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Disputa filosofica sul bene comune in ricordo di Angelo Vassallo

 5 SETTEMBRE 2026, POLLICA 

di Virginia Varriale


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Link per rivedere la disputa: https://youtu.be/aJXIPnVb4VM


Per il XVI Anniversario della morte del “sindaco pescatore” Angelo Vassallo, il 5 settembre 2026 la comunità di Pollica ha trasformato la memoria in un momento collettivo di riflessione e di impegno, per ritrovarsi attorno a quei valori che hanno segnato l’esperienza amministrativa e umana di Vassallo: rispetto per il territorio, legalità, sostenibilità e attenzione alle nuove generazioni. 

Si è dato spazio proprio ai giovani attraverso una disputa filosofica sul tema “Il bene comune ha la priorità sugli interessi individuali? ”. Alcuni studenti e studentesse del Liceo “Parmenide” di Vallo della Lucania e di altri Istituti Scolastici campani, guidati dalla Paideia Campus, un centro internazionale di ricerca, formazione e innovazione basato sui principi dell’ecologia integrale e della sostenibilità (situato nel Castello dei Principi Capano di Pollica) hanno incantato la piazzetta di Acciaroli con una disputa regolamentata, secondo il protocollo del Concorso nazionale di Filosofia delle Romanae Disputationes.


RIFLESSIONI SUL LEGAME TRA FILOSOFIA E BENE COMUNE NEL TEMPO

“Filosofia e bene comune” un tempo hanno costituito insieme il termine di confronto delle scelte e delle azioni degli uomini per la costruzione di una comunità, in cui ciascun membro potesse sentirsi libero e sicuro, messo nelle condizioni di poter realizzare se stesso nel rispetto del proprio territorio e dell’altro. 

In teoria è così, ma la storia ha dimostrato che è difficile trovare un giusto equilibrio tra il bene di tutti e il bene individuale: la questione è saper scegliere tra considerazioni ideali e considerazioni pratico-utilitarie. Quanto la preoccupazione etica per il bene di tutti modera, in un certo senso, l’istinto al potere, il piacere di dominare, la sfrenata ambizione?


Lotte e oppressioni segneranno sempre il movimento della storia se il motore di tutto continuano ad essere i bisogni degli uomini: dovremmo reinventare un umanismo che ruoti intorno all’impegno, che non è un impegno particolare, ma totale perché investe tutto l’essere umano nei confronti dell’altro.  

La filosofa francese Simone Weil, a soli sedici anni, scrive “Le Beau et le Bien”, che descrive un episodio legato ad Alessandro Magno, che Plutarco riporta in “Vite parallele”: i suoi soldati, dopo giorni e giorni inseguendo Dario, sono stanchi per la fatica, la fame, la sete. Alcuni Macedoni, avvicinandosi ad Alessandro, gli offrono dell’acqua in un elmo, accompagnando la generosità del gesto con l’invito a dissetarsi: se avessero perso i figli, grazie a lui, avrebbero potuto averne altri. Alessandro prende l’elmo, ma si guarda intorno e rifiuta l’acqua. I soldati riacquistano le forze: finché avessero avuto un tale re, non sarebbero stati né assetati né stanchi. Che cosa è successo? Alessandro prende l’elmo e getta l’acqua a terra. È straordinario. Nessuno si aspettava quella reazione. Il leader, nella mente di tutti, avrebbe bevuto senza esitazione, poiché é esattamente ciò che un leader avrebbe fatto. Cosa c’è allora di bello e di buono in questa azione? La bellezza dell’atto sta nel gesto di Alessandro. Il condottiero esercita una costrizione su di sé, non per timore né per reverenza verso un’autorità che gli sia superiore, ma per puro rispetto umano, perché deve possedere più virtù dei suoi soldati, che pure ne hanno. Ha sete: se non ne avesse, dove sarebbe la nobiltà del gesto? 


Sa che anche altri uomini hanno sete, ma lui è il capo. Può bere, lo deve fare per guidare con maggiore vigore il suo esercito: tutti lo comprenderebbero. Istintivamente prende l’elmo, ma è un attimo. Guarda i volti assetati dei suoi soldati, si blocca e riflette. Se avesse bevuto, non avrebbe fatto nulla di sbagliato ma la sua unione con i propri uomini si sarebbe infranta. “Egli deve – scrive Simone Weil– scegliere tra essere animale ed essere uomo. È poca cosa avere sete, ma è molto rifiutare di soddisfare la propria sete per non separarsi dagli uomini. Tutto avviene nell’animo di Alessandro. Nessuno gli consiglia di farlo, è solo di fronte ai suoi uomini e a se stesso: solo con la propria etica, con la personale visione del mondo, davanti alla sofferenza degli altri.  


Ognuno di noi è obbligato verso ogni essere umano, per il solo fatto che è un essere umano e non è necessaria alcuna particolare condizione perché vi sia questo riconoscimento.

Questo obbligo non poggia su alcun fondamento, ma si genera nell’accordo della coscienza universale.

Questo accordo si chiama RISPETTO il cui significato va colto alla radice. La parola latina respectu è un ablativo di IV declinazione con funzione avverbiale che significa “rispetto-a”, “in relazione-a”. Rispetto a una data situazione si cerca di soddisfare un dato bisogno. Quindi il rispetto stabilisce una relazione, esso è necessario nel rapporto tra gli individui, perché essi si mantengano liberi e potenti (direbbe Hegel) cioè capaci di esercitare la propria umanità. Senza il rispetto, tutto va in rovina. Bisogna sforzarsi di capire che il rispetto è una categoria morale, una categoria giuridica, una categoria civile, per poter veramente realizzare il bene comune.  


Nell’antica Grecia veniva praticata la “paideia politica”: educare l’uomo politico significava educare l’uomo morale. In un primo momento, politica e morale costituivano un binomio indissociabile, ma col passar del tempo, scissa dalla morale, l’azione politica si è intrecciata sempre più all’economia, alla tecnica, restringendo sempre più il campo etico. 


Un tempo la polis era intesa come la comunità in cui legami politici e partecipazione alla vita pubblica costituivano il bene supremo, ma in seguito la filosofia politica occidentale ha tradito il modello classico greco, esempio di conciliazione di pensiero e azione, e ha trasformato la politica in mestiere, amministrazione dei molti da parte dei pochi, o monopolio, minando la comunicazione, la condivisione, lo scambio di idee e l’azione. Il pensare non si limita ad essere una sola funzione cerebrale, ma schiude all’uomo la libertà di agire, agire con-e-per-gli-altri. Il bene comune è la possibilità di disporre di uno spazio pubblico, in cui dare prova di se stessi, sentirsi protagonisti e riconosciuti dagli altri. È proprio nella sfera politica che gli uomini possono esperire la pienezza dell’esserci. Il bene comune è la possibilità di agire, perché (come notava Hannah Arendt) “se amare, pensare, volere sono facoltà possibili anche nell’isolamento, l’agire presuppone una compartecipazione, una risposta, una reazione o anche un’opposizione di altri uomini”, perciò la sfera pubblica mette in relazione e impedisce anche di caderci addosso a vicenda. Agire per il bene comune non significa avere le stesse prospettive o gli stessi fini, perché se così fosse la realtà del mondo potrebbe apparire non più sicura, ma garantire sempre la possibilità del confronto. Riveliamo noi stessi nelle parole e nelle azioni e formiamo con gli altri ogni volta una polis, poiché essa non denota un luogo geograficamente individuato, ma è l’unità delle persone che agiscono e discutono insieme, indipendentemente dal territorio che occupano: esse creano uno spazio, collocabile in ogni tempo e in ogni luogo. 


PERCHÈ UNA DISPUTA?

La disputa filosofica è una dimostrazione di essere e fare polis: non si tratta di una semplice competizione oratoria, ma si configura come un vero e proprio modello di argomentazione critica fondato sul rispetto reciproco. 

Questa duplice natura emerge chiaramente dalla struttura delle sue fasi e dai criteri di valutazione.

La disputa è strutturata per promuovere un pensiero analitico attraverso diverse fasi dialettiche:

Fin dal Prologo e dall'Argomentazione, le squadre sono chiamate a definire con rigore logico i termini chiave e a presentare prove (ragioni, dati, esempi) a sostegno della propria tesi.

Il cuore critico della disputa risiede nel Dialogo socratico, durante il quale si esamina la posizione dell'interlocutore per far emergere eventuali contraddizioni, e nell'Esame critico, volto a individuare fallacie, premesse non dimostrate o conclusioni non conseguenti negli argomenti avversi.

La fase di Difesa impone di rispondere alle obiezioni non solo per proteggere la propria posizione, ma per ripristinarne la validità logica e la consistenza.


L'aspetto più innovativo e qualificante della disputa filosofica è il superamento della pura contrapposizione in favore di un dialogo costruttivo e la fase finale rappresenta il culmine etico della disputa. 

Le squadre devono riconoscere coralmente i punti di forza e gli elementi di verità emersi nella tesi dell'avversario. Non si tratta solo di cortesia, ma di una capacità valutata dai giudici che devono verificare la "capacità di cogliere elementi di valore emersi" durante il confronto.

Il successo nella disputa non dipende solo dalla vittoria logica, ma dalla capacità di onorare la verità presente nella posizione opposta; essa si trasforma in un'esperienza educativa dove il rigore della critica non serve a "distruggere" l'altro, ma a ricercare insieme il vero attraverso il reciproco riconoscimento.