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Merito e meritocrazia


Già varie volte, sulle pagine di questo periodico ci siamo occupati di merito, meritocrazia (e di talento). Alla riapertura delle scuole, dopo le affannose -per tanti- festività natalizie, torniamo ad occuparcene, riprendendo due pezzi pubblicati su Doppio Zero.

In “Sandel e Cottarelli, la tirannia del merito”dell’aprile 2021 e in “Il merito è una fantasia” dell’ottobre 2022, vengono descritti punti di vista originali, e quanto mai attuali,  su questioni inerenti merito e meritocrazia. Buona lettura (RL) 


Sandel e Cottarelli / La tirannia del merito


di Francesca Rigotti

tratto da Doppio Zero del 11 Aprile 2021


Nel suo libro All’inferno e ritorno. Per la nostra rinascita sociale ed economica, (Feltrinelli, Milano 2021, che ha in copertina l’immagine stilizzata di un labirinto, et pour cause) Carlo Cottarelli afferma una verità inconfutabile: la tutela del merito è «un fondamentale principio di efficienza economica». La parte seconda dell’opera, quella che narra il ritorno dall’inferno (vogliamo sperare) è infatti dedicata al merito, principio tanto lodato e magnificato quanto spinoso e non scevro di problemi.

Lo mostra infatti, con dissimili conclusioni, un altro testo di un altro autore ma della stessa casa editrice: La tirannia del merito (Feltrinelli, Milano 2021), che traduce la versione originale The Tyranny of Merit, di Michael Sandel. Sandel, la star mondiale della filosofia politica, il docente ad Harvard che incanta migliaia e migliaia di studenti nelle sue lezioni nella prestigiosa università statunitense ma anche sul web. Bene. Il testo di Sandel è integralmente dedicato al merito, all’efficienza della scelta effettuata secondo il merito, ma anche ai suoi effetti collaterali non sempre positivi e, nei confronti della giustizia, decisamente pessimi.


Un grado sufficiente di possibilità

Torniamo all’economista e all’efficienza produttiva che richiede il merito per distribuire incarichi e compensi individuali. Per lasciar operare correttamente questo criterio bisogna puntare, afferma Cottarelli, sul dare a tutti le stesse chances o uguaglianza di possibilità o meglio, per essere realisti, «un grado sufficiente di possibilità». Quando si cominciò a parlare di questi temi anni fa si usava l’immagine della corsa a condizioni impari: è ovvio che se si allineano sulla linea di partenza la gazzella e la tartaruga, al traguardo arriverà la gazzella, come Achille del resto, a meno che non ci metta lo zampino Zenone e gli faccia percorrere tutti i punti della linea uno dopo l’altro accordando un piccolo vantaggio alla tartaruga. Ma se la tartaruga venisse adeguatamente allenata? Ce la potrebbe fare? Fornire a tutti il grado sufficiente di possibilità vorrebbe dire equiparare le condizioni di partenza con espedienti tali da annullare i vantaggi di cui godono le gazzelle alla nascita: zampe lunghe e elastiche, allenamento costante per sfuggire ai leoni della savana: talenti ed esercizi che alla tartaruga non sono dati. Commenteremo dunque questo esempio con le parole di John Rawls, grande filosofo politico e teorico del liberalismo egualitario del Novecento, nonché forte critico della meritocrazia: «Nessuno merita il posto che ha nella distribuzione delle doti naturali, più di quanto non merita la sua posizione di partenza nella società. L’affermazione che un uomo merita il carattere superiore che lo mette in grado di fare uno sforzo per sviluppare le sue capacità è altrettanto problematica; il suo carattere infatti dipende in buona parte da una famiglia e da circostanze sociali a lui favorevoli, cose per cui non può pretendere alcun merito» (J. Rawls, Una teoria della giustizia, Milano 1982, p. 89). 


Merito passivo e merito attivo


Davanti a talenti assegnati dal destino o merito passivo, zampe lunghe o alto Q.I., è facile dire che se non c’è responsabilità individuale non c’è merito. Ma anche la posizione che riconosce il merito attivo, quello che ha a che fare con la componente dello sforzo, la posizione cioè che mette in conto le diseguaglianze perché esse riflettono non le doti ma le ambizioni degli individui e le loro scelte responsabili, è indebolito dalla critica di Rawls. E se l’ambizione e la capacità di sforzarsi e di compiere scelte astute non fossero nient’altro che doti naturali, o capacità che si apprendono socialmente in certi contesti educativo-ambientali e non in altri, come sostiene Rawls? Per una scelta pienamente consapevole nei confronti dell’impegno e dello sforzo sono infatti necessarie premesse quali capacità di previsione, fiducia in se stessi, forza di volontà, costanza ecc., qualità in gran parte dipendenti da fattori ereditari, ambiente di nascita, cure parentali ed educative. Insomma Rawls mette a tacere entrambe le componenti del merito, entrambe ingiuste: il talento/ doti naturali, e la capacità di impegnarsi. 

 

Umiliati e meritevoli

Ma la critica più forte al merito era arrivata vent’anni circa prima di quella di Rawls, e proprio dall’inventore, nel 1958, del termine meritocrazia, il sociologo inglese Michael Young. Ed era stato lo stesso Young a ideare l’equazione del merito universalmente accettata, ovvero:

Q.I. (talento, doti naturali) + sforzo (impegno, applicazione) = merito.

Attenzione però, perché nel suo The Rise of Meritocracy Young descrive la società meritocratica come una distopia della peggior specie, mostrando tramite l’espediente dell'ironia, le due facce della medaglia, cioè vantaggi e svantaggi della società meritocratica. Uno degli svantaggi peggiori, dal punto di vista sociale, è la divisione della società in intelligenti e stupidi; in istituzioni di serie A, popolate da persone per lo più arroganti, competitive, aggressive e prive di valori morali, e istituzioni di serie B che raccolgono persone in gran parte demoralizzate, avvilite e umiliate nella loro autostima. Si può ridurre a «invidia» il sentimento che proveranno questi ultimi nel vedersi relegati in simile condizione? Nella società meritocratica inoltre competitività e aggressione trionferebbero a tutto svantaggio di doti come la gentilezza e il coraggio delle persone, la loro immaginazione e sensibilità, simpatia, mitezza e generosità, mentre giovani privi di esperienza, saggezza e maturità, nota Young, potrebbero vantarsi dei loro meriti e spadroneggiare su persone più mature ma meno privilegiate.

 

La ricetta di Sandel

Le argomentazioni di Young e Rawls vengono riprese in toto nel volume di Sandel e condite con un po’ del Max Weber dell’etica protestante, con la colossale intuizione ivi contenuta della tensione insita, soprattutto nel Calvinismo, tra merito umano e grazia divina; con un pizzico di Pelagio e della sua idea (eresia! eresia!) che l’essere umano possa meritare la salvezza dell’anima senza l’intervento della grazia divina. Infine, con un po’ di critica alla retorica di Obama, il presidente che fuse merito ed eccezionalismoamericano facendone il tema centrale delle sue campagne e presidenze: «Ciò che rende l’America così eccezionale, ciò che ci fa così speciali ... è questa idea di base che in questo paese, non importa il tuo aspetto, non importa da dove vieni, non importa qual è il tuo cognome ... se lavori duro e sei pronto ad assumerti responsabilità, puoi farcela, puoi andare avanti» (p. 14).



Se le opportunità sono uguali, e qui rientra Cottarelli a rafforzare le parole di Obama, le persone andranno dove talento e sforzo le porteranno e il successo sarà merito loro. Ma se talento e sforzo sono entrambi socialmente e culturalmente condizionati (per riprendere Rawls), e se la retorica del merito umilia e demoralizza la società e la spacca in vincenti convinti che il successo sia merito loro, e in perdenti indotti a pensare di aver meritato l’insuccesso (per riprendere Young) la conclusione di Sandel è drastica: «A condizioni di rampante disuguaglianza e di mobilità bloccata, ripetere il messaggio che siamo responsabili della nostra sorte e meritiamo quel che abbiamo erode la solidarietà e demoralizza i lasciati indietro dalla globalizzazione, etc. » (p. 17).

 

Merito e sorteggio

Dunque gli argomenti di Sandel, benché presentati nella solita maniera vivace e attraente e ricca di «casi», sono lungi dall’essere inediti. Forse un momento di originalità lo si può individuare nel suo introdurre un elemento di scelta particolare: il caso, il sorteggio. Prendiamo tutte le buste con le domande presentate dagli studenti per iscriversi a facoltà prestigiose o a corsi di laurea a numero chiuso e che soddisfino le condizioni date (cui io aggiungerei il pio desiderio della conoscenza del latino e della cultura classica), propone Sandel, buttiamole giù dalle scale dei templi della cultura universitaria e poi tiriamole su a casaccio, nel numero che corrisponde ai posti a disposizione, e forse riusciremo a eliminare un po’ di ingressi privilegiati...

 

Il caso, questo sconosciuto

Eh, un bel ritorno al sorteggio, con cui forse otterremmo qualche punto in più per la giustizia e anche per l’efficienza e saremmo tutti più contenti.

Del ruolo del caso nella scelta democratica si occupano Nadia Urbinati e Luciano Vandelli in una bella vela einaudiana del 2020: La democrazia del sorteggio, in cui si riscopre un metodo antico che ritrova oggi nuova energia. Nella richiesta del sorteggio si legge sfiducia nei confronti delle competenze; ma anche un rimedio alla crisi di risentimento, rancore e umiliazione che getta gli esclusi dai successi della globalizzazione nelle braccia dei partiti di estrema destra. Se infatti la scelta nasce dal caso non è necessario incolparsi dei propri insuccessi e si sta meglio; o se deriva, come accadeva per es. nell’Ancien Régime, da privilegi invalicabili di sangue, di ceto o di sesso come quelli cui si trova davanti, in Il Rosso e il nero di Stendhal, Julien Sorel, giovane dotato costretto a indossare la tonaca nera dell’ecclesiastico perché non può indossare la divisa rossa dei militari.

 

Il sorteggio in democrazia

In Italia la proposta di far intervenire il caso nella democrazia integrando le elezioni con il sorteggio è venuta dal Movimento 5 Stelle. Trovo l’idea attraente anche se viene proposta, per come mi posiziono io, da un avversario politico. Ma se c’è una cosa che ho imparato in questa pandemia è che ci si trova a correre il rischio di lodare il peggiore avversario politico, se dice qualcosa di ragionevole che i tuoi amici non dicono, o essere dal tuo peggior nemico lodato, in sintonia con le parole di Andrea Voßkuhle, Presidente della Corte Costituzionale tedesca.

Il libro, soprattutto nella parte di Urbinati, dà conto delle ragioni teoriche e delle esperienze storiche del sorteggio, che qui non ripercorreremo. Esso mostra soprattutto come l’introduzione della scelta per sorteggio potrebbe apportare alle società democratiche misure di difesa dell’eguaglianza legale e politica nonché di argine contro la corruzione. Di nuovo un bel modo per coniugare efficienza e giustizia. Interessante, nell’analisi di Urbinati, è l’idea della necessità che chi lo pratica sia convinto che il sorteggio sia neutrale, non influenzato, ed equivalga, ecco il punto, al caso assoluto. Ma non c’è anche una questione di convinzione alla base del «riconoscimento egualitario», che solleva le persone dalla condizione di umiliazione e depressione economica, assegnando loro una dignità che può essere utile per puntare a riscattarsi?

Il suffragio e la sorte

La sorte deve essere davvero centrale se si è pensato di poterle affidare decisioni anche importanti. Soprattutto essa ci deve apparire imparziale, sopra le parti, neutrale e non influenzata da fattori esterni, in una parola, giusta: non è un caso che entrambe le personificazioni, della giustizia e della fortuna, portino una benda sugli occhi. Nella scelta condotta a caso non concorrono né la ragione determinata né la volontà intenzionale; essa avviene per accidente, avrebbe detto Aristotele, e non in vista di un fine, anche perché la sorte, come sappiamo, non ci vede tanto bene.

Per noi occidentali moderni che abbiamo attraversato il pensiero platonico, il quale ci attribuisce una razionalità che guida al bene, nonché il pensiero cristiano che ci riconosce una volontà libera che svolge la stessa funzione, per noi che continuiamo a credere fortemente nel peso di questi fattori, volontà, ragione, intenzionalità, merito, è difficile convivere con l'idea greca arcaica di poter essere controllati da forze esterne a noi, di essere attaccati a un filo da cui pendiamo (sorte viene dal latino sérere, annodare, legare insieme). Ci illudiamo invece di essere guidati unicamente da ragione e volontà, intenzione e impegno, come se contenessero più saggezza del destino. I greci antichi procedevano spesso alle elezioni di governanti e magistrati per sorteggio: che avessero ragione loro? Che ci sia nel caso una nuova possibilità di tenere insieme merito, efficienza e giustizia?





Il merito è una fantasia

di Marco Viscardi
tratto da Doppio Zero del 25 Ottobre 2022

L’introduzione del ‘merito’ accanto all’istruzione nel nome di un ministero che da decenni ha perso quel bellissimo aggettivo che era pubblica è una cosa che mi spaventa perché la scuola democratica dovrebbe essere il contrario del merito. Merito è una parola bastarda: non ci si può fidare. Riferito alla scuola, fa pensare all’oleografia del libro Cuore, a Sardi, a Garrone. A masse di poverelli che, nelle soffitte, sporchi di polvere e calcina, alla fiochissima luce di fioche candele, passavano le sere su quaderni logori a riscrivere sempre le stesse lettere, a migliorarsi, a trovarsi un posto in società. 


A diventare qualcuno attraverso il merito. 

Ma il libro Cuore, che a suo modo è un capolavoro, è il libro borghese per la nuova Italia: il grande dispositivo tranquillizzante che presenta ad un pubblico di maestri e impiegati, bottegai e professionisti, una nazione mite e unita dove l’armonia delle classi sociali rende impensabile il conflitto. 

Fuori dalle pagine del libro Cuore quel merito non serviva a granché. Una pacca sulla spalla, una medaglietta di ferro, e tutto restava come prima, ce lo ha insegnato, fra gli altri, Umberto Eco nel suo Elogio di Franti

Perché il merito nella vita reale non esiste: è una illusione ottica, e quando si considera vero quello che è un’ombra, quando si reifica una fantasia in una cosa, si rischia moltissimo, nella psiche individuale e nella vita collettiva della nazione. 

Il merito è uno di quei fantasmi di cui ci fanno credere l’esistenza. Lo studente bravo, disciplinato, ostinato e attivo, partecipativo e civico, che con pazienza, metodo e dedizione raggiunge traguardi e merita dunque il premio che era follia sperar che ottiene menzioni, lodi, medaglie di Alfiere della Repubblica, inni e bandiere. Peccato che questa parabola crescente, trionfante regga solo sulla carta, nei romanzi, nelle storie rassicuranti dove si narra di quelli che ce l’hanno fatta, gli uomini fatti da soli. Ma nessuno si crea da solo. Tutti siamo come ci hanno plasmato le nostre relazioni, le nostre reti, i nostri rapporti. Messo accanto all’istruzione, il merito ci riporta a quel tempo in cui a scuola si usava, riferito ad esseri umani!, il verbo ‘distinguere’ preceduto dal pronome impersonale: ‘si distingue’, svetta, è riconoscibile in una massa grigia. 


Il merito e la massa incolore sono il primo germe di una scuola che non include, non mette insieme. Ancora oggi, quando presentiamo le classi quinte all’Esame di Stato siamo abituati a dividerle in fasce di rendimento che, fatalmente, sono sempre tre: i bravi, i mezzi e gli scarsi. Ma in quale realtà umana non è così? In quale gruppo non ci stanno quelli che si impegnano, quelli che sono pigri ma capiscono le cose e quelli a cui è meglio non affidare compiti delicati se si vogliono evitare disastri? A volte nei colloqui coi genitori mi pare ci sia un senso di sollievo quando suona la frase ‘è intelligente ma non si applica’. Puoi fare tutti i giri che vuoi, prendere tutto il tempo ma a volte si aspetta solo che venga pronunciato quel giudizio.

Almeno così mi è capitato: intelligente ma non si applica. Perché in queste poche parole c’è forse un’idea della scuola che nella ritualità di quei colloqui deve emergere. I riti hanno le loro sequenze e le loro formule che sono invariabili, se si salta un passaggio si rischia il disastro! Ma questo è un problema enorme, proprio perché, come dicevo prima, stiamo mettendo da parte la multiforme realtà per una parola astratta, il merito, che, confesso, mi fa sempre pensare al Kaiser Guglielmo, alle medaglie date pour le Mérite, alla prima guerra mondiale e ai morti per la patria. 

Messo così, acriticamente, accanto all’Istruzione nel nome del ministero che si occupa della formazione e dell’educazione, il merito non racconta altro che una prova muscolare, l’espressione di un nuovo mito dell’individuo e delle sue capacità. Il merito non serve se è la versione grottesca e aggiornata dell’umanista fabbro della propria fortuna. Perché il punto è sempre quello: viviamo nel caso, sottoposti ai rovesci della fortuna e nessuno sceglie dove e quando nascere. Allora, in questo caos, senza una serie di interventi, di progetti, di finanziamenti, il merito è possibile quasi esclusivamente – quasi – per chi nasce in famiglie e contesti che possono permettersi quel merito.

Famiglie che quel merito ce l’hanno già nelle mura di casa, dove ci sono libri, tempo, possibilità di viaggiare, conoscenza dell’italiano. Dove vivono persone stimolanti, con storie da raccontare. Senza un progetto a lungo termine, che nasca da una visione del mondo, il merito è di pertinenza delle ztl, vive nei centri storici e nei quartieri residenziali, è balsamico come l’aria mattutina di chi va a scuola camminando sotto i tigli e i platani ma non nelle strade rotte, respirando lo smog dei pulmanini convulsi. 


Qualche giorno fa, Alberto Prunetti notava in una intervista come il modello della trasformazione e del successo, la parabola del bravo ragazzo di umili origini che ce la fa, sia un modello reazionario e conservatore. È una morale tranquillizzante, come ha detto a proposito Pasquale Palmieri, che serve a insabbiare come, nella vita reale, questi bravi ragazzi semplicemente non ce la fanno e restano tutta la vita nella loro stessa condizione. E non perché non meritino la felicità. 

Il merito potrebbe avere valore quando tutti potessero accedervi. Ma il quel momento l’idea stessa di merito, per fortuna, sparirebbe. Sparirebbero quelli che si distinguono e quelli che si perdono, si farebbe semplicemente scuola e scuola finalmente liberata dalla competizione. Che sia competitivo il mondo fuori – e a mio parere non è che la competizione stia dando chissà quali risultati per il benessere della società – ma non la scuola. 

La chimera del merito, coi suoi premi per i ‘bravi’, non fa altro che escludere gli altri, quelli appunto che non ce l’hanno fatta. Allora il contrario del merito non è il demerito, ma la rete – come ho già detto – il contrario del merito sono le relazioni, simmetriche e asimmetriche, che ogni esperienza di insegnamento e di apprendimento dovrebbe comportare. Il contrario del merito non è la sciatteria, ma l’inclusione, la prospettiva di una scuola radicalmente democratica dove Franti ha la stessa attenzione di Enrico Bottini, per tornare alla mitologia di De Amicis (e fra parentesi, forse i miei coetanei ricorderanno che nello sceneggiato Rai degli anni ottanta tratto da Cuore era Carlo Calenda – lui! – a interpretare uno snobbissimo Enrico, lui il nipote del regista Luigi Comencini… perfetta immagine di quanto il merito e la bravura siano essenziali per fare carriera in un paese che abborre le dinamiche del familismo immorale…). 

La distruzione del merito porterebbe con sé anche la dissoluzione di quell’altro mito che è l’eccellenza. Le scuole di eccellenza finiranno per distruggere il sistema ordinario dell’istruzione senza peraltro garantire davvero una formazione più adeguata e approfondita, ma solo l’abitudine per chi le frequenta a ritmi e moli di lavoro impegnative in tempi rapidi e attitudini alla competizione che porteranno i nostri intellettuali e professionisti a una grande specializzazione nel loro campo e a una visione sempre più semplificata del loro lavoro. 

Merito ed eccellenza rischiano di staccare intellettuali e professionisti da quello che un tempo si chiamava il tessuto vivo della società, crescendoli nell’ossessione della performance che si accontenta di sé e non si pone problemi. 

Anche l’eccellenza, come il merito, acceca: crea una specie di recinto dove vanno gli aristocratici, i migliori, i bravi. 

Che vuol dire essere bravo? Da qualche anno provo a fare un esperimento coi miei studenti: ho abolito tutto il lessico della bravura, se qualcuno dice qualcosa che ci aiuta a capire qualcosa o se voglio comunicargli la mia soddisfazione per il suo lavoro che ha svolto faccio sempre molta attenzione a non dire: che bravo! Perché dire a qualcuno che è bravo è fargli una violenza esattamente come dargli dell’asino o dello scemo. Chi sono io per dire che sei bravo? Che vuol dire esserlo? Dare del bravo a qualcuno è come doparlo, costringerlo ad una dipendenza. È un atto di potere nei suoi confronti perché lo metti, magari involontariamente, nella condizione di aspettare la tua prossima approvazione che è una approvazione a lui e non al suo lavoro.


A quello che è e non a quello che fa. Per questo da qualche anno, anche se a volte mi confondo e mi scappa un ‘bravo!”, provo a dire ‘è bella questa cosa’ o ‘mi convince quello che hai fatto o detto o scritto’, o magari ‘questo compito è una schifezza!’, ma non tu, non la tua persona che non ho diritto di giudicare, come non ho diritto di giudicarne nessuna, ma quello che mi proponi, il tuo lavoro che sta in mezzo a me e te e sul quale possiamo riflettere come tu puoi riflettere sulle mie lezioni, che magari ti angosciano o ti annoiano, ma senza esprimere un giudizio su di me. 

Il merito è quello dell’individuo, giudica la persona, si nutre di mitologie rassicuranti dove l’eroe povero vince sempre purché abbia la volontà di farcela. Il merito è dopante perché non ci fa vedere che nel mondo delle cose e delle relazioni, la volontà non serve a nulla se non sei nel posto giusto, se nessuno ti sogna tu non esisti, per citare una frase famosa. E allora il tuo merito è comportarti come quei personaggi dei videogiochi che stanno contro la parete e continuano a muoversi come volessero attraversarla senza riconoscere che in quel punto manca una porta.


Il merito è solitario, mesto e persino un po’ sinistro. Soprattutto il merito giudica le persone come entità assolute, come se tutte le responsabilità delle loro esistenze ricadessero su di loro e basta e se non ci riesci sei un testone, basta un po’ di volontà, guarda il compagno com’è bravo. La scuola sempre più in crisi forse, nelle sue convulsioni violente anche se spesso invisibili, forse arriverà a non pensarsi più in termini di bravura e di successo, ma a lavorare su quello che gli studenti fanno e non su quello che sono o potrebbero essere. Possiamo diventare come degli artigiani che fanno coppe e sedie non perché sono importanti in sé, ma perché servono a bere e a sedersi. Il merito rischia di essere come una di quelle sedie antiche che si trovano nei musei: sono belle ma non servono a niente.