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Non esiste nord e sud. Esiste l’Italia

 Un piccolo pezzo di una storia grande: i treni della felicità | imPagine

Nel secondo dopoguerra l'Italia si trovò ad affrontare una delle fasi più difficili della propria storia. Le distruzioni causate dal conflitto, la povertà diffusa e le profonde disuguaglianze tra Nord e Sud colpirono in particolare i bambini, spesso costretti a vivere in condizioni di estrema miseria. A Napoli, occupata dalle truppe alleate, la carne dei bambini costituiva una vera e propria merce di scambio per la sopravvivenza degli adulti; e, d’altra parte, anche le distruzioni radicali del territorio dovute ai bombardamenti come era accaduto a Montecassino, avevano messo l’infanzia a durissima prova.

In questo contesto nacque l'esperienza dei cosiddetti “Treni della felicità”, un'iniziativa di solidarietà nata in seno al PCI ed in particolare dal gruppo delle donne -UDI- nel dopoguerra, che ebbero un ruolo fondamentale contattando famiglie disponibili ad accogliere i bambini e coordinando i viaggi, avvalendosi della collaborazione di volontari ed anche alcuni parroci.

Migliaia di bambini provenienti dalle aree più disagiate del Paese, prevalentemente dal Mezzogiorno, furono accolti temporaneamente da famiglie dell'Italia centro-settentrionale che offrivano loro un periodo di circa sei mesidi vita più tranquilla, con pasti regolari, cure e protezione; lo scopo principale era semplicemente di offrire ai piccoli un aiuto concreto e soprattutto tempestivo in un momento di emergenza.

Si strutturò una grande rete di aiuto che ha rappresentato un importante esempio di solidarietà tra famiglie italiane. Salirono su treni messi a disposizione gratuitamente dalle ferrovie dello stato più di settantamila bambini, assistiti ed accuditi nel viaggio da altre donne, le crocerossine che ne garantirono amorevolmente l’incolumità fino alla consegna alle famiglie di destinazione.

I primi treni partirono da Milano e Torino nel dicembre 1945. Molti bambini furono accolti in città come Reggio Emilia, Modena, Bologna, Genova, La Spezia e Mantova. Il numero maggiore di viaggi si ebbe tra il 1946 e il 1947. L’organizzazione era molto capillare: ogni bambino veniva affidato a una famiglia ospitante, che si prendeva cura di lui per un periodo limitato. Nel 1947 partirono anche molti bambini da Cassino e da Napoli. Da Napoli, in particolare, migliaia di bambini furono inviati al Nord.

I Treni della felicità terminarono tra il 1947 e il 1948. Tuttavia, l’idea di aiutare bambini e famiglie in difficoltà continuò negli anni successivi, ad esempio a sostegno dei figli di operai arrestati o delle popolazioni colpite da calamità naturali.

È grazie a Giovanni Rinaldi, storico, documentarista e ricercatore italiano, noto soprattutto per i suoi studi pionieristici sulla storia orale e sui movimenti sociali del Mezzogiorno, che con l’importante saggio “I treni della felicità”, uscito nel 2008, ha riportato alla luce la straordinaria storia dei circa 70.000 bambini meridionali che nel secondo dopoguerra vennero accolti e sfamati temporaneamente da famiglie del Centro-Nord.

Nel 2011, il regista barese Alessandro Piva ha diretto il film-documentario Pasta Nera, che ha ricevuto la consulenza storica di Giovanni Rinaldi ed è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Il film raccoglie le testimonianze dirette di quegli ex bambini che partirono da regioni come la Puglia e la Campania, accolti e salvati dalla fame grazie alla solidarietà delle famiglie emiliane, romagnole e toscane, proprio su quei treni della felicità a cui Rinaldi fa riferimento.

POZZUOLI/ “I treni della felicità”: la storia di Vincenzo ospite di una famiglia toscana nel dopoguerra

L’uomo della foto che abbozza un sorriso è Vincenzo Maione, ottantottenne di Pozzuoli;è uno di quei bambini partiti con un treno della felicità alla volta della Toscana; ha 9 anni nel 1947 quando, grazie all’Unione donne italiane viene ospitato da una famiglia di Sinalunga, in provincia di Siena. Vi trascorre circa un anno all’insegna di cure, cibo buono e un letto di piume soffici su cui dormire ma soprattutto del calore dell’affetto e dell’accoglienza e della generosità disinteressata della coppia di coniugi e deiloro figli, Sergio e Silvana, all’epoca poco più che maggiorenni. Al compimento dei dieci anni, dopo un anno circa trascorso in casa loro, Vincenzo fa ritorno a Pozzuoli, con il cuore colmo di gratitudine ma soprattutto con il costante desiderio di rivedere quelle persone e quei luoghi che hanno segnato in indelebilmente la sua vita ed i suoi ricordi.

Sarà proprio l’impegno di Laura, figlia di Vincenzo, e grazie all’aiuto di Giovanni Rinaldi, storico e autore di “C’ero anche io su quel treno” (un capitolo è riservato anche alla storia di Vincenzo Maione n.d.r.), che Vincenzo trova la figlia di Sergio, Manuela, che gli dà l’opportunità di visitare la casa in cui è stato ospite da piccolo, e di rivedere le fotografie di quei volti tanto amati e non più in vita, e persino quella pianta di capperi che non aveva mai visto in vita sua prima del soggiorno in Toscana.

La storia di Vincenzo come tutte le storie di questi bambini saliti sui treni della felicità testimonia in maniera potente che, nonostante le differenze economiche e culturali, l'Italia ha saputo riconoscersi nei principi comuni di accoglienza e mutuo aiuto. L'incontro tra famiglie del Nord e bambini del Sud dimostra come solo le relazioni amorevoli possono superare diffidenza e difficoltà che solo la forza della memoria, può alimentare in maniera duratura e significativa.

Maria Vittoria Montemurro


Si ringraziano Rosa Maione, nipote di Vincenzo Maione, che ha fatto della storia del nonno una importante e interessante tesi di laurea in Storia contemporanea presso l’Università Federico ll di Napoli, e Vincenzo Schiano che mi ha dato l’opportunità di conoscerla.