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La “Festa della Liberazione” il 25 aprile, commemora in Italia la liberazione dal nazi fascismo, la fine dell’occupazione nazista e la definitiva caduta del regime fascista. Una importante festa che, quest’anno, è resa  triste, dalla guerra in Ucraina, dai tanti lutti che sta comportando, dalle tante paure che sta suscitando per un possibile ampliamento del conflitto.

Abbiamo pensato di pubblicare, invece di uno degli innumerevoli pezzi che,  sulla stampa,  discutono dei motivi di questa guerra, su some uscirne, su quali conseguenze potrà determinare,  un pezzo ripreso da “Il Tascabile”, a firma della giornalista scientifica Agnese Codignola su “Effetto Farfalla”. L’auspicio è che si realizzi, anche tra gli umani,  ciò che avviene  “Nell’universo della Fender blu dove  l’effetto farfalla è evidente. Senza farfalle non ci sarebbero fiori e, senza fiori, non ci sarebbe vita. Ma per salvare le farfalle va salvato il mondo.” (NdR)


Effetto farfalla

di Agnese Codignola

Tratto da “Il Tascabile” del 15.4.22

 

Una lettura di La vita e i segreti delle farfalle, catalogo di storie, ricerche e passioni fuori dal comune.

Maria Sibylla Merian nacque a Francoforte sul Meno, in Germania, nel 1647. Cioè in un’epoca in cui si riteneva che la vita procedesse per germinazione spontanea, e che i bruchi fossero “i vermi del demonio”. Chi la pensava diversamente, soprattutto se donna, rischiava l’accusa di stregoneria. Ma Merian, che non aveva ricevuto alcun tipo di istruzione, e che era destinata ai lavori più umili, a 13 anni si appassionò proprio ai bruchi, e dopo poco passò all’osservazione diretta dei fenomeni, incarnando così l’innovazione scientifica più importante del secolo. Come racconta Wendy Williams, nel suo La vita e i segreti delle farfalle. Scienziati, ladri e collezionisti che hanno inseguito e raccontato l’insetto più bello del mondo (Aboca, traduzione di Maurizio Ricucci), Merian “osservò i bruchi fuoriuscire dalle uova, mutare la cuticola più volte durante la crescita, e poi diventare crisalidi. Si rese conto che da un certo tipo di crisalide prodotta da un certo tipo di bruco emergeva poi una specifica farfalla”. Ma non si limitò ad osservare. Disegnò e dipinse (con l’acquarello, perché la pittura a olio era vietata alle donne). E così, “studiando bruchi, falene e farfalle per più di cinquant’anni, riuscì ad accumulare una mole di dati tale da dimostrare chiaramente come l’idea della generazione spontanea fosse insostenibile”.

Trascinata dal suo incontenibile amore per i lepidotteri, Merian compì un’impresa all’epoca impensabile: fu la prima donna in assoluto a imbarcarsi da sola per il Nuovo Mondo (in compagnia della figlia ventunenne, e dopo aver lasciato il marito), e la prima persona a partire esclusivamente per fini scientifici. Perché lì, in Suriname, c’erano sicuramente farfalle interessanti. Ci rimase due anni, e al suo rientro pubblicò quei disegni che subito destarono meraviglia, per la qualità e la bellezza delle riproduzioni di farfalle che nessuno aveva mai visto, in Europa.

Nel suo libro, Wendy Williams racconta la storia umana della passione e dell’interesse scientifico per le farfalle, una storia inaspettata fatta di ossessioni, avventure, suicidi, furti e rovine economiche, una storia che ha come protagoniste anche molte donne come Maria Sybilla Merian che, in nome delle farfalle, sembrano essere state capaci di superare i limiti del proprio tempo.

Un’altra donna è infatti al centro della scoperta di quella che probabilmente è la prima farfalla esistita sulla Terra, e anche la sua è una storia da raccontare. Nata nel 1849, Charlotte Hill a 13 anni era già sposa e a 25 prossima a diventare nonna di nipoti di alcuni dei suoi sette figli. L’evento cruciale della sua vita fu però il trasferimento dall’Indiana a Florissant, in Colorado, proprio in mezzo a un enorme bacino di sequoie fossili. Lì Charlotte trovò la farfalla di Florissant (Prodryas persephone), vecchia di 56 milioni di anni, e da quel momento iniziò una battaglia per la preservazione del sito, diventato poi mecca per ricercatori di tutto il mondo e infine, dopo molte battaglie, area protetta. Grazie a Charlotte, la Florissant è oggi ad Harvard, ed è uno dei venti esemplari di farfalle fossili scoperte finora nel mondo.

Blue Morpho Butterfly, di Martin Johnson Heade.

Quando il grande entomologo Edward Osborne Wilson scrisse che “la terra è dei piccoli” pensava soprattutto alle sue amate formiche. Ma è un adagio che si può estendere anche ai bruchi, che con le formiche stabiliscono, a volte, quando conviene, rapporti simbiotici. I bruchi e le loro forme più mature, le farfalle appunto, e le falene, sono capaci di comportamenti straordinari. In più, come spesso accade, la conoscenza della biologia delle farfalle, così come quella delle loro abitudini, è stata la porta d’ingresso per molte altre scoperte. È infatti studiando la particolarissima rifrazione delle onde luminose delle ali delle farfalle, per esempio, che si è visto il primo esempio di una nuova figura geometrica, il giroide, ipotizzato nel 1970 dal fisico della NASA Alan Schoen: esiste davvero, nelle squame delle ali di una farfalla che all’occhio umano risultano colorate di un verde acido assoluto.

I colori delle ali non derivano da pigmenti, ma dalla disposizione delle squame che le compongono, che fanno scivolare la luce quasi senza ostacoli. La scoperta si deve a ricercatori che studiano la “fisica della bellezza” come Nipam Patel, che oggi dirige che uno dei laboratori di biologia marina più prestigiosi del mondo: quello di Woods Hole in Massachusetts (carica che ha accettato solo dopo aver avuto l’assicurazione che ci sarebbe stato spazio anche per le sue oltre 50.000 farfalle). Scrive Williams: 

[Patel] mi mostrò le foto degli alberi di Natale, o almeno di ciò che questo gruppi di scienziati pazzi per le farfalle chiama così. (…) Hanno scoperto che le squame hanno un profilo peculiare, regolare e ordinato, che ricorda appunto la sagoma di un abete. (…) La luce gioca strani scherzi.

E la danza della luce sulle squame è ciò che rende una delle farfalle più amate e studiate, la morfo blu, irresistibile per l’occhio umano: 

La luce solare, quando colpisce la squama di una morfo blu, si riverbera tutt’intorno, e la maggior parte delle lunghezze d’onda va incontro a dispersione o diffusione. Solo una – quella corrispondente all’azzurro – resta sufficientemente ordinata per essere riflessa, e quindi percepita dall’osservatore. Questa è una delle ragioni del fascino che questo colore esercita su di noi: è un azzurro puro. Incontaminato. Luminoso. Intenso. I colori creati dai pigmenti non hanno questa qualità.

Oltre a essere utili a Charles Darwin per dimostrare gli scherzi dell’adattamento a un certo ambiente grazie alle interazioni tra orchidee e falene, i lepidotteri hanno poi insegnato molto sull’etologia, e sull’interconnessione. Un esempio, tra i diversi raccontati da Williams, è quello di un’altra donna, Miriam Rothschild, erede della famiglia dei banchieri inglesi, che il padre non fece studiare, ma che iniziò, piuttosto, all’amore per le pulci (e ne possedeva oltre 260.000), dalle quali il passaggio alle farfalle fu per lei naturale.

Miriam, che “indossava spesso abiti viola in stile tenda abbinati a sciarpe della stessa tinta” fino alla sua scomparsa, nel 2005, a 96 anni fu un’autorità assoluta sulle farfalle monarca, scrisse molti libri e più di 200 articoli, e ne descrisse i rituali di accoppiamento sintetizzandoli così: “la farfalla monarca può essere considerata un perfetto esempio in natura del maschio porco sciovinista”. Ce l’aveva con il fatto che il maschio non ricorre a corteggiamenti e stratagemmi, ma “fa cadere a terra la femmina e, mentre è mezza stordita, la prende con la forza”.

Proprio le monarca rappresentano bene quanto ancora ci sia da scoprire su questi insetti: percorrono ogni anno migliaia di chilometri da diversi stati nordamericani fino al Messico, ma ancora non si sa esattamente che cosa li spinga a comportarsi così né, se non in piccola parte, quali siano i fattori che ne influenzano le scelte. 

Un’altra farfalla, poi, la farfalla blu di Fender (Icaricia icarioides fenderi, in onore dell’entomologo amatoriale Kenneth Fender), di un fantastico blu royal, ha aiutato a capire ancora meglio quanto complesso sia il loro mondo, suggerendo che qualcosa di simile possa avvenire se non per tutte le specie, per molte, e dimostrando quanto sia importante evitare a ogni costo che sparisca anche solo una piccola farfallina americana come questa.

La farfalla blu di Fender, endemica della valle di Willamette, in Oregon, in effetti stava per estinguersi: ci sono voluti 35 anni per capirla e porre rimedio. In sintesi, i suoi bruchi mangiano solo capolini fino a un certo stadio di sviluppo, e poi si buttano per terra, dove secernono un nettare speciale. Questo attira le formiche, che di solito predano creature vulnerabili come i bruchi ma che, in questo caso “lo sollevano e lo portano al loro nido, come un eroe ferito”. Qui viene nutrito come una regina, e riposa per tutto l’inverno. Al suo risveglio, banchetta con le larve di formica e diventa farfalla. Tutto ciò avviene perché il bruco emette odori e, incredibilmente, suoni simili a quelli di una regina. Ma le variabili che possono mandare tutto a monte sono moltissime, e ogni più piccola alterazione può compromettere tutto. Contano infatti la temperatura dell’aria, il livello di pioggia, ma anche la presenza di animali da pascolo, che devono brucare i capolini al punto giusto, e poi il timo, di cui si nutre la farfalla adulta e le altre erbe: un intero ecosistema, che è stato riprodotto in una riserva solo dopo molti anni di numerosi tentativi, e che ha portato alla salvezza di una specie destinata a scomparire. 

Nell’universo della Fender blu l’effetto farfalla è evidente. Senza farfalle non ci sarebbero fiori e, senza fiori, non ci sarebbe vita. Ma per salvare le farfalle va salvato il mondo. Williams cita, per concudere, le parole di Vladimir Nabokov, eccellente lepidotterologo, in Ascolta, ricordo:

E il godimento supremo dell’assenza di tempo lo provo quando vengo a trovarmi tra farfalle rare e piante che danno loro nutrimento. Questa è estasi, e dietro l’estasi c’è qualcos’altro, difficile a spiegarsi.

 

Agnese Codignola è laureata in chimica e tecnologie farmaceutiche. Dopo anni nel campo della ricerca, si è dedicata interamente all’attività giornalistica. Oggi collabora con i principali gruppi editoriali italiani (RCS, Espresso-Repubblica, Il Sole 24 Ore, Focus-Mondadori e altri) occupandosi di salute, alimentazione, sostenibilità ambientale e scienza in generale. Il suo ultimo libro è “Il lungo Covid. La prima indagine sulle conseguenze a lungo termine del virus" (Utet, 2022).