testata registrata presso Tribunale di Napoli n.70 del 05-11-2013 /
direttore resp. Pietro Rinaldi /
direttore edit. Roberto Landolfi

Bellezza incarnata


Sto facendo una delle mie consuete ricerche nella rete quando mi imbatto in un frammento di un affresco di Melozzo da Forlì. Mi sorprende l’incredibile somiglianza con Lucia Mastrodomenico e così approfondisco; la foto è tratta da un articolo di Simona Maggiorelli intitolato “la bellezza incarnata” quale commento alla mostra “Melozzo da Forlì. L’umana bellezza tra Piero della Francesca e Raffaello” tenutasi qualche anno fa a Forlì dedicata al pittore forlivense. Scopro così l’opera  di questo  artista testimone della bellezza incarnata, con i suoi angeli definiti ad inizio del novecento da Adolfo Venturi “trovatori del cielo”.
 L’angelo della foto, ha lo sguardo ispirato, la chioma rosseggiante libera e vaporosa; la postura è elegante nella sua naturalezza. La sua bellezza arriva direttamente ai nostri sensi, “ci contagia”, come dice nel suo articolo Essere disadattata è la mia forzala stessa Lucia Mastrodomenico, senza essere misteriosa e astratta ma forte della improvvisità dell’incontro, della meraviglia che cambia il senso stesso della vita.
Guardo nuovamente l’angelo, la sua bellezza è incarnata come quella di Lucia: materiale, luminosa, umana, rigeneratrice, non consolatoria perché vive nella disparità della relazione e sa della sofferenza dei corpi.

Maria Vittoria Montemurro


















Melozzo da Forlì - frammento

Guardiamo nell’aperto


Nell’inserto “Robinson” di Repubblica di qualche domenica fa è comparsa un’intervista al filosofo Sergio Givone, che spazia su varie questioni ed affronta anche i temi  della religione e del sacro. Il “sacro” era stato anche l’argomento  dell’ultima puntata della serie, passata su radio tre in “Uomini e Profeti”, sempre a cura di Sergio Givone dal titolo “Guardiamo nell’aperto” che invitiamo ad ascoltare su radio play.
Ci siamo permessi la licenza di ritagliare la parte dell’intervista che tratta i temi della religione e del sacro e proporla ai nostri lettori.
Non sappiamo se si può fare. Sappiamo però bene che le riflessioni  di Givone sui temi del sacro, dell’ateismo, meritano la più ampia diffusione e sono di insegnamento per tutti. Abbiamo evidentemente riportato in maniera fedele le parti dell’intervista che seguono (NdR)

“Non è  curioso che un filosofo si dichiari così prossimo alla religione?
No, anzi. C’ è una reazione che in me è nata come reazione al fascino provato per l’ateismo. Che tutt’ora perdura. Vorrei liberarmi della religione e prendere le cose per quelle che sono, nuda terra e nient’altro. Ma il vuoto di senso mi fa orrore

Perché parli di fascino dell’ateismo?
L’ateismo è la tentazione di liberarsi dal sovranaturale per aderire alla concezione naturalistica. Al mondo liberato da Dio. Ma nel momento in cui non ci fosse più Dio, non resterebbe che il senso di vuoto, appunto. Ma se accettassi il mondo così com’è allora la mia vita non avrebbe più profondità, valore, trascendenza, responsabilità. Sarei, come insegna Dostoevskij, solo arbitrio, senza un’autentica libertà.

Ma si è liberi anche di non credere, no?
Certo, c’è posto per tutti: anche per coloro le cui argomentazioni sono differenti dalle mie. Qualcuno dice: grazie a Dio sono ateo. Io dico : grazie al mio ateismo credo in Dio. L’ateismo è un paradosso: nega Dio ma ne presuppone l’esistenza. Di qui il dubbio ma anche la necessità di uscirne.

In un libro di qualche anno fa parlavi della “peste” come metafora in grado di rappresentare ciò che accade oggi
Di fronte alle ondate di eventi obbrobriosi che il nostro tempo ci rovescia addosso mi appaiono insufficienti le spiegazioni filosofiche. E allora vedo avanzare il carro allegorico della peste con la sua idea di contagio. Contagio dei corpi ma anche delle menti, dei cuori e delle anime.

Quale centralità ha per te Gesù?
Credo di sapere perfettamente chi sia il Cristo per me. Nessuna figura mi appartiene più profondamente, da nessuna parte potrei trovare una guida più sicura. Eppure questo sapere resta muto, nel senso che mai e poi mai potrei trovare le parole per esprimerlo. Cristo per me non è quello che nei Vangeli chiede : “E tu chi credi che io sia?” Piuttosto è quello al quale chiedo :” E tu chi credi che io sia?”

Quale risposta ti attenderesti ?
Non credo che mi risponderebbe. Resterebbe in silenzio. Guardandomi come ha guardato quelli che nella dostoevskiana  “Leggenda del Grande Inquisitore” lo riconoscono al suo ritorno in terra, dal dolce sorriso di pietà infinita.

C’è qualcosa di arrendevole e misterioso in quel sorriso ?
Certamente non c’è niente di ironico in quel sorriso



Il bacio del Cristo al Grande Inquisitore sembra quello di un inerme che si sottomette al potere
Ma non  è così. Non è questo il senso che Dostoevskij vuole trasmetterci. Oltretutto il bacio ha un precedente importante, quello di Giuda a Gesù, ma lì era il bacio che tradiva il maestro, qui è il tentativo di ristabilire una verità.

Quale?
Che ogni potere per quanto forte sia si svuota davanti a un gesto d’ amore. Insomma quel bacio che Dostoevskij mette in scena finisce per somigliare al sorriso della Gioconda, talmente enigmatico da incarnare l’universalità del mistero. Davanti al mistero non si dimostra un bel niente. Però lo si interpreta sapendo che la verità che vi si manifesta non è mai inchiodata al suo fondamento a ciò che la giustifica. È una verità che si da nelle forme più diverse.