Quale senso dare alla storia? Lezione inaugurale delle romanae disputationes
A cura di Virginia Varriale
Il concorso nazionale di filosofia Romanae Disputationes (promosso dall'associazione "Amore per il Sapere" ETS) rientra ufficialmente tra le iniziative riconosciute dal Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM) per la Valorizzazione delle Eccellenze.
Link per rivedere la lezione: https://youtu.be/i5Zi3oYr9jA

IL 9 ottobre 2026, alle ore 15.00, in diretta streaming, per chi non era in presenza presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, si è svolta la lectio magistralis del prof. Roberto Mordacci (professore ordinario di Filosofia morale dell’Università Vita- Salute San Raffaele) per il Concorso Nazionale di Filosofia delle Romanae Disputationes 2026-2027 sul tema “C’è un senso nella storia?”. L'analisi filosofica si sviluppa attorno a tre prospettive chiave: il caos, inteso come disincanto e assenza di significato; il progresso, concepito come compito etico e utopia realistica guidata dalla libertà umana; e l'eterno ritorno, visto come ripetizione ciclica ed eterna dell'identico. I ragazzi, nei prossimi mesi, s’impegneranno in attività di ricerca per realizzare i lavori (saggi filosofici, monologhi, monologhi di coppia, video creativi) per partecipare al concorso, seguiti dai loro professori di filosofia.
Tante le domande di partenza: “Esiste un senso nella storia, oppure non c’è alcun senso?”, “E’ possibile scorgere una legge sottesa alla storia?”, “C’è un senso nel divenire, o siamo immersi nel caos?”, “Dove tende il nostro vagare?”, “Qual è il nostro ruolo nella storia?”.
Dalla lezione del prof. Mordacci emerge con chiarezza che la questione del senso della storia non è una pura speculazione teorica o metafisica, ma anzitutto una questione esistenziale, morale e politica, poichè la storia è intessuta delle nostre azioni e delle nostre vite. La domanda pratica "Come devo vivere?" precede l'indagine ontologica sull'ordine del mondo: prima abitiamo il mondo e con le nostre azioni lo facciamo, solo dopo possiamo contemplarlo. Il compito di ognuno è creare senso e anche laddove la storia apparisse priva di una direzione intrinseca o dominata dal disordine, ciò non ci autorizza alla rassegnazione. È dovere e responsabilità di ciascuno di noi dare il proprio senso alla storia attraverso l'agire pratico. Interessante è la provocazione di Shakespeare: la posizione più radicale che nega ogni significato alla storia è espressa nel Macbeth, dove la vita e la storia vengono descritte come "una storia raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla". Il prof. Roberto Mordacci si è poi soffermato sull'opposizione concettuale ed etimologica tra caos e cosmo, per spiegare come la filosofia greca interpreti il rapporto tra disordine e ordine. Citando la Teogonia di Esiodo, si ricorda l'assunto per cui "primo fu il caos".
Per la cultura greca, la parola caos non significa semplicemente "disordine" o confusione casuale, il termine deriva da un verbo che indica l'aprirsi, lo spalancarsi e il dipanarsi. Il caos va inteso come una grande apertura, una voragine e uno spazio vuoto e informe. È l'abisso originario dal quale ogni cosa può scaturire e nel quale tutto rischia costantemente di sprofondare. In contrapposizione al caos, il cosmo non si riduce a un ordine freddo, geometrico o ingegneristico, ma indica una bellezza ben disposta e un ornamento che risuona con la sensibilità umana. Il professore ha evidenziato infatti che la parola condivide la stessa radice etimologica con termini come cosmesi e cosmetica: nella visione greca, l'ordine è inseparabile dal senso estetico e dalla bellezza. La tradizione attribuisce a Pitagora il primo uso del termine cosmo per designare l'universo intero, avendo egli rintracciato nella realtà una struttura matematica ordinata, specchio di un'armonia analoga a quella musicale e artistica. Attraverso questa lettura etimologica, il passaggio dal caos al cosmo si configura come l'atto di tracciare distinzioni, trovare un'armonia e dare forma e bellezza all'informe.
Riprendendo Theodor Adorno, il prof. Mordacci ha poi sottolineato che il disincanto è l'antidoto fondamentale della filosofia per evitare che essa si erga a giudice astratto della storia. Tuttavia, il disincanto non deve diventare un alibi per la paralisi o per la rinuncia morale.
La storia come eterno ritorno ci riporta alla teoria di Friedrich Nietzsche: il filosofo tematizza la dottrina dell'eterno ritorno dell'identico (in particolare nel paragrafo 341 della Gaia Scienza), ponendo l'esperimento mentale del demone che annuncia il ripetersi infinito di ogni singolo attimo e dolore della vita. Per il prof. Mordacci, l'eterno ritorno non è una teoria conoscitiva ma un'istanza etica: essa risulta al contempo titanica (poiché pretende che il singolo voglia l'intera totalità della realtà e la sua violenza) e rinunciataria (poiché annulla il valore della singola persona e dei suoi desideri in favore di una volontà di potenza impersonale). Non bisogna però confondere la forza con la volontà, perché la vera volontà umana non è mera sopraffazione o dominazione dell'altro, ma la capacità di sospendere la forza per collaborare e "agire di concerto" con gli altri.
Nel corso della lezione, il prof. Roberto Mordacci ha individuato in Immanuel Kant il filosofo che ha pensato l'idea di progresso con il maggior rigore e la maggior onestà, proprio perché affronta la storia senza nascondere la violenza e il disordine del mondo. Nel saggio del 1784 Idea per una storia universale in prospettiva cosmopolitica, Kant suggerisce di non guardare i singoli eventi isolati, ma di osservare la storia su larga scala per verificare se emerga una tendenza. Osservando gli esseri umani sul grande palcoscenico del mondo, Kant nota con amarezza che l'agire umano appare intessuto di "follia, vanità puerile e spesso anche di una infantile malvagia mania di distruzione". Da questa constatazione deriva la celebre affermazione kantiana: "Con un legno tanto storto come quello di cui è fatto l'uomo non si può costruire nulla di completamente diritto". Il prof. Mordacci ha precisato l'importanza dell'avverbio "completamente": Kant non è un ottimista ingenuo, ma da illuminista ritiene che la possibilità di non rimanere "storti" e brutali rappresenti un compito aperto per l'umanità.
Nel Conflitto delle facoltà, Kant analizza e scarta tre letture tradizionali del corso storico:
1. Terrorismo morale (regresso costante verso il peggio): è una storia consolatoria e un alibi usato per autorizzarsi ad essere cattivi o per attendere una fine catastrofica.
2. Eonismo (progresso costante e necessario): è una visione deterministica intollerabile poiché annulla la libertà e la responsabilità morale dell'uomo.
3. Abderitismo (eterna immobilità o continuo muoversi in cerchio): è lo spettacolo sconfortante di chi fa un passo avanti e uno indietro, riducendo la storia a una farsa inaccettabile. Alla domanda se il genere umano sia in costante progresso, la risposta di Kant è un "forse": il progresso non è una certezza scientifica né una previsione garantita, ma un compito aperto affidato alla libertà umana. Nella storia esistono però dei "segni" che dimostrano la possibilità del cambiamento. Il segno storico fondamentale citato da Kant è la Rivoluzione Francese. Anche se la rivoluzione sul piano politico è sfociata nel terrore e nel sangue della ghigliottina, dal punto di vista antropologico l'entusiasmo di un intero popolo che ha tentato di emanciparsi dai vecchi privilegi è un evento la cui memoria "non si dimentica più" e che testimonia in modo permanente la possibilità della libertà. Per Kant, l'inclinazione alla libertà è infatti la passione più violenta della natura umana. Il prof. Mordacci infine ci ha invitato a cogliere la chiave di svolta nell'idea di un'utopia progressiva, intesa in senso realistico a partire dall'opera Utopia (1516) di Thomas More. L’umanista Moro non inventa un modello astratto calato dall'alto; analizza le contraddizioni e le ingiustizie concrete della sua epoca (le recinzioni delle terre e la brutalità dell'appropriazione privata) e immagina nei dettagli una società diversa abitata da persone ordinarie. Bisogna imparare l'esercizio dell'immaginazione politica: l'utopia progressiva non è una fuga dalla realtà o un'ingegneria sociale perfetta (che sfocerebbe nelle distopie o utopie regressive tipiche del Novecento), ma la capacità di identificare le ingiustizie attuali e disegnare dettagliatamente un'alternativa praticabile verso cui orientare l'agire storico. Il prof. Mordacci è convinto che questo orizzonte configura una vera e propria utopia kantiana: il progresso non è una destinazione garantita, ma un compito morale affidato all'azione e alla responsabilità storica dell'uomo. La domanda con cui si è conclusa la bellissima lezione è: “Quale potrebbe essere l’utopia buona e progressiva della nostra storia?”.
Parola ai giovani delle Romanae Disputationes 2026-2027.