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I sentimenti si imparano: l’esperienza del premio per le scuole Lucia Mastrodomenico

 di Elvira Picciola


È per me un vero piacere essere oggi (1 agosto 2026 NdR), a Calitri, in questo splendido spazio,  per condividere l'esperienza che il nostro Liceo ha vissuto nel corso di questo anno scolastico nell'ambito della XII edizione del Premio Lucia Mastrodomenico, realizzata, come ormai accade da diversi anni, in collaborazione con l'Associazione Madrigale per Lucia.

Quella che inizialmente era una semplice collaborazione tra scuola e associazione è diventata negli anni un autentico percorso di crescita condivisa. Attraverso il lavoro comune sono nate relazioni di stima, affinità culturali e, mi permetto di dire, anche affetti sinceri. È proprio grazie a questo clima di fiducia che la mia collaborazione con l'Associazione si è ulteriormente ampliata, portandomi anche a entrare a far parte della redazione della rivista Madrigale per Lucia, nella quale oggi ho il piacere di scrivere.

Credo che questo sia già, di per sé, un piccolo esempio di ciò di cui discutiamo oggi: i sentimenti si costruiscono, si coltivano e crescono attraverso esperienze autentiche e relazioni significative.

Quest'anno il Premio ha assunto una connotazione nuova rispetto alle precedenti edizioni.

Pur mantenendo la sua natura artistico-letteraria, è stato,infatti,  preceduto da un percorso di approfondimento dedicato alla figura di Lucia Mastrodomenico e al tema dell'amore, attraverso incontri da parte della redazione con alcune classi del nostro Liceo.

Sono state coinvolte sei classi, scelte tra quelle che, per età e sensibilità, potevano affrontare con maggiore consapevolezza una riflessione tanto delicata quanto necessaria.

L'incontro con Roberto Landolfi, Cinzia Mastrodomenico e Luisa Festa non è stato una semplice presentazione del Premio, ma un vero momento di dialogo.

Gli studenti hanno potuto conoscere la figura di Lucia, il suo pensiero, la sua straordinaria capacità di interrogarsi sul senso delle relazioni umane e dell'amore.

Particolarmente significativo è stato il riferimento alla celebre intervista che Lucia realizzò con la filosofa Luce Irigaray, nella quale emerge una domanda ancora oggi attualissima: l'amore si può imparare?

La risposta di Irigaray è tanto semplice quanto rivoluzionaria: non solo si può imparare, ma dovrebbe essere insegnato, soprattutto a scuola.

Ed è proprio da questa convinzione che è nata la novità dell'edizione 2025 del Premio.

Al termine degli incontri, infatti, gli studenti sono stati invitati a compilare un questionario sull'educazione sentimentale e sull'amore.

Non si trattava di cercare risposte giuste o sbagliate, ma di dare voce ai loro pensieri, alle loro esperienze, alle loro aspettative.


I risultati, a mio avviso, sono estremamente interessanti.

Innanzitutto emerge che la famiglia continua ad essere il primo luogo in cui i ragazzi imparano a conoscere emozioni e sentimenti, ma appare altrettanto evidente quanto essi avvertano il bisogno che anche la scuola si occupi di educazione affettiva.

Ben quarantadue studenti, su sessanta, ritengono infatti che sia molto utile ricevere un'educazione sentimentale a scuola, mentre altri 18 la considerano comunque utile.

È un dato che ci interpella direttamente come educatori.

Un altro elemento particolarmente significativo riguarda il modo in cui gli studenti immaginano una relazione autentica.

Alla domanda su cosa cerchino maggiormente nell'amore, la risposta prevalente è stata sincerità e fiducia, seguita da ascolto e comprensione.

Ancora più interessante è ciò che li fa sentire realmente apprezzati.

Non è il contatto fisico ad occupare il primo posto, ma i gesti concreti, il rispetto e l'ascolto.

È un messaggio molto forte.

I ragazzi sembrano dirci che l'amore si manifesta soprattutto attraverso la presenza, la cura, l'attenzione quotidiana.

Anche rispetto alla possibilità di imparare l'amore, la maggioranza degli studenti risponde positivamente: trentotto ragazzi ritengono che l'amore si possa imparare sempre o spesso.

Questo dato dialoga in maniera sorprendente con il tema del convegno di oggi.

Se gli istinti appartengono alla nostra natura biologica e le emozioni nascono nel nostro cervello più antico, i sentimenti, invece, sono una costruzione culturale.

Si apprendono.

Si educano.

Si trasformano attraverso le relazioni.

Ed è proprio qui che la scuola può e deve svolgere un ruolo fondamentale.

Non soltanto trasmettendo conoscenze, ma aiutando i giovani a riconoscere le proprie emozioni, a dare loro un nome, a trasformarle in sentimenti maturi e responsabili.

Credo che il valore più grande di questa esperienza non risieda soltanto nei dati raccolti.

I numeri sono importanti, ma ancora più importante è ciò che è accaduto durante gli incontri.

I ragazzi hanno partecipato con attenzione, hanno posto domande, hanno condiviso riflessioni personali e hanno poi tradotto tutto questo negli elaborati artistici e letterari presentati al Premio.

È stato evidente quanto il tema li abbia coinvolti profondamente.

L'amore, proposto non come idealizzazione romantica ma come responsabilità, rispetto dell'altro e riconoscimento delle differenze, ha trovato nei giovani interlocutori curiosi, disponibili e capaci di grande profondità.

Per tale motivo ritengo che questa esperienza rappresenti un modello educativo estremamente significativo.

Un modello nel quale memoria, cultura, arte ed educazione affettiva si intrecciano in modo naturale.

I risultati di questo percorso, tuttavia, non possono essere letti soltanto attraverso i dati del questionario. La risposta più significativa è arrivata dal coinvolgimento degli studenti, che hanno trasformato le riflessioni nate durante gli incontri in elaborati di grande qualità e profondità.

Numerosi sono stati i lavori presentati, segno di una partecipazione autentica e di una notevole sensibilità nei confronti del tema proposto. La commissione ha attribuito diverse menzioni di merito a elaborati che si sono distinti per originalità, creatività e capacità di interpretare il significato dell'amore nelle sue molteplici sfaccettature. Tra questi, testi poetici, interviste video, cortometraggi e un significativo servizio giornalistico dedicato al tema ", che ha saputo coniugare riflessione, ricerca e divulgazione.

Sono stati inoltre assegnati due Primi Premi, uno per ciascuna sede del Liceo.

Il primo ha premiato un racconto capace di interrogarsi sul significato dell'amore attraverso una narrazione intensa e originale, che intreccia il tema dell'affettività con quello della guerra. La commissione ne ha apprezzato la ricchezza espressiva, la forza evocativa e la capacità di accompagnare il lettore in un percorso emotivo profondo, nel quale speranza e dolore si alternano con grande efficacia narrativa.

Il secondo Primo Premio è stato attribuito a un cortometraggio dal titolo Non chiamarlo amore, un lavoro di straordinaria attualità che affronta con maturità il delicato confine tra amore e ossessione. Attraverso un linguaggio diretto e coinvolgente, il video invita a riflettere sul valore del rispetto, della libertà personale e della reciprocità, contribuendo a promuovere una cultura delle relazioni sane e consapevoli.

Questi elaborati dimostrano come i nostri ragazzi, quando vengono accompagnati in un percorso educativo autentico, sappiano andare ben oltre l'esercizio scolastico. Riescono a trasformare idee, emozioni e riflessioni in linguaggi diversi – la scrittura, il giornalismo, la poesia, il cinema – offrendo interpretazioni personali e mature di un tema tanto complesso quanto essenziale.


Vorrei concludere con un sentito ringraziamento all'Associazione Madrigale per Lucia, che continua con passione e competenza a trasformare il ricordo di Lucia Mastrodomenico in un'occasione viva di formazione e di crescita.

Grazie per la fiducia che negli anni mi è stata accordata e per avermi dato la possibilità di condividere questo percorso anche come redattrice della rivista, rafforzando un legame umano e culturale nato proprio da questa collaborazione.

E grazie agli organizzatori di questo convegno e alla comunità di Calitri, che con questa bellissima iniziativa ci offrono ancora una volta uno spazio prezioso per riflettere insieme su un tema fondamentale del nostro tempo.

Perché, come ci ricorda il titolo di questo incontro, i sentimenti si imparano. E forse il compito più bello della scuola, oggi, è proprio quello di accompagnare i giovani in questo difficile ma straordinario apprendistato dell'umanità.


Calitri 1 agosto 2026



Partecipazione e competenza dell’esserci: quale effettività dal coinvolgimento dei cittadini e dei pazienti?

 di  Maria Vittoria Montemurro


Nel dibattito sulla sanità italiana assume un peso sempre maggiore il tema del coinvolgimento dei pazienti, dei cittadini e delle loro associazioni nella costruzione dei servizi sanitari. Non si tratta soltanto di una questione di partecipazione democratica: la presenza attiva della cittadinanza può diventare una leva strategica per migliorare qualità, equità, appropriatezza e sostenibilità del sistema sanitario.

Coinvolgere i cittadini, tuttavia, non significa limitarsi ad ascoltarli o a raccoglierne le opinioni. La partecipazione può dirsi reale solo quando pazienti e cittadini sono messi nelle condizioni di incidere, almeno in parte, sui processi decisionali. La letteratura mostra spesso risultati inferiori alle aspettative: la semplice presenza formale a un tavolo o in un gruppo di lavoro non garantisce automaticamente un coinvolgimento effettivo. In alcuni casi, i risultati ottenuti dai pazienti sono stati il frutto più di battaglie rivendicative che di una reale inclusione nei processi di governo.

Perché la partecipazione funzioni davvero, occorre tenere conto di diversi fattori: le differenze culturali, il rapporto asimmetrico tra cittadini e istituzioni, le condizioni sociodemografiche e la concreta praticabilità delle richieste. Quando il coinvolgimento è ben progettato, però, gli effetti positivi sono evidenti: migliora la comunicazione, si semplifica l’accesso ai servizi, si favoriscono cambiamenti organizzativi e si rafforza nei cittadini il senso di appartenenza alla comunità.

In questo quadro, la comunicazione rappresenta una dimensione essenziale della partecipazione. Informazioni chiare e accessibili consentono scelte più consapevoli nei percorsi di cura, migliorano l’appropriatezza, rendono più equo l’accesso ai servizi e rafforzano la qualità percepita. Ma partecipare significa andare oltre l’informazione: vuol dire contribuire alla definizione delle decisioni che riguardano la salute individuale e collettiva.


Sul piano normativo, il percorso italiano della partecipazione dei cittadini prende avvio con la Legge 833 del 1978, che istituisce il Servizio Sanitario Nazionale e riconosce il diritto alla salute come diritto esigibile. Solo nel 1991, con la prima legge quadro sul volontariato, si apre in modo più esplicito alla collaborazione tra associazioni di cittadini, volontariato e istituzioni pubbliche: basti pensare al coinvolgimento della Croce Rossa nel servizio di trasporto infermi o al ruolo delle associazioni dei donatori di sangue nella rete trasfusionale italiana.

Un passaggio fondamentale arriva con il Decreto legislativo 502 del 1992, che riconosce il cittadino come attore del servizio sanitario e non più come semplice fruitore. Uno specifico titolo della norma sancisce la partecipazione e la tutela dei diritti, prevedendo indicatori di qualità, consultazioni, protocolli d’intesa, gestione dei reclami e presenza delle associazioni all’interno delle strutture sanitarie.

La Carta dei Servizi del 1995 rafforza ulteriormente questo impianto, definendo un vero e proprio patto tra aziende sanitarie e cittadini. Il documento richiama principi come eguaglianza, imparzialità, continuità, diritto di scelta, partecipazione, efficienza ed efficacia. La qualità non è più soltanto tecnica, ma anche percepita:tempi di attesa, semplicità delle procedure, chiarezza delle informazioni, accoglienza, comfort, umanizzazione e rispetto della dignità diventano aspetti dell’assistenza sanitaria al pari di quelli strutturali e organizzativi.

Con il Decreto legislativo 229 del 1999, la partecipazione delle organizzazioni dei cittadini e del volontariato viene rafforzata nei processi di programmazione, controllo e valutazione dei servizi sanitari. Eppure, nonostante il quadro normativo, queste previsioni restano spesso solo parzialmente attuate.

Il tema acquista ulteriore rilevanza nel processo di regionalizzazione e nel dibattito sull’autonomia differenziata. Le Regioni assumono infatti un ruolo centrale nella programmazione sanitaria e, di conseguenza, anche nella definizione degli spazi di partecipazione civica. In questo scenario si collocano figure di garanzia come l’Ombudsman previsto dall’ONU, figure declinate a seconda delle varie realtà regionali in modi molto diversi ma sempre mantenendo la funzione di garante per il diritto alla salute.


Sulla scorta di queste riflessioni si arriva al nodo dell’istituzionalizzazione della partecipazione civica. I processi partecipativi possono diventare procedure stabili, regolate da norme e prassi.Hartz-Karp e Briand ricordano che istituzionalizzare la partecipazione vuol dire incorporare nuove forme di partecipazione nelle strutture e nei processi decisionali politici legalmente fondati di una comunità o di una società. 

È un passaggio potenzialmente positivo, perché offre ai cittadini spazi riconosciuti e strutturati; al tempo stesso, però, “Istituzionalizzare la partecipazione – ricorda Lewanski – significa quindi regolarla con norme e procedure, farla diventare una routine abituale». comportando il rischio, di trasformare la partecipazione in un meccanismo formale, controllata dalle istituzioni e poco incisiva. La vera sfida resta quindi garantire l’effettività della partecipazione.

Effettività significa corrispondenza tra ciò che le norme prevedono e ciò che accade realmente. Non basta convocare i cittadini: occorre riconoscere loro competenza, ruolo e possibilità concreta di incidere sulle decisioni. In questa prospettiva, il diritto alla partecipazione dovrebbe essere considerato un vero indicatore di qualità delle politiche sanitarie.

È in questo contesto che assume rilievo la patient advocacy. L’advocacy in salute mira a orientare politiche e risorse verso obiettivi favorevoli alla salute dei cittadini. Il paziente, così come il caregiver esperto, porta con sé un sapere specifico: l’esperienza vissuta della malattia. Un punto di vista che integra quello dei clinici e dei decisori pubblici.

Esperienze come il Patient Advocacy Lab mostrano quanto sia centrale la formazione. Associazioni e cittadini devono infatti acquisire strumenti, linguaggi e competenze per dialogare in modo efficace con istituzioni, Regioni, tavoli tecnici e organismi regolatori.

Oggi gli spazi di partecipazione sono molteplici. Dalla gestione del post-Covid alla telemedicina, dall’assistenza territoriale al PNRR, fino all’innovazione tecnologica, alle terapie avanzate, alla digitalizzazione e alla sostenibilità: sono tutti ambiti nei quali il contributo dei pazienti diventa essenziale per garantire equità, appropriatezza e attenzione ai bisogni reali.

Un ulteriore ambito di partecipazione civica effettiva è quello dei trial clinici. La Carta dei principi e dei valori per la partecipazione dei pazienti ai trial clinici propone il coinvolgimento delle associazioni in tutte le fasi: certificazione, progettazione, arruolamento, svolgimento e farmacovigilanza. Un coinvolgimento che ha valore etico, ma anche operativo, perché può migliorare l’efficienza della ricerca e l’appropriatezza nell’uso dei farmaci.

La partecipazione riguarda anche l’Health Technology Assesment - l’HTA, cioè la valutazione delle tecnologie sanitarie, dai farmaci alle apparecchiature. Coinvolgere i pazienti nell’HTA e nella definizione dei percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali -PDTA, significa aumentare trasparenza, legittimità ed equità delle decisioni. I pazienti conoscono infatti direttamente l’impatto della malattia sulla qualità della vita e sul percorso di cura.


La partecipazione dei cittadini e dei malati va dunque intesa come un processo attivo, non simbolico. Cittadini e pazienti sono portatori di conoscenza e competenza legate all’esperienza concreta di una determinata condizione, al pari dei clinici e dei decisori politici. Per essere efficaci, tuttavia,i processi di istituzionalizzazione devono prevedere tempo sufficiente per la consultazione, senza carenza di rappresentatività, con particolare attenzione alla inclusione delle fasce marginali della popolazione, e reale possibilità di influenzare le decisioni. Solo a queste condizioni il coinvolgimento dei pazienti e l’ascolto del loro punto di vista possono diventare una leva centrale per migliorare il Servizio Sanitario Nazionale, evitando che la partecipazione resti un mero esercizio formale e trasformandola in una pratica effettiva di governo della sanità.

Spesso proprio dove sono presenti le disuguaglianze, e quindi dove ci sarebbe più bisogno di partecipazione, la partecipazione è debole e l’ascolto più difficile.