testata registrata presso Tribunale di Napoli n.70 del 05-11-2013 /
direttore resp. Pietro Rinaldi /
direttore edit. Roberto Landolfi

Avanza l’onda rosa in sanità: tra cinque anni sei medici in attività su dieci saranno donne

 Tratto da Quotidiano sanità del 5 marzo 2026


Avanza l’onda rosa in sanità: tra cinque anni sei medici in attività su dieci saranno donne

Già oggi sono il 55% dei medici con meno di 70 anni, il 63% nella fascia tra 40 e 50 anni. Anelli (Fnomceo): “Se a questi dati aggiungiamo la considerazione che gli iscritti a medicina sono in maggioranza donne, possiamo prevedere, nei prossimi anni, una Professione medica sempre più declinata al femminile. Rivedere i modelli organizzativi”. Senna (Cao nazionale): “Occorre mutamento culturale”

Tra cinque anni sei medici su dieci, tra quelli in attività, saranno donne.

È quanto emerge facendo una proiezione sui dati della demografia medica elaborati, come ogni anno, dal Ceo e della FNOMCeO, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, in occasione dell’8 marzo.

“Due sono i risultati che saltano all’occhio guardando i numeri – spiega il Presidente della FNOMCeO, Filippo Anelli – il primo è che abbiamo raggiunto l’apice della cosiddetta ‘gobba pensionistica’, siamo cioè nel pieno dell’ondata di pensionamenti, anzi la curva ha già iniziato a scendere. Sono infatti ben 52563 i colleghi, uomini e donne, nella fascia di età tra i 65 e i 69 anni, il 12% dei medici italiani. Addirittura, quelli nella fascia di età tra i 70 e 74 anni, che sono andati in pensione da poco o hanno scelto, a vario titolo, di prolungare la loro attività sono il 14%. È in queste fasce che gli uomini sono la maggioranza. Già oggi, tra i medici con meno di 65 anni, le colleghe costituiscono quasi il 59%. Se a questi dati aggiungiamo la considerazione che gli iscritti a medicina sono in maggioranza donne, possiamo prevedere, nei prossimi anni, una Professione medica sempre più declinata al femminile”.

“Nel nostro Servizio sanitario nazionale le colleghe sono comunque già da anni la maggioranza   – aggiunge Anelli – soprattutto nelle fasce di età dove va costruita la carriera e in cui aumentano le responsabilità professionali e quelle familiari. I modelli organizzativi, gli orari di lavoro devono sempre più tener conto di questa realtà, valorizzando le professioniste e i professionisti, prevedendo modelli organizzativi che permettano a donne e uomini di conciliare i tempi di lavoro con quelli della vita privata e della famiglia e che tengano in debito conto, non facendole pesare sugli organici già ridotti, le possibili assenze per maternità. Occorre, poi, investire sulla sicurezza. Il 12 marzo, a Perugia, celebreremo la Giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza nei confronti degli operatori sanitari e sociosanitari e continueremo con il sostegno e la richiesta di politiche di prevenzione e di rafforzamento della sicurezza”.

Guardando al totale dei medici italiani, 431.150, sono ancora gli uomini la maggioranza, anche se si sta andando verso la parità: costituiscono infatti il 52,5%, mezzo punto percentuale in meno rispetto allo scorso anno. Se però guardiamo ai medici ancora sicuramente in attività, con meno di 70 anni, sono le donne a detenere la maggioranza, con il 55%: solo lo scorso anno erano il 53%. L’onda rosa, dunque avanza: tra i medici con meno di 60 anni le dottoresse sono il 59%, il 58,7% se guardiamo tra gli under 65. La forbice si amplia nelle fasce tra i 40 e 50 anni, dove le donne medico costituiscono il 63%, raggiungendo quasi il 64% tra i 45 e i 49 anni. La situazione si appiana un po’ nelle fasce tra i 30 e i 39 anni, con percentuali tra il 56 e il 57%, ma il gap aumenta tra gli under 30, dove le donne medico tornano a essere il 60%.

La tendenza si inverte nelle fasce di età più alta: se tra i 55 e i 59 anni le donne sono il 53%, tra i 60 e i 64 anni la stessa maggioranza è detenuta, in maniera speculare, dagli uomini. Tra i 65 e i 69 anni sono invece gli uomini a essere la maggioranza con il 59%, percentuale che sale al 66% tra i 70 e i 74 anni e, addirittura, all’81% tra gli over 75 che rimangono iscritti agli albi.

Sono donne, però, le due iscritte più longeve d’Italia, entrambe classe 1922. A detenere il primato è Isabella Picciotto, nata ad aprile, iscritta all’Ordine di Messina dal 1947, dove ha esercitato come Odontoiatra. La segue a ruota Natalia Prada, di ottobre dello stesso anno, pediatra e neonatologa, iscritta all’Ordine di Como dal 1949 e autrice di diversi libri di poesie.

Sino a pochi giorni fa, era Perugia a vantare l’iscritta più anziana d’Italia, sempre donna: Maria Antonietta Caterini era infatti nata il 6 dicembre del 1921 e avrebbe festeggiato quest’anno gli ottant’anni di laurea ma purtroppo è recentemente scomparsa e verrà cancellata dall’Albo il 9 marzo, nella prossima riunione del Consiglio Direttivo. Verena De Angelis, Presidente dell’OMCeO di Perugia, la ricorda come “un grande medico, che ha operato anche durante la Seconda Guerra mondiale, affrontando scenari per certi versi simili a quelli della pandemia”. Ci ha lasciati a settembre 2025 anche Leonardo Cappa, il medico nato “per caso” in Francia ma albese da sempre, che, nato il 13 aprile del 1921, deteneva lo scettro sino allo scorso anno, rimanendo iscritto all’Ordine di Cuneo e informandosi, fino all’ultimo, su riviste mediche e scientifiche per mantenersi aggiornato.

Sono due donne e un uomo i medici più giovani d’Italia, tutti nati nel 2002: tra loro, la dottoressa Douaa Kachtouli, nata a Dubai il 7 settembre 2002 e iscritta dal luglio dello scorso anno all’Ordine dei Medici di Milano.

Discorso diverso per gli odontoiatri, che sono per il 69% uomini, contando anche i doppi iscritti – all’albo dei medici e a quello, appunto, degli odontoiatri – tra i quali la percentuale sale all’84%. Numeri in ogni caso in calo di un punto percentuale ogni anno: erano il 70% nel 2025, il 71% l’anno precedente. Questo perché, se il gap è evidente nelle fasce di età più mature, tra i più giovani c’è una sostanziale parità: tra i 30 e 34 anni gli uomini sono il 52%. Tra i 25 e 29 anni, invece, prevalgono le colleghe donne, 1712 contro 1538.

“L’8 marzo – commenta il Presidente della Commissione Albo Odontoiatri nazionale, Andrea Senna – non è solo una ricorrenza simbolica: è un invito a riflettere, a cambiare mentalità e a costruire insieme una società più giusta, dove il rispetto e la parità siano valori concreti per tutti. Rispetto al secolo scorso, certamente le donne hanno conquistato maggiore libertà: possono scegliere la loro carriera, perseguire i propri sogni, affermarsi professionalmente. Eppure, nonostante questi progressi, la strada verso una vera parità è ancora lunga. Nella vita quotidiana, le donne continuano a incontrare ostacoli nel lavoro e, in molte famiglie, la cura dei figli e degli anziani resta un compito prevalentemente affidato a loro. La mentalità sta cambiando, ma una parità reale richiede un mutamento culturale profondo: tutti dobbiamo rivedere gli atteggiamenti, in particolare maschili, rispetto agli oneri familiari e alla divisione delle responsabilità”.


La fratellanza tra Cristianesimo e Islam è messa a dura prova

 di Bruno Forte

Arci vescovo di Chieti Vasto

tratto da Avvenire del 6 marzo 2026


Ha ancora valore, e cosa dice, il “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”, firmato il 4 febbraio 2019 da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Muhammad Al-Tayyib, ad Abu Dhabi?

La fratellanza tra Cristianesimo e Islam è messa a dura prova

Papa Francesco firma il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune assieme al Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb, ad Abu Dhabi, il 4 febbraio 2019


Quale valore spirituale, profetico, simbolico e anche politico può avere oggi il “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”, firmato il 4 febbraio 2019 da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Muhammad Al-Tayyib, ad Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi Uniti e dell’omonimo Emirato? La domanda è più che legittima alla luce di quanto sta accadendo in Iran, come in Libano e in Israele e in altri Paesi arabi, in seguito all’attacco americano e all’uccisione della “guida suprema”, l’ayatollah Ali Khamenei, da oltre trentasei anni al potere pressoché assoluto nel suo Paese. Si può ancora dire che il consenso fra Cristianesimo e Islam, espresso nel Documento citato, costituisca un motivo di speranza e una promessa di pace possibile, costruita nella giustizia e nella verità? Per provare a dare una risposta a questo interrogativo evidenzio alcuni principi ispiratori del testo, affermati con enfasi e - mi sembra - messi pericolosamente in questione da quanto sta avvenendo.

Il primo di questi principi è quello della solidarietà universale fra gli esseri umani davanti all’unico Dio: «La fede ‒ afferma in apertura il Documento ‒ porta il credente a vedere nell’altro un fratello da sostenere e da amare». Se i cristiani possono riconoscere in queste parole il cuore del “comandamento nuovo” di Gesù, i credenti islamici vi potranno avvertire l’eco dei caratteri di Colui che è «il clemente e il misericordioso», come afferma l’inizio del Corano riferendosi a Dio. Importantissima è la conseguenza di questo principio: «Chiunque uccide una persona è come se avesse ucciso tutta l’umanità e chiunque ne salva una è come se avesse salvato l’umanità intera». Non poteva essere più netta la condanna di ogni forma di violenza, eco dell’imperativo del “Non uccidere”, comune alle due fedi (cf. Es 20,13 e Mt 5,21-22, e nel Corano il versetto 32 della Sura 5).

A ispirare il testo di Abu Dabi è poi quel principio dialogico, che sta alla base della concezione del rapporto Chiesa - mondo alla luce del Concilio Vaticano II: cattolici e musulmani «dichiarano di adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio». Certamente da entrambi è rifiutata ogni forma di irenismo ingenuo o dai secondi fini, né si ignora quanto le violenze compiute nella storia in nome di Dio abbiano disatteso il comandamento divino. Proprio per questo, però, è tanto più significativo che si affermi: «Noi - credenti in Dio, nell’incontro finale con Lui e nel Suo Giudizio -, partendo dalla nostra responsabilità religiosa e morale, attraverso questo Documento chiediamo a noi stessi e ai Leader del mondo, agli artefici della politica internazionale e dell’economia mondiale, di impegnarsi seriamente per diffondere la cultura della tolleranza, della convivenza e della pace».

Il testo afferma quindi in riferimento alla dimensione etica e spirituale della vita: «Noi, pur riconoscendo i passi positivi che la nostra civiltà moderna ha compiuto nei campi della scienza, della tecnologia, della medicina, dell’industria e del benessere, in particolare nei Paesi sviluppati, sottolineiamo che, insieme a tali progressi storici, grandi e apprezzati, si verifica un deterioramento dell’etica, che condiziona l’agire internazionale, e un indebolimento dei valori spirituali e del senso di responsabilità. Tutto ciò contribuisce a diffondere una sensazione generale di frustrazione, di solitudine e di disperazione, conducendo molti a cadere o nel vortice dell’estremismo ateo e agnostico, oppure nell’integralismo religioso, nell’estremismo e nel fondamentalismo cieco, portando così altre persone ad arrendersi a forme di dipendenza e di autodistruzione individuale e collettiva». Si tratta di un’affermazione forte, che mette in guardia dal rischio sempre in agguato per ogni essere umano di abbandonare l’orizzonte ultimo, per ripiegarsi sulle misure corte dell’avidità o della sete di potere. L’antidoto a tutto questo è così espresso nel Documento: «Attestiamo l’importanza del risveglio del senso religioso e della necessità di rianimarlo nei cuori delle nuove generazioni, tramite l’educazione sana e l’adesione ai valori morali e ai giusti insegnamenti religiosi, per fronteggiare le tendenze individualistiche, egoistiche, conflittuali, il radicalismo e l’estremismo cieco in tutte le sue forme e manifestazioni».

Il testo prosegue affermando con decisione: «Condanniamo tutte le pratiche che minacciano la vita come i genocidi, gli atti terroristici, gli spostamenti forzati, il traffico di organi umani, l’aborto e l’eutanasia e le politiche che sostengono tutto questo». Netta è l’affermazione che impone di separare il nome di Dio e la fede in Lui da ogni forma di violenza: «Noi chiediamo a tutti di cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e di smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione. Lo chiediamo per la nostra fede comune in Dio». Al no radicale alla violenza perpetrata in nome della religione il testo congiunge il sì alla libertà religiosa e di coscienza come “diritto di ogni persona”. Affermazioni fatte - dice il testo - dando voce «ai cattolici e ai musulmani d’Oriente e d’Occidente» e rivolte non solo ai credenti, ma ad ogni persona che si voglia pienamente umana. È quanto ha fatto in Iran l’assolutismo di Khamenei e dei suoi adepti? Ed è quanto l’operazione militare in corso - con l’uccisione di tanti innocenti dalle due parti - sta facendo? La risposta mi sembra tanto evidente, quanto drammatica. Leone XIV, rivolgendosi al mondo nell’Angelus del 1 marzo, ha affermato: «Di fronte al rischio di una tragedia di proporzioni enormi, rivolgo un fervido appello alle parti coinvolte affinché assumano la responsabilità morale di fermare la spirale di violenza prima che si trasformi in un abisso irreparabile». Chi - fra cristiani e musulmani - avrà il coraggio di operare per arrivare a una pace che corrisponda all’accorato allarme del Successore di Pietro?