A Volla la presentazione del libro di Arturo Scotto diventa un momento di riflessione sulla guerra, sulla pace, sulla politica e sulla dignità dei popoli
di Elvira Picciola
Venerdì 11 settembre 2026, nell’Aula consiliare del Comune di Volla, la presentazione del libro di Arturo Scotto, Flottilla- In viaggio per Gaza. Diario di bordo per una nuova rotta, è diventata molto più della presentazione di un volume. È stata una serata di testimonianze, memoria e confronto, attraversata dalla domanda su quale debba essere oggi il compito della politica davanti alla sofferenza dei popoli e, soprattutto, davanti alla tragedia palestinese.
Accanto all’autore, deputato e capogruppo in Commissione Lavoro alla camera nonchè membro nazionale del Partito democratico, sono intervenuti il sindaco Giuliano Di Costanzo, Aldo Cennamo, Antonio Bassolino e la professoressa Souzan Fatayer, docente dell’Università Orientale ed esponente della comunità palestinese in Italia. Ad aprire e accompagnare l’iniziativa è stato Luigi Pacella. La sala ha accolto molte persone, accomunate dalla volontà di non lasciare che ciò che accade a Gaza scivoli nell'indifferenza e nel silenzio. La stessa scelta di ospitare l’incontro è stata presentata come un modo per mantenere viva l’attenzione e per portare soprattutto alle nuove generazioni una riflessione sulla pace, sulla solidarietà e sui diritti umani.
Il libro di Scotto nasce dall’esperienza personale vissuta a bordo della Flottilla e sceglie la forma del diario per raccontare non soltanto ciò che accade in mare, ma anche i pensieri, le paure, le relazioni e le responsabilità che accompagnano una scelta difficile.
La decisione di partire
Nel racconto dell’autore, tutto comincia con una richiesta semplice e insieme enorme: essere parte della missione. Serve un parlamentare che abbia esperienza, che sappia mantenere rapporti istituzionali quando la situazione diventerà difficile. Scotto racconta di essersi affacciato alla finestra e di avere visto il mare, all’apparenza tranquillo, mentre davanti a sé prendeva forma la prospettiva della partenza.
«Forse è arrivato il momento di andare oltre ciò che avevo sempre fatto. Forse è il momento di fare un passo in più».
È uno dei passaggi nei quali la dimensione politica lascia progressivamente spazio a una dimensione più personale e morale. Le notizie provenienti da Gaza diventano sempre più drammatiche; crescono le vittime e si moltiplicano le immagini di civili affamati. Scotto racconta come, a quel punto, i dubbi non scompaiano ma smettano di essere una protezione. La domanda non è più soltanto se partire sia opportuno, ma che cosa si possa fare concretamente davanti a una tragedia che continua.
Ed è proprio qui che emerge uno dei significati più profondi della Flottilla: non soltanto portare aiuti, ma comunicare a un popolo che non è solo.
«Il messaggio simbolico che conta e ora la Flottilla sta dando speranza al popolo di Gaza. Gli sta dicendo che non sono soli al mondo».
Sono parole che aiutano a comprendere la natura di un'iniziativa che, nel racconto di Scotto, nasce dalla consapevolezza dei propri limiti ma anche dalla necessità di non rimanere spettatori.
Il mare come metafora del nostro tempo
Il mare diventa nel libro un vero protagonista. Non è soltanto lo spazio fisico nel quale si muovono le imbarcazioni: è il luogo nel quale si incontrano guerre, migrazioni, commerci, disuguaglianze e destini umani differenti.
«Il Mediterraneo è tutt’altro che una frontiera senza posti di blocco».
Navigando verso Gaza, Scotto racconta di avere incontrato un intero «multiverso» contemporaneo: droni, navi cargo, imbarcazioni di migranti, traffici e persone che attraversano gli stessi cieli e gli stessi mari, ma con diritti e possibilità profondamente diversi.
Il libro, precisa l’autore, non vuole essere un saggio di geopolitica né una ricostruzione storica del conflitto israelo-palestinese. È un diario, e proprio la forma del diario consente alla memoria di procedere per immagini, ritorni, frammenti.
«Un diario non segue una linea retta: al tempo si deforma. Una giornata intera può scivolare via in poche righe. La mente funziona così: seleziona, scarta, ritorna, insiste».
In questo modo la vicenda personale diventa anche una riflessione sulla politica e sulla partecipazione. Scotto racconta la crisi delle grandi architetture politiche del Novecento, la crescita dell'antipolitica e la difficoltà dei partiti nel continuare a rappresentare bisogni e aspirazioni collettive. Eppure, proprio mentre la fiducia nelle istituzioni sembra indebolirsi, resistono le comunità, il volontariato, la partecipazione spontanea.
La Flottilla, in questa prospettiva, diventa un esempio di partecipazione che nasce dal basso.
«La vicenda di Gaza è una di questa», scrive Scotto riferendosi a quelle iniziative capaci di generare «fiammate» imprevedibili e di scuotere coscienze apparentemente sopite.
La notte dell’attacco e la paura
La parte del diario dedicata alla navigazione restituisce poi tutta la tensione della missione. Una notte, le comunicazioni vengono disturbate e arrivano gli attacchi: flash bang, bombe sonore, polveri urticanti, esplosivi lanciati da droni. Alcune imbarcazioni vengono danneggiate e la navigazione diventa ancora più difficile.
«Non è stato facile trattenere la paura».
Ma proprio in quel momento emerge una responsabilità che Scotto sente nei confronti degli altri: avere paura non significa poter cedere alla paura. Bisogna mantenere la rotta e, contemporaneamente, trovare la forza di rassicurare chi è a bordo. La missione, da gesto simbolico, diventa così una prova concreta di responsabilità reciproca.
Poi arrivano le difficoltà a Creta, la necessità di sostituire alcuni membri dell'equipaggio, l'arrivo di un nuovo capitano e la riorganizzazione delle barche. Parallelamente si apre anche un confronto istituzionale e religioso, con il tentativo di mettere in contatto i vertici della Flottilla con il cardinale Zuppi e con il patriarca Pizzaballa, nella speranza che un intervento potesse favorire almeno simbolicamente l'apertura di un canale umanitario.
L'arresto e il ritorno
La parte più drammatica del racconto è quella dell'intercettazione e dell'arresto. Scotto descrive le perquisizioni, l'isolamento, l'impossibilità di incontrare immediatamente un avvocato o di ricevere assistenza consolare, il trasferimento nelle celle e le ore trascorse in attesa di sapere quale sarebbe stata la sorte dei partecipanti alla missione.
Particolarmente forte è il momento nel quale l'autore deve firmare il documento relativo al rimpatrio. Accanto alla firma aggiunge una precisazione che assume il valore di una dichiarazione politica e personale:
«Ho agito secondo il diritto internazionale».
Il racconto non nasconde la paura né le condizioni di umiliazione vissute dagli attivisti. Ma accanto alla sofferenza dell'esperienza personale compare anche la memoria delle vittime e della distruzione vista nei luoghi visitati.
Il ritorno a Fiumicino segna finalmente il ricongiungimento con i familiari e con coloro che avevano seguito la vicenda dall'Italia. Ma il viaggio, racconta Scotto, non finisce con lo sbarco.
Dopo la Flottilla comincia infatti un altro viaggio: quello attraverso l'Italia, con incontri pubblici in molte regioni, per raccontare l'esperienza e continuare a parlare di Gaza.
«Non un semplice racconto, ma un corpo a corpo continuo per restituire l’esperienza della flottilla e continuare a discutere di Gaza, misurare i rumori del Paese, ascoltare opinioni anche lontane dalle proprie, mettere alla prova convinzioni, parole, priorità».
La memoria diventa quindi responsabilità: non lasciare che l'esperienza vissuta rimanga soltanto personale, ma trasformarla in occasione di discussione pubblica.
E nelle pagine finali emerge una considerazione sul significato dell'Occidente e della politica: un Occidente che ha conosciuto fascismo e colonialismo, ma anche movimento operaio, femminismo, libertà e costruzione repubblicana.
«L’Occidente è stato molte cose: fascismo e colonialismo, ma anche movimento operaio, femminismo, libertà, costruzione repubblicana; uno spazio di conflitto e di possibilità, non un destino».
È da questa consapevolezza che Scotto dice di ricavare una lezione. Una lezione racchiusa nelle parole di David Grossman:
«Sentivo che stavo finalmente facendo lo sbaglio giusto. Tutto qui».
Il dibattito: dalla Flottilla alla responsabilità della politica
Nel suo saluto, il sindaco Giuliano Di Costanzo ha sottolineato il significato dell'iniziativa come momento attraverso il quale una comunità può far sentire la propria voce davanti a ciò che accade in Palestina. Ha ricordato inoltre il valore simbolico delle precedenti prese di posizione del Consiglio comunale e la necessità di tenere desta l'attenzione sui diritti della popolazione palestinese.
Aldo Cennamo ha insistito invece sul rapporto tra politica, coerenza e partecipazione. Il suo ragionamento è partito proprio dalla necessità di non permettere che la questione palestinese scompaia dalle prime pagine e dall'attenzione dell'opinione pubblica.
Ha definito la Flottilla un'esperienza capace di dare concretezza a valori che troppo spesso rimangono soltanto dichiarazioni. Il punto centrale, nella sua lettura, è che non basta dire di volere qualcosa: bisogna essere disposti ad agire per realizzarla.
La Flottilla, ha sostenuto, ha avuto anche questo significato: persone consapevoli dei rischi hanno deciso di partire pur sapendo che difficilmente gli aiuti sarebbero arrivati a destinazione. E proprio per questo il gesto ha assunto un valore politico e morale: dire che davanti alla sofferenza non è possibile voltarsi dall'altra parte.
Cennamo ha poi richiamato il ruolo dei giovani, sottolineando come la mobilitazione internazionale attorno alla Palestina rappresenti un segnale importante in una stagione nella quale molti giovani sembrano lontani dalla politica. La coerenza dimostrata dai partecipanti alla Flottilla può invece restituire credibilità all'impegno pubblico e al rapporto tra valori e azione.
La politica torna ad avere senso quando riesce a unire concretezza e idealità, quando le parole diventano comportamenti e quando gli obiettivi, anche se sembrano lontani, continuano a orientare le coscienze.
È questa, in fondo, una delle domande che la serata di Volla ha lasciato aperte: come restituire alla politica la capacità di indicare un orizzonte e, contemporaneamente, di intervenire sulle sofferenze concrete delle persone?
Souzan Fatayer: la voce di chi porta dentro di sé la tragedia
Particolarmente intenso è stato l'intervento della professoressa Souzan Fatayer. Palestinese residente in Italia, Fatayer ha parlato non soltanto come docente o esponente della comunità palestinese, ma come persona legata direttamente alla terra e alle persone che stanno vivendo la tragedia.
Il suo intervento è stato attraversato dall'emozione. Ha ricordato che la questione palestinese non può essere fatta coincidere soltanto con il 7 ottobre, perché la sofferenza della popolazione palestinese ha radici più lontane. Ha raccontato il dolore per i familiari, per i bambini, per una generazione privata della normalità, della scuola, dell'infanzia e del futuro.
La sua testimonianza ha trasformato la parola «Palestina» da questione geopolitica in esperienza umana. Il suo appello è stato quello di sentire la sofferenza palestinese, di non limitarsi alle dichiarazioni, di non abituarsi alla morte e di continuare a chiedere dignità e futuro.
È stato probabilmente questo uno dei momenti più coinvolgenti della serata: quando la grande storia è entrata nella dimensione privata delle famiglie, dei bambini, delle case perdute, delle persone che aspettano notizie dei propri cari.
Antonio Bassolino: il diritto internazionale e il rischio di un mondo governato dalla forza
Nel suo intervento, Antonio Bassolino ha allargato lo sguardo dalla vicenda della Flottilla alla crisi dell'ordine internazionale.
Il punto di partenza è stata la crisi di quell'insieme di strumenti costruiti dopo la Seconda guerra mondiale: la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, le convenzioni internazionali, il diritto del mare, le Nazioni Unite, l'Unione europea e la Corte penale internazionale.
Bassolino ha osservato come il principio del multilateralismo rischi di essere sostituito dall'idea che la forza possa riscrivere i confini, superare i trattati e diventare essa stessa una regola.
Nel suo ragionamento, la tragedia palestinese diventa così parte di una crisi più ampia: quella di un sistema internazionale nel quale le istituzioni sembrano sempre più incapaci di fermare le guerre e garantire il rispetto del diritto.
Ha richiamato anche la necessità di una maggiore iniziativa europea e italiana, sostenendo che l'Europa non possa ridursi a un semplice spazio economico, ma debba tornare a essere protagonista sul terreno del diritto internazionale, della pace e della tutela della dignità umana.
Ma il suo intervento non si è concluso con una visione priva di speranza. Al contrario, Bassolino ha individuato nella partecipazione dei giovani e nelle esperienze di solidarietà un segnale da coltivare. La Flottilla, nella sua lettura, è stata «un mezzo», non il fine: ciò che conta è ciò che essa ha saputo riaccendere, cioè la partecipazione, la solidarietà, la politica come strumento per costruire giustizia.
«La flottiglia è stato un mezzo, non può essere un fine. È stato l’innesco che ha riportato soprattutto migliaia e migliaia di ragazzi a fare politica attorno a un popolo».
E ancora: la speranza, per quanto piccola, esiste quando le persone scelgono di stare dalla parte di chi soffre, quando si organizzano, quando esercitano pressione affinché il diritto torni a prevalere sulla forza.
Una nuova rotta
Il titolo del libro parla di una «nuova rotta». A Volla è apparso chiaro che questa rotta non riguarda soltanto una navigazione verso Gaza.
È una rotta politica e soprattutto umana.
Il viaggio raccontato da Scotto mette insieme il mare e la terraferma, la paura e il coraggio, la politica e la coscienza individuale, le grandi questioni internazionali e la vita quotidiana delle persone. È il racconto di una scelta che nasce dall'idea che, davanti all'ingiustizia, anche un gesto simbolico possa contribuire a rompere il muro dell'indifferenza.
La serata di Volla ha riproposto con forza proprio questo interrogativo: che cosa significa oggi essere dalla parte della dignità umana?
Non significa necessariamente avere risposte semplici. Significa, prima di tutto, non smettere di interrogarsi. Significa non accettare che le vittime diventino numeri, che le guerre diventino una consuetudine, che il diritto internazionale venga considerato un ostacolo quando entra in conflitto con gli interessi dei più forti.
E significa continuare a parlare, anche quando parlare sembra inutile.
Perché, come emerge dalle ultime pagine del libro, la Flottilla non è stata soltanto un insieme di barche dirette verso una terra martoriata. È stata una scelta di campo contro la rassegnazione. Una scelta nella quale la politica ritrova la propria ragione più profonda: mettere in relazione valori e azioni, ideali e concretezza, giustizia e responsabilità.
E forse è proprio qui che la testimonianza di Arturo Scotto incontra quella della professoressa Fatayer, le parole di Cennamo e Bassolino, l'impegno dell'amministrazione comunale e la partecipazione delle tante persone presenti a Volla.
Tutti, da prospettive diverse, hanno finito per parlare della stessa cosa: della necessità di non perdere l'umanità davanti alla disumanizzazione.
Ed è una necessità che, come ricordato anche nel riferimento conclusivo alla Magnifica Humanitas, assume oggi un significato ancora più urgente: “in un tempo in cui la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione, abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani”