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L’Italia svuotata

Un viaggio tra le insostenibili diseguaglianze tra i centri e le periferie del “Belpaese”.

di Sarah Gainsforth
tratto da “Il Tascabile” del 28.11.23

Sarah Gainsforth è ricercatrice indipendente e giornalista freelance. Scrive di trasformazioni urbane, abitare, diseguaglianze sociali, gentrificazione e turismo. Scrive soprattutto per L’Essenziale e Internazionale. È autrice di Airbnb città merce, Storie di resistenza alla gentrificazione digitale (Derive Approdi, 2019), finalista Premio Napoli 2020; Oltre il turismo, Esiste un turismo sostenibile? (Eris Edizioni, 2020); Abitare Stanca. La casa: una storia politica (Effequ 2022). Vive e lavora a Roma.


In L’Italia Vuota, viaggio nelle aree interne (Laterza, 2022), Filippo Tantillo esplora la parte dimenticata del paese, quella delle aree interne, definite in base alla distanza dai servizi essenziali, quelle dunque uscite sconfitte nella competizione con le città, dove le politiche di investimento hanno concentrato la ricchezza. Ma dalle città, che succhiano più risorse di quante ne redistribuiscano al territorio circostante, questa ricchezza non è ‘gocciolata’ a tutti, e una gran parte del Paese è stata lasciata indietro. Il diario di viaggio di Tantillo, che è stato coordinatore scientifico per la Strategia nazionale aree interne (Snai), si snoda attraverso questa “Italia vuota”, che in verità costituisce il 60% della penisola, facendo emergere i dettagli del paesaggio, i desideri e le difficoltà, i conflitti, le energie e i progetti in corso, per “dare più valore all’intelligenza delle persone che la abitano”. Oggi queste aree, che includono le periferie urbane, sono destinatarie di politiche di tipo compensativo. Ma è il paradigma che va cambiato perché “la crescita delle diseguaglianze sociali e territoriali sta raggiungendo un livello insostenibile per un sistema democratico”, si legge nell’introduzione al libro.

Oggi le aree interne, che includono le periferie urbane, sono destinatarie di politiche di tipo compensativo, ma la crescita delle diseguaglianze sta raggiungendo un livello insostenibile.
L’inversione del paradigma, allora, inizia nel racconto. Il libro restituisce una dimensione concreta e specifica a luoghi abituati all’oblio oppure a subire sguardi e narrazioni astratte, scollegate dalla realtà, che si impongono dall’alto e finiscono per plasmarli. Contro l’imposizione di un immaginario finto, e per uscire dall’eterno presente delle politiche istituzionali che parlano di “rilancio” dei territori – ma i luoghi non hanno bisogno di essere “rilanciati”, semmai di essere conosciuti – il racconto restituisce spessore alla realtà, uno spessore anche storico. “Fare politica è fare cultura, intervenire sul pensiero, sui modi di ragionare, e viceversa” mi racconta Tantillo.

“Se oggi guardiamo alle aree interne vediamo solo dei puntini, dei paesini spopolati qua e là” spiega Tantillo. “Ma un tempo i paesi erano connessi in sistemi economici policentrici”. Per questo i paesi non vanno considerati singolarmente: “lo spopolamento ha reso soli i paesi, ma fino a un secolo fa esistevano relazioni economiche, urbanistiche, sociali e culturali molto intense tra questi centri”.

 “Con l’industrializzazione questo sistema è stato smantellato, combattuto, vinto. Il mondo che resisteva all’urbanizzazione è stato rappresentato come ‘il passato’, negativo, a tratti diabolico” mi racconta Tantillo. A un certo punto tutto quello che non era città è diventato obsoleto, o idillico. “L’Esposizione internazionale di Londra, nel 1851, attirò sei milioni di visitatori e inaugurò l’idea che il futuro è della grande città. In Italia, tra la fine dell’Ottocento, con l’Esposizione di Torino del 1884 e l’inizio del Novecento, si costruisce il racconto dell’Italia come un insieme di cartoline, come Paese di sonnolenti province e luoghi pittoreschi. Inizia allora il branding del Belpaese – il formaggio Belpaese nasce nel 1906. Questa rappresentazione è il risultato di precisi interessi economici, industriali, urbani”.

Oggi, con la crisi di quella idea di modernità, si cercano alternative. “L’urbanizzazione, la crescita della cultura, dell’economia, del benessere, della mobilità sociale: tutto quello che era garantito dalla città oggi è entrato in crisi”. Così si guarda fuori dalle città. “Il numero di coloro che sono espulsi dalla città oggi è cresciuto a tal punto che straripa nei territori considerati anti-moderni. Anche per questo le aree interne sono guardate come luoghi della possibilità, della modernità futura. E la crisi climatica determina un nuovo immaginario”.

In Italia, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, si costruisce il racconto dell’Italia come un insieme di cartoline. 
Nelle aree rimaste fuori dalla modernità il mercato non è arrivato. “Quello delle aree interne è uno spazio economico dove non c’è accumulazione, e per questo è marginalizzato”. Il forno di paese non produce più pane di quanto ne consumano i clienti abituali e può capitare, come succede a Tantillo in Molise, di restare senza cena perché il bar ha chiuso e il ristorante è a 20 chilometri. Di che cosa vivono allora queste aree? “Altrove vivono di welfare” mi spiega Tantillo. Fa l’esempio della Finlandia, un paese con una bassissima densità abitativa, dove molte aree sono da sempre spopolate. “Il welfare è un motore economico. Questi territori riescono a creare economie – reddito, lavoro, ricchezza, tutela del territorio – a partire dalla creazione di servizi. Non è un caso che il welfare sia forte nei paesi nordici”.

Le nostre aree vivono di proprietà condivisa, di terreni a “uso civico”, chiamati Regole, comunanze, università agrarie. “Sono proprietà collettive, residui, riserve indiane, dell’economia comunitaria del bosco” scrive Tantillo. In Val Visdende, a Santo Stefano di Cadore, un’associazione di architette sta costruendo una casa armonica con legni di risonanza, una residenza per musicisti, una sala di registrazione. L’iniziativa è uno dei progetti di ricostruzione partecipata del bosco nell’area del Trentino colpita dal ciclone Vaia. È appoggiata da diversi enti, tra cui la Regola di Casada che possiede in comune un bosco pubblico di quasi 5000 ettari. Ma anche qui la tutela ambientale è finalizzata sempre di più alla logica turistica.

Il bosco ai piedi del Terminillo rischia di essere tagliato per far posto a un progetto di espansione della stazione sciistica, in un’area in cui manca la neve ormai da molti anni. “Il Terminillo con le sue pareti severe, le creste affilate e i circhi glaciali che contornano la vetta è ancora oggi un luogo bellissimo, ma non c’è bisogno di proiettarsi in un futuro remoto per capire che nel giro di pochi decenni queste aree saranno del tutto inabitabili. È un’emergenza, eppure la sensazione è che non si abbiano gli strumenti teorici utili a intervenire rapidamente per fermare questa deriva” scrive Tantillo.

Quello delle aree interne è uno spazio economico dove non c’è accumulazione, e per questo è marginalizzato.
Non abbiamo strumenti perché, come la logica turistica, anche le politiche istituzionali sono astratte, non sono territorializzate. Non a caso spesso il turismo è il loro “orizzonte indiscusso di sviluppo”. Separandoci dal paesaggio, presentandolo come idillico e incontaminato, proponendo ricette calate dall’alto, la logica turistica toglie la capacità di progettare il futuro. L’illusione turistica rompe la relazione con il contesto, interrompe il rapporto con il mondo e per questo rende inabitabili i luoghi.

Ma la soluzione all’emergenza climatica, scrive Tantillo, va cercata nei territori: nelle pratiche di sopravvivenza che cittadini e amministratori sperimentano già oggi di fronte alle difficoltà dei mutamenti climatici. “Molti sono quelli che si sono messi letteralmente in cammino, in lungo e in largo per il paese, per tracciare nuovi sentieri di esplorazione dell’Italia vuota, da fare a piedi, alla ricerca di sguardi diversi”.

Ci sono diverse insidie. Innanzitutto, si rischia di cadere nella retorica delle “buone pratiche”. “Le piccole esperienze, per quanto buone, da sole non possono sopravvivere come isole felici in un mondo dominato da dinamiche di violenza ed esclusione – scrive Tantillo. Non ci si può illudere che diffondendo queste ‘buone pratiche’ a macchia d’olio le cose cambino. Se non le si porta a una dimensione sistemica, questo mondo continuerà a convivere con esse, privandole delle risorse per crescere realmente o mettendole a tacere quando serve”.

Un altro rischio è la cooptazione delle progettualità nuove, “portatrici di una nuova visione che connette giustizia sociale e ambientale, che rischia di diventare egemone e che sembra terrorizzare una buona parte della classe dirigente”. Il rischio è la colonizzazione di queste nuove istanze per alimentare il vecchio modello della crescita. “Tutta la narrazione della green-economy è questo: trovare nuovi margini per fare capitalismo sulla ricostruzione di quello che è stato distrutto. Distruggere per poter ricostruire. È la logica del termovalorizzatore che si alimenta di spazzatura” mi dice Tantillo.

Non abbiamo strumenti perché, come la logica turistica, anche le politiche istituzionali sono astratte, non sono territorializzate. Spesso il turismo è il loro ‘orizzonte indiscusso di sviluppo’.
Se la crisi climatica sta mostrando i limiti del modello di accumulazione capitalista e di organizzazione gerarchica del territorio, il mondo delle piante ci indica una soluzione: “è l’assenza di gerarchie degli organi vitali che rende solide le piante, la decentralizzazione delle funzioni, l’assenza di centri di comando” racconta a Tantillo Stefano Mancuso, che dirige il Laboratorio di Neurobiologia Vegetale dell’Università di Firenze. Forme di organizzazione decentralizzate, di decisione diffusa, “dove il consenso e l’autorità derivano dalla propria competenza” stanno diffondendosi velocemente. È il modello delle comunità energetiche che si sottraggono al controllo centralizzato delle risorse. Secondo Tantillo “la rinuncia all’antropocentrismo diventa, quindi, essenziale per la sopravvivenza della nostra e delle altre specie animali, e la promozione della biodiversità è lo strumento più forte che abbiamo contro le fragili autocrazie, le quali devono affidarsi alla violenza per sopravvivere”.

La resistenza al cambiamento, però, non viene solo dalle città. Se il futuro di alcune aree in via di desertificazione in Italia dipenderà dal tasso di immigrazione, “i flussi dell’economia finanziaria e dei migranti sono oggi percepiti da buona parte degli abitanti dell’Italia vuota come una minaccia, che ricalca ampiamente la contrapposizione fra identitarismo e cosmopolitismo, e che li spinge, un po’ dappertutto, a votare con risentimento”.

In alcuni paesi nel Nord Italia non è rimasto neanche un bar. “La vita si svolge in casa. È qui che cova il risentimento”, mi spiega Tantillo. “Le piccole patrie odiano la città e la mixité, come direbbero gli urbanisti. La cultura reazionaria della Lega nasce qui, nelle montagne, e attacca le città”. Ma l’idea delle comunità identitarie è un’invenzione. “Negli ultimi cento anni tutti hanno cambiato posto in Italia, anche gli abitanti delle aree interne. L’agricoltura è stanziale, esistevano comunità agricole, ma non è più così da cento anni, e forse non è mai stato così”. Lo stereotipo delle comunità immobili, stanziali e coese è un’altra invenzione del Grand Tour e, più recentemente, di Airbnb. “Le narrazioni territoriali servono a vendere prodotti locali” spiega Tantillo.

La soluzione all’emergenza climatica va cercata nelle pratiche di sopravvivenza che cittadini e amministratori sperimentano già oggi.
Il geografo Franco Farinelli collega la crisi dello spazio al tema della crisi di uno Stato statico fondato su un codice spaziale in cui le persone non si muovono. Oggi la mobilità è in aumento – e la crisi degli affitti deriva anche da questo. Ma gli strumenti per leggere e guidare le trasformazioni sono datati, sono pensati per fotografare situazioni fisse, oltre che per controllare qualcuno e per ignorare qualcun altro. E il problema della rappresentanza politica in Italia, che esclude fette di popolazione sempre più ampie, sta raggiungendo livelli insostenibili.

Nelle aree interne le decisioni sono prese da proprietari assenteisti. “Serve un progetto di riorganizzazione territoriale, anche amministrativo, che sia anche un nuovo progetto di cittadinanza”, mi dice Tantillo. “Dopo il terremoto di Amatrice c’è stata una fuga di massa dall’Appennino centrale: da un giorno all’altro paesi con ottanta abitanti se ne sono ritrovati dieci”. Nelle aree interne non esiste economia senza i beni civici, ma un uso civico è definito in base al numero di residenti: si vota. “Di fronte alla proposta di un gruppo di imprese tra cui la Ferrero di cedere in concessione gli usi civici dell’area del cratere del terremoto di Amatrice per convertirli per la coltivazione delle nocciole a fronte di un indennizzo di pochi spicci per ogni residente, la gran parte della popolazione, quella che era andata via prima e dopo il terremoto, avrebbe votato per cedere l’uso civico. Gli allevatori e tutti coloro che sono rimasti, che hanno bisogno del bosco per l’economia locale, di spazi per il pascolo, dell’acqua, e che oggi vi accedono perché il bosco è un bene comune, erano contrari”.

Nelle aree interne le decisioni sono prese da proprietari assenteisti.
La rappresentazione degli interessi spesso non corrisponde a quelli della popolazione effettiva. “La domanda che i cittadini si sono posti è stata: come si fa a evitare che quelli che sono andati via, che sono la maggioranza e che risultano residenti, votino per dare via tutto?”, prosegue Tantillo. “È emersa quindi l’ipotesi che la rappresentanza locale potesse essere espressa in una formula che potremmo definire ‘la performance di cittadinanza’. In sostanza: se stai un mese il tuo voto vale uno, se stai due mesi vale due, e via dicendo. Ma il profilo costituzionale di questa operazione è alquanto dubbio” racconta, ridendo. La questione, però, è seria. “Abbiamo coinvolto alcuni dottorandi dell’Università di Ancona e la facoltà di giurisprudenza dell’Università di Viterbo per approfondire i margini giuridici di questa ipotesi. La finalità ultima è dare più peso all’uso che alla proprietà. Perché il futuro delle aree interne si gioca su questo”. Forse è proprio vero, allora, che il futuro del paese si gioca nelle aree interne.