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E per finire


L’estate sta terminando e con essa anche i racconti dedicati alle madri pubblicati su madrigale per Lucia. Abbiamo iniziato con due piccoli stralci da libri di Elena Ferrante ed Erri De Luca, poi una serie di pezzi di nostre amiche e collaboratrici e terminiamo con uno scritto di un autore molto famoso quanto inatteso sul tema: Georges Simenon l’inventore dell’acclamatissimo Commissario Maigret nonché di una grande quantità di altri romanzi.
Simenon era belga, ha vissuto molti anni a Parigi,  autore di polizieschi, ha scritto  “Lettera a Mia Madre”pubblicato in Italia da Adelphi (Piccola Biblioteca - 178)  giunto, nel 2006,  alla dodicesima edizione;  libro quindi, anch’esso, di grande successo, nella bella traduzione di Giovanni Mariotti. Un libro che non ti saresti aspettato da un autore come Simenon.
Simenon ha amato moltissime donne, ma con la madre, scopriamo, leggendo il libro, ha avuto scarsi contatti fino alla sua morte, avvenuta nel 1970, quando egli aveva 67 anni. Simenon si recò a Liegi per starle vicino in ospedale e restò con lei fino alla sua morte. A tre anni di distanza scrisse la lettera che riportiamo, prime due pagine del libro. (RL)

                                                                                  Giovedì 18 aprile 1974
Cara mamma,
tre anni e mezzo sono passati da quando, a novantun anni, sei morta ed ora soltanto, forse, cominciamo a capirci. Ho trascorso l’infanzia, l’adolescenza, insieme a te, sotto lo stesso tetto, e quando a diciannove anni ti ho lasciata, sono partito per Parigi, eri ancora un’estranea per me.
Del resto non ti ho mai chiamata mamma, ti chiamavo madre, neanche mio padre l’ho mai chiamato papà. Perché? Che origini aveva quest’abitudine? Non so.
Poi, qualche volta, sono tornato a Liegi, ma per poco; la volta che sono rimasto di più è stata l’ultima, una settimana all’ospedale di Bavière, dove un tempo avevo servito messa. Giorno dopo giorno ho assistito alla tua agonia.
Ma questa parola conviene poco ai giorni che hanno preceduto la tua morte. Eri stesa nel letto, avevi intorno i parenti o anche gente che non conoscevo. Certi giorni, facevo fatica ad avvicinarmi. Ti ho osservata ore ed ore. Non soffrivi, lasciare la vita non ti faceva paura. Non recitavi rosari dalla mattina alla sera, benché ci fosse continuamente una suora accanto a te, vestita di nero, sempre allo stesso punto, immobile sulla stessa sedia.
A volte, anzi spesso, sorridevi. Ma la parola sorriso, con te, ha un senso un po’ diverso da quello abituale. Guardavi noi che ti saremmo sopravvissuti, che ti avremmo accompagnato al cimitero ed un’espressione ironica ti stirava le labbra.
Si sarebbe detto che abitassi già in un altro mondo o pittosto, semplicemente, nel tuo, un mondo interiore che ti era familiare.
Perché quel sorriso, dove c’era anche malinconia e rassegnazione, l’ho conosciuto fin dall’infanzia. Subivi la vita, tu. Non la vivevi.
Si sarebbe detto che aspettassi il momento in cui, finalmente, saresti stata in un letto d’ospedale, prima del gran riposo.
Il tuo medico era un mio amico d’infanzia. Dopo averti operato mi disse che ti saresti spenta lentamente.
Ci sono voluti otto giorni, mai ero rimasto a Liegi così a lungo da quando me n’ero andato a diciannove anni e ogni volta che lasciavo l’ospedale non potevo trattenermi dal cercare le gioie di un tempo, per esempio un piatto di cozze con patatine fritte o un’anguilla al verde.
È indecente mescolare immagini gastronomiche a quelle della tua camera d’ospedale?
Non credo. Tutto si lega e di questo nodo, che cerco di sciogliere, devi aver avuto coscienza prima di me, quando mi guardavi con quella mescolanza di indifferenza e tenerezza.
Noi non ci siamo mai amati, quand’eri viva – lo sai bene. Abbiamo fatto finta tutti e due.
Oggi, sono convinto che ognuno dei due avesse, dell’altro, un’immagine imprecisa.
Sarà vero che, sul punto di andarsene, si raggiunge una lucidità che non si possedeva prima? Ancora non so. Sono tuttavia quasi sicuro che tu incasellavi meticolosamente coloro che ti venivano a visitare: i nipoti, le nipoti, i vicini, altri.
In una di quelle caselle sistemasti anche me, quando arrivai.

Dal resto, nei tuoi occhi, nel viso sereno, non cercavo l’immagine che ti facevi di me, ma l’immagine tua, la vera, che cominciavo a percepire.

Datemi un mesto pensiero


Orfano: aggettivo, si dice di bambino o ragazzo che ha perduto uno od entrambi i genitori.
Sono un orfano, di entrambi i genitori, non li ho solo perduti ma mai conosciuti. Mia madre mi è sopravvissuta solo nove giorni, il tempo, prima che una febbre maligna la portasse via, di stringermi a se e riempirmi di baci  amorevoli. Mio padre se ne è andato poco dopo, dicono per i l dolore della perdita di mia madre.
Tuttavia quando penso a mia madre, è il pensiero di una presenza non di una mancanza. Mi guarda da quando sono nato dal suo bellissimo ritratto con la sua elegante pettinatura corvina ed i gioielli importanti che le ornano il collo e le orecchie. Quegli occhi neri sono stati dipinti per guardare me. Mi hanno confortato nelle mie lunghe permanenze nei collegi più esclusivi, in guerra riparato nella trincea gelida e puzzolente. Sono diventati severi quando reduce dal tavolo verde mi sono giocato una fortuna.
Spesso ho pensato a come sarebbe stata la mia vita se lei ci fosse stata; per ore guardavo le madri dei miei amici quando ero con loro per cercare di capire dove fossimo diversi. Da bambino quando entravo in una stanza con altre persone sentivo intorno a me un’aria di commiserazione e pena per me povero orfano. Ma lei c’era. Non riuscivo a spiegarlo a nessuno ed alla fine non ho neanche più tentato.
E’ solo da poco, forse perché gli anni mi pesano ed il mio cammino volge al termine, che sono stato a visitare la sua tomba. Ho avuto bisogno dei segni della morte per dare senso alla mia di morte. “datemi un mesto pensiero” è l’incipit del suo epitaffio, e mi sono sentito orfano davvero, ho percepito per la prima volta la sua mancanza.
Uscendo dal camposanto mi sono sentito stanchissimo ma compito. Ora si, ora posso.


Saul de Domenico