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Come

 “Ogni tanto, come accade ai maniaci, ai distratti o ai bambini, un oggetto qualsiasi si isola dal suo contesto e attrae tutta la mia attenzione. Diventa insomma inquietante.


Come le coppe di gelato ornate non solo di ombrellini cinesi colorati ma anche di bandierine, di tutti i paesi, di tutte le squadre sportive o solo di fantasia. Ricordo quando dal dizionario Larousse l’insegnante di disegno ci faceva copiare l’allegra pagina delle colorate bandierine nazionali e sotto ognuna di esse dovevamo scrivere il nome della nazione – che poi dovevamo recitare all’insegnante di geografia. 

Ora queste allegre bandierine, simili a quelle che svettano sulle sedi di organismi internazionali, di convegni – di dentisti, psicologi o costruttori di strade in asfalto o cemento, di giuristi, operatori turistici … o sulla facciata di grandi alberghi -  le vedi separate o opposte l’una all’altra nei film di guerra oppure sostituite da altre secondo il mutare cruento dei regimi politici o dei contesti geografici. Nel ’41, qui a Ventotene, Altiero Spinelli, Eugenio Colorni, Ernesto Rossi ed altri discussero, compilarono e fecero diffondere clandestinamente in Italia e all’estero il primo Manifesto federalista europeo – mentre quasi contemporaneamente Simone Weil a Londra si opponeva al progetto di De Gaulle di una ricostruzione della nazione francese, fondata su uno stato forte, opponendogli una Francia e un Europa delle regioni e delle federazioni.

Le bandierine dei gelati vengono gelosamente conservate dai bambini, essi non sanno.


Come i manifesti in cui i candidati eletti nelle ultime elezioni ringraziano i loro elettori, quasi ringraziassero per un dono o per un telegramma di condoglianze. Mentre un eletto del popolo non ha ricevuto un dono né ha subito un lutto. Di norma non si ringrazia quando si è ricevuta una chiamata di lavoro.

Come il borghese gentiluomo non sapeva di parlare <in prosa> quando parlava, così l’eletto che ringrazia ignora che, nella prosa politica, quel ringraziamento  significa favori dati o promessi. E come il borghese gentiluomo era sorpreso di essere abbastanza acculturato ed elegante da conoscere bene la prosa, così il nostro eletto col suo cortese ringraziamento.


Come il costume a due pezzi tornato di moda dopo il topless. Il due pezzi, sin da quando furtivamente appariva appartato su qualche scoglio o su un lontano motoscafo nella mia adolescenza, era come un indicatore di zone proibite, quali i segnali di guerra o stradali – <off limits> o <curva pericolosa>

Qui c’è il seno, diceva il reggipetto. Qui c’è la fica, dicevano le mutante.

Il suo unico aspetto liberatorio rispetto al costume a un pezzo consisteva per me nel fatto assai prosaico che stomaco e pancia non erano continuamente umidicci.  Mentre la sua oppressione  era a un tempo psicologica e fisiologica. Da un lato quella sorta di frecce – gli sguardi – che delimitavano il proibito sicché la sua integrità corporale era come divisa in zone di guerra; dall’altra la costrizione fisica dei due indumenti, la cui ampiezza e consistenza corrispondeva a regole sociali  nemiche del corpo e dell’anima. L’ombelico doveva essere nascosto o no? E come dovevano apparire i seni? Sodi e abbondanti, sostenuti da rigonfiature in plastica o stringhe, o invece scollati e abbandonati a una felice libertà? Che molte mie amiche, in sintonia con il variare delle mode, dopo il topless, ostentino oggi il due pezzi, mi rattrista. Perché un tempo, dove era possibile, si bagnavano nude. Anche loro hanno perduto ogni indipendenza.

Ed è certo un paradosso che mentre si vedono tanti nudi in riviste e film, non ci si possa bagnare che vestiti.

Come se il nudo dovesse essere soltanto legittimo nell’ostentazione o nell’eros.

Amo quindi il culto della nudità dei popoli nordici. Il corpo, bello o brutto che sia, giovane o vecchio, che si offre agli elementi e al prossimo come un fiore vero e non artificiale.

Un altro motivo mi rese inviso il due pezzi: quando, dopo il 23 novembre dell’80, raccoglievamo aiuti per le popolazioni dell’epicentro, dovevamo scartare fra i panni donatici, decine di costumi a due pezzi – dati via perché non erano più di moda. E li scartavamo con furia e con rabbia.


Tratto da Fabrizia Ramondino “ L’isola riflessa” Einaudi 1998




Chi rischia la povertà educativa in Italia? Le mappe regione per regione

 di Andrea Ceredani

tratto da “Avvenire”  del 17 aprile 2026


Per la prima volta Istat ha misurato il fenomeno tenendo conto dei rischi familiari, territoriali e socioculturali. In Sardegna le condizioni più critiche

Chi rischia la povertà educativa in Italia? Le mappe regione per regione


C’è un dato che, da pochi giorni, dà speranza alla scuola italiana: il calo della dispersione scolastica all’8,2%. È un risultato mai raggiunto prima, che ha permesso di centrare con cinque anni di anticipo l’obiettivo del 9% fissato dall’Agenda europea per il 2030. Eppure, l’abbandono precoce degli studi non è l’unico – né sempre il più soddisfacente – criterio per misurare quella che in gergo tecnico viene definita “povertà educativa”, ovvero l’insieme di condizioni che tiene ancora troppi bambini e adolescenti lontani dall’apprendimento, dalla cultura e dal gioco. Gli elementi che hanno un ruolo nella formazione di uno studente, in effetti, sono moltissimi: oltre alla scuola contano la famiglia, le attività offerte dal Comune, la qualità del trasporto pubblico, etc. Si tratta di un fenomeno complesso, che in Italia non ha goduto di una sua misurazione sintetica fino a ieri. A colmare il vuoto informativo è Istat, al lavoro dal 2023 con una commissione scientifica istituita ad hoc, che ha presentato ieri a Napoli le prime mappe italiane della povertà educativa tra i giovani fino ai 19 anni. «Sono come dei quadri impressionisti, che ci aiutano a dare una cornice alla povertà educativa e a confrontarla con i dati che raccoglieremo nei prossimi anni», spiega la coordinatrice della commissione Monica Pratesi, ordinaria di Statistica all’università di Pisa. I risultati non permettono conclusioni da esaurire lungo il solito asse Sud-Nord: gli studenti sardi sono quelli che mostrano le peggiori competenze cognitive, ma è il Sud che fa registrare i migliori livelli in materia di “competenze personali e sociali”. Al Nord, invece, le aree interne di Liguria e Piemonte presentano i peggiori risultati del Paese per quanto riguarda il contesto scolastico.

La commissione Istat ha confrontato 78 indicatori per disegnare le mappe, visionate in anteprima da Avvenire, che si dividono in due gruppi: quelle che misurano gli esiti individuali della povertà educativa (come i risultati delle prove Invalsi) e quelle che, invece, analizzano i fattori di rischio. Ovvero i contesti sociali, culturali e familiari «in cui il diritto al pieno sviluppo può essere compromesso». Tutti gli indici sono stati sintetizzati in un unico numero che ha permesso di colorare i Comuni italiani, raggruppati in 62 unità a seconda del grado di urbanizzazione, in una scala che va dal verde (per i risultati migliori della media nazionale, fissata a quota 100) al rosso (per i risultati peggiori). «Sarebbe interessante confrontare i risultati anche con quelli di altri Paesi europei – commenta Pratesi –. Magari ci costringerebbero a colorare tutta l’Italia di rosso».

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Per quanto riguarda le competenze cognitive dei giovani italiani, tutto sommato, i risultati seguono l’asse Sud-Nord: Sardegna, Calabria e Campania sono le regioni più rosse. Seguite dalla Liguria e dall’Emilia-Romagna, soprattutto nelle aree interne. Tutto cambia, però, se si prendono in considerazione le capacità relazionali ed emotive degli studenti, che fanno registrare i migliori risultati in Campania, Lazio, Basilicata e Molise. «Potrebbe significare che la scuola ha ancora un ruolo forte al Sud – ragiona Pratesi –. Il contesto scolastico sarebbe in grado di compensare le difficoltà territoriali, sociali e culturali che vive il Meridione».

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Con contesto scolastico la studiosa fa riferimento alla qualità dell’offerta educativa e alla facilità di accesso alla scuola da parte degli studenti. È uno dei tre fattori-chiave, insieme al contesto familiare e a quello socioculturale, che secondo Istat potrebbero contribuire al rallentamento della povertà educativa. «Gli investimenti in queste risorse potrebbero avere un effetto nei prossimi anni – precisa la professoressa –. Alcune aree di Abruzzo e Molise, per esempio, sono verdi perché hanno investito nel periodo del Covid». I risultati peggiori, quanto al contesto scolastico, si registrano in alcune aree rurali di Liguria (114) e Piemonte (112) ma il panorama nazionale è ancora confortante: «La risorsa-scuola, Sardegna esclusa, è omogenea. Non significa che la qualità sia alta in assoluto, ma che l’offerta educativa sia simile in tutta Italia – puntualizza Pratesi –. È antipatico far notare che non valga lo stesso per la famiglia». Oltre due milioni di under-19, in effetti, vivono in contesti familiari molto più a rischio rispetto alla media nazionale (con punteggio superiore a 110). La maggior parte si trova in Sicilia e in Calabria. «Scontano anche il fatto che il titolo di studio dei genitori e i tassi di disoccupazione variano molto tra Nord e Sud», conclude la professoressa.