma sulla scuola primaria e secondaria di primo grado.

Il libro è organizzato in sei capitoli. Dopo una ricognizione teorica sulla letteratura esistente, il volume studia i meccanismi attraverso i quali si produce la segregazione scolastica nella geografia urbana milanese (capitoli 2-4), gli effetti che questa ha sugli apprendimenti (capitolo 5), le politiche di contrasto attuate (capitolo 6). 

L’espressione segregazione scolastica indica la concentrazione di un gruppo definito da alcune caratteristiche, come per esempio lo status socioeconomico o l’appartenenza etnica, in alcune specifiche scuole e\o classi. Spesso oggetto di una retorica emergenziale giocata su espressione quali ‘classi ghetto’, essa è ormai un fenomeno strutturale nei principali centri urbani esito di due processi distinti: i massicci fenomeni migratori di cui l’Italia è stata oggetto dalla fine degli anni Novanta e l’abolizione del vincolo di residenza che ha liberalizzato le iscrizioni al primo ciclo d’istruzione. 

Il libro presenta numerosi elementi di interessi. Mi limito a rilevarne alcuni.


Il white flight. Il contesto urbano milanese è caratterizzato da una concentrazione delle ricchezze secondo l’asse centro-periferia. I tassi di segregazione residenziali (per gli stranieri) non sono particolarmente alti, se paragonati ad altre città europee comparabili per densità demografica ed estensione. Tuttavia – osservano gli autori – la segregazione scolastica è più alta di quella territoriale.

Se la diseguale distribuzione della popolazione straniera emerge dall'analisi della sua distribuzione residenziale, questa diventa ancora più marcata se si analizzano le scuole statali per quota di studenti stranieri iscritti (p. 54).

Alla base di tale fenomeno c’è quello che in sociologia dell’educazione si chiama white flight o strategie di evitamento attuate dalle famiglie italiane nei confronti di istituti ad alta densità di stranieri. Una forte mobilità, infatti, caratterizza le iscrizioni: il 40% delle famiglie italiane sceglie scuole statali collocate in bacini limitrofi al proprio secondo una traiettoria periferia-centro. Un ulteriore flusso di studenti italiani, il 20%, appartenenti alle famiglie benestanti frequenta le scuole private che sono relativamente accessibili come costi a un’ampia fascia di popolazione italiana. Il privato, collocato per lo più nel centro cittadino, 'libera' posti per studenti italiani in fuga dalle periferie finendo per aumentare il livello di segregazione del sistema educativo nel suo complesso.

Le stesse famiglie con backgrounds migratori (50%) sono protagoniste di una forte mobilità ma hanno preferenze “più a macchia di leopardo" prediligendo anche scuole periferiche ed evitando istituti collocati in bacini centrali molto attrattivi per gli italiani. Prevale “la ricerca di persone come noi” così come abbondantemente segnalato negli studi sul tema. (p. 72).

Si profila, quindi, una nuova forma di distinzione che integra quanto abbondantemente evidenziato dall’approccio bourdesiano sulla riproduzione sociale e culturale: tra chi è dotato di un certo ‘capitale spaziale’ e chi no.

k La scelta scolastica. La retorica neoliberale presenta la scelta come l’esito di una strategia razionale attuata in un contesto di trasparenza informativa. Utilizzando i dati dell’indagine Quale scuola?, condotta nel 2021 sui genitori in procinto di scegliere la scuola primaria (1254 famiglie) e secondaria di primo grado (850), viene documentato, invece, quanto tale prospettiva sia fuorviante a causa dei numerosi vincoli che, seppur in un contesto di libero mercato, strutturano l’agency delle famiglie. La presa in considerazione di scuole più lontane rispetto a quella più prossima alla propria residenza dipende, infatti, dal profilo delle scuole e dei territori limitrofi, che per essere attrattivi devono offrire qualcosa di diverso dalla scuola locale, ma anche dalla possibilità per le famiglie di sostenere i costi finanziari e organizzativi. “L’idea di prossimità, o meglio di distanza accettabile non è oggettiva e cambia in base alle risorse delle famiglie e del territorio" (p. 106). Nello scenario milanese maggiore è il livello del binomio educazione-ricchezza maggiore è la propensione ad uscire dal bacino di residenza (45%). Reti di conoscenza, capacità di muoversi nei codici linguistici e simbolici del sistema scolastico aumentano il ventaglio delle possibilità. 

Nella scelta del privato – per lo più paritario cattolico – scarso peso ha l’elemento propriamente religioso. Altri sono i criteri di valutazione: la prossimità, l’offerta didattica, le dotazioni strutturali della scuola (laboratori, palestre, spazi all’aperto).


Gli apprendimenti. I risultati scolastici rappresentano tra le banche dati più utilizzate per valutare la capacità dei sistemi educativi di promuovere mobilità sociale. L’idea è quella di capire come la composizione della scuola impatti sugli studenti attraverso l’influenza esercitata dal gruppo dei pari, le pratiche d’insegnamento attuate e i processi gestionali legati all’organizzazione scolastica. Come è sottolineato nel testo la “maggior parte delle indagini suggerisce che i divari di rendimento tra nativi e immigrati siano dovuti a divari socioeconomici piuttosto che alla segregazione in sé” (p. 131). L’elemento che attiva le strategie di evitamento dalle famiglie italiane è la convinzione che una forte concentrazione di studenti stranieri abbia effetti negativi sulla carriera scolastica. Ma è così? L’analisi dei dati INVALSI per le classi 5^ della primaria e 3^ della secondaria di primo grado mostra che l’effetto composizionale (basso livello socioeconomico e segregazione etnica) è praticamento nullo nella primaria mentre è significativo nella secondaria di primo grado sugli studenti stranieri rispetto a quelli italiani. Con alcune precisazioni. Le basse performance sono legate al basso status socioeconomico e culturale non necessariamente a quello migratorio anche se – per via della composizione del mercato del lavoro – bassi redditi e background migratorio spesso coincidono. Inoltre “quando alunni nativi e ragazzi provenienti da famiglie con livelli socioeconomici alti risultano penalizzati rispetto a simili in altri contesti, fanno comunque registrare punteggi nelle prove INVALSI superiori alla media cittadina (e nazionale).” (p. 147). 


Riflessioni conclusive. La segregazione scolastica è espressione delle disuguaglianze educative esistenti ed è causa delle dinamiche di riproduzione delle stratificazioni sociali, dei vantaggi e svantaggi di classe e territoriali. Il libro suggerisce che, allo stato attuale, si fa poco e male. Per diverse ragioni.

In primo luogo, perché la questione è ritenuta prevalentemente educativa e, come tale, affrontata con misure volte all’inclusione sociale, più raramente è integrata con politiche urbane, abitative e sociali. Tale aspetto è coerente con l’attuale rimozione del tema delle disuguaglianze economiche e sociali: molto si discute e nulla si fa, spacciando interventi spot per azioni lungimiranti.

Inoltre, la frammentazione di competenze, l’assenza di una regia territoriale unica rende estremamente difficili azioni cooperative tra scuole collocate negli stessi territori, finalizzate a superare le dinamiche competitive tra le stesse per promuovere un riequilibrio territoriale nella distribuzione della popolazione scolastica. 

È certamente vero che andare a scuola in Italia non ha mai avuto lo stesso significato per tutti date le disomogeneità territoriali. Tuttavia sembra evidente che l’autonomia scolastica (nata alla fine anni ‘90) più la riformulazione del concetto di parità scolastica abbiano agito da moltiplicatore e non riduttore delle disuguaglianze educative, al di là delle intenzioni di coloro che quelle riforme le hanno volute.