di Elvira Picciola
"Musa, quell'uom di multiforme ingegno dimmi...". Così, nella celebre traduzione di Vincenzo Monti, si apre l'Odissea, il poema il cui incipit ogni anno affido da memorizzareai miei studenti delle classi prime. Quei versi continuano a possedere una forza evocativa straordinaria e, forse anche per questo, mi sono recata al cinema con grande curiosità per vedere il film “ Odissea” del regista americano Christopher Nolan, senza aver letto alcuna recensione, ma semplicemente attratta dalle immagini potenti dei trailer.
Devo dire che le quasi tre ore di proiezione sono trascorse con sorprendente rapidità. Al di là delle polemiche che ho letto successivamente – tra stroncature severe ed entusiasmi forse eccessivi – il film mi è sembrato all'altezza delle aspettative. È un'opera spettacolare, capace di coinvolgere lo spettatore attraverso immagini di grande impatto visivo, una regia raffinata e un linguaggio cinematografico che restituisce con efficacia il respiro epico del poema omerico.
Naturalmente, chi conosce l'Odissea non può non cogliere le profonde differenze rispetto al testo originale. Nolan non realizza una trasposizione filologica: compie scelte precise, elimina episodi importanti – come quello dell’approdo all’isola dei Feaci e l’incontro con Nausicaa e concentra la narrazione sugli aspetti più drammatici e spettacolari del viaggio di Ulisse. È una scelta coerente con la sua poetica e con la tradizione del grande cinema americano. Un film, del resto, non è un poema, e non può essere giudicato esclusivamente sulla base della sua fedeltà alla fonte.
Ciò che inevitabilmente si perde è una parte dell'universo culturale e antropologico che sostiene il poema omerico: la civiltà della vergogna, il rapporto con l'onore, il complesso sistema di valori dell'eroe arcaico. Tuttavia Nolan introduce elementi di grande interesse, primo fra tutti il senso di colpa che accompagna il protagonista. Una delle sequenze più potenti è certamente quella che segue l'inganno del cavallo di Troia: la macchina da presa mostra senza retorica la brutalità della guerra, gli stupri, il massacro dei bambini, la distruzione totale della città. È qui che Ulisse comprende davvero il peso della propria hybris: la superbia,la tracotanza che gli ha consentito di vincere la guerra diventa anche la causa di un rimorso destinato ad accompagnarlo per tutto il viaggio.
Dal punto di vista strettamente cinematografico, Nolan conferma il suo talento. La fotografia, il montaggio e la costruzione delle scene possiedono una forza visiva notevole. Alcune sequenze assumono addirittura tonalità horror, come la trasformazione dei compagni di Ulisse operata da Circe, l’incontro con il Ciclope oppure la discesa nell'Ade, dove il regista riesce a evocare il mistero e il carattere sacrale dei riti antichi con immagini stranianti e suggestive.
Anche la struttura narrativa appare particolarmente riuscita. Le diverse linee temporali si alternano continuamente: il ritorno verso Itaca si intreccia ai flashback della guerra di Troia, in una costruzione che richiama il gusto di Nolan per la narrazione non lineare ma che, in fondo, trova un'inaspettata consonanza con il modo in cui lo stesso Omero organizza il racconto del suo eroe.
Per chi conosce il poema, molti momenti risultano particolarmente emozionanti, perché il linguaggio dell'epica viene tradotto in immagini senza perdere completamente il senso del meraviglioso e del sacro che attraversa l'Odissea. La rievocazione dell'ingresso del cavallo nelle mura di Troia rappresenta forse il momento più alto del film, proprio perché diventa il punto in cui prende forma la colpa dell'eroe e il significato più profondo del suo lungo ritorno.
Ottima anche la prova del cast. Matt Damon offre un Ulisse intenso e tormentato, credibile tanto nella dimensione dell'eroe quanto in quella dell'uomo segnato dalle conseguenze delle proprie scelte. Gli altri interpreti risultano perfettamente aderenti ai rispettivi personaggi, contribuendo alla solidità dell'insieme.
Qualche riserva rimane. Alcune battute appaiono decisamente anacronistiche, come il riferimento rivolto da Ulisse a Penelope al "tramonto dell'età del bronzo": una sottolineatura storica che suona artificiosa e spezza inutilmente l'immersione nel racconto. Sono forzature che avrebbero potuto essere evitate.
Nel complesso, però, il giudizio è decisamente positivo. L’”Odissea ” di Christopher Nolan non pretende di sostituire Omero, né potrebbe farlo. È un'opera autonoma che dialoga con il poema, ne reinterpreta temi e personaggi attraverso il linguaggio del cinema contemporaneo e offre allo spettatore un'esperienza intensa, spettacolare e spesso emozionante. Chi cerca la fedeltà assoluta al testo rimarrà probabilmente deluso; chi invece accetta di lasciarsi guidare dalla visione di un grande regista troverà un film avvincente, capace di rendere vivo, ancora una volta, il fascino senza tempo del viaggio dell'uomo "dal multiforme ingegno".