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Che fine ha fatto la questione meridionale

 di Nicola Lagioia

tratto da Lucy sulla Cultura del 22 Gennaio 2026


Tra il 2002 e il 2021 sono andate via dal Sud 2,5 milioni di persone. Di queste, 800 mila avevano meno di 35 anni. Entro il 2080 si prevede una perdita di oltre 8 milioni di residenti. Quella che è stata a lungo l’area più giovane d’Italia diventerà la più vecchia. E la politica nazionale sembra aver smesso di considerarlo un problema.

L’Italia meridionale è oggi l’area arretrata più estesa d’Europa. A questo primato se ne aggiunge un altro: se l’inverno demografico rende l’Italia tra i paesi più anziani al mondo, promettendo un drastico ridimensionamento della sua popolazione nei prossimi decenni, lo spopolamento al Sud (il saldo negativo tra nascite, morti, fughe) segue ritmi ancora più incalzanti. Il Mezzogiorno potrebbe diventare presto un continente fantasma, tra l’incapacità della classe politica di guardare oltre le prossime elezioni (e gli operatori turistici oltre la prossima estate), l’imminente opportunità per noi poetastri di cantare molto presto un mondo perduto e l’attuale compiacimento degli esteti meridiani (i più vacui in assoluto) per i quali “il Sud è assenza”.

Per capire i termini di una sconfitta storicamente rinnovata, che rischia di diventare il tracollo di tutti, è utile leggere Storia dell’Italia meridionale di Pino Ippolito Armino, pubblicato da Laterza.

Cominciamo dalle fughe. Tra il 2002 e il 2021, scrive Armino, sono andate via dal Mezzogiorno 2,5 milioni di persone. Di queste, 800 mila avevano meno di 35 anni. Entro il 2080 si prevede una perdita di oltre 8 milioni di residenti. Il Mezzogiorno, che è stato a lungo l’area più giovane d’Italia, diventerà la più vecchia, e anche la meno consistente (prima dello Stato unitario 4 italiani su 10 erano meridionali, tra qualche decennio diventeranno un quarto della popolazione nazionale, con un possibile decremento del 50% nella fascia tra i 0 e i 12 anni). Non so se questi numeri rendono l’idea di quale svuotamento (identitario, culturale, politico) attende il Paese intero. Chi non capisce il Sud non capisce l’Italia, si diceva una volta, e nel XXI secolo neanche il mondo, così tra i meno capaci di comprendere ciò che sta accadendo troviamo oggi – in apparenza su poli opposti, di fatto strozzati dallo stesso cordone ombelicale – sia i ragionieri dell’autonomia differenziata (gli eredi di quelli che pensano che il Sud fannullone e vittimista rubi al Nord ingegnoso e produttivo) che gli esoterici cantori delle Catacombe dei Cappuccini che travisano Franco Battiato e Carmelo Bene (quelli convinti che per partenogenesi la vita si rinnovi dal marmo di Trani o da una cattedrale barocca anche quando non ci fosse più nessuno a guardarla o ricordarla, e – meno che mai – manutenerla). E tuttavia i sinceri democratici, vedremo, non stanno messi tanto meglio.

Sempre per restare ai numeri di Armino, oggi chi abita in Campania vive in media 3,2 anni in meno di chi risiede nella provincia autonoma di Trento. È uno squilibrio che racconta bene la diversa qualità dei sistemi sanitari. Meno intuitive le conseguenze: nel solo 2023 “le regioni meridionali, in particolare la Calabria, la Campania, la Sicilia e la Puglia, hanno trasferito quasi un miliardo di euro alla Lombardia, all’Emilia Romagna e al Veneto per garantire ai propri cittadini le cure mediche che non sono state in grado di offrire sul loro territorio”.

Delle difficoltà del Sud si sta dunque approfittando il Nord per ammortizzare il proprio, di declino?

Pino Ippolito Armino è tutt’altro che un neoborbonico. Contro i nostalgici di Ferdinando II aveva scritto un libro nel 2021, Il fantastico regno delle due Sicilie, dove sottoponeva a fact-checking molte menzogne di questa scuola di pensiero. Ma è il motivo per cui, libero dal clima vittimista e rivendicativo di chi vorrebbe rovesciare in un manifesto terrone il secessionismo neopagano di Pontida (più insidioso oggi di trent’anni fa, travestito com’è da epica nazionalista e cristianoide), Armino può rendere conto anche ai Savoia della loro miseria quando si tratta di ragionare su come si è formato il divario.

Provando a riassumere, almeno sette sarebbero per Armino le tappe che storicamente – partendo dalla fine del Settecento – avrebbero compromesso in modo così grave l’equilibrio tra le due aree del Paese: 1) il fallimento della Rivoluzione napoletana del 1799 e la violentissima repressione che ne seguì (il meglio dell’intelligenza illuminista, un’intera classe dirigente, fu sterminata; Armino ricorda l’episodio di Nicola Fiani, ridotto a brani dalla plebe, abbrustolito e mangiato, prefigurazione in chiave orrorifica di tutte le volte in cui i tentativi di modernizzazione – il Sud come parte più evidente di una questione nazionale – non riuscirono a coinvolgere i ceti popolari; basti pensare mezzo secolo dopo alla morte di Carlo Pisacane); 2) la mancata svolta costituzionale dei Borboni contrapposta alle aperture sabaude sempre più decise da un certo punto in poi; 3) il modo in cui, sotto la linea di Cavour, l’unificazione avvantaggiò effettivamente sotto diversi aspetti il Settentrione a scapito del Mezzogiorno (“l’unificazione amministrativo-finanziaria”, ricorda Armino, “impose a tutti gli italiani il pagamento degli interessi sui titoli del debito pubblico che erano in larga misura un’eredità del Piemonte”, per non parlare dell’impatto della politica fiscale che portò i meridionali a pagare tasse poco prima sconosciute, o al modo in cui le manifatture tessili del Sud si trovarono a perdere, da un momento all’altro, le commesse statali; Armino ipotizza, come effetto dell’unificazione, una perdita di 200.000 posti di lavoro al Sud, “un numero immenso su una popolazione di poco più che 9 milioni di abitanti”); 4) le tariffe protezionistiche promosse alla fine del XIX secolo dal Regno d’Italia che danneggiarono in modo pesantissimo la piccola e media impresa agricola meridionale; 5) l’economia di guerra del fascismo che dagli anni ’30 investì massicciamente nel triangolo industriale del Nord; 6) Il fallimento dell’intervento straordinario che l’Italia repubblicana cercò di operare al Sud con la creazione della Cassa del Mezzogiorno, risoltasi in una selva di clientele e vampirismi locali, a cui c’è da aggiungere la presenza devastante della criminalità organizzata; 7) l’invenzione della “Questione settentrionale” dall’inizio degli anni ’90 del Novecento, la rivolta dei ricchi contro i poveri che riguarda in realtà oggi una porzione ben più grande di mondo.

È paradossale notare come una parte consistente della nostra produzione culturale – specie per la Sicilia e la Campania ma non solo, soprattutto per il cinema e la letteratura, basti pensare a L’amica geniale eletto dal «New York Times» come il romanzo più importante finora di questo secolo, o ai record di incassi cinematografici dei film di Checco Zalone – continui a trarre ispirazione da ciò che accade a Sud, e come questo (chiamiamolo così) “strapotere dell’immaginario” sia del tutto fuori scala rispetto al peso sempre meno consistente (economico, politico, adesso dicevamo anche demografico) del Sud in una vicenda nazionale che da una parte del Mezzogiorno vorrebbe forse liberarsi, ma dall’altra non può farlo senza vedere la propria identità stravolta in modo irreparabile.

“L’Italia meridionale è oggi l’area arretrata più estesa d’Europa. A questo primato se ne aggiunge un altro: se l’inverno demografico rende l’Italia tra i paesi più anziani al mondo, promettendo un drastico ridimensionamento della sua popolazione nei prossimi decenni, lo spopolamento al Sud (il saldo negativo tra nascite, morti, fughe) segue ritmi ancora più incalzanti”.

Se per le frange più reazionarie l’autonomia differenziata realizza un sogno punitivo inconfessabile (mettere in ginocchio chi se l’è goduta nel disagio, chi riesce a ridere nelle tragedie, a mangiare senza lavorare, a volte persino a mangiare senza mangiare – qui basta leggere male Malaparte), la parte progressista mi pare a sua volta nel pieno di un abbaglio, o forse gioca furbescamente di rimessa.

Negli ultimi trent’anni ci sono state tre “primavere meridionali”, tutte ascrivibili al centro sinistra. Ricordo la “primavera siciliana” successiva alle stragi di Capaci e via D’Amelio, seguita da quella “campana” di Antonio Bassolino. Dopo aver suscitato grandi speranze (e aver prodotto, ancora una volta, occasionali meraviglie non intenzionali, ricordiamo ad esempio come l’epopea di Ciprì e Maresco diventi “nazionale” nell’imminenza delle stragi, con la prima messa in onda di Cinico TV su Rai3 proprio nel 1992) entrambe sono regredite rapidamente nella palude di un autunno stagnante. Più complicato il caso della “primavera pugliese”, cominciata ufficialmente con il primo mandato di Nichi Vendola presidente della Regione nel 2005 ma preparata da un fermento culturale attivatosi almeno quindici anni prima. La “primavera pugliese” non si può dire sia fallita, le è capitato però qualcosa di assai insidioso: è sfociata cioè in un’estate talmente torrida da rischiare di bruciare il raccolto. Il rinnovamento culturale (compresa la rivisitazione in chiave viva della tradizione, basti pensare all’epopea della Notte della Taranta o a film come Lacapagira o a libri come Il pensiero meridiano) rischia di trasformarsi, anni dopo, in pura attrazione turistica dove tutto è “cultura” (la masticazione del panzerotto a dieci euro come rito rigenerativo, una versione leggera per scandinavi dell’ayahuasca turistica in Brasile), e una linea di pensiero mediterraneo che si proponeva come alternativa a quella dominante pare essersi interrotta, complice anche la scomparsa prematura di alcuni suoi protagonisti, penso a Franco Cassano, Guglielmo Minervini, Alessandro Leogrande. La logica delle masserie e dei bnb vestiti a calce o damascati sembra avere contagiato anche altre regioni come Sicilia e Campania – non mi pare sia avvenuto qualcosa di diverso con la “piccola primavera” lucana conseguente all’elezione di Matera Capitale europea della cultura. L’impressione è che, insomma, rientrata la possibilità di una vera emancipazione e di un robusto rinnovamento (ma il resto d’Italia non cova in modo meno disagiato lo stesso male?), sia venuto istintivo ripiegare sul cosiddetto estrattivismo, celebrandolo con entusiasmi inquietanti, il tutto mentre i redditi della gente comune restano al Sud tra i più bassi d’Europa e le liste d’attesa per un esame medico arrivano a superare l’aspettativa di vita di chi ne fa richiesta.

Come si è capito non sono un sostenitore di questo modello. Ma sopporto ancora meno l’estetismo dei nostalgici del latifondo, gli apologeti della miseria altrui. Anche io credo nella tradizione dei miei luoghi d’origine, credo che nel Sud risieda un pensiero e un modo di vivere e di stare con gli altri e di vedere il mondo capace di irrorare positivamente il pensiero e la cultura dominanti (da questo punto di vista l’Italia ha forse bisogno del Sud più che il contrario; così come l’Europa, un continente in questo momento in crisi, dovrebbe guardare di nuovo al proprio mare), credo che al Sud il mito si faccia fantasmagorico (cioè duttile, mutante, vivo) e non legato al culto dell’origine e del sangue, e nello stesso momento in cui omaggio Di Vittorio e rileggo Guido Dorso o Carlo Levi e ammiro le meridionali d’adozione come Lisetta Carmi (e mi sembra estremamente interessante il modo in cui Franco La Cecla e Vito Teti reinterpretano Ernesto De Martino) posso sostenere – mi limito alle Puglie – che a Copertino i santi volino davvero, che a Capurso la Madonna esca dal pozzo stringendo un cuore in fiamme, che nella Foresta di Mercadante sfrecci il fantasma di Fra’ Diavolo, che a Castel del Monte sia custodito il Graal, che sulle Murge il vento tra le rocce parli la lingua di Dio. Ricordo certo Carmelo Bene quando (più vicino a Pasolini di quanto desiderasse) elogiava l’analfabetismo dei contadini salentini, i quali – prima di imparare a leggere e scrivere infarcendosi così di opinioni non proprie, e prima che, sentendo il lavoro come un dovere, barattassero la fame con la fine della libertà – sarebbero stati vicini al sacro, all’abbandono, fuori dalla tirannia di Chronos. Ma un conto, passando per Artaud, è riversare genialmente questi rapimenti in Nostra Signora dei Turchi. Altro è fare l’elogio del tempo dei servi della gleba sentendosi (tra arroganza e ridicolo) parte di un’aristocrazia contemporanea.

Bisogna ripensare la Questione Meridionale. In un tempo in cui si moltiplicano gli odi, i massacri, i fili spinati, il Sud è forse un “luogo” dove i confini si fanno meno critici, ponti imprevisti vengono riedificati, lo straniero torna pellegrino, sorge la possibilità di amicizie che sotto altri domini culturali sarebbero inimmaginabili.

Se il Sud si stacca o viene staccato dal resto del Paese (e, allargando il discorso, dal resto del mondo), ho l’impressione che la deriva riguardi tutti quanti.


Nicola Lagioia è scrittore, sceneggiatore, conduttore radiofonico e direttore editoriale di Lucy. Il suo ultimo libro è La città dei vivi (Einaudi, 2020).


Non mollare mai sulla difesa del SSN

 Cominciamo dalle conclusioni della relazione della Corte dei Conti sul Servizio Sanitario Nazionale (SSN), un baluardo della nostra democrazia. Il SSN mantiene le posizioni, pur in un crescendo di criticità: aumento della spesa sanitaria privata, acuirsi delle differenze regionali, intasamento dei pronto soccorso, crescente difficoltà di sviluppo della sanità territoriale, con la prevenzione che resta al palo. Eppure dobbiamo continuare a difendere e sostenere i principi della legge di riforma sanitaria del 1978, valorizzare la sanità pubblica, continuare a chiedere, al governo, che vengano immesse maggiori risorse economiche, di personale, di attrezzature nel SSN.

 Ecco la conclusione generale cui arriva l’ultima relazione della Corte dei Conti: “ La relazione evidenzia un sistema sanitario nazionale in fase di consolidamento dopo la pandemia, con spesa stabile in percentuale del Pil ma rigidità strutturali, divari regionali persistenti e necessità di accelerare gli investimenti PNRR. Il futuro del SSN dipenderà dalla capacità di trasformare l’aumento nominale della spesa in miglioramento effettivo dei servizi, rafforzando equità territoriale, digitalizzazione, prossimità e sostenibilità.”

 (RL)


“Spesa sanitaria stabile sul Pil, ma il SSN fatica a recuperare”, l’allarme della Corte dei conti


Tratto da “Quotidiano Sanità” del 19.1.26




La Relazione al Parlamento evidenzia che il finanziamento pubblico rimane bloccato sul 6,3-6,4% del Pil, sotto la media UE, mentre persistono criticità gestionali, ritardi negli investimenti e diseguaglianze nell’erogazione dei Lea. Cresce la mobilità interregionale e il peso della spesa privata, segnale delle difficoltà di accesso ai servizi pubblici


 “Il Sistema Sanitario Nazionale dopo la pandemia risulta ancora segnato da forti disomogeneità territoriali e criticità gestionali, seppur avviato verso una fase di consolidamento”. Lo afferma la Corte dei conti nella Relazione al Parlamento sulla gestione dei Servizi Sanitari Regionali, approvata dalla Sezione autonomie con Delibera n. 21/SEZAUT/FRG/2025, da cui emerge l’aumento da 131,3 a 138,3 miliardi della spesa sanitaria pubblica riferita al triennio 2022-2024, con una crescita del 4,9% rispetto al 2023 (5,4% sul 2022) e il mantenimento di un’incidenza stabile sul PIL (6,3-6,4%, a fronte di una media europea pari al 6,9%). L’aumento, specifica la magistratura contabile, è trainato dalle voci di spesa relative a personale (+5,6%) e consumi intermedi (+7,5%), ma ridotto a un incremento reale di poco superiore all’1% a causa dell’inflazione, evidenziando una dinamica di spesa più difensiva che espansiva.

Spesa privata e divari territoriali per la Corte dei conti “indeboliscono l’equità di accesso e l’universalità del servizio. Nel 2024 la spesa sanitaria complessiva è stata di 185 miliardi, di cui il 74% a carico di PA e assicurazioni obbligatorie, il 22% a carico delle famiglie e il 3% a carico dei regimi volontari, con una crescita della quota riferita alla componente privata che colloca quest’ultima tra le più elevate nel raffronto con la media europea”.

Persistono “significative diseguaglianze nell’erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e un evidente disallineamento Nord-Sud”. Le Regioni in piano di rientro (Calabria, Molise, Sicilia, Campania, Lazio, Abruzzo, Puglia) continuano a mostrare difficoltà strutturali nonostante alcuni miglioramenti nei conti. L’aumento della mobilità sanitaria interregionale segna, inoltre, divari nell’attrattività e nella capacità di erogazione dei servizi.

Sul fronte degli investimenti PNRR della Missione 6 (Salute), in cui sono previsti 15,6 miliardi per rafforzare prossimità, digitalizzazione e infrastrutture sanitarie, a fine 2024 risultava completato il 41% degli obiettivi, con il restante 59% da concludersi nel biennio 2025-2026. La rete di prossimità (con 1.038 Case della Comunità e 307 Ospedali di Comunità in programma) rappresenta l’asse strategico per il nuovo SSN, ma il monitoraggio svolto ha evidenziato “ritardi nell’avvio dei lavori e difficoltà nella copertura delle vacanze di personale, con carenze di profili sanitari e tecnici capaci di limitare la piena operatività delle nuove strutture”.

Sul versante farmaceutico, la spesa complessiva 2024 ha superato il tetto programmato del 15,3% del FSN. L’introduzione dei nuovi tetti di spesa e il meccanismo del payback garantiscono un equilibrio finanziario che presenta, tuttavia, “notevoli margini di incertezza legati al contenzioso con le imprese. Cresce l’uso di generici e biosimilari”.

Sul personale, si registra il “significativo ricorso a contratti flessibili e, in alcune regioni, ai cosiddetti “gettonisti”, istituto che comporta maggiori costi e richiede un monitoraggio costante. In generale, la carenza di risorse pubbliche si riflette nella difficoltà di reclutamento e di mantenimento in servizio del personale”.

La Corte ha richiamato la “necessità di rafforzare la governance, accelerare gli investimenti, stabilizzare il personale e correggere i divari tra Regioni. Il futuro del SSN dipenderà, infatti, dalla capacità di trasformare le risorse in servizi qualitativamente migliori, aumentando l’efficienza gestionale e rafforzando l’equità territoriale”.


Spesa pubblica per la sanità e confronto europeo

Nel triennio 2022-2024 la spesa sanitaria pubblica cresce costantemente in valore nominale (131,8 mld a 138,3 mld, +5,4%): l’aumento è trainato dal personale (+5,6%) e dai consumi intermedi (+7,5%), ma l’inflazione riduce la crescita reale a poco più dell’1%. La tendenza generale è di stabilizzazione del finanziamento post-pandemia, con il rischio di realizzare un modello di spesa sanitaria volto a preservare l’esistente, anziché a potenziare capacità e servizi. Nel 2024 la spesa complessiva per assistenza sanitaria è di 185 mld, di cui il 74% a carico della PA e assicurazioni obbligatorie, il 22% a carico delle famiglie e il 3% a carico dei regimi volontari. Le diseguaglianze territoriali e l’ampio ricorso a prestazioni private (ambulatoriali e diagnostiche) indicano un indebolimento dell’equità di accesso. In sintesi, la sanità italiana mostra stabilità di finanziamento rispetto al Pil e lieve espansione in valore nominale, ma con pressioni inflazionistiche e criticità distributive. È necessario rafforzare efficienza e qualità della spesa, orientandola verso prevenzione e prossimità territoriale. Come per gli anni precedenti, anche per il 2024 si rileva una spesa sanitaria pubblica italiana nettamente inferiore rispetto alla media dei partner europei, sia in valore pro capite che in percentuale di Pil. Il livello di spesa italiana è, infatti, condizionato da più stringenti vincoli di finanza pubblica, stante le ingenti dimensioni del debito.


Previsioni 2025-2028 e protezione sociale

Secondo le stime del Mef la spesa sanitaria crescerà fino a 155,6 miliardi di euro nel 2028 con tasso medio di incremento del 3,7% annuo. L’incidenza sul Pil resterà stabile (6,3%-6,4%), ma la sostenibilità dipende dal contenimento della spesa previdenziale che assorbe il 68% della spesa per welfare; e dall’evoluzione demografica. La spesa per protezione sociale (606,7 mld, 27,6% del Pil) mostra una ricomposizione qualitativa: calano gli interventi emergenziali e aumentano i fondi strutturali (salute mentale, disabilità, giovani). In sintesi, il welfare italiano entra in una fase di riassestamento, con la sanità ancora pilastro centrale ma sotto pressione. Le sfide principali sono efficienza allocativa e qualità della spesa.


Investimenti del SSN e PNRR – Missione 6 “Salute”

La Missione 6 prevede 15,6 mld (circa l’8% del PNRR) per rafforzare prossimità, digitalizzazione e infrastrutture sanitarie. A fine 2024 risulta completato il 41% degli obiettivi UE; il 59% deve concludersi nel biennio 2025-2026. Le Regioni del Mezzogiorno detengono la maggioranza dei progetti, ma minori finanziamenti effettivi. In sintesi, la realizzazione della Missione 6 richiede accelerazione e coordinamento per rispettare il vincolo del 40% al Sud e assicurare l’effettivo riequilibrio territoriale. Relazione al Parlamento sulla gestione dei servizi sanitari regionali 2


Case e Ospedali di Comunità, telemedicina

Sono previsti 1.038 Case della Comunità (2 miliardi di euro) e almeno 307 Ospedali di Comunità (1 mld), cardini della riorganizzazione territoriale. Il monitoraggio mostra ritardi nell’avvio dei lavori e difficoltà di reclutamento del personale, ma i progetti attivati indicano buone pratiche di integrazione sociosanitaria. In sintesi, la rete di prossimità rappresenta l’asse strategico per il nuovo SSN, ma la piena operatività dipenderà da tempi di attuazione e copertura di personale sanitario e para-sanitario.


La spesa privata

La spesa privata “out of pocket” registra una lieve contrazione: da 42,4 miliardi nel 2023 a 41,3 miliardi nel 2024 (-4,5%). Ma resta elevata, soprattutto per le prestazioni ambulatoriali:

-17,1 miliardi per visite ed esami specialistici,

– oltre 15 miliardi per prodotti farmaceutici e presidi medici.

La Corte dei conti sottolinea come il ricorso alle prestazioni private sia spesso un “ammortizzatore” rispetto ai tempi di attesa e alle carenze di personale del sistema pubblico, con rischi di regressività e iniquità nell’accesso.

Assicurazioni e fondi sanitari: +8,4%

Crescono ancora i regimi volontari di finanziamento – fondi sanitari e assicurazioni – che arrivano a 6,36 miliardi nel 2024, con un incremento dell’8,4% rispetto al 2023.


Finanziamento e risultati economici

Il finanziamento pubblico ordinario cresce, seppur si riduce l’incidenza sul Pil, ma la composizione delle risorse varia: aumentano le quote regionali e si riduce il margine di mobilità sanitaria. Persistono divari territoriali e disomogeneità nei risultati di bilancio degli enti SSN. In sintesi, il sistema di finanziamento ha garantito finora la tenuta complessiva, ma la sostenibilità richiede miglioramenti gestionali, controllo dei costi del personale e monitoraggio dei debiti verso fornitori.

Divari territoriali nei LEA e performance regionali

Permangono differenze significative nella garanzia dei Lea tra Nord e Sud. Le Regioni con punteggi più bassi presentano inefficienze strutturali, carenze di personale e ritardi negli investimenti PNRR. In sintesi, la riduzione dei divari nei Lea resta obiettivo prioritario per assicurare il diritto universale alla salute, coerentemente con l’art. 32 Cost.


Spesa farmaceutica e payback

Nel 2024 la spesa farmaceutica complessiva supera il tetto programmato del 15,3% del FSN; l’introduzione dei nuovi tetti di spesa e il meccanismo di payback garantiscono equilibrio finanziario, ma aumentano i contenziosi con le imprese. Cresce l’uso di generici e biosimilari. In sintesi, il sistema della spesa farmaceutica mantiene l’equilibrio finanziario, ma necessita una revisione del payback e di una governance più stabile per assicurare sostenibilità e innovazione.

Tavoli tecnici e Regioni in piano di rientro

Le Regioni in piano di rientro (Calabria, Molise, Sicilia, Campania, Lazio, Abruzzo, Puglia) mostrano miglioramenti di bilancio ma persistono criticità gestionali. È essenziale rafforzare il coordinamento tra Tavoli tecnici, Agenas e MEF per assicurare il rientro strutturale. In sintesi, progressi nei conti, ma ancora lontana la piena autonomia gestionale; occorre stabilizzare governance e capacità amministrativa.