Torsten Wolber, Girl on swing |
di Virginia Varriale
L’evanescenza non è da confondere con la superficialità, poiché ciò che è fuggevole non sta in superficie, ma si dissolve nel suo accadere. La vita è evanescente, il vissuto trasmuta in memoria istante dopo istante. Ciò che è - svanisce e diventa altro, non perde senso se ha in sé qualcosa che rappresenti un valore, un pensiero, un’emozione.
Afferrare l’attimo, desiderare di fissare uno stato della propria esistenza ci fa esperire l’evanescenza e, se facciamo spazio alla riflessione, ci accorgiamo che ciò che sfuma è “attraversamento”, è come un ponte tra quel che siamo e quel che saremo. Potrebbe sembrare bizzarro, ma l’esistenza, che è un continuo “star-fuori”, s’invera nel suo perdersi, perché l’essere- evanescente non è una “cosa”, una res, ma un’atmosfera del nostro destino, un’apertura al mistero.
L’evanescenza è contemporaneamente presenza dell’assenza e assenza della presenza, traccia invisibile di chi non c’è. E la vita si esplica irrefragabilmente nella sua istantanea flagranza, nella singolarità dei suoi momenti attuali. Evanescente è il ritmo che cade nel silenzio, il raggio di luce che muore al crepuscolo, il gemito del nascituro al mondo, l’estasi dopo un’unione spirituale e fisica, ma evanescente è anche il silenzio rotto dal sibilo del vento, l’oscurità squarciata da una cometa, l’ebbrezza prima della battaglia.
Inizio e fine all’unisono, uno svelarsi e un nascondersi in apparenza consistenti.
Contro la tradizionale distinzione tra evanescenza e sostanza, segno e senso, che mira a scorgere negli enti il richiamo a una verità trascendente, è possibile rivendicare a ciò che appare e poi svanisce il diritto di “significare in sé”. È un’illusione pensare che quel che appare sia la cifra di un segreto esoterico, bisogna invece vedere in esso l’immediata rivelazione della realtà, tutta dispiegata nella splendida “radura” dell’esserci. Non è inganno ciò che appare, poiché dietro non v’è nulla da cercare, non un fondamento che lo sostenga. L’evanescenza è la dimensione di ciò che “esiste per se stesso”, come il velo di Iride, una realtà caleidoscopica con forme e colori che non giustificano l’accadere delle cose, se non a partire da sé. Si tratta di un mistero inesplicabile e gratuito: evanescente è una presenza-quasi-assente che si rivela negli atti quotidiani.
Il mistero è allora ogni volta, come intermezzo senza “relazione con il prima e con il poi”.
Ogni istante sa di eternità, vale in sé, nel bene e nel male: dovremmo imparare a considerare ogni parte come una vista istantanea del tutto, della vita universale delle cose.
La verità è nietscheanamente tragica: ogni essere è senza perché ed è nel suo apparire tutto.
Ogni attimo è gravido di gioia e di disperazione e il senso è dolorosamente chiaro: lì dove “tutto è perduto”, là “tutto è salvato”.
Forse è proprio nella nostra fragile evanescenza che è possibile fissare “per sempre” ciò che sia possibile dire.