di Virginia Varriale
I luoghi deputati perché ci sia una crescita emotiva, si sa, sono la famiglia e la scuola.
Sia Lucia Mastrodomenico che Luce Irigaray hanno sottolineato nei loro scritti, ma anche attraverso le loro scelte di vita, l’urgenza di un’educazione all’amore, all’aver cura dell’altro, ma a partire dal riconoscimento del proprio sé, anzi senza sacrificare il proprio sé. Quello che mi ha sempre colpito del pensiero di Lucia è la sua capacità di leggere il suo tempo storico e vedere al di là di esso, di intuire il cambiamento, come quando mette in guardia da una logica fusionale, ossia da una concezione dell'amore come una tensione verso la fusione, proponendo invece una “cultura della differenza “, rivendicando un cambio di paradigma fondamentale.
Se l'amore è “fusione” rischia di divenire sottomissione o dipendenza dall'altro, c’è il pericolo di annullare la singolarità della propria soggettività.
Partiamo dalla domanda che Lucia in un’intervista fa a Luce Irigaray:
Lucia: Ma l’amore si può imparare?
Irigaray: Insegnare l’amore implica una cultura dell’intera personalità.
Per affrontare questo compito, dobbiamo guardare alle radici della nostra cultura, possiamo partire dal Simposio di Platone, per poi interrogarlo attraverso la lente della filosofia della differenza.
Ci troviamo ad Atene nel 416 a. C. a un simposio, ossia a un banchetto, a casa del poeta tragico Agatone, organizzato per celebrare la sua vittoria in una gara teatrale. I partecipanti, tra cui Socrate, il medico Erissimaco, Pausania, il commediografo Aristofane ed altri, decidono di rinunciare agli eccessi del vino e di tenere a turno un discorso in lode di Amore.
È il momento di Aristofane, il quale racconta il mito degli esseri androgini. Parte da una premessa: un tempo la natura umana non era quella che è ora, ma diversa. All’inizio vi erano tre generi di esseri umani, non due come abbiamo sempre creduto: il maschio, la femmina e un terzo genere formato dai due precedenti (cioè maschile e femminile). L’essere umano all’inizio lo dovete immaginare come un corpo tondeggiante, con dorso e fianchi circolari, con quattro braccia e quattro gambe, e su un collo rotondo due volti, insomma tutto doppio. Per intenderci, c’era il genere formato da maschio- maschio, il genere formato da femmina - femmina e il genere androgino, maschio- femmina. Camminavano dritti, ma facevano roteare tutto il corpo. Aristofane racconta che il loro aspetto era sferico proprio come il loro progenitori: il maschile aveva avuto origine dal sole, il femminile dalla terra e il terzo genere dalla luna. Tutti e tre i generi erano forti ed erano così alteri e tracotanti da sfidare gli dei, volendo scalare il cielo per assalirli. Zeus, per punizione, decise di tagliare ognuno dei tre generi in due parti, rendendoli più deboli e costringendoli a camminare eretti su due gambe. E se la loro insolenza fosse stata persistente, Zeus sarebbe stato pronto a tagliarli ancora, costringendoli a saltellare su una gamba sola. Poi ordinò ad Apollo di voltare il viso degli esseri umani verso la parte del corpo tagliata, affinché vedessero la ferita e ricordassero la punizione; di rimarginare la pelle e ricomporre il corpo. Da quel momento ogni metà avrebbe cercato la propria metà perduta, dando origine al desiderio amoroso. Volevano unirsi di nuovo, ma morivano di fame e d’inerzia, perché non volevano fare nulla essendo separate l’una dall’altra. Così Zeus, mosso a pietà, provò un altro stratagemma (poiché non voleva perdere i culti e i sacrifici degli umani), e spostò i loro genitali sul davanti, rendendo possibile la procreazione e assicurando la perpetuazione della specie umana. Da allora una metà cerca l’altra, con la speranza di ripristinare l’antica unità. Così si sono formate unioni tra maschio e maschio, tra femmina e femmina, tra maschio e femmina a seconda di come era lo stato primigenio. Siamo destinati per tutta la vita a cercare l’altra nostra meta, perché ci sentiamo incompleti, perché se amare è amare qualcosa, allora amore è mancanza di qualcosa. Platone, per bocca di Aristofane, dice che le due metà, quando si ritrovano, restano meravigliosamente vinti dall’amicizia, dall’intimità e dall’amore e non vogliono più separarsi, e non sono solo i piaceri amorosi ad essere causa della gioia immensa; la loro anima tende a qualcosa d’altro, che non è in grado di esprimere, ma ne ha presentimento. E se Efesto, il fabbro degli dei, potesse esaudire un loro desiderio, sarebbe senz’altro quello di unirsi, di fondersi in una stessa persona, diventare di due uno, fino a CONFONDERSI.
È questa parte del mito che ora c’interessa di più …
Perché, se da un lato comprendiamo benissimo che l’amore ci spinge a cercare l’altro o l’altra, per sentirci completi, e la tradizione classica vede nella congiunzione la “cura” della natura umana, dall’altro però c’è il pericolo di confondere due identità in una sola ….
E questo non è un bene, sia chiaro! Pensiamo per un attimo al nostro momento storico, a quelle relazioni pseudoamorose in cui l’una parte non vuole fondersi all’altra e l’altra parte non riconosce e rispetta la persona che ha accanto, cosa accade!?
A differenza del modello platonico, bisogna preservare il due, come affermavano Lucia e Luce Irigaray, bisogna che ci sia spazio, che ci sia una distanza tra me e l’altro, perché quella distanza è il terreno su cui ci confrontiamo, cresciamo senza annientare ciascuno il proprio sé.
La dualità ha da essere la vera cura per l’uno e per l’altro.
L'incontro non deve essere un'appropriazione, ma la creazione di qualcosa di nuovo:
«Il compito di queste due soggettività sarà quello di elaborare insieme un terzo mondo, che non appartiene né all’uno né all’altro, ma è il frutto della convivenza fra i due».
Mentre il mito degli androgini ci parla di una nostalgia per un'unità perduta, la sfida educativa moderna è insegnare a "sbocciare nella propria interezza" attraverso il rapporto con l'altro. Non cerchiamo una metà per completarci, ma un altro soggetto con cui condividere un "respiro comune", “un terzo mondo", un luogo di convivenza che non appartiene a nessuno dei due, ma è il frutto della loro interazione e tentare di costruire una felicità che non annulli la singolarità di nessuno.
Amare una persona è il modo migliore per dare senso a un'esistenza passeggera.
Un'analogia spiega bene questo concetto.
Pensate a una goccia di rugiada che brilla su un fiore al mattino.
La goccia splende e dura pochissimo. Il suo scopo non è vivere per sempre, ma essere ammirata e goduta in quell'esatto istante.
Per un poeta persiano, Omar Khayyam, l'amore umano è come quella goccia di rugiada.
O cuore, fa’ conto di avere tutte le cose del mondo
fa’ conto che tutto ti sia giardino delizioso di verde
e tu su quell’erba verde fa’ conto di esser rugiada
gocciata colà nella notte e al sorger dell’alba svanita.
Lettura di alcuni passi di Lucia Mastrodomenico tratti dall’Incontro-Covegno a Roma (4-5 febbraio 2006) sul ruolo dell’educazione.
“Per imparare a vivere, uomini e donne, a relazionarsi senza annullare la differenza, è necessario iniziare da piccoli. Ma concretamente questo cosa significa? Prenderò spunto dal lavoro che Luce Iragaray, filososa ed esperta del linguaggio, fa da anni con i ragazzi nelle scuole. I giovani ritengono che la differenza sessuale si riduca al sesso: i maschi hanno il pene, le donne la vagina. Le loro risate celano la vergogna si si parla di sessualità. Quel che rimane sono i termini imparati a scuola, ne sanno di sessualità, vedono la televisione, ne parlano tra di loro, parlano anche di come possono essere sfruttate le donne ecc.
Apprendono il sesso disgiunto dall’amore, accade che i maschi si sentono soli, imbarazzati, senza parole per esprimere i loro desideri, obbligati già da piccoli ad un ruolo preconfezionato. La femminilizzazione che vediamo oggi in molti uomini adulti e la mascolinizzazione di molte donne non convince, il vero scambio inizia mantenendo la propria identità, senza nessun appiattimento emancipatorio che conduce, ahimè, alla parità. La maggior parte dell’identità di genere, non è semplicemente biologica e neppure sociale, è anzitutto relazionale […]. Coltivare la possibilità di un nuovo modo di fare l’amore anima e corpi, che senza neutralizzare la differenza crei il luogo dell’incontro, è compito centrale dell’educatore/a […]. Dobbiamo credere di più nelle relazioni umane, investire meno sul potere, sul narcisismo, sui beni materiali. Forse solo così la specie umana può migliorare. I giovani e le giovani mi hanno fatto capire che è possibile”.
Calitri 1 agosto 2026