Lettura e interpretazione di Tota mulier in utero di Claude Dulong
a cura di Virginia Varriale
<<Un giorno, verso la fine del XVII secolo, a Parigi si scoprì che il commercio dei formaggi, del burro e della frutta era stato assorbito dalle donne. Messa di fronte al fatto compiuto, la giurisdizione competente acconsentì ad accordare il diritto: le fruttaiole- formaggiaie (così erano chiamate allora) avrebbero potuto accedere al mestiere mediante giuramento, ed essere rappresentate nelle istanze della corporazione – oh, non certo proporzionalmente al loro numero, ma a parità di diritti con gli uomini. Ne seguì una rabbiosa procedura, al termine della quale il parlamento annullò tale decisione, in quanto “è veramente cosa nuova il dire che le donne siano associate per giuramento al detto mestiere, e per giungere a tanto occorrerebbe una necessità assai evidente, poiché esse d’abitudine vogliono ciò che non vogliono gli uomini”. Le fruttaiole- formaggiaie, in minoranza, continuarono dunque a dettar legge nella loro categoria professionale, e in specie a riservare solamente ai loro rappresentanti le “visite” delle uova, della frutta, dei formaggi e del burro. Tutto rientrava nell’ordine, e il peggio era stato evitato. Animate da quello spirito di contraddizione che il parlamento aveva messo in luce in maniera così pertinente, di che cosa non sarebbero state capaci le donne, se avessero ottenuto il potere di decisione in una materia tanto grave? Ma è proprio necessario interessarsi della promozione sociale e professionale delle fruttaiole- formaggiaie? Certamente sì, trattandosi di un’epoca che escludeva le donne da ogni carriera nobile, per relegarle ai mestieri meccanici. Ed era davvero una minima cosa che esse aspirassero, in questi lavori vili, alla condizione legale che avrebbe consentito loro di mettersi in proprio e di avere una certa voce in capitolo. I loro sforzi, tuttavia, non furono coronati dal successo. Alla fine del secolo, su circa centoventicinque corporazioni, soltanto cinque erano miste, e quattro esclusivamente femminili (con qualche variante regionale). Non bisogna peraltro credere che, perfino in queste quattro corporazioni nelle quali erano raggruppati solamente mestieri attinenti alla moda, tutte le restrizioni “sessiste” fossero abolite. Quando, nel 1675, le sarte parigine, ormai in numero di millesettecento, ottennero il riconoscimento legale del loro mestiere, furono autorizzate a confezionare soltanto alcune parti del vestiario femminile, perché il diritto di abbigliare le donne rimaneva riservato agli uomini, i sarti. Il che è abbastanza buffo, in un’epoca che combatteva con tanta severità la mescolanza dei sessi. Le vedove dei mastri artigiani, e le loro figlie (in determinate condizioni) erano le uniche donne autorizzate a continuare, conservandone il nome, le attività dei loro mariti o padri, di qualunque genere fossero stati […] Attenzione, però! Se, durante la vedovanza, era accusata di cattiva condotta, la vedova perdeva il privilegio di tale disposizione […] Moltissime donne della piccola borghesia artigianale e commerciante erano padrone senza averne titolo, e talvolta erano esse che, grazie al loro spirito d’iniziativa, mandavano avanti la baracca. Come la Coiffer, di cui parla Tallemant des Réaux, “celebre pasticciera che fu la prima ad aver l’idea di dar da mangiare a un tanto per persona”. Bisogna capire, tuttavia che la Coiffer non avrebbe potuto commercializzare la sua idea, senza l’autorizzazione del marito. Ma le donne dell’alta borghesia e dell’aristocrazia non avevano neanche la possibilità di chiedere una simile autorizzazione. Esse si vedevano condannate, le une sotto la minaccia del discredito, le altre della perdita del titolo nobiliare, a occuparsi unicamente del loro focolare. Occorreva essere una principessa, per disprezzare l’opinione pubblica, e mettersi in vista, in un modo o nell’altro; per osare, come le agitatrici popolari, sebbene con motivazioni ben diverse, di suscitare rivolte, o addirittura di prenderne il comando.[…] Esistevano occupazioni più pacifiche dell’insurrezione, e nulla impediva a una donna di qualità, se aveva tempo libero e istruzione, di scrivere e di pubblicare. Ma, anche in questo caso, mettendo a repentaglio la propria reputazione. “Scrivere significa perdere metà della propria nobiltà”. Osserva Mademoiselle de Scudéry, che pure era di nobiltà tanto esigua. Essa pubblicò i suoi primi romanzi soltanto sotto la spinta del bisogno, e sotto il nome di suo fratello. Quanto a Madame de La Fayette, confessò soltanto verso la fine della sua vita, in privato e in termini velati, di essere l’autrice di un capolavoro, La Princesse de Clèves.[…] I confessori non devono ricevere donne arricciate, truccate, “impiastricciate”, adorne di gioielli, e il cui viso non sia nascosto non da un velo, ma da un tessuto opaco; i preti minori di trent’anni non possono confessare le donne senza un’autorizzazione del loro superiore; e in ogni modo lo faranno soltanto di giorno, mai di sera, e in confessionali situati in un punto ben illuminato della chiesa ecc. Questa straordinaria diffidenza può essere comprensibile, per chi sappia quali fossero i costumi degli ecclesiastici, prima della Controriforma cattolica. Ma si preferiva accusare la perversità delle donne, piuttosto che la debolezza degli uomini.[…] Ma la cosa più triste era che le donne, nonostante le loro “puntuali” ribellioni contro l’autorità del maschio, erano anch’esse impregnate di questa mentalità e, come la Martine di Molière, pensavano che “la gallina non deve cantare davanti al gallo”. Spetta a Mademoiselle de Gournay, la figlia adottiva di Montaigne, il merito di aver sollevato per prima, nel XVII secolo, lo stendardo della rivolta, nel suo Egalité des hommes et des femmes (1622).[…] Per le ragazze povere di un certo rango sposarsi era pressoché impossibile. Le parole “Senza dote!” ripetute nell’Avaro sono meno comiche di quanto non si creda.[…] Nel Morvan, per esempio, le donne non si sedevano a tavola con i loro mariti, ma restavano in piedi durante tutto il pasto: questo per servirli e dimostrare al tempo stesso il rispetto che esse dovevano loro[…] Nel XVII secolo la donna sposata, equiparata per legge al figlio minorenne, può, come quest’ultimo, essere punita. Le brutalità non giustificano l’abbandono del tetto coniugale. L’abuso di autorità di un marito comincia soltanto con le ferite; e bisogna anche che il tribunale ne valuti la gravità, prima di deliberare. La Borgogna era l’unica provincia della Francia che negasse al marito il diritto di castigo […] “L’adulterio si punisce nella persona della donna, e non in quella del marito” scrive nel 1670 il giurista di Colbert […] >>.