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Angela Merkel: «Per cambiare il mondo, rinnoviamo il nostro pensare»

 Angela Merkel: «Per cambiare il mondo, rinnoviamo il nostro pensare»Angela Merkel, cancelliere della Germania dal 2005 al 2021 / Ansa / Alexandros Beltes


Riportiamo qui un discorso dell’ex cancelliera federale tedesca Angela Merkel di pochi giorni fa al monastero benedettino di Maria Laach. Il sermone, pronunciato per l’abate Mauritius e la comunità, ha avuto grande eco sulla stampa tedesca poiché Merkel non parlava in pubblico da anni. Oltre all’interesse politico c’è infatti in queste parole un contenuto esplicitamente cristiano. La traduzione è a cura di Alessandro Bellino, ricercatore dell'Università Cattolica.


Sono lieta di poter riflettere oggi insieme a voi sul passo della Bibbia tratto dalla lettera dell’apostolo Paolo ai Romani, che si legge qui in chiesa durante la Quaresima nei vespri dei giorni feriali e viene interpretato da diverse persone. Si tratta, come abbiamo appena sentito, dei versetti 1 e 2 del capitolo dodicesimo della Lettera ai Romani. Li ripeto ancora una volta: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto». Nel confrontarmi con questo testo ho innanzitutto cercato di immedesimarmi nella situazione storica in cui fu scritto. Vorrei capire meglio come il cristianesimo sia diventato passo dopo passo una religione diffusa in tutto il mondo, sapendo però di essere una laica e non una storica o teologa. Chiedo quindi perdono se dovessi commettere errori o interpretazioni sbagliate. Paolo scrisse questa lettera intorno agli anni 57 o 58 dopo Cristo. Si trovava a Corinto durante il suo terzo viaggio missionario. Gesù era morto da più di 25 anni. Paolo si era convertito al cristianesimo alcuni anni dopo la morte di Gesù e aveva iniziato a convincere altre persone ad aderire al cristianesimo. Dalla metà degli anni quaranta del primo secolo iniziò anche viaggi missionari al di fuori degli insediamenti ebraici, tra cui a Cipro, in Siria, in Grecia e nell’attuale Turchia. Quando Paolo scrisse la Lettera ai Romani, erano state create già molte comunità cristiane, anche a Roma. Egli inviò alla comunità romana quella che oggi è nota come Lettera ai Romani, perché stava pianificando un viaggio missionario fino alla lontana Spagna e voleva fare tappa a Roma. Con questa lettera voleva preparare la comunità al suo arrivo e spiegare chiaramente ai cristiani romani come lui comprendesse la fede cristiana. L’idea di provare a immedesimarmi nella situazione dei cristiani di allora mi è venuta durante le mie visite a Pompei, che mi hanno sempre affascinata profondamente. Forse è successo anche ad alcuni di voi se vi siete mai andati. A questa città riportata alla luce dobbiamo il fatto che oggi possiamo farci un’idea piuttosto precisa di come vivevano le persone nel primo secolo, alla fine degli anni 50 del primo secolo, cioè quasi duemila anni fa, quando giunse loro la lettera di Paolo. Nel 79 d.C. Pompei fu sepolta dalla lava e dalla cenere del Vesuvio. Solo a metà del XVIII secolo iniziarono gli scavi. Oggi possiamo ammirare gran parte di una città romana del I secolo d.C., esattamente nello stato in cui si trovava quando i suoi abitanti furono sorpresi dai residui incandescenti della lava, che li intrappolò e li conservò. A Pompei non si vedono solo templi dedicati agli dei romani: si può camminare nelle strade, entrare in ville perfettamente conservate, osservare il funzionamento delle terme e guardare nelle taverne di strada dove ancora si vedono resti di pane, pentole di zuppa e anfore di vino. Ma si vede anche qualcosa di cui nella storia si parla poco: gli alloggi angusti e miseri degli schiavi nelle case e nelle ville e le tracce del loro duro lavoro. Se ci si immedesima nella vita di allora, diventa chiaro che i cittadini romani, almeno quelli maschi, godevano di diritti come la proprietà privata, la partecipazione politica e la tutela legale e vivevano spesso in grande prosperità. Tuttavia questo benessere si basava sull’esistenza degli schiavi, sfruttati senza pietà. Di più: molti di loro non erano nemmeno considerate creature umane, venivano considerati oggetti parlanti. Erano uomini che i romani prendevano come prigionieri nelle conquiste militari e che poi a casa vendevano. Divennero proprietà dell’acquirente e venne loro semplicemente tolta la dignità umana.


A Roma le condizioni di vita erano simile a quelle di Pompei, solo che la città era più grande e ancora più indaffarata. In questa società fortemente gerarchica irruppe la nuova dottrina di Gesù, figlio dell’unico Dio degli ebrei, morto per tutti gli uomini e che durante la sua vita si era schierato soprattutto con gli esclusi: donne, adultere, malati, persone con disabilità, pubblicani, lebbrosi. Dopo la morte di Gesù i cristiani annunciavano che davanti a Dio tutti gli esseri umani sono uguali. Questo era in netto contrasto con la vita quotidiana degli uomini a Roma. In questa situazione Paolo scrive ai cristiani di Roma incoraggiandoli e rafforzandoli: «Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare da un rinnovamento del pensiero.» E io penso che Paolo lo potesse fare in modo particolarmente convincente perché aveva sperimentato questa trasformazione personalmente, da non cristiano a cristiano, da Saulo a Paolo. Io lo interpreto così: non sono gli dei romani che dovete ascoltare, ma l’unico Dio che ha sacrificato Suo Figlio per voi. Dovete trattare tutti gli uomini allo stesso modo. Dovete pensare in modo nuovo. Questo è il servizio a Dio, questo è il vostro “sacrificio gradito”. Dovete permettere che le vostre vite siano trasformate e diventare qualcos’altro, mettere in discussione le abitudini. Paolo incoraggiava i cristiani ad accogliere tutti nella comunità, cittadini e schiavi allo stesso modo. Questo provocò scandalo e persecuzioni e richiese coraggio a coloro che si riconoscevano in Gesù. Paolo incoraggiò i cristiani a Roma a non farsi distogliere da questa via. Essere cristiani era una missione per la vita. Per noi oggi significa che per essere cristiani non basta accendere una candela ogni tanto, fare una donazione, andare a messa o pregare. Tutto questo è una parte importante della fede, ma la fede cristiana è di più: è un mandato permanente. Paolo pretende una cosa soltanto, ma con grande coerenza: cercare di capire quale sia la volontà di Dio. Allora per noi la vita di Gesù non dovrebbe essere solo un’ispirazione ma darci la speranza che con il nostro agire le cose possano diventare migliori. Io trovo che l’invito di Paolo a non conformarsi al mondo ma a lasciarsi trasformare da un nuovo modo di pensare sia per noi oggi al contempo appassionante e impegnativo come dovette essere per i cristiani di Roma duemila anni fa.


La Quaresima è un periodo dell’anno in cui dovremmo riflettere consapevolmente su cosa sia la volontà di Dio. Per me la quaresima significa due cose. Da una parte rinunciare a qualcosa per uscire dalla routine quotidiana e costringerci a riflettere sulla nostra vita. Dall’altra parte la quaresima significa anche per me prendersi il tempo per affrontare questioni che altrimenti rimarrebbero in sospeso, ma che chiedono di essere affrontate, per quanto difficili o scomode. Da entrambe queste cose può crescere un nuovo modo di pensare e un diverso modo di agire. E con la fine della quaresima, che vivremo con la risurrezione di Gesù e la Pasqua, sperimenteremo quale speranza ce ne può derivare. Un tale momento di riflessione durante il periodo quaresimale mi sembra particolarmente necessario oggi, perché negli ultimi anni molte certezze apparentemente solide sono vacillate. In tempi siffatti può facilmente svanire la speranza che tutto vada per il meglio. Per questo abbiamo bisogno di un nuovo orientamento, dobbiamo diventare nuovamente consapevole dei nostri fondamenti spirituali. Solo da questo può derivare una nuova speranza. Essere cristiani non è una condizione statica, ma un processo continuo, un compito per la vita. Ogni giorno siamo bombardati da novità. In un mondo in rapido cambiamento, siamo chiamati a prendere posizione, a dare il nostro contributo, a confrontarci con gli altri e a trovare compromessi per agire insieme. Questo vale per i genitori nell’educazione dei propri figli, vale per i nonni per ciò che trasmettono ai propri nipoti nel corso della loro vita, vale per i rapporti con gli amici e con le persone con cui siamo in conflitto. Questo vale per le persone che, in qualità di superiori, hanno responsabilità nei confronti dei propri collaboratori, vale per chiunque incontri altre persone nel corso della propria attività lavorativa. Questo vale anche per le politiche e i politici che devono prendere decisioni che hanno un impatto a lungo termine sul futuro e che riguardano molte persone nel proprio Paese e nel mondo. Se capisco bene Paolo, egli ci vuole dare coraggio e si aspetta da noi un agire coraggioso. Essere cristiani non è una panchina su cui adagiarsi, essere cristiani è una richiesta continua a mettere i propri talenti a servizio degli altri. La buona notizia è che possiamo confidare nella bontà di Dio, che non dobbiamo essere perfetti, che possiamo sbagliare e tuttavia in quanto uomini essere accolti da Dio. Ciò che non dobbiamo fare è usare i nostri errori come scusa per non fare nulla.


La libertà dell’uomo non consiste nel considerare la fede come un morbido cuscino su cui riposare, ma nell’assumersi delle responsabilità. Cosa significa questo concretamente? Permettetemi di citare tre sfide di fronte alle quali ci troviamo e a cui dobbiamo trovare risposte. Per primo le politiche e i politici, poi anche i singoli. La prima è la situazione geopolitica che è li a porci sfide completamente nuove. Non voglio entrare nel merito di quanto ci sta occupando proprio in questi ultimi giorni, la guerra in Medio Oriente, gli attacchi militari di Israele e Stati Uniti al regime di terrore in Iran, ma vorrei concentrarmi su ciò che ci preoccupa dal febbraio 2022. Quattro anni fa la Russia, sotto la guida del presidente Putin ha attaccato l’Ucraina, il popolo ucraino soffre, l’integrità territoriale di uno stato sovrano è stata minata e l’ordine europeo postbellico è stato profondamente scosso. È giusto e nel nostro interesse sostenere l’Ucraina contro questa aggressione, militarmente ma anche con la predisposizione a iniziative diplomatiche. Solo allora può accadere ciò che vogliamo: che la Russia non vinca la guerra e quindi l’Ucraina abbia un futuro come stato sovrano in pace e libertà. La guerra di aggressione russa in Ucraina ha cambiato radicalmente anche la nostra situazione di minaccia. Con il secondo mandato presidenziale di Donald Trump negli Stati Uniti, anche il partenariato decennale con gli Stati Uniti non poggia più sulle stesse basi che abbiamo sempre conosciuto. L’Europa e anche la Germania si trovano ad affrontare compiti completamente nuovi. Dobbiamo investire più denaro nella nostra sicurezza interna ed esterna. Ciò significa, tra l’altro, che le nostre risorse finanziarie devono essere ridistribuite nella società. Questo è innanzitutto un compito che spetta alla politica. Ma richiede anche qualcosa alle cittadine e ai cittadini. Siamo tutti disposti a partecipare al dibattito che ne deriva su come questa ridistribuzione possa essere organizzata in modo equo, oppure rifiutiamo semplicemente ogni proposta di cambiamento dello status quo quando ci riguarda e puntiamo invece il dito contro gli altri, oppure scarichiamo i costi sulle generazioni future attraverso un debito sempre maggiore? Io ne sono convinta: i cristiani devono partecipare in modo costruttivo a questo dibattito. Secondo: I cosiddetti social media e le possibilità sempre nuove offerte dall’intelligenza artificiale richiedono regole per il loro utilizzo, affinché siano al servizio dell’uomo e non lo travolgano. La politica deve far rispettare queste regole e creare linee guida per l’operato delle aziende. Come società abbiamo la forza di sostenere tali regole, anche se altri nel mondo non lo fanno? Siamo pronti a opporci con decisione all’odio, alla diffamazione e all’incitamento all’odio contro altre persone su Internet? E siamo abbastanza forti da ribellarci quando le verità vengono chiamate bugie e le bugie verità? Il rispetto della dignità umana, sancito dall’articolo 1 della nostra Costituzione, è davvero un criterio irrinunciabile per ciascuno di noi nel rapportarci con persone emarginate o offese da altri? Poniamo il nostro modo di vivere al di sopra di quello degli altri? Interveniamo quando viene commessa un’ingiustizia? Siamo uniti come democratici? I cristiani dovrebbero essere coraggiosi in questi dibattiti, difendere le persone emarginate e promuovere la coesione di tutti i democratici. Terzo: la salvaguardia del creato, ovvero la lotta contro il riscaldamento globale, contro l’estinzione di specie animali e vegetali e la protezione dei nostri oceani, solo per citare tre esempi urgenti. Nelle mie memorie politiche ho riflettuto a lungo sulla misura in cui ho adempiuto alla mia responsabilità di Cancelliera federale in materia di cambiamenti climatici. È vero: durante il mio mandato sono state avviate molte iniziative a livello internazionale e nazionale. Questo era e rimane importante. Ma – ed è questa la seconda parte della verità – non è stato sufficiente per proteggere il mondo dagli effetti catastrofici del riscaldamento globale. Lo sapevamo e lo sappiamo, ma né noi né molti altri Paesi abbiamo agito in modo adeguato. Anche dopo aver lasciato la carica, mi chiedo ancora se noi esseri umani siamo davvero disposti e in grado di agire secondo il principio di precauzione e di prendere decisioni tempestive per la nostra sopravvivenza. La prova non è ancora stata fornita. Questa constatazione pesa molto su di noi, me compresa.

Alla luce dei cambiamenti nella situazione della sicurezza e dei nuovi sviluppi tecnologici, la questione della salvaguardia del creato rischia ancora una volta di perdere attenzione. Tutti i dati ci mostrano però che il cambiamento climatico globale causato dall’uomo, l’inquinamento degli oceani e l’estinzione di specie animali e vegetali continuano a progredire. Contribuiamo a ignorare questi fatti, pensando che comunque non possiamo cambiare nulla, oppure siamo disposti a fare tutto il possibile per rispettare gli impegni assunti con l’Accordo di Parigi sul clima e altri accordi internazionali, garantendo così le basi di sussistenza per i nostri figli e i figli dei nostri figli? Come cristiani, dobbiamo impegnarci per la salvaguardia del creato. In tutti i punti che ho citato, è compito della politica prendere le decisioni necessarie: per la sicurezza delle cittadine e dei cittadini, per la giustizia sociale nella nostra comunità, per la salvaguardia dei nostri mezzi di sussistenza. Ma una comunità democratica può funzionare solo se le cittadine e i cittadini si impegnano attivamente al suo interno. Fortunatamente molti lo fanno, nel loro lavoro, nel volontariato, nella famiglia e nei rapporti di vicinato. Dovremmo esserne grati. Ma viviamo in un’epoca in cui non è più scontato che le cose rimangano così. Che ne direste di approfittare della Quaresima come occasione per ripensare al proprio impegno, per riflettere su come potremmo impegnarci ancora meglio nella nostra società? E che ne direste di ricordare ancora una volta cosa c’è in gioco se ci chiudiamo a questo nuovo modo di pensare e ognuno si ritira nel proprio guscio? 


Molti anni fa, l’ex giudice costituzionale Ernst Wolfgang Böckenförde ha giustamente sottolineato che lo Stato liberale e laico vive di presupposti che non può garantire da solo. Per preservare questo Stato è necessaria anche la cooperazione delle sue cittadine e dei suoi cittadini. Si tratta né più né meno che di difendere il nostro ordine democratico, perché solo esso ci permette di vivere in libertà. Leggo la lettera di Paolo ai cristiani di Roma proprio in questo senso. Egli ci incoraggia a rinnovare continuamente il nostro modo di pensare, a non accontentarci del mondo così com’è e a comprendere qual è la volontà di Dio. Dovremmo lasciarci ispirare o contagiare dall’incoraggiamento dell’apostolo Paolo. Proviamo a rendergli giustizia con le nostre azioni. Vi ringrazio!


Lo Stretto di Hormuz mostra che esistono problemi che non si possono ottimizzare

Lo Stretto di Hormuz mostra che esistono problemi che non si possono ottimizzare


Tratto da DOMUS del 17 marzo 2026

Walter Mariotti


Un corridoio di 54 chilometri da cui passa il 20% del petrolio mondiale diventa una lezione sui limiti della tecnologia davanti alla complessità del reale.

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Lo Stretto di Hormuz misura, nel punto più stretto, poco più di cinquantaquattro chilometri. Una riga sottile tra l’Iran e l’Oman, un filo d’acqua che unisce il Golfo Persico al mare aperto. Eppure, attraverso quel corridoio liquido transita ogni giorno circa il venti per cento del petrolio mondiale. Tanker carichi di energia scivolano in fila tra due coste diffidenti, sotto occhi militari che non dormono mai. Gli strateghi lo chiamano chokepoint — strozzatura.

La metafora è perfetta: il flusso si concentra, la pressione aumenta, e basta poco per bloccare tutto. I mercati globali tremano quando qualcuno, a Teheran o a Washington, alza la voce. Il mondo, nella sua modernità digitale, rimane ancorato a un imbuto di cinquantaquattro chilometri.

Lo stretto di Hormuz non è un problema informatico. È un problema fisico, storico, umano. E perfino architettonico.

Hormuz non è soltanto uno stretto. È una lezione di epistemologia applicata. Ci dice che nella realtà, fisica come psicologica, esistono nodi, strozzature, punti di irreducibile complessità che nessuna architettura alternativa ha saputo aggirare davvero. Le pipeline costruite per circumnavigarlo esistono, ma sono insufficienti. Le rotte alternative esistono, ma sono più lunghe e costose. Il problema rimane. I colli di bottiglia non sono anomalie da correggere: sono la forma naturale che assume la complessità quando si organizza. Porti, dogane, ospedali di frontiera, snodi ferroviari, burocrazia, catene del freddo per i vaccini: ogni sistema ha il suo Hormuz. E ogni volta che qualcuno promette di eliminarlo attraverso la tecnologia, la storia risponde con una scrollata di spalle. La complessità non si dissolve: si sposta.

https://www.domusweb.it/content/dam/domusweb/it/news/2026/03/17/il-collo-di-hormuz/domus-hormuz.jpeg.foto.rmedium.jpgFoto di KTK Creatives



Il dibattito sull’intelligenza artificiale è attraversato da una corrente di ottimismo radicale: l’idea che i sistemi di AI possano sciogliere i nodi irriducibili del reale. Ottimizzare le catene di fornitura fino a rendere i chokepoint irrilevanti. Prevedere le crisi prima che esplodano. Trasformare la complessità caotica in flusso ordinato. Questa promessa non è del tutto infondata: i modelli logistici basati su AI hanno già ridotto sprechi enormi, i sistemi di previsione hanno reso i magazzini più efficienti, le reti neurali applicate al traffico marittimo hanno migliorato le rotte. Progressi reali. Ma c’è un salto logico pericoloso tra “migliora” ed “elimina”. Ed è proprio questo salto che Hormuz, nella sua testarda fisicità, ci invita a non compiere.

Questa promessa non è del tutto priva di fondamento. I modelli di ottimizzazione logistica basati su AI hanno già ridotto sprechi enormi nelle catene distributive. I sistemi di previsione della domanda hanno reso i magazzini più efficienti. Le reti neurali applicate alla gestione del traffico marittimo hanno migliorato la pianificazione delle rotte. Si tratta di progressi reali, non trascurabili. Tuttavia, c’è un salto logico pericoloso tra “migliora” e “elimina”. E è esattamente questo salto che Hormuz, nella sua testarda fisicità, ci invita a non compiere.

C’è un errore epistemico che l’entusiasmo tecnologico tende a compiere: confondere la mappa con il territorio.

Lo stretto di Hormuz non è un problema informatico. È un problema fisico, storico, umano. E perfino architettonico. La sua criticità deriva da secoli di rivalità tra civiltà, da confini tracciati e ritracciati, da identità nazionali che hanno incorporato la diffidenza come tratto costitutivo. L’Iran che controlla la costa settentrionale dello stretto non è un parametro da ottimizzare: è uno Stato con la sua storia millenaria, le sue narrative di umiliazione e riscatto, le sue contraddizioni interne tra regime e società civile. Nessun algoritmo può “risolvere” l’Iran. Nessun sistema di raccomandazione può suggerire la mossa geopolitica ottimale che trasformi Teheran in un attore cooperativo.

C’è un errore epistemico che l’entusiasmo tecnologico tende a compiere: confondere la mappa con il territorio. I modelli di AI sono mappe — rappresentazioni di una realtà sempre più ricca e contraddittoria di qualsiasi sua raffigurazione. Hormuz come mappa è riducibile a coordinate GPS e statistiche di flusso energetico. Hormuz come territorio è il luogo dove si intrecciano la sopravvivenza economica di nazioni intere, ambizioni nucleari, sogni di autonomia di un popolo. La complessità non è un difetto del mondo che la tecnologia possa correggere: è una proprietà emergente dei sistemi in cui interagiscono molti agenti con obiettivi diversi e memoria storica. Ogni volta che se ne risolve un livello, gli agenti si adattano e ne generano un altro. I mercati finanziari ne sono l’esempio più vivido: ogni nuovo strumento quantitativo che promette di domare la volatilità crea nuove forme di rischio sistemico. Il collo di bottiglia si sposta, ma rimane.

Viviamo in un’epoca che confonde velocità con profondità, potenza computazionale con saggezza. Hormuz ci ricorda che il mondo è anche lento, anche fisico, anche opaco. Che la pesantezza del reale non è un bug da correggere: è la condizione stessa entro cui si svolge la vita umana. Il collo di bottiglia è una forma del mondo, non una malattia. E l’intelligenza — artificiale o umana — diventa vera saggezza quando sa riconoscere i propri confini e imparare a stare dentro le forme del reale, anche le più scomode.