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Nobel per la Pace e punizione per il genocidio

 di Virginia Varriale

PREMIO NOBEL PER LA PACE AI BAMBINI DI GAZA ❤️ La proposta che parte dalla  Puglia #Firenze #florence #toscana #italia #Puglia



I bambini di Gaza sono i bambini di tutti, perché il diritto di esistere e di crescere è qualcosa di sacro e universale, che vale per ogni creatura venuta al mondo.

Gaza è ormai sinonimo di morte e di violazione, non solo fisica ma anche culturale, perché eliminare l’infanzia di un popolo significa decretare la fine di una memoria storica, che ha senso solo se le future generazioni hanno la possibilità di custodire e tramandare. 

Comprendere le posizioni di chi ha torto e di chi ha ragione dinanzi alla storia non può bastare, se a rimetterci sono i bambini che oggi non ci sono più, perché ammazzati, affamati, umiliati e privati di ogni speranza di sopravvivenza. 


La comunità internazionale dice ma non fa, denuncia ma non interviene, sentenzia ma non agisce.

Qualche giorno fa sul quotidiano Avvenire il professore Eugenio Mazzarella, docente di Filosofia alla Federico II di Napoli, ha lanciato un appello per conferire il Nobel per la pace ai bambini di Gaza.

«Trecento bambini e adolescenti uccisi in 300 giorni. Uno al giorno dall’ottobre 2025, in un tempo che avrebbe dovuto essere di sospensione dei combattimenti. E invece a Gaza i bambini continuano a morire. Quelli che sopravvivono tra malnutrizione, malattia, acqua sporca e cure inesistenti stanno ancora aspettando la fine della violenza che era stata loro promessa».

Centinaia di persone stanno sottoscrivendo la proposta, perché – come ha scritto il frate francescano Ibrahim Faltas, direttore delle scuole della Custodia di Terra Santa:

 «Riconoscere ai bambini di Gaza il premio Nobel per la pace significa dare ancora valore alla parola pace, significa fermare nella storia il diritto alla memoria per i bambini che non potranno diventare adulti e il diritto e un futuro di pace per chi è sopravvissuto all’orrore e all’odio».


NON SONO SOLO I BAMBINI DI GAZA AD ESSERE LE VITTIME INNOCENTI DI GUERRA, CI SONO I BAMBINI ISRAELIANI ASSASSINATI DA HAMAS IL 7 OTTOBRE 2023 E TUTTI QUELLI MORTI SUCCESSIVAMENTE, CI SONO I BAMBINI UCRAINI E I BAMBINI RUSSI, CI SONO I BAMBINI IRANIANI E I BAMBINI SUDANESI.


A TUTTI LORO VA RICONOSCIUTO IL NOBEL PER LA PACE.

 

GAZA è diventata simbolo di crudeltà e di odio contro l’innocenza di chi dovrebbe essere solo amato e protetto da adulti che nel corso dei secoli si sono spogliati sempre più di umanità.

Usare oggi la parola “genocidio” è doveroso, considerate le “evidenze” intollerabili commesse con tanta ferocia per reprimere il diritto di un popolo alla vita. Genocidio è l’eliminazione intenzionale di qualsiasi gruppo umano, eppure bisogna prendere in considerazione nuove forme di tentativi di eliminazione di gruppi umani, come quella per esempio di compiere azioni tali da impedire che gli aiuti umanitari inviati nei territori in guerra giungano a destinazione: i feriti e i malati non possono essere curati, e la popolazione resta stremata dalla fame. Non è anche questa una forma di genocidio? 

Alla denuncia dei fatti sarebbe necessario far seguire il ripristino del rispetto della persona umana e concretizzare effettive misure di prevenzione, fino a giungere alla reale punizione dei responsabili dei crimini commessi, poiché l’impunità, di per sé, costituisce sempre un fattore di istigazione alla violenza. Non sono sufficienti le dichiarazioni di principio che, seppur edificanti teoricamente, rischiano di non sortire alcun effetto pratico. Nel diritto internazionale il genocidio è l’equivalente di ciò che è l’omicidio nel diritto interno: se da un lato non è concepibile che un ordinamento statale non punisca l’omicidio, dall’altro non è ammissibile che un ordinamento internazionale non punisca il genocidio. Hobbes ci ha insegnato che proprio la ragione ha portato l’uomo a creare lo Stato per la salvaguardia della vita umana e della pace interna contro la libertà selvaggia e naturale degli uomini- lupi, ed è quella stessa ragione che ha creato il diritto internazionale per la sicurezza della vita dei popoli e della pace esterna contro la sovranità selvaggia, foriera di guerre e di genocidi, degli Stati, in assenza di limiti giuridici. 

È importante ricordare la citazione di Lelio Basso nella ricerca di una definizione operativa del concetto di genocidio: 

«Chi è sradicato dalla sua cultura, dal suo ambiente, è sradicato dalla vita: diviene un essere anonimo, impersonale, perso in una folla di esseri altrettanto anonimi e impersonali, alla mercé di persone che non conosce, di avvenimenti che non controlla, di decisioni alle quali non partecipa».


Questa riflessione è rivolta a chi sopravvive alla guerra, ma ha perso tutto: penso ai bambini che hanno perso i genitori, i fratelli e le sorelle, i nonni, gli amici, le case, i giocattoli, i libri e si ritrovano soli, vulnerabili e con un peso nel cuore che porteranno per tutta la vita.

Nel nostro tempo, governare equivale sempre più a spartire, dividersi il Paese prima che altri lo facciano: sembra essere questa la regola di fondo della politica dappertutto. Ma nei Paesi in conflitto, la guerra viene combattuta con e sulle popolazioni civili, con e sul cibo, la terra, le scuole, gli ospedali, con e sul territorio che viene conteso e strappato con le armi, per essere “ripulitodi elementi estranei. 

Gli elementi estranei siamo TUTTI NOI.


Per aderire «Ai bambini di Gaza il Premio Nobel per la pace»: petizione.gaza@avvenire.it




 


Ancora poche nascite in Italia. Il nuovo Rapporto Cedap

 di Roberto Landolfi 


Il rapporto sulle nascite in Italia,  realizzato dall’Ufficio di Statistica del Ministero della Salute sulla base dei dati del Certificato di assistenza al parto (CeDAP) relativo al 2025, riporta dati desunti da  347 punti nascita. Analizzando i dati del rapporto CEDAP si conferma una tendenza, divenuta preoccupante negli ultimi anni, ad una diminuzione delle nascite in Italia. Sempre meno bambini, sempre più anziani. Servono più giovani. 


Atteso che i giovani italiani, le giovani italiane sono sempre meno propensi a fare figli (in maniera più che motivata, dal mio punto di vista), occorrerebbe cominciare ad analizzare il fenomeno migratorio anche nell’ottica di un ripopolamento giovanile del vecchio e “bel paese”, uscendo finalmente dalla fase emergenziale. Se si analizza il fenomeno immigratorio come un’eterna emergenza, non si fa una seria programmazione e si commettono gravi errori, sul piano sociale, antropologico, etico e sanitario. Nonché sul piano politico:  politica che, sino ad ora, tra Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) e Centri di trattenimento per la richiesta d’asilo in Albania, ha dimostrato di non riuscire a governare il fenomeno migratorio, ma solo di utilizzarlo a fini elettorali.


Tornando ai nuovi nati, si conferma, anche nel 2025 il calo delle nascite, in tutte le aree del Paese: nel 2025 si sono registrate 353.240 nascite contro le 370.577 del 2024 (1,1 figli per donna). Il dato è davvero preoccupante se si paragona alle nascite di cinquant’anni fa. Nel 1976 in Italia nacquero circa 750.000 bambini ( 2,1 figli per donna). 

Il fenomeno è in larga misura l’effetto della modificazione della struttura per età della popolazione femminile e dipende dalla diminuzione della propensione ad avere figli. Le cittadine straniere hanno finora compensato questo squilibrio strutturale, ma anche tra di loro, negli ultimi anni, si nota, una diminuzione della fecondità. Le donne preferiscono sempre di più gli ospedali per mettere al mondo i propri figli con notevoli differenze tra le varie regioni. 

Nel 2025 il 91% dei parti è avvenuto negli istituti di cura pubblici ed equiparati, una quota in crescita rispetto al 90% del 2024. Sale anche l’età media delle madri: 33,4 anni per le italiane e 31,4 per le cittadine straniere. Quasi sei parti su dieci si concentrano nelle strutture con almeno mille nascite l’anno, ma oltre uno su dieci avviene ancora nei centri sotto la soglia dei 500 parti l’anno. Resta alto il ricorso al taglio cesareo, soprattutto nelle case di cura accreditate, dove interessa il 45% dei parti.

Il ricorso a una tecnica di procreazione medicalmente assistita ha interessato, in media, 4,6 gravidanze ogni cento. In lieve crescita rispetto al 2024.  


Il tasso di natalità varia da 4,1 nati per mille donne in età fertile in Sardegna a 7,7 nella Provincia Autonoma di Trento rispetto ad una media nazionale del 6,0. Le Regioni del Centro presentano tutte un tasso di natalità con valori inferiori alla media nazionale. Nelle Regioni del Sud, i tassi di natalità più elevati sono quelli di Campania, Calabria e Sicilia con valori superiori alla media nazionale.

In alcune regioni (Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Sardegna, Basilicata) la quasi totalità dei parti avviene in ospedali pubblici. Campania e Lazio Sono le regioni con il numero più elevato di parti in strutture private accreditate (rispettivamente con il 37 e 19%)- Nelle case di cura accreditate il cesareo viene effettuato nel 45% dei parti, contro il 29% circa rilevato negli ospedali pubblici. Anche la cittadinanza della madre segna una differenza. Il taglio cesareo è più frequente tra le donne italiane, per le quali interessa il 30% dei parti, mentre tra le madri straniere la percentuale si ferma al 27%.

In Emilia-Romagna, Liguria e Marche, più del 32% delle nascite riguarda madri straniere. Tra le aree geografiche di provenienza prevale l’Africa, con il 32%, seguita dall’Asia, con il 22%, e dall’Unione europea, con il 15%. Le madri originarie del Sud America rappresentano invece l’8% delle donne straniere.

Restano evidenti anche le differenze nell’età al parto. L’età media delle madri italiane è pari a 33,4 anni, contro i 31,4 anni delle cittadine straniere.

Il rinvio della maternità emerge con particolare chiarezza osservando la nascita del primo figlio. Per le donne italiane, in quasi tutte le Regioni, l’età media al primo parto supera i 32 anni, seppure con variazioni territoriali. Le donne straniere hanno invece il primo figlio, in media, a 29,4 anni.


Tra le donne che hanno partorito nel 2025, il 41% presenta una scolarità medio-alta, il 21% una scolarità medio-bassa e il 38% ha conseguito una laurea. Il profilo cambia tra le madri straniere, per le quali prevale una scolarità medio-bassa, rilevata nel 40% dei casi.

Differenze altrettanto marcate emergono sul versante professionale. La rilevazione indica che il 66% delle madri ha un’occupazione lavorativa, il 27% è casalinga e il 18% è disoccupata o in cerca di prima occupazione. Tra le straniere che hanno partorito nel 2025, nel 51% dei casi la condizione professionale indicata è quella di casalinga.