di Virginia Varriale
I bambini di Gaza sono i bambini di tutti, perché il diritto di esistere e di crescere è qualcosa di sacro e universale, che vale per ogni creatura venuta al mondo.
Gaza è ormai sinonimo di morte e di violazione, non solo fisica ma anche culturale, perché eliminare l’infanzia di un popolo significa decretare la fine di una memoria storica, che ha senso solo se le future generazioni hanno la possibilità di custodire e tramandare.
Comprendere le posizioni di chi ha torto e di chi ha ragione dinanzi alla storia non può bastare, se a rimetterci sono i bambini che oggi non ci sono più, perché ammazzati, affamati, umiliati e privati di ogni speranza di sopravvivenza.
La comunità internazionale dice ma non fa, denuncia ma non interviene, sentenzia ma non agisce.
Qualche giorno fa sul quotidiano Avvenire il professore Eugenio Mazzarella, docente di Filosofia alla Federico II di Napoli, ha lanciato un appello per conferire il Nobel per la pace ai bambini di Gaza.
«Trecento bambini e adolescenti uccisi in 300 giorni. Uno al giorno dall’ottobre 2025, in un tempo che avrebbe dovuto essere di sospensione dei combattimenti. E invece a Gaza i bambini continuano a morire. Quelli che sopravvivono tra malnutrizione, malattia, acqua sporca e cure inesistenti stanno ancora aspettando la fine della violenza che era stata loro promessa».
Centinaia di persone stanno sottoscrivendo la proposta, perché – come ha scritto il frate francescano Ibrahim Faltas, direttore delle scuole della Custodia di Terra Santa:
«Riconoscere ai bambini di Gaza il premio Nobel per la pace significa dare ancora valore alla parola pace, significa fermare nella storia il diritto alla memoria per i bambini che non potranno diventare adulti e il diritto e un futuro di pace per chi è sopravvissuto all’orrore e all’odio».
NON SONO SOLO I BAMBINI DI GAZA AD ESSERE LE VITTIME INNOCENTI DI GUERRA, CI SONO I BAMBINI ISRAELIANI ASSASSINATI DA HAMAS IL 7 OTTOBRE 2023 E TUTTI QUELLI MORTI SUCCESSIVAMENTE, CI SONO I BAMBINI UCRAINI E I BAMBINI RUSSI, CI SONO I BAMBINI IRANIANI E I BAMBINI SUDANESI.
A TUTTI LORO VA RICONOSCIUTO IL NOBEL PER LA PACE.
GAZA è diventata simbolo di crudeltà e di odio contro l’innocenza di chi dovrebbe essere solo amato e protetto da adulti che nel corso dei secoli si sono spogliati sempre più di umanità.
Usare oggi la parola “genocidio” è doveroso, considerate le “evidenze” intollerabili commesse con tanta ferocia per reprimere il diritto di un popolo alla vita. Genocidio è l’eliminazione intenzionale di qualsiasi gruppo umano, eppure bisogna prendere in considerazione nuove forme di tentativi di eliminazione di gruppi umani, come quella per esempio di compiere azioni tali da impedire che gli aiuti umanitari inviati nei territori in guerra giungano a destinazione: i feriti e i malati non possono essere curati, e la popolazione resta stremata dalla fame. Non è anche questa una forma di genocidio?
Alla denuncia dei fatti sarebbe necessario far seguire il ripristino del rispetto della persona umana e concretizzare effettive misure di prevenzione, fino a giungere alla reale punizione dei responsabili dei crimini commessi, poiché l’impunità, di per sé, costituisce sempre un fattore di istigazione alla violenza. Non sono sufficienti le dichiarazioni di principio che, seppur edificanti teoricamente, rischiano di non sortire alcun effetto pratico. Nel diritto internazionale il genocidio è l’equivalente di ciò che è l’omicidio nel diritto interno: se da un lato non è concepibile che un ordinamento statale non punisca l’omicidio, dall’altro non è ammissibile che un ordinamento internazionale non punisca il genocidio. Hobbes ci ha insegnato che proprio la ragione ha portato l’uomo a creare lo Stato per la salvaguardia della vita umana e della pace interna contro la libertà selvaggia e naturale degli uomini- lupi, ed è quella stessa ragione che ha creato il diritto internazionale per la sicurezza della vita dei popoli e della pace esterna contro la sovranità selvaggia, foriera di guerre e di genocidi, degli Stati, in assenza di limiti giuridici.
È importante ricordare la citazione di Lelio Basso nella ricerca di una definizione operativa del concetto di genocidio:
«Chi è sradicato dalla sua cultura, dal suo ambiente, è sradicato dalla vita: diviene un essere anonimo, impersonale, perso in una folla di esseri altrettanto anonimi e impersonali, alla mercé di persone che non conosce, di avvenimenti che non controlla, di decisioni alle quali non partecipa».
Questa riflessione è rivolta a chi sopravvive alla guerra, ma ha perso tutto: penso ai bambini che hanno perso i genitori, i fratelli e le sorelle, i nonni, gli amici, le case, i giocattoli, i libri e si ritrovano soli, vulnerabili e con un peso nel cuore che porteranno per tutta la vita.
Nel nostro tempo, governare equivale sempre più a spartire, dividersi il Paese prima che altri lo facciano: sembra essere questa la regola di fondo della politica dappertutto. Ma nei Paesi in conflitto, la guerra viene combattuta con e sulle popolazioni civili, con e sul cibo, la terra, le scuole, gli ospedali, con e sul territorio che viene conteso e strappato con le armi, per essere “ripulito” di elementi estranei.
Gli elementi estranei siamo TUTTI NOI.
Per aderire «Ai bambini di Gaza il Premio Nobel per la pace»: petizione.gaza@avvenire.it