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Pier Paolo Pasolini: una vita spesa nella ricerca di verità ed autenticità

 Di Elvira Picciola


Il 2 novembre 1975 moriva all’Idroscalo di Ostia uno degli intellettuali più discussi del Novecento italiano. Poeta, scrittore, regista e giornalista, Pasolini ha raccontato le trasformazioni del Paese, denunciando il prezzo umano e culturale del benessere. A cinquantun anni dalla  morte, le sue parole continuano a interrogarci.


 Poeta, narratore, saggista, regista, drammaturgo e giornalista, fu una figura anticonformista, capace di sperimentare linguaggi diversi e di trasformare la propria presenza pubblica in una continua occasione di confronto, scandalo e riflessione. Tra gli anni Cinquanta e Settanta fu uno dei protagonisti più riconoscibili della cultura italiana, un intellettuale che non si limitava a interpretare la realtà, ma ne denunciava senza timore le zone d’ombra.

La sua morte, avvenuta nella notte tra il primo e il 2 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia, fu violenta e sconvolgente. Il corpo martoriato, i segni di un brutale pestaggio, le ferite provocate dal passaggio di un’ automobile consegnarono alla storia un delitto che, a distanza di decenni, non ha mai smesso di suscitare interrogativi. Per l’Italia di allora non scompariva soltanto uno scrittore celebre e controverso: veniva spezzata la voce di un uomo che aveva fatto della denuncia, del potere e della critica della società il centro della propria attività intellettuale.


Una morte che non ha mai smesso di interrogare l’Italia

Per l’omicidio fu condannato Pino Pelosi, un giovane delle borgate romane che si trovava con Pasolini quella notte. Negli anni successivi, la vicenda giudiziaria è stata oggetto di nuove indagini, ricostruzioni e ipotesi, senza che si arrivasse a una verità definitiva condivisa su ogni aspetto del delitto. Nel 2015 la Procura di Roma archiviò una nuova inchiesta, nella quale erano emerse anche tracce genetiche non attribuibili, ritenute insufficienti per identificare altri eventuali responsabili. Nel novembre 2023, inoltre, fu respinta un’istanza di riapertura delle indagini. Le ipotesi di una possibile partecipazione di altre persone e quelle di un movente politico continuano a circolare, ma non possono essere considerate fatti accertati. 

È difficile, tuttavia, separare completamente la morte di Pasolini dal clima storico e culturale nel quale maturò la sua ultima stagione. L’Italia attraversava anni segnati dal terrorismo, dalle stragi, dai tentativi di destabilizzazione delle istituzioni e da una profonda crisi della fiducia pubblica. Pasolini aveva scelto di affrontare proprio queste contraddizioni, spesso con un linguaggio provocatorio, sfidando tanto il potere politico quanto le certezze dei suoi stessi interlocutori.

Il suo articolo più celebre” Cos’è questo golpe? Io so”  pubblicato sul Corriere della Sera il 14 novembre 1974 e successivamente raccolto negli Scritti corsari, rimane emblematico di questa posizione intellettuale. Pasolini sosteneva di conoscere i responsabili delle trame e delle stragi che insanguinavano il Paese, ma riconosceva apertamente di non possedere prove né indizi. Il suo era il sapere, rivendicava, di uno scrittore che osserva, studia, collega fatti lontani e cerca di ricostruire una logica dove sembrano dominare il caos e il mistero. 

Quella dichiarazione conteneva una forza indubbia, ma anche un problema. Fino a che punto l'intuizione di un intellettuale può spingersi senza trasformarsi in un'accusa priva di riscontri? Il giornalista Pierluigi Battista, riflettendo sulla cultura italiana e sui suoi conformismi, ha criticato una visione nella quale l'ipotesi di un potere occulto rischia di diventare una spiegazione universale, sottraendosi alla verifica dei fatti.

L'obiezione merita attenzione: il rigore intellettuale non può sostituire il lavoro della magistratura, né le intuizioni possono essere scambiate per prove. Ma sarebbe altrettanto riduttivo liquidare le inquietudini pasoliniane come semplici fantasie complottiste. La storia italiana ha conosciuto tentativi di colpo di Stato, apparati clandestini, organizzazioni occulte e depistaggi nelle indagini sulle stragi. Basti pensare alla struttura clandestina Gladio, alla Loggia massonica P2 e alle vicende giudiziarie legate alla strategia della tensione. Questi fatti non dimostrano le specifiche accuse formulate da Pasolini, ma aiutano a comprendere perché la sua diffidenza verso le versioni ufficiali del potere abbia continuato a trovare ascolto.

La sua lezione più feconda non consiste, dunque, nell'accettare ogni sua intuizione come verità rivelata, bensì nel conservare la capacità di interrogare le istituzioni senza rinunciare alla verifica delle responsabilità.


Dalla marginalità alla ribalta nazionale

La vita di Pasolini fu segnata fin dall'inizio dal conflitto tra libertà individuale e conformismo sociale. Nato a Bologna nel 1922, trascorse parte della giovinezza in Friuli, dove maturò il suo rapporto con la lingua, la poesia e il mondo contadino. Nel 1949, dopo uno scandalo legato alla sua omosessualità, fu espulso dal Partito comunista italiano e perse l'insegnamento. Si trasferì quindi a Roma con la madre, entrando in contatto con un universo umano che avrebbe segnato profondamente la sua opera: le borgate, i giovani sottoproletari, le periferie escluse dal benessere.

Il successo arrivò con Ragazzi di vita, pubblicato nel 1955, romanzo che raccontava la vita dei ragazzi delle periferie romane attraverso una lingua capace di accogliere il dialetto e la vitalità del parlato popolare. Il libro suscitò scandalo e polemiche, ma impose Pasolini all'attenzione nazionale. Nel 1959 uscì Una vitaviolenta, che proseguiva l'esplorazione del sottoproletariato romano, interrogandosi sulla possibilità di una maturazione morale e politica dentro un ambiente dominato dalla povertà e dall'esclusione. 

Pasolini non guardava agli emarginati con il distacco del sociologo. In loro riconosceva una vitalità fisica, linguistica e umana che riteneva minacciata dalla modernizzazione. La campagna friulana, le borgate romane, Napoli e il mondo popolare mediterraneo, ma anche i paesaggi dell'Africa e dell'Asia, divennero luoghi di un'appartenenza affettiva prima ancora che scenari letterari e cinematografici.

Non è un caso che tante fotografie lo ritraggano mentre gioca a pallone con i ragazzi delle periferie. Il calcio, per lui, non era soltanto una distrazione: era un gesto concreto di partecipazione alla vita, un modo di stare dentro il mondo senza trasformarlo immediatamente in un oggetto di osservazione. Il critico e studioso Emanuele Trevi, nel suo libro Qualcosa di scritto, ha restituito, da una prospettiva personale e letteraria, la complessità di un autore la cui opera e la cui vita sono rimaste inseparabili.


Il vero nemico: il consumo di massa

Il centro della riflessione pasoliniana non fu soltanto la denuncia dell'ingiustizia sociale, ma la critica di una trasformazione che gli appariva ancora più profonda: la mutazione antropologica degli italiani.

Con il boom economico, il Paese usciva dalla miseria materiale del dopoguerra e si avviava verso una diffusione crescente dei consumi, degli elettrodomestici, delle automobili, della televisione. Per molti, era il segno concreto del progresso e della conquista di una vita migliore. Per Pasolini, invece, quel cambiamento nascondeva un costo culturale enorme: l'omologazione delle abitudini, dei desideri, dei linguaggi e dei comportamenti.

La sua critica non si rivolgeva semplicemente alla ricchezza, ma a un modello di sviluppo capace di trasformare ogni differenza in una variante del medesimo consumo. Il nuovo potere non aveva più bisogno soltanto della repressione o della censura: poteva agire attraverso la pubblicità, la televisione, la produzione industriale e l'aspirazione collettiva a uno stile di vita uniforme.

Il risultato, secondo Pasolini, era una società apparentemente più libera e prospera, ma interiormente più conformista. Le culture popolari perdevano la propria autonomia, le tradizioni si dissolvevano, i dialetti arretravano, i desideri individuali diventavano sempre più simili. La borghesia, nella sua lettura, non era soltanto una classe sociale: era diventata un modello culturale capace di estendere la propria influenza a tutta la popolazione.

Se il neorealismo aveva raccontato la miseria materiale dell'Italia uscita dal fascismo e dalla guerra, Pasolini concentrava lo sguardo sulla miseria morale che poteva accompagnare la nuova ricchezza. Non negava il valore del miglioramento delle condizioni di vita; metteva in discussione l'idea che la crescita economica coincidesse necessariamente con un progresso umano.

Questa posizione lo rendeva un intellettuale anomalo anche all'interno della sinistra. Comunista, ma profondamente critico nei confronti dell'ideologia progressista, Pasolini contestava l'equazione tra modernizzazione e liberazione. Per lui, una società poteva diventare più ricca e contemporaneamente perdere memoria, complessità e capacità di immaginare forme diverse di esistenza.

Le sue considerazioni sulla televisione, sul consumismo e sulla pubblicità appaiono oggi particolarmente suggestive, in un mondo nel quale i modelli di comportamento si diffondono attraverso piattaforme digitali, immagini continue e desideri costruiti su scala globale. Sarebbe improprio sovrapporre senza distinzioni il suo tempo al nostro, ma la domanda rimane: quanto della nostra libertà è davvero scelta personale e quanto è il risultato di bisogni che abbiamo imparato a desiderare?


Un'opera, molti linguaggi, una sola grande inquietudine

Ridurre Pasolini alle sue posizioni politiche sarebbe un errore. La sua grandezza risiede anche nell'instancabile sperimentazione artistica, nella capacità di attraversare linguaggi differenti e di mettere continuamente in discussione le proprie forme espressive.

La poesia di Le ceneri di Gramsci rivela il conflitto tra passione politica, coscienza storica e inquietudine personale. I romanzi romani restituiscono dignità letteraria a un universo marginale, facendone emergere la violenza e la vitalità. Il cinema, da Accattone a Mamma Roma, da La ricotta a Il Vangelo secondo Matteo, diventa un altro strumento per esplorare la realtà, intrecciando sacro e profano, corpi e simboli, tradizione e modernità.

Con Comizi d'amore, il documentario-inchiesta dedicato alla sessualità e ai costumi degli italiani, Pasolini porta la macchina da presa tra le persone comuni, interrogandole su questioni che la società preferiva spesso lasciare nell'ombra. Nei reportage di viaggio, come quelli raccolti nel'Odore dell'India, emerge invece la ricerca di mondi ancora capaci di opporre alla modernizzazione occidentale una diversa concezione della vita.

Nell'ultima fase, la saggistica e il giornalismo assumono un ruolo sempre più centrale. Gli Scritti corsari e le Lettere luterane sono il luogo in cui la riflessione estetica, la polemica politica e l'analisi sociale si fondono in una scrittura diretta, appassionata, spesso provocatoria.

Anche Petrolio, il romanzo incompiuto pubblicato postumo nel 1992, testimonia l'ambizione di affrontare il rapporto tra potere economico, politica e società italiana attraverso una forma narrativa frammentaria e sperimentale. Non un'opera compiuta che sveli definitivamente i segreti del Paese, ma un progetto letterario che mostra quanto Pasolini fosse ancora impegnato, negli ultimi mesi della sua vita, a interrogare le strutture visibili e invisibili del potere. 

Le singole opere possono essere discusse, confrontate e giudicate in modo diverso. La centralità di Pasolini nella cultura italiana, però, non dipende soltanto dal valore isolato di un romanzo, di una poesia o di un film. Dipende anche dalla relazione continua tra ciò che scriveva, ciò che mostrava sullo schermo, ciò che sosteneva pubblicamente e ciò che accadeva nella società.

Pasolini costruì una figura nuova di intellettuale: un autore che esponeva se stesso, la propria vita e le proprie contraddizioni allo sguardo pubblico, trasformando la notorietà in uno strumento di intervento civile. Non si limitava a produrre opere, ma cercava di provocare una reazione, di obbligare il lettore e lo spettatore a prendere posizione, di rendere visibile ciò che il discorso dominante tendeva a nascondere.


Il Pasolini che non conosceva soltanto la disperazione

Eppure, dietro l’intellettuale, il profeta della catastrofe e il critico implacabile della società borghese, esisteva anche un uomo innamorato della vita. È un aspetto che rischia di scomparire quando si guarda alla sua biografia soltanto attraverso il prisma della tragedia finale.

Pasolini lavorava incessantemente, progettava nuovi film, accumulava appunti, immaginava libri e forme artistiche ancora da realizzare. La sua energia creativa non era alimentata soltanto dall'indignazione, ma anche dal piacere di vivere,dall'amicizia, dal desiderio di scoprire luoghi e persone, dall’amore  incondizionato ,fisico prima che intellettuale, per la vita popolare .

Nei suoi scritti e nelle testimonianze di chi lo frequentò emerge una personalità più complessa di quella consegnata alla memoria pubblica: non soltanto l'intellettuale tormentato che vedeva incombere la fine di un mondo, ma anche un uomo capace di entusiasmo, di ironia e di progetti. La sua opera nasceva proprio da questa tensione: da un lato la percezione di una perdita irreparabile, dall'altro un attaccamento quasi fisico alla bellezza e alla vitalità dell'esistenza.

È forse questa contraddizione a renderlo ancora così vivo. Pasolini poteva essere severo fino alla provocazione, contraddittorio nelle sue prese di posizione, persino ingiusto nei confronti di ciò che criticava. Ma non osservava il mondo da una distanza rassicurante. Vi era immerso, lo amava e insieme ne temeva la trasformazione.


Una voce che continua a disturbare

A cinquantun anni dalla sua morte, Pasolini rimane una figura difficile da collocare in una formula definitiva. Fu un intellettuale che fece della contraddizione un metodo, della provocazione uno strumento e della propria presenza pubblica una forma di responsabilità.

La sua critica della società dei consumi non deve essere accolta come una verità indiscutibile, così come le sue intuizioni sul potere non possono sostituire l'accertamento storico e giudiziario. Ma proprio la possibilità di discuterle, di riconoscerne i limiti e di confrontarle con la realtà costituisce una parte essenziale della sua eredità.

Pasolini ci ha lasciato una domanda che supera il suo tempo: che cosa perdiamo quando, in nome del progresso, accettiamo che ogni differenza venga assorbita, ogni desiderio trasformato in merce e ogni forma di vita misurata sulla capacità di consumare?

Il 2 novembre non ricorda soltanto un delitto che ancora solleva interrogativi. Ricorda la scomparsa di un uomo che aveva scelto di non adeguarsi, che aveva fatto della propria inquietudine una forma di conoscenza e della scrittura uno strumento per mettere in discussione le certezze collettive.

La sua voce continua a disturbarci perché non ci offre risposte comode. Ci obbliga, piuttosto, a guardare il presente senza dare per scontato che ciò che chiamiamo progresso coincida sempre con una conquista di libertà. E forse è proprio in questa capacità di inquietare, più che in ogni singola previsione, che risiede la sua persistente attualità.


Fonti biografiche: 

Enciclopedia Treccani; Ansa.it; Corriere della sera, I “Meridiani” Mondadori a cura di Walter Siti.