testata registrata presso Tribunale di Napoli n.70 del 05-11-2013 /
direttore resp. Pietro Rinaldi /
direttore edit. Roberto Landolfi

De Carolis: il feudalesimo mai finito

di Lelio Demichelis
tratto da Doppio Zero del 6 Gennaio 2026

Vassalli, valvassori e valvassini: come dimenticare questa semplice formuletta che definiva e spesso ancora definisce la struttura e la sovrastruttura gerarchica del feudalesimo, con i vassalli (sottoposti al signore, ovviamente) al vertice della piramide, i valvassori vassalli dei vassalli e i valvassini come vassalli dei valvassori – sbagliando però clamorosamente; così come si sbaglia a definire il Medioevo come un insieme di secoli bui? Sì, perché invece della piramide del potere feudale oggi si preferisce usare l’immagine della rete, magari confusa e con nodi di potere più importanti di altri (curioso, sembra la rete digitale di oggi), con fedeltà in cambio di protezione (e altro ancora), ma comunque con una funzione gerarchica (pure nelle reti esiste infatti gerarchia), ma anche con una struttura di forte coesione verticale e orizzontale (e di nuovo, sembra il digitale di oggi, dove però c’è soprattutto competizione e frammentazione, ma anche e insieme la nostra fidelizzazione al sistema, altro nome per dire fedeltà al potere.

E poi, sempre guardando alla storia: feudalesimo o feudalesimi? Parola per definire un ordine politico oppure giuridico oppure un sistema di produzione specifico che poi ha lasciato il passo (secondo Marx) alla modernità borghese e al modo tecnico e capitalistico di produzione e di consumo? Costruzione/sistematizzazione intellettuale ex post degli storici o realtà effettiva del tempo? E ancora domande: se tra signore e vassallo – due soggetti apparentemente liberi – vigevano appunto doveri di protezione e di fedeltà, cosa sono i contratti di lavoro e il lavoro salariato capitalistico (ma anche quello gratuito che svolgiamo producendo dati per il profitto della Silicon Valley e simili) e cos’è il taylorismo se non una forma di feudalesimo/vassallaggio; ovvero possiamo dire che il capitalismo e il digitale non aboliscono il sistema feudale ma lo industrializzano/razionalizzano; e quindi il management, come il marketing sono tecniche di produzione di vassallaggio comportamentale/esistenziale, cercando la nostra attenzione e quindi la nostra fedeltà all’impresa (condividere la sua mission) o al brand, con i lavoratori che devono credersi liberi imprenditori di se stessi (la realtà è tutt’altra cosa); e con i consumatori che devono credersi sovrani e liberi nel mercato? Mentre l’egoismo e l’individualismo illudono ciascuno di poter avere/essere un proprio personalissimo feudo?

E la nostra dipendenza dai dispositivi della rete e dagli algoritmi a cui deleghiamo tutti noi stessi, verticalmente e orizzontalmente/viralmente, senza dimenticare i videogiochi, non è forse, come è stato definito, vassallaggio digitale? E cos’è la Nato, cos’è la Dottrina Monroe di ieri e di oggi, cos’è stato e cos’è il colonialismo politico, economico e tecnologico – oltre alla colonizzazione degli immaginari collettivi – se non vassallaggio socializzato di tutti rispetto al sistema, senza poter immaginare mondi della vita diversi da quello industriale e capitalista (e anche l’IA è rivoluzione industriale, è Direzione cognitiva e non certo intelligenza collettiva e sociale); facendoci resilienti anche alla crisi climatica, cioè vassalli dei signori del fossile che hanno fatto fallire anche la COP 30 – cosa sono queste se non forme di vassallaggio di tutti e di ciascuno verso qualche signore, si chiami Trump o Intelligenza artificiale (il signore essendo ChatGPT che addirittura pensa per noi); o un qualunque sovranista/populista che illude di offrire protezione (dai migranti e dal caos del mondo) al popolo impaurito, in cambio di fedeltà/fidelizzazione al brand politico?

Siamo dunque in una nuova rifeudalizzazione del mondo (e la memoria ci ricorda incidentalmente il Medioevo prossimo venturo. La degradazione dei grandi sistemi – libro del 1972 di Roberto Vacca)? Oppure dal regime feudale non siamo mai usciti? E dire rifeudalizzazione è corretto oppure nasconde altro?

Dello spettro di una rifeudalizzazione della società e delle dinamiche sociali – spettro che torna a muoversi nel mondo e contro la democrazia e contro la libertà dell’uomo – scrive Massimo De Carolis nel suo ultimo libro, Rifeudalizzazione. La mutazione che sta disintegrando le democrazie occidentali, edito da Gramma-Feltrinelli (pag. 203, € 17.00) – De Carolis che ha insegnato Filosofia politica all’Università di Salerno e che è autore (tra i molti suoi libri) di Il rovescio della libertà (2017) e più recentemente (2023) di Convenzioni e governo del mondo (qui la recensione).

Uno spettro che si aggira nel mondo non da oggi (ieri però soprattutto usato per definire movimenti e processi contrari al progresso) e che è animato oggi da interessi particolari e che viene segnalato come un pericolo solo da pochi, mentre “nelle frange più radicali dell’anarco-liberalismo, nei gruppi di estrema destra più fantasiosi e in alcuni settori tecnocratici della galassia digitale” si fa strada “la rivendicazione in positivo di valori e miti dal sapore neofeudale, con l’intenzione esplicita di rompere i ponti con l’ideale moderno di uguaglianza e con le pratiche consolidate di democrazia”. Nella convinzione dei nuovi signori del mondo che “per difendere a oltranza i privilegi occidentali non vi sia altra via che […] spacciare per necessità ontologiche la disuguaglianza e il dominio. […] – così da “riportare a nuova vita […] i dispotismi e i privilegi che la civiltà moderna credeva di essersi lasciata alle spalle una volta distrutto completamente il regime feudale, come avevano orgogliosamente annunciato nel 1789 i rivoluzionari francesi”.

Una rifeudalizzazione politica (compreso il populismo identitario), economica e tecnologica che appare sempre meno “come una generica minaccia per assumere sempre più le sembianze di un fatto compiuto”. E “il dominio del mondo è conteso tra forze emergenti che non fanno alcuna distinzione tra privato e pubblico, economia e politica” – ma questo è in verità nella essenza del capitalismo e dei sistemi tecnici – e alla gente “non resta quasi altra scelta che la servitù volontaria all’una o all’altra forza per ottenere protezione e benefici più apparenti che reali”, lasciando spazio a relazioni politiche e sociali costruite “sul vincolo del vassallaggio”.

È una mutazione sotterranea, come la definisce De Carolis, perché se il processo ha radici antiche e affonda “nella stessa genesi della modernità”, esso si è accresciuto negli ultimi cento anni: “come se le istituzioni moderne si stessero riducendo a un guscio sempre più sottile, al cui interno cresce un coacervo di forze di cui avvertiamo la distruttività, senza però riuscire né a disinnescarle né, banalmente, a spiegarle con i concetti che ci sono famigliari” – anche perché stiamo perdendo la capacità di vedere i processi e di analizzarli e ci limitiamo a elencare dati e fatti senza un senso logico o a delegare la conoscenza agli algoritmi/IA. Ecco allora la necessità di una immagine nuova del mondo e di una nuova lente concettuale “attraverso la quale i diversi fenomeni emergenti, opachi e all’apparenza eterogenei, possano essere letti come articolazioni di un unico processo, un’unica mutazione e, in definitiva, un’unica minaccia” – e la lente adottata da De Carolis è appunto l’ipotesi di una rifeudalizzazione della società. Un processo degenerativo della modernità che non nasce dal nulla, come detto e già criticato in passato (e pensiamo alla Scuola di Francoforte e alla definizione di Marcuse della società tecnologica avanzata come totalitarismo; i francofortesi vedendo come l’Illuminismo si fosse anche rovesciato da progresso a regresso – Horkheimer e Adorno); insieme ricordando come fosse negli obiettivi del neoliberalismo novecentesco, quello di sovra-ordinare il mercato allo stato e alla società – complici troppi governi.

Dunque, “le spinte alla rifeudalizzazione provengono dall’interno dell’apparato istituzionale: dagli stati sovrani, dai mercati finanziari, dall’innovazione tecnologica e dagli strumenti giuridici adottati o imposti alla comunità internazionale”. E confermandosi forse anche così, aggiungiamo, l’essenza nichilista della modernità, per cui (De Carolis) “l’erosione dell’ordine moderno ha i tratti di una paradossale [o forse invece deterministica?] autodistruzione”. Populismi compresi, che “non sono affatto indeboliti dal cortocircuito tra pubblico e privato e anzi si nutrono proprio della spaccatura antagonistica che divide i loro sostenitori dagli avversari e hanno tutto l’interesse ad accentuare la propria identità, vale a dire l’ostilità preconcetta verso ogni altra componente del quadro politico, a beneficio esclusivo dei propri affiliati”. Appunto, rifeudalizzazione; fidelizzazione politica oltre che economica e tecnologica (o le tre cose insieme). Populismi e altri movimenti identitari che sono i nuovi luogotenenti del potere globale, assecondandone – nel comune nichilismo ontologico ed ecologico – la potenza e i profitti privati, spianando loro la strada, tra repressione sociale, negazionismo climatico, impoverimento di massa.

Rifeudalizzazione, quindi, per designare appunto “un particolare tipo di sovrapposizione tra l’autorità pubblica e gli interessi privati” – e tutto l’ordine istituzionale diventa “uno strumento nelle mani degli interessi privati più forti e organizzati e [persino] autorizzati a farlo […] anche a danno delle altre componenti della società e persino del mondo nel suo insieme”, con “il monopolio della ricchezza e del potere che rischia così di finire nelle mani di corporazioni private”, impermeabili al mondo estero e al mondo reale dove pure “non c’è angolo del pianeta che non sia attraversato dalle dinamiche globali del denaro e del potere”. Come ieri, ma molto più di ieri – e i loro effetti condizionano (o forse meglio: colonizzano) ormai anche gli aspetti più intimi della vita umana.

Con finanziarizzazione e digitalizzazione – “che in superficie si presentano come due processi indipendenti e paralleli, non del tutto simultanei” – ma poi “regolarmente portati a intrecciarsi l’uno all’altro”; dove “autorità [dei gatekeeper/piattaforme] e fedeltà” degli investitori e degli utenti della rete creano un rapporto circolare di reciproco sostegno “ed è proprio questa circolarità a rendere il legame tanto simile a un patto feudale”: nella crescente “dipendenza dai grandi gestori, che dettano le regole del gioco e scandiscono il ritmo al quale tutti, chi più chi meno, siamo tenuti a ballare”. Attraverso meccanismi psichici eterodiretti dove “più che una manipolazione, ha luogo una specie di formattazione” – ma la differenza tra manipolazione e formattazione delle pulsioni sembra a noi così sottile da essere inesistente – “che rende impossibile la partecipazione al gioco se non attraverso i format nei quali è stata prioritariamente incanalata la dinamica sociale”.

Di più: con la rifeudalizzazione avverrebbe il passaggio “dal governo impersonale e anonimo delle convenzioni di mercato al dominio diretto delle grandi corporation”. Che non è imposto “da un atto d’imperio unilaterale, ma da un processo di sostituzione, e in cui resta fermo il legame tra il sistema di mercato e le spinte pulsionali collettive, sia pure filtrate e formattate dalle nuove procedure tecniche”, noi qui ricordando che i dispositivi tecnici sono molto più potenti, pervasivi, normativi e quindi totalitari dei dispositivi consumistici.

Per contro, come ricorda De Carolis, negli ultimi anni “nessuno dei partiti democratici occidentali ha davvero proposto una soluzione alle disuguaglianze, all’erosione dello spazio pubblico e a tutta la costellazione di problemi che è al cuore del paradigma della rifeudalizzazione. Ci si è limitati a fingere una soluzione, fino a che la finzione è divenuta insostenibile”. Ma allora, come uscire da questi processi di degenerazione e disintegrazione della democrazia e della libertà, di collusione/correità tra signori e vassalli, recuperando la demo-crazia e la responsabilità e la convivialità e l’equilibrio con la biosfera e un senso del vivere e del convivere tra soggetti individuali e collettivi consapevoli e soprattutto responsabili e non più tra signori e vassalli? Come uscire dal nuovo regime feudale – ammesso di esserci un giorno davvero usciti?

Che il mondo possa essere spartito tra pochi padroni “che basano la propria autorità sulla fedeltà attiva e la servitù volontaria di masse di seguaci” è un rischio, scrive De Carolis, “ma non è un destino già segnato”; non fosse altro “perché, al momento, le dinamiche del dominio sono incapsulate quasi come parassiti all’interno delle istituzioni moderne, ma non sembrano intenzionate a frantumarne il guscio”: anche perché “prendere apertamente le redini del mondo vorrebbe dire misurarsi con gli squilibri e le devastazioni della crisi attuale, che proprio i processi di rifeudalizzazione hanno contribuito ad aggravare” – e soprattutto disfarsi dei problemi del mondo è “la via più sicura per consolidare la propria posizione di dominio”, facendo del disordine/disruption il nuovo “ordine cosmico” (De Carolis), con l’istituzionalizzazione dello stato di natura hobbesiano.

Che fare, dunque? Secondo De Carolis, la sola alternativa realista è quella di liberare “le relazioni di mercato dalla logica del capitale” – posto che mercato e mercato capitalistico sarebbero processi differenti tra loro (Braudel) – e sottrarre “le esigenze di autogoverno delle singole comunità al monopolio sovrano degli stati nazionali”. Sufficiente? Altrimenti, “è facile ipotizzare che prima o poi sia la dinamica stessa del sistema a consegnare l’egemonia ad altri attori e ad altre forze emergenti, più capaci e disposte al governo del mondo nel suo insieme”. Che siano – chiosiamo – macchine/algoritmi/IA, come è nel sogno dei nuovi signori feudali?

Parenti serpenti, il cinico ritratto dell'ipocrisia della famiglia italiana, soprattutto a Natale

Buon 2026  a tutti i nostri lettori. Cominciamo l’anno  con pubblicare due pezzi su famiglia e salute, temi molto cari a tutti noi. Famiglia e salute descritte da un punto di vista non usuale.

Il primo pezzo “Parenti serpenti” tratto da The Vision, fa riferimento all’omonimo film di Mario Monicelli, (regista tra i massimi esponenti della commedia all’italiana), il quale non è certo tenero con i riti natalizi delle famiglie italiane. Il secondo pezzo “Il mio piede destro” di Valerio Magrelli, tratto da Lucy sulla Cultura, ci illustra una condizione di salute non proprio favorevole, ma che offre interessanti spunti di riflessione. Buona lettura (NdR)


Parenti serpenti è il cinico ritratto dell’ipocrisia della famiglia italiana, soprattutto a Natale


tratto da “The Vision”  del 1 gennaio 2026
Uno dei ricordi più nitidi delle feste di Natale che riesco a evocare, quando da bambino le trascorrevo a Sulmona, nella mia città d’origine, ha a che fare con un capitone. Un’anguilla, per chi non ha dimestichezza. Comprato per tradizione il 23 dicembre, o al massimo la mattina della vigilia di Natale, lo si manteneva vivo fino al momento della cottura. Un gesto che oggi mi appare in tutta la sua crudeltà ma che agli occhi di un bambino appena seienne non acquisiva un vero senso compiuto. Il capitone lo si metteva a nuotare prima nella vasca da bagno riempita d’acqua, affinché avesse più spazio, e poi piano piano spostato in recipienti sempre più piccoli e vicini alla cucina, finendo le sue ultime ore in una insalatiera rossa posta fuori al balcone, per essere mantenuta fredda. La sera in cui fuggì fu l’ultima volta che ne entrò uno in casa. Mentre l’acqua bolliva, mia nonna si era infatti accorta con non poca sorpresa che l’anguilla era scomparso dal contenitore. Lo avevamo perso, probabilmente scappato via con un guizzo, riuscendo a scavalcare i bordi della ciotola e perdendosi in un angolo della notte, tra il giardino e il cortile. “Che ce ne importa”, fu la risposta di mia nonna, consolando forse più lei che gli altri. “L’importante è la famiglia”.


Erano gli anni Novanta e l’istituzione della famiglia stava iniziando a cambiare, facendosi mano a mano meno numerosa e meno stabile, come riflesso più diretto dei mutamenti della società. Agli inizi del decennio, con la caduta del muro di Berlino, si erano inanellati uno dopo l’altro una serie di eventi positivi: le dimissioni di Margaret Thatcher, la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Poi la nascita dell’Unione europea, con il trattato di Maastricht, e in Italia la stagione di Mani Pulite e la fine della Prima Repubblica. In un aspetto la famiglia era – ed è – rimasta la stessa: la voglia di emergere a tutti i costi; le menzogne, anche bonarie, necessarie a mantenerla in piedi. La provincia, soprattutto, ne condizionava le aspirazioni, le percezioni e le distanze sociali. Fu in alcune piccole città d’Abruzzo, tra cui proprio Sulmona – con il suo “struscio” di gente che da Piazza Garibaldi passeggia su e giù in Corso Ovidio, dirigendosi a senso alterno verso Porta Napoli o la villa comunale –, che nel 1992 il regista Mario Monicelli mise in scena il quadro desolante della vita piccolo borghese italiana con Parenti serpenti, disponibile in streaming su MUBI.

Un film che forse, insieme a Regalo di Natale di Pupi Avati, è una delle storie più anti-natalizie che ci siano: i sentimenti bonari e morali scompaiono, diventano al massimo maschere da indossare per mantenere viva la tradizione e che sotto nascondono, neanche poi così bene, l’individualismo più spietato.


 Foto per gentile concessione di Carmine Amoroso


Al centro di Parenti Serpenti c’è la casa di nonna Trieste e nonno Saverio, vicebrigadiere dei carabinieri in congedo ora affetto da una lieve forma di demenza senile, luogo di ritrovo delle vacanze natalizie di una famiglia piccolo-borghese raccontata dal basso, dalla falsa ingenuità di Mauro, il nipotino di dieci anni. Ci sono i suoi genitori, Lina e Michele, la prima perennemente nevrotica, affetta da colite spastica, che ormai non riesce più a mangiare né la pasta né la carne né il pesce, per non parlare della verdura, che solo l’odore le dà il voltastomaco, il secondo tifoso appassionato del Pescara e sostenitore della Democrazia cristiana; la zia Milena, appassionata di quiz televisivi per averci partecipato da bambina e depressa per l’impossibilità di avere figli, e Filippo, il maresciallo; poi Alessandro, il comunista, e la moglie Gina, la più snob, più consumista che comunista, con il golfino di cachemire perché meglio comprarne uno solo ma buono; la figlia Monica, che sogna di fare la ballerina in televisione ma è sempre sotto l’occhio attento della madre, che ne conta ogni caloria ingurgitata; infine Alfredo, celibe e senza figli. Un quadro che si regge sull’ipocrisia di volersi bene a ogni costo, fino a quando lo si può fare solo nel perimetro di occasioni breve e prestabilite. La finzione, infatti, crolla quando a cena gli anziani genitori fanno un annuncio: non è più il caso che vivano da soli, andranno a stare da uno dei figli ma lasceranno a loro la libertà di scegliere chi.


Nelle interazioni dei figli, nel rinfacciarsi mancanze e lontananze, confluisce una fotografia amara della realtà di provincia che non lascia scampo: tanto più è comune il modo in cui è descritta tanto più ci appare grottesca. Il cinismo con cui la vecchiaia dei genitori diventa un peso e si cercano di individuare le circostanze più adatte affinché la casa altrui sia sempre e comunque una scelta migliore della propria è lo specchio della crisi della famiglia. Le stesse fondamenta su cui si reggeva insieme a poco altro, cioè la Chiesa, diventano sì un appuntamento immancabile con la messa di Natale, ma non per onorare la tradizione religiosa quanto per sfuggire a cosa avrebbe mai potuto dire la gente, trasformando così quel rito in una processione di sguardi, pellicce, avance, pettegolezzi.

Foto per gentile concessione di Carmine Amoroso

La forza della pellicola sta nella sceneggiatura sferzante di Carmine Amoroso, che attingendo dalla più cospicua eredità teatrale – non a caso Parenti serpenti è portato in scena sui palchi italiani ormai da decenni e sempre con gran successo – compone un caustico affresco corale della piccola provincia italiana. A esaltarlo, un cast dal talento autentico in cui emergono, indimenticabili, anche Cinzia Leone, Alessandro Haber e Paolo Panelli. Interprete più televisivo che di cinema, di cui anzi diceva di esserne deluso, con i suoi sketch Panelli aveva contribuito alla storia della tv italiana e insieme del costume nazionale, portando anche nel film di Monicelli quello spirito di intrattenitore arguto e ironico con cui costruisce la maschera rugantina che è nonno Saverio, spaccone e spavaldo all’apparenza ma pavido davanti alla fermezza di nonna Trieste. Se Leone impersona forse il personaggio più iconico e comico di tutta la pièce, una wanna-be sciura che si scopre il personaggio più libero di tutti  – “È stata la cosa più bella che io abbia mai fatto ed è la cosa della mia vita, che amo di più”, racconta in un’intervista –, Haber, che in Regalo di Natale incarnava la figura del perdente, un uomo dall’aria debole e impacciata, con le sue doti da caratterista in Parenti serpenti è un professore omosessuale lontano dalle rappresentazioni macchiettistiche con cui il cinema italiano ha spesso utilizzato l’omosessualità per enfatizzare la virilità altrui.


Monicelli era arrivato alla famiglia dopo aver indagato la borghesia, la politica, il patriottismo tutto italiano, realizzando opere in cui l’ironia e la risata si mescolavano sempre all’amarezza della consapevolezza. Più che l’aderenza a un archetipo, era il risultato di una presa di coscienza con cui già negli anni Sessanta aveva colto le incongruenze e i contrasti della realtà culturale e italiana, dando vita alla commedia all’italiana, poi finita con l’incupirsi degli anni Settanta. Considerato il successo che ebbero le sue pellicole, si scoprì che gli italiani amavano ridere delle proprie debolezze e dei loro difetti. Accadde perché in quei personaggi dalle abitudini maldestre non sempre gli spettatori riuscirono a cogliere il profondo messaggio politico che contenevano, considerandoli alla stregua di semplici macchiette. Per Monicelli, invece, il cinema era un’opportunità per svelare i propri limiti e fare autocritica, correggersi e crescere, consapevoli dell’importanza della propria individualità.


In Parenti serpenti, Monicelli indugia sugli elementi più tipici del Natale: il pranzo da preparare, gli uomini che parlano di calcio e politica e le donne di malanni, matrimoni e vip (sempre meno belli che visti sui giornali o in televisione), la processione della Vigilia. E poi i discorsi circostanziali, i convenevoli di rito – “Come stai? Stai bene? Son contenta!” –, le insinuazioni e i cambi repentini di discorso appena l’occasione non è più buona. Tra ricordi e pettegolezzi, panettoni e tv, che con il suo borbottio era ormai diventata un sottofondo immancabile nelle case di tutti gli italiani, si fa strada il trionfo dell’ipocrisia, quella alla base della famiglia come istituzione, pronta a esplodere – anche in senso letterale – nelle occasioni di ritrovo: gelosie, rancori, competizioni.

“Tutti pronti alle più ridanciane espansioni sentimentali, come alle lacrime, alle proteste più teatrali come alle aggressività convulse e insieme melense. Una famigliaccia, quanto mai solidale negli egoismi, nei gusti vittimistici, infelicissima e malata”, scriveva il critico Enzo Siciliano sull’Espresso. Parenti serpenti mette infatti a nudo i vizi e il perbenismo che spesso sottendono ai rapporti familiari. D’altronde, soprattutto in questo periodo, quanti di noi preferirebbero non dover scavare dentro di sé per trovare le ultime dosi di pazienza rimaste e far fronte ai commenti di vicini, cugini, zii, magari neppure solo di primo grado. È stato un anno difficile, lo sappiamo. E anche i precedenti non hanno scherzato.


Gli insistenti giudizi sul corpo – “poi mi viene su con un culo che fa provincia” –, le considerazioni sull’omosessualità – “Com’è che è venuta fuori questa tua diversità?”, “Cosa vuoi che ti dica? A un certo momento mi sono accorto che mi piaceva il cazzo” (una frase da riciclare sempre all’occorrenza, sta bene su tutto) –, ma soprattutto gli immancabili regali “fini per gente di classe”, come un cavatappi a forma di delfino. Certo, sparlare della propria famiglia nelle occasioni festive, soprattutto a Natale, è forse diventato a sua volte un cliché, ma di certo fa parte del pacchetto completo delle vacanze, per chi può o decide di tornare a casa. Non c’è niente, mi sembra, in Parenti serpenti che non lo renda ancora oggi la rappresentazione più fedele e veritiera delle feste natalizie nelle case degli italiani. Anche nel modo in cui i litigi – sulla politica, sul clima, sulla
scienza e i vaccini, su come è meglio fare i genitori – vengono prontamente quietati. Perché, in fin dei conti, è pur sempre Natale.

Si ringrazia Carmine Amoroso, sceneggiatore di “Parenti serpenti”, per la gentile concessione dell’uso delle sue fotografie.