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SAGGIO: Nietzsche e la storia al servizio della vita

Fecondità della Seconda Considerazione inattuale


di Virginia Varriale


Molti studiosi contemporanei rinunciano ad operare un’attualizzazione del pensiero di F. Nietzsche, perché non è possibile omologare forzatamente le sue teorie alle istanze e alle esigenze dell’attualità: la domanda da porsi non è che cosa in Nietzsche abbia un senso per il presente, piuttosto bisogna chiedersi quale senso abbia il presente rispetto al pensiero di Nietzsche. Il rischio che si corre, ogni qualvolta si legga e si tenti di afferrare il senso delle opere del filosofo tedesco, è di restare in superficie, di perdersi e di non avanzare, poiché la forza del suo pensiero sta nella capacità di sorprendere e di mettere in discussione l’assolutezza di ogni verità. Solo chi vuol correre questo rischio, si apre alla ricerca, all’indagine fondamentale che porta all’uomo, al suo accadere al pari dell’accadere del mondo. È quindi necessario leggere Nietzsche per andare oltre Nietzsche e comprendere quelle prospettive da lui stesso annunciate.

La Seconda considerazione inattuale dal titolo Sull’utilità e il danno della storia per la vita è un’opera che offre non una visione della "conoscenza come fine a se stessa", bensì un modo alternativo d’intendere e agire in relazione alla storia, secondo cui la vita diviene l'interesse principale.

Nietzsche incentra l’attenzione sul rapporto tra l’intellettuale e il passato e problematizza l’eredità storica, attraverso un fitto confronto tra oblio e memoria, tra la storicità dell’uomo e l’astoricità dell’animale.

Illuminante è la citazione goethiana che segna l’incipit della Prefazione:

«Del resto mi è odioso tutto ciò che mi istruisce soltanto, senza accrescere o vivificare immediatamente la mia attività» [1].

«Con queste parole di Goethe, come un ceterum censeo energicamente espresso, può cominciare la nostra considerazione sul valore e la mancanza di valore della storia […]. Certo, noi abbiamo bisogno di storia, ma ne abbiamo bisogno in modo diverso da come ne ha bisogno l’ozioso raffinato nel giardino del sapere […] ne abbiamo bisogno per la vita e per l’azione, non per il comodo ritrarci dalla vita e dall’azione, o addirittura per l’abbellimento della vita» [2].

Se la storia è al servizio delle vita, essa è utile. Se la vita è al servizio della storia, quest’ultima è dannosa, e se eccede diviene una malattia. Cosa intendeva dire il filosofo? Se l’uomo è un animale storico, tutta la sua esistenza dovrebbe essere segnata da questo destino, ma Nietzsche restringe la prospettiva al presente, all’immediatezza della vita, la quale però, in un modo o nell’altro, subisce la potenza avvolgente del ricordo. Eppure la memoria rende infelici, anzi è il passato stesso a risultare infelicità oggettiva, in quanto la realtà del passato, come tale, non è altro se non ricordo. Ma gli uomini e le loro azioni, mentre vivono e fanno scelte, non sono conoscenza ma vita, perché, come afferma il filosofo, “per ogni agire ci vorrebbe l’oblio”, e la conoscenza deve essere dominata dalla vita.

Emerge dalle pagine della Seconda inattuale il profondo disagio di Nietzsche nei confronti della cultura accademica a lui contemporanea, un malcontento presente già nella Nascita della tragedia e nei lavori giovanili sulla grecità; egli legge nel suo tempo le estreme conseguenze di un processo iniziato nella cultura post-socratica. Nietzsche considerava decadente la civiltà moderna perché espressione di una cultura razionalista, che aveva rimosso l’elemento vitale, dionisiaco, in nome di una apollinea formalità volta a tradurre l’esistenza in una quotidianità opaca e banale. Il presupposto di una possibile indagine storica, per il filosofo, è l’osservazione che l’essere umano, in quanto tale, cioè non riducibile alla pura animalità, è dotato di memoria e matura una coscienza del passato: egli è come obbligato a ricordare dalla sua stessa natura. L’animale, invece, non ricorda, esiste nella sola dimensione del presente.

“Osserva il gregge che ti pascola innanzi: esso non sa cosa sia ieri, cosa oggi, salta intorno, mangia, riposa, digerisce, torna a saltare, e così dall’alba al tramonto e di giorno in giorno, legato brevemente con il suo piacere e dolore, attaccato cioè al piuolo dell’istante, e perciò né triste né tediato. Il veder ciò fa male all’uomo, poiché al confronto dell’animale egli si vanta della sua umanità e tuttavia guarda con invidia alla felicità di quello – giacché questo soltanto egli vuole, vivere come l’animale né tediato né fra dolori, e lo vuole però invano, perché non vuole come l’animale. L’uomo chiese una volta all’animale: perché non mi parli della tua felicità e soltanto mi guardi? L’animale dal canto suo voleva rispondere e dire: ciò deriva dal fatto che dimentico subito quel che volevo dire – ma subito dimenticò anche questa risposta e tacque; sicché l’uomo se ne meravigliò. Ma egli si meravigliò anche di se stesso, per il fatto di non poter imparare a dimenticare e di essere continuamente legato al passato: per quanto lontano, per quanto rapidamente egli corra, corre con lui la catena. È un miracolo: l’istante, eccolo presente, eccolo già sparito, prima un niente, dopo un niente, torna tuttavia ancora come spettro, turbando la pace di un istante posteriore. Continuamente un foglio si stacca dal rotolo del tempo, cade, vola via – e rivola improvvisamente indietro, in grembo all’uomo. Allora l’uomo dice <<mi ricordo>> e invidia l’animale che subito dimentica e che vede veramente morire, sprofondare nella nebbia e nella notte, spegnersi per sempre ogni istante” [3].

L’animale si risolve tutto nel presente: non è in grado di fingere, appare in ogni momento per quello che è, e non può che essere sincero. L’uomo invece resiste sotto il grande carico del passato: appesantisce il suo passo sotto un invisibile fardello, che egli può ben far mostra di rinnegare, per suscitare talvolta invidia nei suoi simili. Vedere il gregge quasi lo commuove, gli ricorda un paradiso perduto, simile a quello di un bambino, che non ha ancora nessun passato da rinnegare e che gioca in beatissima cecità fra lesiepi del passato e del futuro … fino a quando impara a intendere la parola «c’era».

L’uomo purtroppo non ha il privilegio d’imparare a dimenticare ed è condannato a non raggiungere quella serena e ingenua coscienza propria dell’animale, anzi la sua storicità degenera in patologia quando “la sana dialettica tra la memoria e l’oblio viene alterata”. Il problema nasce quando si riduce la storicità a scienza, distruggendo ogni illusione e togliendo a tutte le cose la loro atmosfera, che appunto le vivifica.

La storia ha il dovere di intensificare la vita, di esprimere la propria attività creativa, proprio come fa l’arte.

Infatti nelle ultime pagine della Seconda inattuale Nietzsche individua due atteggiamenti possibili per contrastare l’eccesso di sapere storico: quello “astorico” (das Unhistorische) e quello “sovrastorico” (das Überhistorische). Le forze antistoriche sono l’oblio e l’illusione; quelle sovrastoriche sono l’arte, la religione, la compassione (in riferimento a Schopenhauer), la natura (in riferimento a Goethe).

“Con il termine “l’antistorico” designo la forza e l’arte di poter dimenticare e di rinchiudersi in un orizzonte limitato; “sovrastoriche” chiamo le potenze che distolgono lo sguardo dal divenire, volgendolo a ciò che dà all’esistenza il carattere dell’eterno e dell’immutabile, all’arte e alla religione” [4].

Se ritorniamo con attenzione al titolo della Seconda inattuale, Nietzsche ci invita a riflettere su quale siano “l’utilità” e “il danno” della storia, a partire dalla considerazione che l’uomo non può rinnegare la propria storicità, anzi rapportarsi al passato è la condizione naturale per comprendere il presente e immaginare un futuro. L’assurdo è che senza l’oblio non può esservi storia (vis creativa), poiché essa non può ridursi a una registrazione passiva di ciò che è stato, e senza memoria non può esservi coscienza storica, cioè la consapevolezza dell’uomo di essere temporalità. Nietzsche analizza tre tipi di storiografie, cioè tre modi diversi di rapportarsi al passato: la storia monumentale, la storia antiquaria, la storia critica, in quanto è innato nell’essere umano il voler creare (monumentale), il voler preservare nell’abituale (antiquario), il voler liberarsi dalla sofferenza (critico). Inoltre il titolo tedesco Vom Nutzen und Nachteil der Historie für das Leben chiarisce fin da subito che Nietzsche non intende parlare dell’accadere storico, ma della storiografia; infatti egli usa il termine Historie e non Geschichte e il suo intento è quello di dare un metodo storiografico utile, elencando i pregi e i difetti dei tre modelli storici.

La storia monumentale “occorre innanzitutto all’attivo e al potente, a colui che combatte una grande battaglia, che ha bisogno di modelli, maestri e consolatori, e che non può trovarli tra i suoi compagni del presente”. L’utilità sta nel fatto che essa porta alla consapevolezza che “la grandezza, la quale un giorno esistette, fu comunque una volta possibile, e perciò anche sarà possibile un’altra volta”. L’effetto dannoso è che potrebbe indurre “il coraggioso alla temerarietà, l’entusiasta al fanatismo” o, peggio, determinare una paralisi rispetto ai grandi modelli del passato.

La storia antiquaria appartiene a “colui che custodisce e venera – colui che guarda indietro con fedeltà e amore, verso il luogo onde proviene, dove è divenuto. […] Coltivando con mano attenta ciò che dura fin dall’antichità, egli vuole preservare le condizioni nelle quali è nato, per coloro che verranno dopo di lui – e così serve la vita”. Il difetto di questa visione storica è proprio la limitatezza del campo visivo, nonché il pericolo di considerare tutto ciò che è antico come oggetto di venerazione. Così la storia antiquaria scade in mera erudizione: “Allora si osserva il ripugnante spettacolo di una cieca furia collezionistica, di una raccolta incessante di tutto ciò che una volta è esistito. L’uomo si rinchiude nel tanfo […] spesso scende così in basso, che alla fine è contento di ogni cibo e mangia di gusto anche la polvere delle quisquilie bibliografiche”.

La storia critica, alla fine, è propria di chi ha la “forza di infrangere e di dissolvere un passato per poter vivere: egli ottiene ciò traendo quel passato innanzi a un tribunale, interrogandolo minuziosamente, e alla fine condannandolo”: la sua utilità sta nel dimostrare “quanto sia ingiusta l’esistenza di una qualche cosa, di un privilegio, di una casta, di una dinastia, per esempio quanto questa meriti la fine”, mentre il suo effetto nocivo sta nel fatto che “si calpestano crudelmente tutte le pietà”.

Più si resta ancorati al passato, più s’infiacchisce la personalità – pare voler affermare Nietzsche, per il quale solo con la forza della vita presente è possibile dare un’interpretazione del passato.

Sebbene nella Seconda inattuale il filosofo non affirmi che i fatti storici siano interpretazioni, sembra orientarsi verso quella strada, volendo accostarsi all’eredità storica attraverso un nuovo modo storiografico passibile di aperture, cambiamenti, creatività.

Lo storico deve essere anche filosofo e poeta: c’è bisogno di “uno sguardo creatore” per pensare in grande e non chiudersi al fluire della vita. Nietzsche spinge a non indugiare sul “dettaglio”, bensì a cogliere “l’elemento universalmente valido”.

Significativo è il tributo a Giacomo Leopardi, del quale il filosofo cita due volte, nelle bozze preparatorie alla Seconda considerazione inattuale, la poesia Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, nella traduzione tedesca del poeta austriaco Robert Hamerling (1866):

Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d’affanno
quasi libera vai;
ch’ogni stento, ogni danno,
ogni estremo timor subito scordi:
Ma più perché giammai tedio non provi [5].

È questo che prova l’essere umano di fronte alla felicità dell’animale!

La poesia di Leopardi diviene un nobile stratagemma per criticare la pretesa superiorità dell’uomo sull’animale: quest’ultimo è molto più felice dell’uomo, perché non porta su di sé il peso del passato. D’altro canto, però, l’animale non è libero di dimenticare, perché non sa ricordare, e questa condizione lo rende schiavo del presente, contrariamente all’uomo, che è ossessionato dal passato, e pecca del difetto opposto. Nietzsche vorrebbe indicare una via di mezzo tra l’eccesso di memoria e l’eccesso di oblio, poiché la sua intenzione non è fare dell’animale un modello per l’uomo, ma curare quella che definisce come una “malattia storica”, mettendo insieme con misura l’astorico (ossia l’oblio), lo storico (ossia storia monumentale, antiquaria e critica) e il sovrastorico (ossia l’arte e la religione).

Si potrebbe obiettare che anche l’animale in certo qual modo ricordi, se si pensa al pettirosso che aspetta ogni mattina il verme, o agli uccelli migratori che ritornano nello stesso posto, o al cane che ricorda dove ha nascosto l’osso. Martin Heidegger, durante il corso del semestre invernale 1938-39, commenta la Seconda Considerazione inattuale di Nietzsche e chiarisce che la memoria animale risponde a un riflesso automatico, perché attivata da ciò che l’ambiente richiede: l’animale continua a restare attaccato al piuolo dell’istante [6]. Solo l’uomo ha la comprensione del mondo, mentre l’animale, sebbene sia nel mondo, non ha la comprensione della sua relazione con esso: questa differenza fa dell’uomo un essere assolutamente storico. L’essere umano è essenzialmente volontà, poiché egli può voler dimenticare, può voler ricordare e può voler creare; egli è l’unica creatura della natura, pur non sottraendosi al divenire naturale, che può determinare nuovi inizi, nuove prospettive nel bene e nel male. L’uomo può redimersi o rimanere soggiogato dal passato, può rivedere il proprio modo di esistere e di rapportarsi agli altri, può imparare a trasformare la negatività dell’esistere e dare un senso anche al dolore … purché voglia. In un appunto preparatorio della Seconda inattuale, Nietzsche scrive che “dobbiamo considerare il passato e sopportarlo – questa è appunto la sorte degli umani […] proprio perché in noi ciò che è passato non può morire” [7].

È una prerogativa della coscienza di ognuno scegliere se voler rimuovere o ignorare o fraintendere l’eredità del passato, in quanto non è possibile sottrarsi all’impegno di acquisire un senso storico, proprio perché siamo esseri storici. Nietzsche, dunque, spera in un’assunzione di responsabilità da parte dell’umanità, capace di conoscere il proprio sé in relazione a tutto il passato e, per questo, divenire nobile nell’assumersi il carico delle perdite, delle speranze, delle vittorie di ciò che è stato e non può essere più reso non-fatto e di ciò che sarà il futuro. La volontà non può nulla a ritroso, non può infrangere la catena del tempo e questa sarà sempre la sua “più solitaria afflizione”. Nietzsche, una decina di anni più tardi dalla pubblicazione della Seconda inattuale, in Così parlò Zarathustra scrive:

“E se il mio occhio risale dal presente al passato: trova sempre la stessa cosa: frammenti, membra sparse, casi orrendi – ma mai un uomo! […] E a questo tende ogni mio pensiero, ogni desiderio: comporre in unità ciò che è ora frammento ed enigma, e lugubre caso. E come potrei sopportare d’essere uomo, se l’uomo non fosse anche poeta, solutore di enigmi, e liberatore del caso? Liberare coloro che ci hanno preceduto e trasformare tutti i “così fu” in “così volli” – questo soltanto chiamo riscatto […] Finché non diga la volontà creatrice: “Ma così io voglio! Così io vorrò!” [8].

Solo attraverso la volontà, le dimensioni temporali non sono più percepite come un fluire lineare, ma ritornano eternamente, così spetta solo all’uomo riconoscere e trovare un senso compiuto alla realtà; Nietzsche sprona a guardare avanti con fiducia, a condizione però di far rivivere il passato dentro di sé.

La Seconda Considerazione inattuale si conclude con un accorato appello a disfarsi di una cultura intesa come “decorazione della vita” che considera contraddittoria l’unità vita-sapere, auspica invece un rinnovato ritorno alla natura, cioè all’immediatezza della vita, a una cultura che non sia “una specie di sapere intorno alla cultura”, bensì una cultura che fiorisca dalla vita come “un’unanimità fra vivere, pensare, apparire e volere”. L’opera nietzscheana del 1874 racchiude un insegnamento ancora vivo, se oggi continuiamo a voler non vedere o non vedere abbastanza le derive crudeli e disumane prodotte da chi, dinanzi alla storia, pecca di mancanza di senso storico.

«La storia deve risolvere il problema della storia stessa, il sapere deve volgere il suo pungolo contro se stesso...» [9].

BIBLIOGRAFIA

• E. Mazzarella, Nietzsche e la storia, Guida, Napoli 2000.

• F. Nietzsche, Appunti filosofici 1867-1869. Omero e la filologia classica, Adelphi, Milano 1993.

• F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano 2008.

• F. Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita, Adelphi, Milano 1999.

• G. Frilli, G. Garelli, R. Morani, Linguaggio, storia, verità – Nietzsche 150, Germanica vol. LII, Orthotes, Napoli 2025.

• G. Leopardi, I Canti, a cura di L. Russo, Sansoni, Firenze 1968.

• M. Heidegger, Nietzsche, a cura di F. Volpi, Adelphi, Milano 2013.

NOTE

[1] J. W. Goethe, Lettera a E. T. Klinger (1775), citata in F. Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita, Prefazione.

[2] F. Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita, Prefazione.

[3] Ivi, cap. 1.

[4] Ivi, cap. 10.

[5] G. Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, vv. 105-110, citato nelle bozze preparatorie della Seconda considerazione inattuale.

[6] Cfr. M. Heidegger, Nietzsche, corso del semestre invernale 1938-39.

[7] F. Nietzsche, Frammento preparatorio per la Seconda considerazione inattuale.

[8] F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, "Della redenzione".

[9] F. Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita, cap. 8.