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Lucrezio


L’autore del De Rerum Natura (Pompei 98/94 a.C. – Roma 50/55 a.C.), nel I secolo a.C., sovvertiva tutti i luoghi comuni del tradizionalismo romano: la religione di Stato, i culti pagani, gli intrighi di potere. Un irregolare, incontrollabile con una forte libera immaginazione.

Così ce lo racconta Ivano Dionigi, ex rettore dell’Università di Bologna, nel suo interessantissimo volume “L’apocalisse di Lucrezio” ed. Raffaello Cortina.

I principi costitutivi della realtà, secondo Lucrezio, non sono regolati da un Dio o dalla mano umana, ma dalla natura stessa, grande, autonoma regina di sé.

Per Lucrezio tutto è in trasformazione, nei cicli infiniti di aggregazione e disaggregazione, tutto è in relazione. Questa visione laica sfida ogni limite e concepisce un’infinita pluralità di mondi possibili, di terre abitate da altre creature. Gli dei sono scomparsi, indifferenti alle sorti umane e l’umanità è solo un frammento brulicante nell’universo.

Natura e cosmo al posto degli Dei e di un’umanità biascicante.

Lucrezio ha il futuro nel sangue; ce ne siamo accorti durante la recente pandemia, ci ricorda Dionigi, rileggendo ciò che ha scritto, nel I secolo a.C., sulla peste di Atene: tra balbettii dei medici e dei sacerdoti, lo strazio di non poter dare commiato ai propri cari, Lucrezio descrive il contrasto tra l’arroganza umana e la marginalità della nostra presenza nel cosmo.

Temi tutti di grande attualità. Come quando Lucrezio descrive i due temi potenziali generatori d’ infelicità nell’umanità: l’attaccamento alla vita e la paura della morte.

Attaccamento alla vita che sfocia nel nevrotico attaccamento al potere economico e politico, nella volontà di dominio sull’altro, nelle sofferenze d’amore, nell’inseguire provvisori trionfi.

Paura della morte; paura vana perché se c’è lei non ci siamo più noi; perché prima che nascessimo è già esistita un’eternità senza di noi; perché tutto è destinato a finire, lasciando spazio agli altri, preludio di nuove vite.

Lucrezio, più di due millenni fa aveva predetto: viviamo su un granello insignificante del cosmo eppure ce lo contendiamo col ferro e con il fuoco, tutti intenti a conquistare la nostra piccola aiuola. Non c’è alcun inferno da temere nell’al di là; l’inferno ce lo creiamo noi nell’aldiquà, con la paura e l’ignoranza, fomentando l’odio e le guerre.

Nella nostra ignoranza tentiamo di sovvertire l’ordine della natura, l’ordine del mondo. Fa parte dell’ordine del mondo, spiega Dionigi, la “legge del due”. Polarità che rimanda a vita e morte, Venere e Marte, vagiti delle nascite e pianti dei funerali. Si tratta di una legge invisibile ed invincibile che non ci condanna al disfattismo e al nichilismo, ma ci conduce al piacere di illuminarla con la luce della ragione, abbracciando serenamente la natura delle cose, arrendendosi al vero e combattendo i falsi idoli.

Per uscire dai guai dei nostri tempi, scrive Dionigi, bisogna unire il profeta della tecnica Prometeo, con tutte le ambivalenze del progresso umano, che già Lucrezio seppe intravedere, con il profeta della sapienza umanistica, Socrate. 

Questa la via per smontare “l’infernale aldiquà”, col suo bagaglio di paure, ignoranza, odio, la totale imbecillità delle guerre.

Roberto Landolfi