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Finalmente si mette mano alla macchina regionale

Come si legge nell’articolo che segue, il Presidente Fico,  mette mano ad un processo di cambiamento dei CdA partecipati della Regione Campania.

 Un segnale importante. Penso sia questa la buona strada, ma va fatto molto di più, in particolare per quanto riguarda la sanità che rappresenta il 70% del bilancio regionale. 

La precedente amministrazione ha realizzato grandi cambiamenti, in special modo nel primo quinquennio del suo mandato, su ASL ed Ospedali. 

Non ha mai messo mano però al cambiamento di  gestione della governance regionale, da cui il servizio sanitario regionale dipende.

 Nonostante alcuni tecnici vicini alla precedente amministrazione regionale (tra cui chi scrive) avessero più volte suggerito di farlo.

Senza mettere mano alla governance regionale,  non c’è da attendersi alcun miglioramento duraturo della sanità campana.

Ci permettiamo di suggerire, al Presidente Fico, di lasciar lavorare gli attuali Direttori Generali di ASL ed Ospedali (anche se non nominati da lui)e concentrarsi su un progressivo processo di cambiamento della governace regionale, di dialogo col governo,  per riuscire finalmente a far uscire la Campania dal piano di rientro.  Compito arduo ma non impossibile.  

Ecco a seguire il pezzo tratto da Fanpage.it

(RL)


Aziende partecipate in Regione Campania, i tagli di Fico: basta con CdA, doppi incarichi e pensionati

Rivoluzione partecipate in Regione Campania: Fico rottama i CdA e impone tetti alle spese. Ecco cosa cambia rispetto all’era De Luca.


A cura di Ciro Pellegrino

Tratto da Fanpage.it   del 19 febbraio 2026


Roberto Fico, da fine 2025 Presidente della Regione Campania

Mettendo le mani nella materia contabile, Roberto Fico ha iniziato a plasmare quello che è il suo progetto di Regione Campania. È dai soldi che, inevitabilmente, si propagano le direttive e si indirizzano gli obiettivi dell'organo politico di Palazzo Santa Lucia.


E così, una delibera che oggi, 19 febbraio, va in giunta, ovvero gli «indirizzi operativi di gestione» per le aziende dell'Ente regionale (società e fondazioni in house), atto che nel decennio di Vincenzo De Luca era divenuto ormai una semplice formalità, assume tutt'altro aspetto.


Mettendo a confronto la vecchia delibera del 2024 con il testo appena varato per il 2026, emerge chiaramente la volontà di smantellare l'architettura consolidatasi negli ultimi anni. Sebbene i riferimenti normativi siano (ovviamente) gli stessi, vengono espressi gli obiettivi con maggior decisione.


La rottura più fragorosa rispetto alla gestione De Luca si consuma sulla governance. Se la vecchia delibera si limitava a raccomandare il rispetto delle normative anticorruzione lasciando intatti gli assetti di vertice, il documento targato Fico ordina una modifica statutaria radicale: l'abolizione dei Consigli di Amministrazione. La nuova regola  impone che le società siano guidate da un Amministratore Unico, trasformando il CdA da prassi consolidata a eccezione che dovrà essere rigorosamente motivata.


A questo accentramento si accompagna una «pulizia etica» che la precedente amministrazione non aveva mai codificato con tanta durezza: viene sancito il divieto di nominare lavoratori in quiescenza, chiudendo definitivamente le porte delle partecipate ai dirigenti in pensione, e viene esplicitata con chiarezza l'incompatibilità tra la carica di Amministratore e quella di Direttore Generale


Anche la filosofia della spesa pubblica subisce una mutazione. L'era De Luca si era chiusa con inviti generici alla razionalizzazione e al contenimento dei costi di gestione. La cura Fico, invece, introduce un dato numerico. Tra gli obiettivi generali del nuovo anno compare una clausola blindata: la riduzione delle spese per incarichi e consulenze è un obbligo matematico, visto che il testo impone che «il rapporto tra spese di consulenza e valore della produzione del 2026 deve essere inferiore a quello del 2025». Che significa? Se il fatturato non cresce, le consulenze devono scendere drasticamente, senza margini di discrezionalità politica.


L'atto di indirizzo parifica in tutto e per tutto le grandi fondazioni culturali alle società partecipate. Enti come la Fondazione Film Commission, Ifel Campania e la Fondazione Campania dei Festival entrano a pieno titolo nel regime di rigore, dovendo rispondere agli stessi obiettivi di efficientamento di Eav o Soresa.


Il nuovo piano conferma e rafforza l'obbligo di adozione di sistemi di rilevazione automatica delle presenze, specificando che tali controlli digitali si applicano a tutto il personale, dirigenti inclusi, e diventano la conditio sine qua non per l'erogazione di qualsiasi straordinario. Le scadenze per attuare queste regole sono già fissate: entro il 30 aprile 2026 dovranno essere riscritti gli statuti per nominare gli Amministratori Unici, mentre il 31 gennaio 2027 sarà il giorno per verificare se i conti avranno rispettato la nuova «matematica del rigore».




La "fuga dei bianchi" dagli istituti di periferia: dove nasce la segregazione scolastica

 di Andrea Ceredani

tratto da Avvenire del 19 febbraio 2026


Gli esperti definiscono il fenomeno "white flight", fotografando così la tendenza delle famiglie italiane a iscrivere i figli nei quartieri centrali delle grandi città, lontani dalle periferie ad alto tasso di presenza straniera. «Così nascono sempre più classi ghetto e il tessuto sociale si strappa»

La "fuga dei bianchi" dagli istituti di periferia: dove nasce la segregazione scolastica

Una bambina scrive alla lavagna in classe con il gesso il suo paese di provenienza


Nella Circoscrizione 5 di Torino, circa il 30% dei giovani in età scolastica ha cittadinanza straniera ma, entrando nelle scuole del quartiere, pare che gli studenti non italiani siano molti di più: in certe classi rappresentano la quasi totalità degli iscritti. Quel quartiere, Vallette, ha iniziato solo negli ultimi decenni a essere abitato da cittadini di moltissime nazionalità diverse. «Anche la scuola, di conseguenza, oggi è popolata da un mix di studenti stranieri – spiega ad Avvenire Marco Battaglia, educatore presso l’associazione Vides delle suore salesiane torinesi –. Molte famiglie italiane, di fronte a questo scenario, preferiscono iscrivere i propri figli in altri istituti. Perciò, ci troviamo di fronte a sezioni quasi del tutto straniere». L’esodo degli studenti italiani dalle scuole ad alto tasso di iscritti stranieri, in realtà, è una tendenza diffusa in tutte le maggiori città d’Italia da anni e, per questo, gli addetti al settore le hanno già affibbiato una definizione: “white flight”. Letteralmente, la “fuga dei bianchi”. Un fenomeno che determina, di fatto, la segregazione scolastica di molti alunni senza cittadinanza italiana. «I numeri lo spiegano bene – commenta Battaglia –. Le scuole che sono più accoglienti con gli stranieri, negli scorsi anni, hanno avuto molte meno iscrizioni. Quelle che sembrano più rigide hanno numeri più alti».


I più colpiti dal “white flight” sono i grandi centri urbani, dove si concentra la maggior parte degli studenti stranieri: Milano in testa (83.230 nell’anno scolastico 2023/24), seguita da Roma (68.079), Torino (41.461) e Brescia (33.558). Ma i numeri, secondo gli esperti, «vanno maneggiati con cura» perché «la concentrazione di alunni di seconda o terza generazione in pochi istituti non rappresenta di per sé un problema per l’apprendimento – spiega Marta Berti, responsabile del progetto SCooP, che opera contro la segregazione scolastica nel Municipio 6 di Milano –. Quella a cui assistiamo è piuttosto una fuga dalla povertà e dalle periferie verso il centro: chi ha la possibilità sceglie di spostarsi, mentre chi non ha i mezzi economici resta». Un circolo vizioso che ha conseguenze educative negative sul percorso di tutti gli studenti. In scuole dove convivono alunni di lingua, provenienza ed estrazione socioeconomica diverse – spiega Berti – «tutti i ragazzi si arricchiscono di competenze nuove». Concepire gli istituti a prevalenza straniera come scuole di “serie B”, al contrario, mina «il diritto di tutti a ottenere lo stesso livello di qualità educativa». Il rischio principale, secondo Marco Battaglia, è «lo sfilacciamento del tessuto sociale». In altre parole, che studenti italiani e stranieri non si conoscano e non si incontrino mai: «È una perdita per tutti – commenta – anche perché, nella mia esperienza, le medie migliori le hanno gli alunni stranieri».


Il meccanismo del “white flight” ha conseguenze evidenti a Milano, dove molte classi di periferia rasentano la quota del 100% di alunni con cittadinanza straniera, perché ritenute poco attrattive dalle famiglie italiane. Per disinnescare «il circolo vizioso che isola gli studenti stranieri», il progetto Mixité, guidato dalla cooperativa sociale Diapason, ha introdotto servizi pomeridiani aggiuntivi in quattro istituti milanesi a rischio di segregazione: «Ci lavoriamo da due anni – spiega Elisabetta Cargnelutti, project manager di Diapason – e i risultati sono positivi. Molte famiglie italiane hanno deciso di iscrivere i loro figli in scuole marginalizzate perché, di fatto, restano aperte tutti i pomeriggi». Laboratori di scienze, giochi e doposcuola: tutto contribuisce «ad attirare i genitori italiani verso scuole che sono attente alle loro necessità». L’obiettivo? «Al lungo termine – conclude Cargnelutti – vogliamo mutare una convinzione: quella secondo cui una scuola a maggioranza di studenti italiani svolga il programma in modo più completo e veloce. È solo una questione di pregiudizio».


Le scuole che hanno ridotto il tasso di segregazione scolastica, in effetti, sono anche quelle in cui genitori italiani e stranieri collaborano agli stessi progetti. È il caso del doposcuola dell’istituto Daniele Manin di Roma, di cui fa parte la scuola Di Donato, definita nel 2005 la più multietnica d’Italia, con iscritti da oltre 80 nazionalità diverse. Al termine delle lezioni, ogni giorno alle 16.30, nelle aule della Di Donato iniziano corsi di ogni genere: studio, basket, canto, pattinaggio. A organizzarli sono i volontari dell’Associazione genitori, ma anche docenti ed educatori. Il risultato? Secondo la mamma affidataria Francesca Valenza, che partecipa da anni, è un successo: «Le famiglie italiane qua possono trovare un’offerta formativa unica che li attrae e li spinge a intessere relazioni e legami affettivi con genitori di ogni provenienza. Insomma, superano il pregiudizio».