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Sei ansioso? Fai come gli scettici

Si apre la settimana del Natale. Festa religiosa ma anche civile, familiare. Del Natale si è scritto tanto ed è una festa che coinvolge davvero tutti. La festa religiosa è quella della nascita, dell’inizio e quindi particolarmente felice e vitale. La festa civile è dei regali, sempre più di fretta e con affanno; festa della pubblicità, mai così tanta e così tanto insistente. S’incontrano le famiglie (era la cosa che piaceva di più a Lucia Mastrodomenico); le famiglie,che hanno necessità di organizzare pranzi e cene,  con tanti abbracci, ma anche conflitti straordinari. Forieri di ansia.
Per distendersi, consiglio di andare a riprendere (o vedere per chi non l’ha ancora visto) uno splendido film di un grande maestro del cinema, Mario Monicelli:“Parenti serpenti”, con le magistrali interpretazioni (tra gli altri)  di Marina Confalone e Paolo Panelli. Una commedia drammatica del 1992. Ancora una volta un film che viene in aiuto della realtà. Realtà natalizia che, per taluni, pesca nell’inconscio e può generare ansia. 
Di seguito un’interessante riflessione sull’ansia; analisi e rimedi, senza psichiatri ed analisti. (RL)

"Sei ansioso? Fai come gli scettici"
tratto da “Lucy sulla città” del 14 dicembre 2023
di Antonio Sgobba

Le guerre, il clima, gli smartphone: la nostra epoca è dominata dall’ansia. Che si fa? Forse si può prendere esempio dagli scettici dell’età ellenistica, pensatori irregolari e instancabili che idearono un metodo in dieci punti per stare un po’ meglio.

Catalogo delle ansie recenti: l’ansia bellica, l’eco-ansia, l’ansia da algoritmo, l’ansia post-pandemica, l’ansia del quarto di vita (esiste, ce l’hanno i ragazzi attorno ai vent’anni), negli ultimi giorni dell’anno addirittura l’ansia competitiva da wrapped di Spotify.

Non siamo mai stati così ansiosi. 

Sicuri? 

E se invece le età dell’ansia si ripresentassero ciclicamente nel corso della storia? Per esempio, sapete chi altro era messo così? 

I greci dell’età ellenistica. Quelli vissuti dopo Alessandro Magno: anni di guerre avevano sconvolto le polis, tutto era cambiato, le vecchie certezze etiche e politiche crollate. Allo stesso tempo la scienza progrediva a una velocità senza precedenti. Molta ansia. 

Duemilatrecento anni fa liberarsi dall’ansia divenne l’obiettivo di un particolare tipo di esperti: i filosofi, intellettuali che si muovevano in un mercato delle idee altamente competitivo. La rivalità tra scuole di vita e di pensiero accendeva un dibattito che coinvolgeva un pubblico ampio e forniva risposte molto diverse tra loro. La soluzione di stoici ed epicurei è nota: il saggio raggiunge l’imperturbabilità –  l’atarassia –  attraverso la conoscenza. Ma tra i filosofi c’era chi aveva un’altra idea: quelli che qualche tempo dopo verranno definiti “scettici”. Da skepsis: indagine, ricerca. In origine erano detti per lo più pirroniani, da Pirrone, il primo ad avanzare quella proposta. Non era una vera e propria scuola ma un movimento di pensatori irregolari e spesso asistematici, eppure anche questi instancabili indagatori e ricercatori misero a punto un metodo per liberarsi dall’ansia. Non lo formalizzarono –  Pirrone, come Socrate, non lasciò nulla di scritto –, ci provo io con un elenco numerato.

IFai un viaggio in India. La tua vita è a un punto morto? Le tue ambizioni non ti stanno portando da nessuna parte? Non farti schiacciare dall’ansia, fai come Pirrone: molla tutto e imbarcati in una spedizione per conquistare l’Oriente. Pirrone era nato attorno al 365 a.C. a Elide, nel Peloponneso, arrivato ai 37 anni si ritrovò a vivere quella che potremmo definire una crisi di mezza età. Fino a quel momento era stato un pittore di scarso successo, forse proprio per dare una svolta alla sua carriera con un suo amico si unì alla leggendaria spedizione di Alessandro Magno verso l’India. Qui fece un incontro decisivo, per la sua vita e per la storia della filosofia. “Ebbe contatti con i ginnosofisti e con i magi”, scrive Diogene Laerzio. Da quel momento in poi Pirrone abbandonerà la pittura e si darà alla filosofia: sarà così il primo scettico della storia. Quell’incontro tra un pittore greco in crisi e i saggi indiani generò un pensiero che influenzerà per più di due millenni il dibattito sulla conoscenza. Per i greci del suo tempo Pirrone sarà un uomo fuori dal comune: la sua calma e l’imperturbabilità di fronte a qualsiasi evento diventeranno leggendarie. Il suo primo seguace, Timone, lo descriveva così: “Serenamente in quiete, sempre senza pensieri ed immobile nelle identiche condizioni senza prestar attenzione ai turbini d’una sapienza lusingatrice”. Qual era il suo segreto?    

II. A un certo punto, getta la spugna. Le nostre ricerche sembrano essere spesso essere senza fine. Online possiamo trovare di tutto, la risposta che ci serve può non arrivare mai. E quindi? In questi casi lo scettico trova la soluzione grazie a un pittore: il più grande del suo tempo, Apelle. Contemporaneo di Pirrone, fu per lui un modello da imitare in campo artistico, si rivelò una guida anche per la ricerca filosofica. L’aneddoto è celebre:  “Dicono che Apelle, dipingendo un cavallo, volesse ritrarne col pennello la schiuma. Non riuscendovi in nessun modo, vi rinunziò, e scagliò contro il dipinto la spugna, nella quale puliva il pennello intinto di diversi colori. La spugna, toccato il cavallo, vi lasciò un’impronta che pareva schiuma”. A riferirlo non è uno storico dell’arte ma Sesto Empirico, l’autore degli Schizzi pirroniani, a lui dobbiamo gran parte dei testi sullo scetticismo antico. Perché questo aneddoto sulla vita di un artista è importante per gli scettici? Perché a un certo punto bisogna saper fermare la ricerca, Apelle e Sesto Empirico ci insegnano che andare avanti all’infinito può nuocere al risultato e farci perdere di vista l’obiettivo. Già, ma come facciamo a sapere quando fermarci?

III. Esercitati tutti i giorni. Il caso non arriva “per caso”. Anche questa è una lezione di Apelle diventata proverbiale: non lasciar passare un giorno senza tirare una linea. Nulla dies sine linea, scriveva Plinio il Vecchio. Per l’artista che vuole eccellere è un’imposizione, una regola che non si può non seguire. Per raggiungere l’obiettivo è necessario tenersi in esercizio. Vale per l’arte, vale per tutte le nostre ricerche. Un vero scettico non passa un giorno senza interrogarsi o senza interrogare. La sua indagine non può essere un episodio: deve essere un’abitudine. In questo senso la ricerca è infinita, non perché ci si pone la stessa domanda per l’eternità, ma perché l’attività di domandare è incessante. I teorici e gli storici dell’arte parlano del “disegnatore esercitato”, possiamo immaginare che gli scettici si considerassero pensatori esercitati. Mai un giorno senza una domanda, solo così la ricerca continua può ottenere dei risultati. 

IV. Fai il tuo mestiere. Pratica l’umiltà epistemica, sempre come Apelle, che era un’autorità nel suo campo ma si sottoponeva al giudizio dei non addetti ai lavori senza mettersi in una posizione di superiorità. Il pittore, infatti, aveva l’abitudine di esporre le proprie opere in pubblico: le offriva allo sguardo dei passanti e quando lo faceva di solito si nascondeva dietro il quadro per non influenzarne il giudizio. Una volta un calzolaio lo rimproverò per come aveva dipinto dei sandali: mancava un occhiello. Apelle riconobbe l’errore e corresse subito, rendendo più verosimile l’opera. Il giorno dopo lo stesso calzolaio prese a fare delle osservazioni anche su altri dettagli. Il pittore però in quel caso reagì diversamente: non raccolse la critica, anzi, si indignò e invitò il calzolaio a limitare le sue considerazioni alle aree di sua competenza: cioè non doveva salire  “oltre il calzare”. Anche questa frase divenne proverbiale – Sutor, ne ultra crepidam! – tanto che nel 1819 lo scrittore inglese William Hazlitt coniò l’aggettivo “ultracrepidario” a proposito di coloro che esprimono opinioni al di là delle proprie conoscenze. E, visto qualche secolo dopo gli ultracrepidari sono ancora in giro, sapersi difendere può farci stare più tranquilli. 

“Per raggiungere l’obiettivo è necessario tenersi in esercizio. Vale per l’arte, vale per tutte le nostre ricerche. Un vero scettico non passa un giorno senza interrogarsi o senza interrogare”.

V. Fai come il polpo. Non avere forma definita, sii ovunque e in nessun luogo. Imprendibile, mobile e polimorfo, il polpo confonde e si confonde: con la roccia alla quale si aggrappa, con i corpi che avvolge. Imita il colore delle forme di vita e delle cose che lo circondano. Sa produrre un’illusione: così si difende dai più forti, i pescatori e i pesci predatori, e allo stesso tempo può attaccare meglio le sue prede. Vive un mondo della doppiezza ma anche della vigilanza: sempre in allerta, spia ciò che lo circonda, studia quando è il momento di intervenire. Un occhio che non si ferma mai e non batte mai ciglio.  “Assumi la natura del polipo dalle molte pieghe … l’abilità vale più dell’intransigenza” si legge in una raccolta di massime rivolte ai nobili scritta dall’aristocratico Teognide. Il polpo sarà l’animale guida degli scettici pirroniani. Nella Grecia antica era una bestia esemplare: l’incarnazione dell’astuzia. Lo stesso aggettivo, polytropos, designa sia il polpo sia l’uomo astuto. Il politropo è un uomo dalle mille risorse, rivela ogni giorno un volto diverso (Ulisse è il politropo per eccellenza). All’opposto ci sono l’immobilità e la fissità dell’ “atropia”, una ottusa inflessibilità poco utile in società, allora come oggi.


VI. A volte non c’è via d’uscita, e va bene così. Avete presente quella confusione paralizzante, quell’impossibilità di trovare una soluzione a un problema, quel sentirsi senza una via d’uscita? Niente panico, i greci la chiamavano aporia. Per esempio i dialoghi socratici di Platone sono detti “aporetici” perché si concludono tutti con la constatazione di un fallimento: gli interlocutori del filosofo non possono fare altro che constatare la contraddittorietà delle loro convinzioni. L’aporia quindi può essere il risultato di una ricerca, ma non è detto che ne sia la fine. Anzi, di fatto l’aporia è l’origine di ogni ricerca, quindi anche della filosofia. Non solo: oltre a esserne una premessa, forma e dirige la ricerca filosofica attraverso osservazioni, domande, argomentazioni. Anche se può essere psicologicamente dolorosa o inquietante, alla fine l’aporia è utile. Per lo scettico non è detto che ci sia via d’uscita, e se c’è non è detto che la possiamo conoscere. Ed è in questi casi che dobbiamo sospendere il giudizio. 

VII. Cammina sul filo. Sospendere il giudizio non è un gesto come alzare le mani e dire  “non ne so niente”, è un esercizio che richiede preparazione. È un mestiere da funamboli, il contrario di una rinuncia. Lo scettico cerca l’equilibrio, la soluzione di Pirrone consiste nell’accettare e nel riconoscere che nelle cose sono compresenti polarità opposte, senza che l’una abbia mai il sopravvento sull’altra. È l’ “essere senza opinioni, senza inclinazioni, senza scosse”. Una dottrina che ha innanzitutto uno scopo terapeutico: riequilibrare la vita dell’uomo. Allo scettico l’esistenza appare infatti come una continua perturbazione, “un continuo e doloroso rollio”. La novità introdotta da Pirrone sta nell’affermare che questo andamento sussultorio non dipende dalla vita stessa, psichica, emotiva o etica dell’uomo. La causa è una deformazione culturale, è l’errore che fanno tutte le altre filosofie. Lo scetticismo è la cura. Non dobbiamo pendere da nessun lato. Raggiungere l’equilibrio tra le cose significa non pronunciarsi su di esse: ogni giudizio romperebbe l’equilibrio. Il saggio non aderisce a nessuna tesi, non inclina né si sbilancia da un lato più che dall’altro; in questo modo riesce a non lasciarsi più agitare.

“Vive un mondo della doppiezza ma anche della vigilanza: sempre in allerta, spia ciò che lo circonda, studia quando è il momento di intervenire. Un occhio che non si ferma mai e non batte mai ciglio”.

VIII. Se non sai che cosa dire, taci. Se sospendiamo il giudizio arriva l’aphasia, come la chiamava uno dei primi scettici, Timone (l’allievo di Pirrone che si incaricò della diffusione delle idee del maestro: in gioventù era ballerino, folgorato dalla filosofia mollò la danza, aveva un occhio solo, problemi di alcolismo, visse fino a 90 anni). Non è l’afasia in senso clinico, cioè l’incapacità temporanea di parlare alla quale siamo ridotti a causa di emozione, stupore, imbarazzo. L’afasia non è un mutismo, neanche passeggero, è piuttosto un certo modo di parlare. Non è un sintomo di un problema o di una difficoltà, anzi, è un passaggio verso una condizione di assenza totale di problemi e difficoltà. Come dirà un pirroniano novecentesco: “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”. Una frase che circoscrive l’ambito del silenzio: non si deve tacere sempre, ma solo quando non si può parlare (di che cosa si possa parlare e di che cosa no è un altro discorso).

IX. Dubita, ma senza esagerare. Davvero lo scettico sospende il giudizio su tutto? E allora come fa a vivere la vita quotidiana? In realtà lo scettico sospende il giudizio su tutto tutto solo se è uno scettico radicale, ma si può anche essere scettici con moderazione. Uno scettico moderato vive tranquillamente adeguandosi nella vita quotidiana a ciò che crede gran parte della gente comune, sospende il giudizio solo in casi particolari. I dogmi da rifiutare sono un certo tipo di convinzioni: opinioni filosofiche, dottrine, principî tesi che meritano di essere messe in discussione. Allora lo scettico arriva a mettere in dubbio i risultati della scienza? No, e questa è una differenza fondamentale tra gli scettici originali e i sedicenti scettici contemporanei. Per essere chiari: un pirroniano non applicherebbe la sospensione del giudizio al cambiamento climatico o ai vaccini. Gli scettici antichi non dubitavano dei risultati della scienza del loro tempo. Sesto Empirico di professione era davvero un medico, e nel curare i suoi pazienti si atteneva ai principi seguiti dai suoi colleghi. Il metodo scettico si applica dove ci sono due tesi contrapposte che si equivalgono. Se una comunità scientifica concorda su un risultato, non abbiamo ragioni valide per dubitare. Per questo sarebbe più corretto definire chi nega la validità di un risultato scientifico non scettico ma negazionista. Il pirronismo si conferma così innanzitutto una terapia, una cura per le ansie che ci provocano sedicenti scienziati e filosofi, per non parlare degli altri ciarlatani. L’ansia è la malattia, la sospensione del giudizio è la cura, il pirroniano è il medico. Un medico che non ha una singola formula applicabile a tutti gli uomini in qualsiasi condizione; nessun medico dà a tutti i pazienti la stessa pillola.


X. Attento ai cani. La via scettica si fonda sulla consapevolezza della propria necessaria ignoranza. E sulla consapevolezza delle difficoltà. Non sempre ci si può mettere al riparo dai turbamenti. Lo ricorda un altro episodio della vita di Pirrone narrato da Diogene Laerzio: “Fu messo in agitazione dall’assalto di un cane e replicò a chi lo rimproverava che era difficile deporre completamente l’umana debolezza, soggiungendo che contro le cose bisogna, in primo luogo, se è possibile, lottare con i fatti, se non è possibile, con la ragione”. Segniamocelo: “è difficile deporre completamente l’umana debolezza”. Se un cane ci assale, possiamo fare poco – ed esistono molti cani, non sappiamo né dove né quando arriveranno. Il pirronismo più che una teoria o un’epistemologia è una terapia, una pratica, una tecnica, un metodo, lo si porta avanti caso per caso, è un progetto di ricerca infinita, non un progetto da portare a termine. 

“Davvero lo scettico sospende il giudizio su tutto? E allora come fa a vivere la vita quotidiana? In realtà lo scettico sospende il giudizio su tutto tutto solo se è uno scettico radicale”.

XI. Segui le regole, e poi dimenticale. La natura paradossale dello scetticismo è questa: un discorso filosofico che elimina il discorso filosofico. Che cosa rimane alla fine? La vita stessa, potrebbe rispondere Sesto Empirico. Il raffinato armamentario costruito dallo scettico è solo uno strumento. Scrive Sesto: “Come non è impossibile che un uomo dopo essere asceso lungo una scalinata sopra un luogo elevato, una volta raggiunta la cima ripercorra la scalinata ritornando sui propri passi, così non è inverosimile che lo Scettico, dopo essersi arrampicato su una scaletta – quella, cioè di un’argomentazione –, una volta raggiunto il suo scopo, proprio allora distrugga anche quest’argomentazione medesima”. Lo scettico sovverte la filosofia: sa che se non sappiamo che cosa è vero non possiamo affermare neanche che la filosofia scettica sia vera. È una filosofia che si mette tra parentesi. Una pratica medica, come un vaccino: la malattia è trattata con la somministrazione di un rimedio che produce la stessa malattia nella persona sana. Per curare l’ansia abbiamo bisogno di argomentazioni come queste, argomentazioni che mettono ansia.

Antonio Sgobba è giornalista e scrittore. Lavora in Rai a Milano. Il suo ultimo libro è Sei scettico? Una filosofia antica per i tempi moderni (Einaudi, 2023).