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Goliarda Sapienza: la scrittura come atto di libertà

 di Elvira Picciola


Ci sono scrittrici che appartengono al loro tempo e altre che sembrano scrivere per il futuro. Goliarda Sapienza appartiene  a questa seconda categoria. Morta a Gaeta nel 1996 dopo una vita trascorsa ai margini del riconoscimento letterario, è oggi considerata una delle voci più originali del Novecento italiano. Il riconoscimento è arrivato solo dopo la pubblicazione postuma de “L'arte della gioia”, un romanzo rifiutato per anni dagli editori italiani e divenuto, in seguito, un caso letterario internazionale.

La recente trasposizione televisiva diretta da Valeria Golino, ha riportato al centro del dibattito culturale una figura complessa e affascinante, facendo conoscere a un pubblico più vasto una scrittrice che aveva intuito, con decenni di anticipo, molte delle questioni oggi al centro della riflessione femminista: il diritto all'autodeterminazione, la libertà del desiderio, la critica delle strutture patriarcali e il rifiuto di ogni identità imposta.

Ma ridurre Goliarda Sapienza alla sola autrice de “L'arte della gioia” significherebbe impoverire una biografia straordinaria, nella quale esperienza personale, impegno civile e ricerca artistica si intrecciano continuamente.

Nata a Catania nel 1924, crebbe in una famiglia profondamente anticonformista. Sua madre, Maria Giudice, fu una delle prime grandi protagoniste del sindacalismo italiano, mentre il padre, Giuseppe Sapienza, era un avvocato socialista impegnato nelle lotte per i diritti dei lavoratori. In quella casa, attraversata da idee libertarie, socialiste e antifasciste, Goliarda imparò presto che la libertà non era un principio astratto, ma una pratica quotidiana.

Lontana dall'educazione tradizionale riservata alle donne della sua epoca, crebbe sviluppando un'indipendenza intellettuale fuori dal comune. Durante la guerra partecipò alla Resistenza romana e, terminato il conflitto, intraprese una brillante carriera teatrale e cinematografica. Frequentò l'Accademia d'Arte Drammatica di Roma e lavorò con alcuni dei maggiori protagonisti del neorealismo italiano, tra cui Luchino Visconti, Luigi Comencini e Francesco Maselli.

Eppure, nel pieno del successo come attrice, maturò una decisione radicale: abbandonare il palcoscenico per dedicarsi esclusivamente alla scrittura, fermamente  convinta che solo la letteratura le avrebbe consentito di esplorare fino in fondo la complessità dell'essere umano, e soprattutto dell'essere donna.

Questa scelta coincide con un periodo particolarmente doloroso della sua esistenza. Le crisi depressive, i tentativi di suicidio, il ricovero in una clinica psichiatrica e la traumatica esperienza dell'elettroshock diventarono materia di riflessione nei suoi libri autobiografici, trasformando il dolore in uno straordinario strumento di conoscenza. Tra questi, Il filo di mezzogiorno, pubblicato nel 1969, rappresenta una delle testimonianze più intense della letteratura italiana del secondo Novecento. Il romanzo racconta il difficile percorso della ricostruzione della memoria attraverso la psicoanalisi e il complesso rapporto con il giovane analista Ignazio Majore. Seduta dopo seduta, la scrittrice recupera frammenti della propria identità, ripercorrendo l'infanzia siciliana, gli anni dell'Accademia d'Arte Drammatica, l'esperienza teatrale e il trauma della malattia mentale. Più che un semplice resoconto terapeutico, il libro diventa una profonda riflessione sul rapporto tra memoria, linguaggio e identità, anticipando temi che saranno centrali nella narrativa contemporanea.

La forza e l'attualità di quest'opera sono state confermate anche dalla recentissimatrasposizione teatrale, adattata da Ippolita di Majo (Einaudi, 2024) e diretta da Mario Martone, con Donatella Finocchiaro e Roberto De Francesco. Lo spettacolo, accolto con grande favore di pubblico e di critica al Teatro Mercadante di Napoli e successivamente in numerosi teatri italiani, restituisce con grande efficacia il continuo intrecciarsi del piano reale delle sedute analitiche con quello onirico e visionario della protagonista. È proprio in questo oscillare tra coscienza e memoria che emerge la straordinaria modernità della scrittura di Sapienza, capace di trasformare il dolore individuale in esperienza universale.

Un'altra esperienza destinata a lasciare un segno profondo nella sua opera fu quella del carcere. Nell'ottobre del 1980 venne arrestata per il furto di alcuni gioielli nell'abitazione di un'amica e trascorse alcuni giorni nel carcere romano di Rebibbia. Goliarda  trasformò quella vicenda  in un'occasione di osservazione umana e di riflessione sociale. Da quell'esperienza nacque infattiL'università di Rebibbia (1983), uno dei suoi libri più sorprendenti, nel quale il carcere viene raccontato come un luogo di incontri, solidarietà e umanità, capace di mettere in discussione molti pregiudizi sulla colpa e sull'emarginazione. In una celebre intervista a Enzo Biagi, la scrittrice arrivò a definire quei giorni una vera e propria "università della vita", riconoscendo nelle detenute una ricchezza umana spesso assente nel mondo esterno. Anche in questo caso Sapienza dimostra la sua capacità di guardare oltre le convenzioni, trasformando un'esperienza di esclusione in un'occasione di conoscenza e di crescita personale.

Il suo capolavoro,tuttavia,L'arte della gioia, venne scritto tra il 1969 e il 1976. Si tratta di un'opera monumentale, difficilmente classificabile, che segue l'esistenza di Modesta, una donna nata nella Sicilia dei primi del Novecento, destinata a sovvertire ogni regola sociale. Modesta rifiuta il ruolo della donna sottomessa, sceglie liberamente i propri amori, vive la sessualità senza sensi di colpa, conquista autonomia economica e potere, senza chiedere il permesso a nessuno.

Per gli editori dell'epoca quel personaggio era semplicemente troppo scandaloso. Non era solo una protagonista libera: era una donna che non provava vergogna della propria libertà. In un panorama culturale ancora profondamente segnato da modelli patriarcali, un romanzo simile appariva irricevibile.

Il destino editoriale dell'opera è diventato esso stesso una metafora della condizione femminile. Rifiutato in Italia, il romanzo trovò prima accoglienza all'estero, soprattutto in Germania e in Francia, dove venne immediatamente riconosciuto come una delle grandi opere europee del Novecento. Solo dopo questo successo internazionale l'editoria italiana comprese il valore di quella voce rimasta troppo a lungo inascoltata.

La vicenda di Goliarda Sapienza dimostra come il canone letterario non sia mai neutrale. Per decenni molte scrittrici sono state escluse non perché prive di talento, ma perché considerate incompatibili con i modelli culturali dominanti. La sua riscoperta invita a interrogarsi sulle dinamiche che regolano il riconoscimento del valore letterario e sulla necessità di rileggere la storia della letteratura attraverso uno sguardo capace di includere le voci rimaste ai margini.

Oggi Sapienza viene letta accanto alle maggiori autrici del Novecento. La sua opera dialoga con quella di Elsa Morante, Natalia Ginzburg e Dacia Maraini, pur mantenendo una radicale originalità. Se Morante racconta la storia attraverso il mito e Ginzburg attraverso la memoria familiare, Sapienza sceglie la libertà come principio narrativo assoluto.

Il suo femminismo, tuttavia, non è mai ideologico. Non costruisce manifesti né propone modelli precostituiti. Piuttosto, mette in scena donne capaci di scegliere, di sbagliare, di desiderare e di contraddirsi. È proprio questa complessità a rendere la sua scrittura così attuale. In un tempo in cui il dibattito sull'identità femminile rischia talvolta di irrigidirsi in categorie, Goliarda Sapienza continua a ricordarci che la libertà non consiste nell'aderire a un modello diverso, ma nel rivendicare il diritto di costruire il proprio.

Anche la recente trasposizione audiovisiva de L'arte della gioia, realizzata da Valeria Golino, ha avuto il merito di restituire nuova vitalità a un'opera che continua a parlare alle giovani generazioni. La serie televisiva  non rappresenta soltanto un adattamento cinematografico, ma il segno che una scrittrice rimasta invisibile per gran parte della sua vita è finalmente entrata nell'immaginario collettivo.

Forse è proprio questa la lezione più importante che Goliarda Sapienza consegna al nostro tempo. La libertà non è una conquista definitiva, ma un esercizio quotidiano di consapevolezza. La sua scrittura continua a interrogarci perché rifiuta ogni compromesso con il conformismo e rivendica, con straordinaria forza poetica, il diritto di ogni donna a essere protagonista della propria esistenza.

A quasi trent'anni dalla sua scomparsa, Goliarda Sapienza non rappresenta soltanto una grande scrittrice finalmente riconosciuta: è una voce che continua a mettere in discussione le gerarchie culturali, i modelli di genere e le convenzioni sociali. Ed è forse questa capacità di restare profondamente libera che rende la sua opera una delle eredità più preziose del femminismo letterario contemporaneo.


Elogio dell'evanescenza

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 di Virginia Varriale























L’evanescenza non è da confondere con la superficialità, poiché ciò che è fuggevole non sta in superficie, ma si dissolve nel suo accadere. La vita è evanescente, il vissuto trasmuta in memoria istante dopo istante. Ciò che è - svanisce e diventa altro, non perde senso se ha in sé qualcosa che rappresenti un valore, un pensiero, un’emozione.

Afferrare l’attimo, desiderare di fissare uno stato della propria esistenza ci fa esperire l’evanescenza e, se facciamo spazio alla riflessione, ci accorgiamo che ciò che sfuma è “attraversamento”, è come un ponte tra quel che siamo e quel che saremo. Potrebbe sembrare bizzarro, ma l’esistenza, che è un continuo “star-fuori”, s’invera nel suo perdersi, perché l’essere- evanescente non è una “cosa”, una res, ma un’atmosfera del nostro destino, un’apertura al mistero.

L’evanescenza è contemporaneamente presenza dell’assenza e assenza della presenza, traccia invisibile di chi non c’è. E la vita si esplica irrefragabilmente nella sua istantanea flagranza, nella singolarità dei suoi momenti attuali. Evanescente è il ritmo che cade nel silenzio, il raggio di luce che muore al crepuscolo, il gemito del nascituro al mondo, l’estasi dopo un’unione spirituale e fisica, ma evanescente è anche il silenzio rotto dal sibilo del vento, l’oscurità squarciata da una cometa, l’ebbrezza prima della battaglia.

Inizio e fine all’unisono, uno svelarsi e un nascondersi in apparenza consistenti.

Contro la tradizionale distinzione tra evanescenza e sostanza, segno e senso, che mira a scorgere negli enti il richiamo a una verità trascendente, è possibile rivendicare a ciò che appare e poi svanisce il diritto di “significare in sé”. È un’illusione pensare che quel che appare sia la cifra di un segreto esoterico, bisogna invece vedere in esso l’immediata rivelazione della realtà, tutta dispiegata nella splendida “radura” dell’esserci. Non è inganno ciò che appare, poiché dietro non v’è nulla da cercare, non un fondamento che lo sostenga. L’evanescenza è la dimensione di ciò che “esiste per se stesso”, come il velo di Iride, una realtà caleidoscopica con forme e colori che non giustificano l’accadere delle cose, se non a partire da sé. Si tratta di un mistero inesplicabile e gratuito: evanescente è una presenza-quasi-assente che si rivela negli atti quotidiani.

Il mistero è allora ogni volta, come intermezzo senza “relazione con il prima e con il poi”.

Ogni istante sa di eternità, vale in sé, nel bene e nel male: dovremmo imparare a considerare ogni parte come una vista istantanea del tutto, della vita universale delle cose.

La verità è nietscheanamente tragica: ogni essere è senza perché ed è nel suo apparire tutto.

Ogni attimo è gravido di gioia e di disperazione e il senso è dolorosamente chiaro: lì dove “tutto è perduto”, là “tutto è salvato”.

Forse è proprio nella nostra fragile evanescenza che è possibile fissare “per sempre” ciò che sia possibile dire.