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L’anno internazionale delle donne agricoltrici 2026 - FAO

 

(fonte foto FAO)

L'Anno internazionale delle donne agricoltrici 2026 è stato proclamato dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, con la FAO che ne guida l'attuazione in collaborazione con il Fondo Internazionale per lo sviluppo agricolo ed il Programma Alimentare Mondiale. 

123 Stati membri delle Nazioni Unite hanno formalmente appoggiato la risoluzione per l’Anno internazionale delle donne agricoltrici.

Da decenni i dati della FAO dimostrano che le donne agricoltrici producono cibo, gestiscono le aziende agricole, trasformano i prodotti e sostengono le comunità rurali, ma il loro lavoro è spesso invisibile, non retribuito o sottopagato. Questo Anno mira a cambiare questa narrativa, ma anche a modificare le politiche, gli investimenti e le mentalità.

In tal senso riportiamo i contenuti di recenti trasmissioni di informazione a cura di Ilaria Sisto, funzionaria di pari opportunità uomo Donna e sviluppo dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’agricoltura e alimentazione FAO.


Le donne agricoltrici svolgono un ruolo fondamentale nella trasformazione dei sistemi agroalimentari, nella gestione delle risorse naturali, e nella creazione di mezzi di sussistenza resilienti. Possiedono conoscenze e competenze uniche per mantenere la biodiversità, selezionare, migliorare e adattare le varietà vegetali locali, coltivare colture trascurate e sottoutilizzate e allevare piccoli animali. 

Le donne agricoltrici e le popolazioni indigene hanno conoscenze e responsabilità uniche, che sono essenziali per la sicurezza alimentare e la nutrizione delle famiglie.

Le donne agricoltrici non costituiscono un'unica categoria. Tra loro ci sono piccole proprietarie terriere, contadine che lavorano nell'azienda di famiglia, lavoratrici agricole, pescatori, pastori, silvicoltrici, addette alla trasformazione dei prodotti, commercianti, imprenditrici, scienziate e detentrici di conoscenze. Molte sono impegnate nel lavoro informale e combinano l'agricoltura con l'assistenza e il lavoro domestico. Sono donne giovani e anziane, donne indigene, donne migranti, donne con disabilità.

In Italia le donne agricoltrici sono molto attive nell'agricoltura sostenibile, nell'agricoltura biologica, nell'agriturismo, nelle filiere corte e nella conservazione delle tradizioni alimentari locali.  Sono anche donne innovatrici, che combinano la tradizione con approcci moderni, strumenti digitali e nuovi modelli di business. Tuttavia, devono affrontare delle sfide, dall'accesso ai finanziamenti, al riconoscimento e all'equilibrio tra vita professionale e privata. 

Il ruolo cruciale delle donne è spesso sottovalutato e le loro voci sono spesso emarginate. Le donne agricoltrici e quelle che vivono in zone rurali devono affrontare molte sfide in termini di potere e capacità di agire. Hanno meno accesso degli uomini alle risorse produttive, ai servizi, al lavoro decente ed alle opportunità economiche. 

L'attenzione inadeguata al genere, all'età e ad altri fattori sociali da parte dei responsabili politici, nonché i pregiudizi di genere insiti nelle istituzioni possono ostacolare il raggiungimento di risultati verso le pari opportunità. 

(fonte foto FAO)

A livello globale, le donne costituiscono circa il 41% della forza lavoro nel settore agroalimentare e in molte regioni l'agricoltura è una fonte di occupazione ancora più importante per le donne che per gli uomini. Nell'Africa subsahariana e nell'Asia meridionale, la maggior parte delle donne che lavorano, circa il 70%, è impiegata nei sistemi agroalimentari.Eppure le donne agricoltrici devono affrontare persistenti disuguaglianze. In genere gestiscono appezzamenti più piccoli, guadagnano meno, hanno condizioni di lavoro più precarie e meno accesso alla terra, al credito, alla tecnologia e ai servizi quali l'istruzione, la divulgazione e il credito.
Le donne che lavorano nei sistemi agroalimentari guadagnano in media solo 78 centesimi per ogni dollaro guadagnato dagli uomini e, anche quando gestiscono aziende agricole di dimensioni simili, la loro produttività è inferiore del 24%.
Questo divario non é a causa delle diverse competenze, ma di norme sociali discriminatorie e di un accesso ineguale delle donne alle risorse e ai servizi.
La ricerca dimostra che se fossimo in grado di colmare questi divari di genere, potremmo ridurre l'insicurezza alimentare per 45 milioni di persone e generare fino a un trilione di dollari di guadagni economici globali. Il potenziale è quindi enorme.
Le donne spesso devono affrontare barriere strutturali legate al genere nei sistemi agroalimentari, alle norme sociali restrittive ed i ruoli di genere che riducono significativamente le loro opportunità.

Dalla agricoltura e dal sistema agroalimentare dunque la riflessione sull’opportunità di cura e miglioramento dei sistemi sociali, riconoscendo alle donne il loro ruolo determinate nell’economia. Così ci piace commemorare la Giornata internazionale dei diritti delle donne e guardare al Futuro così minaccioso con una luce di speranza.

Maria Vittoria Montemurro


Avanza l’onda rosa in sanità: tra cinque anni sei medici in attività su dieci saranno donne

 Tratto da Quotidiano sanità del 5 marzo 2026


Avanza l’onda rosa in sanità: tra cinque anni sei medici in attività su dieci saranno donne

Già oggi sono il 55% dei medici con meno di 70 anni, il 63% nella fascia tra 40 e 50 anni. Anelli (Fnomceo): “Se a questi dati aggiungiamo la considerazione che gli iscritti a medicina sono in maggioranza donne, possiamo prevedere, nei prossimi anni, una Professione medica sempre più declinata al femminile. Rivedere i modelli organizzativi”. Senna (Cao nazionale): “Occorre mutamento culturale”

Tra cinque anni sei medici su dieci, tra quelli in attività, saranno donne.

È quanto emerge facendo una proiezione sui dati della demografia medica elaborati, come ogni anno, dal Ceo e della FNOMCeO, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, in occasione dell’8 marzo.

“Due sono i risultati che saltano all’occhio guardando i numeri – spiega il Presidente della FNOMCeO, Filippo Anelli – il primo è che abbiamo raggiunto l’apice della cosiddetta ‘gobba pensionistica’, siamo cioè nel pieno dell’ondata di pensionamenti, anzi la curva ha già iniziato a scendere. Sono infatti ben 52563 i colleghi, uomini e donne, nella fascia di età tra i 65 e i 69 anni, il 12% dei medici italiani. Addirittura, quelli nella fascia di età tra i 70 e 74 anni, che sono andati in pensione da poco o hanno scelto, a vario titolo, di prolungare la loro attività sono il 14%. È in queste fasce che gli uomini sono la maggioranza. Già oggi, tra i medici con meno di 65 anni, le colleghe costituiscono quasi il 59%. Se a questi dati aggiungiamo la considerazione che gli iscritti a medicina sono in maggioranza donne, possiamo prevedere, nei prossimi anni, una Professione medica sempre più declinata al femminile”.

“Nel nostro Servizio sanitario nazionale le colleghe sono comunque già da anni la maggioranza   – aggiunge Anelli – soprattutto nelle fasce di età dove va costruita la carriera e in cui aumentano le responsabilità professionali e quelle familiari. I modelli organizzativi, gli orari di lavoro devono sempre più tener conto di questa realtà, valorizzando le professioniste e i professionisti, prevedendo modelli organizzativi che permettano a donne e uomini di conciliare i tempi di lavoro con quelli della vita privata e della famiglia e che tengano in debito conto, non facendole pesare sugli organici già ridotti, le possibili assenze per maternità. Occorre, poi, investire sulla sicurezza. Il 12 marzo, a Perugia, celebreremo la Giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza nei confronti degli operatori sanitari e sociosanitari e continueremo con il sostegno e la richiesta di politiche di prevenzione e di rafforzamento della sicurezza”.

Guardando al totale dei medici italiani, 431.150, sono ancora gli uomini la maggioranza, anche se si sta andando verso la parità: costituiscono infatti il 52,5%, mezzo punto percentuale in meno rispetto allo scorso anno. Se però guardiamo ai medici ancora sicuramente in attività, con meno di 70 anni, sono le donne a detenere la maggioranza, con il 55%: solo lo scorso anno erano il 53%. L’onda rosa, dunque avanza: tra i medici con meno di 60 anni le dottoresse sono il 59%, il 58,7% se guardiamo tra gli under 65. La forbice si amplia nelle fasce tra i 40 e 50 anni, dove le donne medico costituiscono il 63%, raggiungendo quasi il 64% tra i 45 e i 49 anni. La situazione si appiana un po’ nelle fasce tra i 30 e i 39 anni, con percentuali tra il 56 e il 57%, ma il gap aumenta tra gli under 30, dove le donne medico tornano a essere il 60%.

La tendenza si inverte nelle fasce di età più alta: se tra i 55 e i 59 anni le donne sono il 53%, tra i 60 e i 64 anni la stessa maggioranza è detenuta, in maniera speculare, dagli uomini. Tra i 65 e i 69 anni sono invece gli uomini a essere la maggioranza con il 59%, percentuale che sale al 66% tra i 70 e i 74 anni e, addirittura, all’81% tra gli over 75 che rimangono iscritti agli albi.

Sono donne, però, le due iscritte più longeve d’Italia, entrambe classe 1922. A detenere il primato è Isabella Picciotto, nata ad aprile, iscritta all’Ordine di Messina dal 1947, dove ha esercitato come Odontoiatra. La segue a ruota Natalia Prada, di ottobre dello stesso anno, pediatra e neonatologa, iscritta all’Ordine di Como dal 1949 e autrice di diversi libri di poesie.

Sino a pochi giorni fa, era Perugia a vantare l’iscritta più anziana d’Italia, sempre donna: Maria Antonietta Caterini era infatti nata il 6 dicembre del 1921 e avrebbe festeggiato quest’anno gli ottant’anni di laurea ma purtroppo è recentemente scomparsa e verrà cancellata dall’Albo il 9 marzo, nella prossima riunione del Consiglio Direttivo. Verena De Angelis, Presidente dell’OMCeO di Perugia, la ricorda come “un grande medico, che ha operato anche durante la Seconda Guerra mondiale, affrontando scenari per certi versi simili a quelli della pandemia”. Ci ha lasciati a settembre 2025 anche Leonardo Cappa, il medico nato “per caso” in Francia ma albese da sempre, che, nato il 13 aprile del 1921, deteneva lo scettro sino allo scorso anno, rimanendo iscritto all’Ordine di Cuneo e informandosi, fino all’ultimo, su riviste mediche e scientifiche per mantenersi aggiornato.

Sono due donne e un uomo i medici più giovani d’Italia, tutti nati nel 2002: tra loro, la dottoressa Douaa Kachtouli, nata a Dubai il 7 settembre 2002 e iscritta dal luglio dello scorso anno all’Ordine dei Medici di Milano.

Discorso diverso per gli odontoiatri, che sono per il 69% uomini, contando anche i doppi iscritti – all’albo dei medici e a quello, appunto, degli odontoiatri – tra i quali la percentuale sale all’84%. Numeri in ogni caso in calo di un punto percentuale ogni anno: erano il 70% nel 2025, il 71% l’anno precedente. Questo perché, se il gap è evidente nelle fasce di età più mature, tra i più giovani c’è una sostanziale parità: tra i 30 e 34 anni gli uomini sono il 52%. Tra i 25 e 29 anni, invece, prevalgono le colleghe donne, 1712 contro 1538.

“L’8 marzo – commenta il Presidente della Commissione Albo Odontoiatri nazionale, Andrea Senna – non è solo una ricorrenza simbolica: è un invito a riflettere, a cambiare mentalità e a costruire insieme una società più giusta, dove il rispetto e la parità siano valori concreti per tutti. Rispetto al secolo scorso, certamente le donne hanno conquistato maggiore libertà: possono scegliere la loro carriera, perseguire i propri sogni, affermarsi professionalmente. Eppure, nonostante questi progressi, la strada verso una vera parità è ancora lunga. Nella vita quotidiana, le donne continuano a incontrare ostacoli nel lavoro e, in molte famiglie, la cura dei figli e degli anziani resta un compito prevalentemente affidato a loro. La mentalità sta cambiando, ma una parità reale richiede un mutamento culturale profondo: tutti dobbiamo rivedere gli atteggiamenti, in particolare maschili, rispetto agli oneri familiari e alla divisione delle responsabilità”.