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Non è possibile tacere

 «Non è possibile tacere davanti ai corpi dei migranti in mare. Ora apriamo gli occhi»


di Paolo Lambruschi


tratto da “Avvenire” del 19 febbraio 2026


Il vescovo di Trapani, Pietro Maria Fragnelli, ha celebrato una Messa in cattedrale nel giorno in cui è stato ritrovato il primo cadavere vittima dei naufragi provocati dal ciclone Harry. «Siamo assediati da esperienze di morte, Europa e Italia non induriscano il loro cuore»

«Non è possibile tacere davanti ai corpi dei migranti in mare. Ora apriamo gli occhi»

Personale del 118 e della Croce rossa presta soccorso ai superstiti del peschereccio che si spezzò in due a Cutro, nel febbraio 2023: un'altra strage avvenuta al largo, con i corpi dei migranti affiorati a riva nei giorni successivi / Ansa


Quei 14 morti senza nome che il Mediterraneo sta buttando sulle coste italiane - resti di naufragi fantasma già dimenticati dai media - devono interrogare la coscienza collettiva. E per il vescovo di Trapani Pietro Maria Fragnelli, una delle diocesi che sta seppellendo i corpi probabilmente di vittime dei naufragi del ciclone Harry le scorse settimane, questo è un invito a restare umani.


Eccellenza, perché quando l’8 febbraio venne ritrovato il primo corpo nella sua diocesi lei ha voluto celebrare una Messa in cattedrale?

Mi sono chiesto: “Cosa possiamo fare?”, perché qui non si muove nulla. E allora, nel silenzio generale delle comunicazioni, mi sono detto che forse il mio primo dovere di vescovo, di pastore di una diocesi affacciata sul Mediterraneo era fare un discorso umano e cristiano. Non è possibile tacere davanti a certe situazioni. Ho colto l’occasione della memoria liturgica di santa Bakhita, protettrice delle vittime di tratta, schiava redenta da un incontro che le ha restituito dignità e vita. Ho pensato al Sud Sudan, da dove lei veniva, e all’Africa in generale. Quindi, il pensiero è andato alle vittime del Mediterraneo. La presenza di un corpo sulle nostre coste non può che essere un segnale, una provocazione, non può che essere letta come un invito ad aprire gli occhi. Nel giorno che apre la Quaresima, leggendo “Non indurite il vostro cuore, ma ascoltate la voce del Signore”, ho sentito il bisogno di dire: “Europa, non indurire il tuo cuore; Italia, non indurire il tuo cuore”. Perché, se il cuore si chiude, non si è più capaci di riconoscere ciò che accade dentro e fuori di noi, nemmeno ciò che bussa alla nostra porta. Il mio gesto voleva essere un segnale alla comunità  cristiana, perché possa contribuire a svegliare le coscienze.


Ha detto di sentirsi “assediato” dai morti del Mediterraneo. Cosa significa?

La mia diocesi è esposta sul Mediterraneo, mi sento proprio come in una realtà assediata non dai morti, ma dall'esperienza della morte che avrebbe bisogno di un altro tipo di reazione. Come cristiani siamo abituati a pensare che un morto è una persona importante, che la morte riguarda l’intera comunità che partecipa. Quando si ha la sensazione che non si muova la comunità, è un fatto grave, una chiusura inaudita. I muri, come le mura di Gerico, li può abbattere solo la preghiera Essere vescovi su questa frontiera significa sentire che i morti ci interrogano. Perché questo accade? Perché io, e con me tanti fratelli europei, non siamo capaci di aprire gli occhi e di rinunciare a un cuore indurito. Pregare non è poesia: è fede.


I morti nel Mediterraneo potrebbero essere mille, ma sui social notizie di questo tipo suscitano commenti di odio, addirittura di gioia per le notizie di mamme e bambini morti in mare. Cosa è successo nel cuore di molta gente secondo lei?

C'è una terribile involuzione, un clima di insicurezza. Ho l'impressione che il mondo occidentale sia condizionato dall’individualismo, la gente si rintana nei social per fuggire dalla realtà. È difficile riuscire ad avere attenzione su questioni così drammatiche, siamo travolti dalle informazioni. Ma ciò che mi preoccupa è la difficoltà, nella nostra epoca di leggere anche le situazioni più tragiche con il cuore, con una capacità di visione globale. C'è paura del futuro e quindi quella novità che viene dal Mediterraneo, dall'Africa o dall'Est del mondo in genere, ci spaventa e ci fa rinchiudere nella nostra tana fingendo che il mondo cominci e finisca li. È un fenomeno opposto alla globalizzazione, però solo in termini emotivi, perché di fatto non possiamo rinunciarci e forse oggi ci rendiamo conto che non la governiamo noi.


Eppure l’Italia continua a salvare persone in mare.

Sì e pensiamo con gratitudine a chi opera nel Mediterraneo, agli uomini e alle donne della Marina e della Guardia costiera che vivono una vera missione. Sempre più appare veramente come quella parte d'Italia che resta solidale. È facile, come ha detto più volte Papa Francesco, voltarsi dall’altra parte. Ma la questione non è delegabile solo ai militari o a qualche restrizione giuridica.


Cosa serve secondo lei?

Lavorare insieme, con uno sforzo comune, anche sul piano della prevenzione. Ciò che accade oggi ci interpella in modo diretto: dobbiamo governare questi fenomeni nei limiti del possibile, senza perdere di vista la dignità umana. Tutti noi, cittadini italiani ed europei, dobbiamo continuare a restare umani. Mi auguro che non ci sia bisogno di aspettare tanti morti per essere svegliati a questa responsabilità e a questa apertura degli occhi e del cuore. Dobbiamo trovare percorsi educativi che costruiscano un sentimento nuovo nei confronti del vicino. E poi che sia sempre più possibile allargare  questa sensibilità anche sul piano della costruzione di regolamenti nuovi, sulla condivisione della terra con questi migranti che arrivano. Abbiamo bisogno di risposte anche politiche ed economiche nuove.



L'intervento di Mattarella al Csm è una difesa della Costituzione

 di Danilo Paolini

tratto da “Avvenire” del 19 febbraio 2026


Con la richiesta di «rispetto» per il Consiglio superiore della magistratura, espressa in prima persona dal capo dello Stato, il presidente della Repubblica ha fatto un vero e proprio compendio dell'alfabeto istituzionale


A Sergio Mattarella non difettano certo la fermezza e la chiarezza. E il messaggio che ha voluto mandare ieri è arrivato forte e chiaro a tutti i destinatari, che non sono pochi. Forte e chiaro sia per le modalità, sia per i contenuti scelti per esprimerlo. Il capo dello Stato lo ha infatti inviato non dal Quirinale, ma dal plenum del Consiglio superiore della magistratura (di cui la Costituzione gli affida la presidenza) convocato in seduta “ordinaria”. Non era mai accaduto nei suoi undici anni al Colle, durante i quali Mattarella ha presieduto a Palazzo Bachelet solo le assemblee plenarie straordinarie. Egli stesso lo ha rimarcato, confermando così la gravità e l’importanza del gesto. E poi la sostanza del richiamo, breve e incisivo: al rispetto dovuto a un organo di rilievo costituzionale come il Csm; al rispetto che tutte le istituzioni si devono vicendevolmente.

Il referendum confermativo sulla riforma costituzionale dell’ordinamento giurisdizionale (che prevede due Consigli superiori, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, oltre a istituire l’Alta Corte disciplinare) non viene nemmeno sfiorato in quelle poche righe. Giusto così, perché ‒ come ha ricordato Mattarella ‒ l’equilibrato e rispettoso rapporto tra le istituzioni deve valere «in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza».


Ovviamente a nessuno sfugge che pochi giorni fa il ministro della Giustizia, autore della riforma su cui si andrà a votare il 22 e 23 marzo, ha accusato il Csm di gestire con un sistema «paramafioso» nomine, trasferimenti e giudizi disciplinari dei magistrati.

Allo stesso tempo, però, è difficile dimenticare che, prima dell’uscita di Nordio, altri protagonisti di questa campagna referendaria, per il Sì e per il No, si erano cimentati in accesi scontri, perfino corredati da insulti, che spesso esulavano dai contenuti della riforma stessa. Numerosi, tra questi protagonisti, esponenti di tutti i tre poteri dello Stato: legislativo, esecutivo, giudiziario. Le grida si levano alte da settimane, ormai.


Sarebbe perciò riduttivo interpretare la netta richiesta di «rispetto» nei confronti del Csm da parte di Mattarella come una “difesa d’ufficio” dell’organo di governo autonomo della magistratura. Perché è molto di più. È una difesa dell’intero impianto costituzionale e dei ruoli, diversi e distinti, assegnati alle istituzioni della Repubblica. È un compendio dell’alfabeto istituzionale. Del resto, il capo dello Stato ha precisato ieri di parlare «più che nella funzione di Presidente di questo Consiglio, come Presidente della Repubblica». E lo ha fatto in una sede «che rimane e deve rimanere rigorosamente istituzionale ed estranea a temi o controversie di natura politica».

Davvero difficile equivocare. La strada indicata è quella che conduce ad abbassare, tutti, i toni e a tornare nel solco del franco confronto tra posizioni, possibilmente nel merito delle norme sottoposte al referendum. Anche perché la confusione tra contenuti e slogan genera risse verbali e nelle risse rischia di essere investito anche chi ‒ è capitato nei giorni scorsi alla Conferenza episcopale italiana, malgrado la posizione sia stata chiaramente espressa e ribadita ‒ non ha preso partito, ma ha soltanto invitato a non disertare le urne dopo essersi correttamente informati.


«Nell’interesse della Repubblica», afferma il presidente Mattarella, le istituzioni non possono salire sul ring né accettarne la logica. Il messaggio, si diceva, è arrivato forte e chiaro. Resta da vedere se sarà anche recepito. E per quanto tempo, visto che un nuovo scossone è arrivato già nella serata di ieri, con la premier contro il Tribunale di Palermo che ha disposto il risarcimento della Ong Sea Watch.