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Abbiamo passato una notte con i senzatetto per contarli. E per farli contare

 di Maria GomieroGiuseppe Muolo

tratto da Avvenire  del 15.2.26


Accompagnando i volontari impegnati per la rilevazione nazionale promossa
da Istat e condotta da fio.PSD a Milano e a Roma emergono
le testimonianze di chi si trova in strada tra freddo, solitudine e danni alla salute. Eccole

Un momento del censimento dei senzatetto a Milano

Un momento del censimento dei senzatetto a Milano


Una donna bionda in pelliccia si stringe al braccio del marito, che indossa un paio di occhiali con la montatura rossa e lucida. Attraversano la strada all’angolo tra la chiesa di San Babila e corso Monforte, a Milano. Lui infila il telefono nella tasca della giacca a doppiopetto e allunga il passo, i tacchi degli stivali di lei accelerano il ritmo. «Hanno paura che li rubi qualcosa» dice Ulisse, mentre sistema i suoi scatoloni a qualche metro dalle vetrine luminose dei negozi. «Ma io vengo qui solo per dormire, non ho mai rubato in vita mia» assicura. Ulisse, così si presenta, è nato a Cuba nel 1969 e vive in Italia dal 2000. Ha una figlia che vive in Campania e un nipotino che cerca di andare a trovare almeno una volta al mese. «Lei non sa niente delle difficoltà che sto vivendo adesso, perché non voglio farla preoccupare - spiega Ulisse –. Devo riuscire a superare questo periodo con le mie forze». Accetta volentieri di rispondere alle domande che gli vengono rivolte da un terzetto che indossa una pettorina bianca. Sono tre volontari per la rilevazione nazionale delle Persone Senza Dimora, promossa da Istat e condotta dalla Federazione italiana organismi per le persone senza dimora (fio.PSD), che si è svolta contemporaneamente nelle 14 città metropolitane italiane, tra cui Milano.


La partecipazione è in forma anonima ed è possibile interrompere l’intervista in qualunque momento. «Le persone valgono più dei numeri», insistono gli organizzatori prima di dividere le squadre tra le strade del centro, partendo da via Larga e arrivando fino ai primi metri di corso di Porta Venezia. Le informazioni richieste dal questionario dell’Istat sono personali e dirette: «Dove pensi che dormirai stanotte?». Ulisse, per rispondere, tocca con la punta della scarpa una busta della spesa appoggiata a terra. Spuntano i paletti flessibili di una tenda da campeggio e delle coperte piegate. Alla domanda «Per quali ragioni dormi in strada e non in una struttura di accoglienza», il cubano è eloquente. «Nei dormitori non riesco a riposare. C’è troppo rumore: gente che russa, grida, non mi sento al sicuro», spiega Ulisse. Omar invece nelle strutture di accoglienza ci starebbe volentieri, «ma sono senza documenti e non mi accettano». Lui è partito dall’Egitto dieci anni fa: il primo approdo a Lampedusa su un barcone, poi il trasferimento in un centro di accoglienza a Genova dove ha trascorso meno di una settimana. Da allora, vive a Milano per strada. «Sono arrivato che ero un giovane e ora sono un vecchio» racconta in un italiano incerto ma chiaro, rivolgendo gli occhi azzurri alla panchina accanto. Lì sta seduta la statua che rappresenta lo scrittore bulgaro Penèo Slavejkov. Gli fa compagnia quasi tutte le notti, senza però sentire lo stesso freddo o correre il rischio che qualcuno gli rubi le scarpe mentre dorme.


Secondo l’ultimo dossier di fio.PSD, nel 2025 sono morte 414 persone senza dimora e a Milano da inizio anno sono stati segnalati almeno otto decessi per freddo tra senzatetto. L’ultima morte è avvenuta proprio la scorsa notte: un uomo di circa 60 anni è stato soccorso dal 118 sugli scalini di una delle entrate del Velodromo Vigorelli, in via Arona 23, e trasportato in gravissime condizioni al pronto soccorso dell’ospedale Sacco dove è deceduto poche ore dopo. In inverno si muore di ipotermia, ma anche perché trascorrere ore a temperature sotto lo zero aggrava malattie preesistenti. Patologie croniche che con un’accoglienza e una presa in carico tempestive potrebbero essere affrontate. Con l’arrivo delle basse temperature, molte città italiane attivano ogni anno il cosiddetto “Piano Freddo”, insieme di misure straordinarie messe in campo per ridurre i rischi di esposizione per le persone che vivono per strada. A Milano fa parte del programma “Milano Aiuta-Inverno” che da novembre a marzo 2026 prevede l’ampliamento delle strutture di accoglienza notturna e dei servizi di sostegno. Fino a gennaio, secondo i dati del Comune, sono state inviate circa 450 persone nei centri del “Piano Freddo”, di cui circa il 65% era al primo ingresso. L’accesso alle strutture è spontaneo, non esiste alcuna forma di obbligo a entrare. Le persone senza dimora non accedono a questi spazi di supporto per vari motivi: scarsa fiducia nelle istituzioni, bisogni complessi legati a salute mentale o dipendenze, difficoltà di accesso ai servizi sociali e sanitari. Tutte queste risposte, tra chi declina gentilmente e chi in modo più brusco, riempiono lentamente le righe libere nei questionari dell’Istat.


In corso Europa un’unità di cucina mobile del Progetto Arca diventa un luogo di incontro per chi aspetta un pasto caldo, spesso l’unico della giornata. Poco distante alcuni volontari di Save the Dogs offrono assistenza veterinaria di base agli animali, quasi unicamente cani, di persone senza dimora. Chiara è una volontaria della comunità di Sant’Egidio e, anche se vive fuori Milano, da 10 anni dedica almeno una sera a settimana a chi dorme in queste strade. «Negli anni ho visto crescere il numero di italiani, in particolare dopo la pandemia, ma sono anche aumentate molto le attività di sostegno e i volontari coinvolti».


Volontari in azione a Roma tra sacchi a pelo e cartoni: «Gli invisibili siano visibili»

Il primo spettacolo della serata è terminato da pochi minuti. Le persone cominciano a uscire dalla sala a una a una. Che abbiano apprezzato il film lo si capisce dal loro sorriso. Ce l’hanno stampato in faccia. Un gruppetto si ferma proprio davanti alla porta d’ingresso. Sono le 23 e a Roma comincia a far freddo. C’è chi si sistema la sciarpa attorno al collo, chi finisce di abbottonarsi il cappotto e chi si improvvisa critico cinematografico. Ridono, scherzano, ma non si accorgono che a poca distanza da loro ci sono tre persone che dormono. Sono lì, a pochi metri, ma è come se fossero invisibili. Colonnato di piazza della Repubblica, a Roma. Un uomo si è rannicchiato contro il muro, avvolto in un sacco a pelo blu. Ha sistemato per terra un paio di cartoni. Sono il suo materasso. Anche gli altri due stanno riposando nelle stesse condizioni. I loro volti sono coperti. Non si muovono di un centimetro. Potrebbero anche essere morti. Ma a nessuno sembra importare. Fin quando giungono Adriana, Daniele, Valentina e Monica. Fanno parte di una delle tante squadre di volontari che lo scorso 26 gennaio hanno setacciato Roma per la rilevazione nazionale delle persone senza dimora “Tutti Contano”, promossa da Istat e condotta dalla Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora (fio.PSD) nelle quattordici città metropolitane italiane.

Una ospite dell’ostello della Caritas di Roma “Don Luigi Di Liegro” mentre viene intervistata all’esterno della struttura da due volontarie della rilevazione nazionale 

«Ho deciso di partecipare perché penso che sia molto importante che le persone invisibili diventino visibili», spiega Monica mentre cammina per le vie della Capitale. Come tutti gli altri volontari indossa una pettorina bianca di riconoscimento. In testa ha un cappello di lana, segno che la temperatura si è abbassata precipitosamente. «Spero – aggiunge - che da oggi in poi molte persone riescano a cambiare la loro vita». È proprio questo l’obiettivo dell’iniziativa. Pensata per orientare le politiche pubbliche e l’uso delle risorse (comprese quelle europee) per combattere la povertà estrema. In tutta Italia hanno aderito più di 6.500 volontari. Solo a Roma più di 2mila. Due ore prima, molti di loro – appartenenti anche a diverse realtà associative come Caritas italiana, Cna, Comunità di Sant’Egidio, Croce Rossa, Ac, Confcooperative e Agesci - si erano dati appuntamento nella sede di Binario 95, centro di accoglienza situato in via Marsala, a pochi passi dalla stazione Termini. Uno dei 180 punti di smistamento nazionali della rilevazione.


Il piazzale, alle 21, è strapieno di persone. Come se stesse per iniziare una festa. A dare loro il benvenuto c’è Riccardo Salviato, il responsabile della zona di Termini. A lui il compito di illustrare il meccanismo della conta. Spiega che tutte le città sono state suddivise in macroaree, ciascuna coordinata da una persona. E comincia a dividere ogni volontario in una squadra, formata da 3/4 persone, a cui affida una zona specifica da monitorare, indicata in una mappa, che viene consegnata a ciascun team. La conta verrà fatta a occhio. E una volta individuate le persone, bisognerà registrarle sul sito dell’Istat, specificando innanzitutto la zona in cui sono state trovate, e poi il sesso e l’età, ove possibile. Durante la rilevazione, però, non servirà interagire con i senza dimora. Perché verranno ascoltati nei giorni successivi. In una prima serata saranno intervistati gli ospiti delle strutture di accoglienza. In quella successiva invece tutti coloro che sono stati rintracciati per strada. Sono le due tipologie di persone che verranno coinvolte nella rilevazione. Istat ha pensato in particolare a loro, prendendo come riferimento le prime due condizioni di Ethos, la classificazione europea dei senza dimora e dell’esclusione abitativa. Che mette al primo posto i “senza tetto”, coloro che non hanno un riparo per dormire; mentre al secondo “i senza casa”, coloro che invece hanno la possibilità di dormire in un rifugio. Rimarranno fuori dalla conta, quindi, quanti per esempio dormono nelle macchine o nei campeggi.


Dopo la spiegazione, si parte. Le squadre si dividono. Nella zona di Repubblica, il contrasto è stridente. Ci sono le luci dei locali e dei palazzi, e c’è il buio degli anfratti in cui le persone sono costrette a rifugiarsi per cercare di difendersi dal freddo. In molti nemmeno si accorgono del passaggio dei volontari, così abituati a vivere nell’ombra in giacigli di cartone, tende e coperte che ormai sono diventate dello stesso colore della strada. Durante la conta, le persone dello stesso gruppo fanno amicizia, si raccontano la propria vita. Ritornati nel centro di accoglienza, si confrontano con le altre squadre e si danno appuntamento per le interviste dei giorni successivi. Tra le strutture previste, c’è l’ostello della Caritas diocesana “don Luigi Di Liegro”, in via Marsala. Qualcuno teme che gli ospiti si rifiuteranno di parlare. Ma il risultato è esattamente l’opposto. Basta una semplice domanda e le parole arrivano come un fiume in piena. «Il bilancio dell’iniziativa è molto positivo – commenta Michele Ferraris, il coordinatore nazionale -. C’è stata una grande mobilitazione collettiva. E anche una grande disponibilità da parte dei senza dimora». I numeri definitivi delle persone contate verranno comunicati prossimamente. Ma «non abbiamo la pretesa di dire che rappresenteranno il dato completo», aggiunge. Si tratta di un primo grande passo «che servirà per capire come impostare il lavoro nei prossimi anni per replicare l’iniziativa in tutte le città italiane». Per un censimento che sia davvero nazionale. E non dimentichi nessuno.


L’IA è il nuovo Prometeo? Ritroviamo la fratellanza

 di Ivano Dionigi

tratto da Avvenire del 7 febbraio 2026


I rigurgiti dell’antipolitica sono stati ricondotti da filosofi come Platone alla dimensione ineludibile che precede la tecnica: il ”civis” governa il “faber”

L’IA è il nuovo Prometeo?
Ritroviamo la fratellanza Dibattito all'areopago di Atene in un'incisione ottocentesca / AlamyLa politica, ineludibile e naturaliter necessaria quale marca distintiva della natura umana, come già teorizzava Aristotele, è avversata e minacciata da una duplice cattiva utopia, che viene da lontano: l’utopia dell’antipolitica e l’utopia della tecnica.


Nei Memorabili di Senofonte leggiamo che Aristippo, paladino della politica come male assoluto, obiettava a Socrate, teorico della politica come destino obbligato di ogni uomo, che solo un pazzo può addossarsi l’onere del bene della città, la quale oltretutto tratta i suoi politici come schiavi; e aggiungeva che tra comandare ed essere comandato, lui sceglieva «la via di mezzo, la quale non passa né per il potere né per la schiavitù, ma per la libertà». Al che Socrate ribatteva che se quella via non passa né per il potere né per la schiavitù, «non passa nemmeno fra gli uomini».

Una versione aggiornata e amara di quell’antipolitica classica – dell’otium securitario ed egoista – ritroviamo, oltre venti secoli dopo, in una celebre pagina di Tocqueville, là dove raffigura e prefigura direi profeticamente la psicologia di quei popoli e di quei cittadini che, intenti alla salvaguardia dei loro interessi e incuranti dell’esercizio dei doveri politici e della cosa comune, non si avvedono di trascurare proprio l’interesse principale: «Restare padroni di sé stessi». Infatti, nel generale disinteresse della cosa pubblica si crea «un momento critico» in cui – a fronte del governo vacante per l’assenza di classe politica – «un ambizioso abile» si impadronisce facilmente del potere purché garantisca «pace pubblica e ordine». Di qui, la riflessione finale del teorico del pensiero liberale classico: «Una nazione che non domandi al suo governo altro che il mantenimento dell’ordine, nel fondo del cuore è già schiava: è schiava del suo benessere e l’uomo che deve incatenarla può apparire».


Sostanzialmente speculare, anche se non dichiaratamente ostile alla politica, campeggia l’utopia della tecnica, che ha il suo profeta in Prometeo, il quale, come leggiamo in Eschilo ha donato all’uomo «ogni arte umana»: le leggi del cielo e della terra, il numero, la scrittura, la poesia e tutti i beni che la terra cela. In verità quel Prometeo, autoproclamatosi onnipotente, mostrava già due talloni d’Achille: era «più debole del destino» e affidava l’immortalità dell’uomo a «cieche speranze».

Sarà Platone a ridimensionare ulteriormente quel Prometeo semi-onnipotente riconducendolo nell’alveo della politica. La tecnica, leggiamo nel Protagora, era valida per proteggere dalle intemperie della natura e dalla ferocia delle bestie, ma non dalle passioni degli uomini, i quali, non appena si radunavano, si combattevano e morivano, perché ignari della politica. Al che Zeus, temendo che la specie umana si estinguesse, inviò il suo messaggero Hermes perché distribuisse «a tutti gli uomini senso del rispetto (aidôs) e senso della giustizia (díke), in modo da dare origine agli ordinamenti civili e a tutti quei legami che creano fratellanza (philía)». Troviamo qui celebrato il primato della politica al quadrato: la politica precede la tecnica, il faber è governato dal civis; inoltre, la politica è di tutti.


Ma ecco il problema, lo scoglio imprevisto. Oggi il novello Prometeo, con la scoperta dell’ultima versione del fuoco – l’Intelligenza Artificiale – sembra affermarsi con tutta evidenza in modo definitivo e mandare in soffitta il Prometeo classico: sia il Prometeo incatenato di Eschilo, perché ormai la tecnica, senza limiti, si dichiara più forte del destino e della stessa morte; sia il Prometeo del Protagora di Platone, perché ormai la tecnica, anziché invocare, sostituisce la politica.

Quale novello Hermes può annunciare la priorità e universalità della politica? E ancora: di fronte allo strapotere anonimo e gelido dell’Intelligenza Artificiale ci sarà ancora bisogno di noi? Prometeo avrà bisogno di Socrate? Per dirla con Ippocrate, là dove c’è “cura della tecnica” (philotechnía), ci sarà cura dell’uomo (philanthropía)? Il punto non è se programmeremo creature più potenti e più intelligenti di noi. La questione sembra piuttosto ruotare attorno a questo interrogativo: che ne sarà del rispetto e della giustizia, doni divini e capisaldi, secondo Platone, «degli ordinamenti civili e di tutti quei legami che creano fratellanza»?


Ecco la crepa, il varco, la novitas che ci può soccorrere: la fratellanza. A questo proposito, un conforto ci viene dalla stessa classicità, dove la parola “fratello” (frater latino, phrater greco) rimanda non a una definizione di ordine genetico e a una dimensione verticale centrata sul sangue – che, a cominciare da Caino e Abele e da Romolo e Remo, non ha dato grande prova di sé –, ma a una definizione di ordine giuridico e a una dimensione orizzontale centrata sulla relazione: frater (e phrater) nell’antichità era un membro della “fratrìa”, la confraternita, la comunità allargata. Per questo le lingue classiche si sono dovute inventare altre parole per indicare il fratello consanguineo: il latino supplisce con germanus, il greco con adelphós. Ancor più decisiva la novità cristiana. Infatti la nozione genetica di fratellanza, acutamente sentita nell’Antico Testamento, si perde nel Nuovo: «Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli. Chiunque faccia la volontà del Padre mio che è nei cieli, mi è fratello e sorella e madre» (Matteo 12, 49). Teologia della fratellanza: l’esatto contrario della teologia della prosperità propagandata Oltreoceano.


Infine, la Fraternité che ha accompagnato e completato la LIberté e l’Egalité della Rivoluzione francese. La fratellanza: valore sul quale, convergono e si incrociano saggezza classica, novità cristiana, ragione illuministica. Essere fratelli: più forte che essere consanguinei, più impegnativo che essere cittadini, più nobile che essere uomini. Questa la via che rende possibile la difficile e fragile bellezza di convivere nella città. Questa, forse, l’unica consapevolezza che potrebbe farci deporre le armi.