storia e libri dell'amica e allo stesso tempo rivale
geniale di Virginia Woolf,
tratto da Vogue Italia.
tratto da Vogue Italia.
L’autrice neozelandese Katherine Mansfield (1888
- 1923) viene ricordata soprattutto per le sue raccolte di racconti
contraddistinti da una verità al limite del tragico senza mai perdere, però,
uno sguardo ironico sul mondo. Scrittrice dalla penna poliedrica e ribelle,
Katherine dava voce alle esigenze dell’anima attraverso una nuova grammatica
della felicità, rafforzata da una scrittura viva, sempre attuale e audace.
Mansfield condusse un’esistenza all’insegna dell’esperienza, dell’intensità e
dell’accettazione del dolore, sentimento tramite il quale giunse a una maggiore
consapevolezza della propria visione della vita e dell’amore: «Bisogna
sottomettersi. Non resistere. Accogliere il dolore. Esserne come sommersi.
Accettarlo pienamente. Farne parte della propria vita».
Descritta dagli insegnanti come una bambina curiosa e sempre “sporca di inchiostro”, Katherine scopre il suo talento per la scrittura già in tenera età; a nove anni vince il suo primo concorso letterario e qualche anno dopo inizia a far parte del giornalino scolastico. Il suo scrivere era luminoso, i suoi personaggi vivi, i dialoghi brillanti e le descrizioni vivaci. L’abilità della scrittrice stava nel descrive l’importanza delle piccole cose di cui era fatta la vita, infatti erano proprio i dettagli che rendevano unici i suoi racconti e grandi le sue storie – come in Casa di bambole, dove descrive minuziosamente una piccola lampada presente all’interno della piccola casina in miniatura. Tematiche come la morte e il quotidiano ispirarono fortemente i suoi lavori, chiari richiami ad autori come Milton, Wordsworth o Cechov, dal quale ereditò la visione tragica del quotidiano. Nel 1903 lascia per la prima volta il suo paese natio, la Nuova Zelanda, per andare a Londra con l’intento di completare gli studi. Proprio in quella fase della sua vita scopre la sua vocazione da scrittrice bohémienne e, dopo un’infausta e alquanto breve relazione con il musicista Garnet Trowell, si unì in matrimonio col maestro di canto George Bowden, unione che durò solamente un giorno a causa di un ritrovato sentimento, da parte di Mansfield, per la sua migliore amica. Questo episodio costrinse la madre di Katherine a condurre la figlia in Baviera in un centro riabilitativo termale per ragazze “deviate” con la speranza di interrompere la relazione saffica tra la figlia e l'amica. Questo, ricorda la stessa Mansfield, fu uno dei periodi più duri della sua vita, segnato da terapie alquanto aggressive e un sofferto aborto spontaneo. Quale miglior cura se non la scrittura? Nasce così la sua prima raccolta di racconti “In a German Pension”, dove descrive la sua personale esperienza e ritrae con tono distaccato e ironico le figure incontrate all’interno della pensione tedesca dove lei stessa soggiornava. La pubblicazione del primo libro la fece entrare in contatto con la rivista letteraria Rhythm, dove incontrò il suo futuro marito, il critico e scrittore John Middleton Murry, il quale rimase colpito dalla profonda connessione tra Katherine, la bellezza e il dolore del mondo.
Descritta dagli insegnanti come una bambina curiosa e sempre “sporca di inchiostro”, Katherine scopre il suo talento per la scrittura già in tenera età; a nove anni vince il suo primo concorso letterario e qualche anno dopo inizia a far parte del giornalino scolastico. Il suo scrivere era luminoso, i suoi personaggi vivi, i dialoghi brillanti e le descrizioni vivaci. L’abilità della scrittrice stava nel descrive l’importanza delle piccole cose di cui era fatta la vita, infatti erano proprio i dettagli che rendevano unici i suoi racconti e grandi le sue storie – come in Casa di bambole, dove descrive minuziosamente una piccola lampada presente all’interno della piccola casina in miniatura. Tematiche come la morte e il quotidiano ispirarono fortemente i suoi lavori, chiari richiami ad autori come Milton, Wordsworth o Cechov, dal quale ereditò la visione tragica del quotidiano. Nel 1903 lascia per la prima volta il suo paese natio, la Nuova Zelanda, per andare a Londra con l’intento di completare gli studi. Proprio in quella fase della sua vita scopre la sua vocazione da scrittrice bohémienne e, dopo un’infausta e alquanto breve relazione con il musicista Garnet Trowell, si unì in matrimonio col maestro di canto George Bowden, unione che durò solamente un giorno a causa di un ritrovato sentimento, da parte di Mansfield, per la sua migliore amica. Questo episodio costrinse la madre di Katherine a condurre la figlia in Baviera in un centro riabilitativo termale per ragazze “deviate” con la speranza di interrompere la relazione saffica tra la figlia e l'amica. Questo, ricorda la stessa Mansfield, fu uno dei periodi più duri della sua vita, segnato da terapie alquanto aggressive e un sofferto aborto spontaneo. Quale miglior cura se non la scrittura? Nasce così la sua prima raccolta di racconti “In a German Pension”, dove descrive la sua personale esperienza e ritrae con tono distaccato e ironico le figure incontrate all’interno della pensione tedesca dove lei stessa soggiornava. La pubblicazione del primo libro la fece entrare in contatto con la rivista letteraria Rhythm, dove incontrò il suo futuro marito, il critico e scrittore John Middleton Murry, il quale rimase colpito dalla profonda connessione tra Katherine, la bellezza e il dolore del mondo.
Mansfield non si
limitava a rappresentare la realtà, ma la creava, con lo scopo di rendere vivo,
emozionante e visivo ogni suo racconto. I quattro nuclei tematici più
rappresentativi dell’opera di Mansfield sono il romanzo familiare, l’amicizia,
l’amore, la sorellanza, la solitudine della figura della donna, la vita e la
morte (pensava spesso a quella del fratello). Il lutto la portò a cambiare il
suo stile, rendendolo più crudo, sincero ed innovativo, tanto da battezzare una
nuova idea di prosa o, come la chiamava lei, una “prosa speciale”.
L'amicizia-rivalità con Virginia Woolf
In Inghilterra inizia a frequentare il famoso – e selettivo – circolo di Bloomsbury, collettivo di artisti uniti dalla passione per la letteratura, l’arte, l’economia e la musica. Ed è proprio lì che nel 1917 incontra una delle donne che più avrebbe segnato la sua carriera ma anche il suo cuore, Virginia Woolf. Mentre lo scrittore Lytton Strachey la descriveva come «decisamente interessante, molto divertente e alquanto misteriosa», e Leonard Woolf come «straordinariamente spiritosa», con Virginia Woolf non fu amore a prima vista. Difatti, la figura esponente del femminismo per antonomasia, in una lettera a sua sorella Vanessa, la descrisse come «sgradevole e totalmente priva di scrupoli». Mentre la Woolf provava questo sentimento di disprezzo – e anche un po’ di invidia – nei confronti di Mansfield, lo stesso non si poteva dire di quest’ultima che fu immediatamente attratta dalla “rivale”: «L’amo infinitamente... ho sentito per la prima volta l’estranea, fremente, scintillante qualità del suo spirito – e per la prima volta ho avuto l’impressione di incontrare una di quelle donne di Dostoevskij, la cui innocenza è stata ferita». L’ambivalente e ambiguo rapporto tra queste due stelle comete della letteratura si evolse fino a diventare un legame contraddistinto da reciproca ammirazione e da un sentimento di dedizione alla letteratura e alla scrittura. In un mondo dominato da uomini che le volevano rivali, loro divennero buone amiche, riconoscendo una nella figura dell’altra finalmente qualcuno con cui confrontarsi e con cui avere delle conversazioni – come le definiva la Woolf – priceless.
L'amicizia-rivalità con Virginia Woolf
In Inghilterra inizia a frequentare il famoso – e selettivo – circolo di Bloomsbury, collettivo di artisti uniti dalla passione per la letteratura, l’arte, l’economia e la musica. Ed è proprio lì che nel 1917 incontra una delle donne che più avrebbe segnato la sua carriera ma anche il suo cuore, Virginia Woolf. Mentre lo scrittore Lytton Strachey la descriveva come «decisamente interessante, molto divertente e alquanto misteriosa», e Leonard Woolf come «straordinariamente spiritosa», con Virginia Woolf non fu amore a prima vista. Difatti, la figura esponente del femminismo per antonomasia, in una lettera a sua sorella Vanessa, la descrisse come «sgradevole e totalmente priva di scrupoli». Mentre la Woolf provava questo sentimento di disprezzo – e anche un po’ di invidia – nei confronti di Mansfield, lo stesso non si poteva dire di quest’ultima che fu immediatamente attratta dalla “rivale”: «L’amo infinitamente... ho sentito per la prima volta l’estranea, fremente, scintillante qualità del suo spirito – e per la prima volta ho avuto l’impressione di incontrare una di quelle donne di Dostoevskij, la cui innocenza è stata ferita». L’ambivalente e ambiguo rapporto tra queste due stelle comete della letteratura si evolse fino a diventare un legame contraddistinto da reciproca ammirazione e da un sentimento di dedizione alla letteratura e alla scrittura. In un mondo dominato da uomini che le volevano rivali, loro divennero buone amiche, riconoscendo una nella figura dell’altra finalmente qualcuno con cui confrontarsi e con cui avere delle conversazioni – come le definiva la Woolf – priceless.
«La loro storia fu quella di due donne – due scrittrici – che sono in una
stanza, e parlano dei propri libri, e di quelli degli altri, e ridono, e sono
d’accordo, e non sono d’accordo, e si guardano negli occhi, e si temono, e
ammirano. E sono amiche», scrive Sara de Simone nel suo libro Nessuna
come lei, (2023, Neri Pozza), nel quale l’autrice analizza e commenta
l’intimità del rapporto tra le due scrittrici. Katherine Mansfield e Virginia
Woolf furono tra le principali protagoniste della nascita del romanzo sperimentale
moderno, grazie alla loro innovazione nella stesura e nelle tematiche, che
svecchiarono e personalizzarono la scrittura lenta, arcaica e romanzata del
tempo. «Che strane amiche che ho avuto, tu e lei», scriveva Virginia in una
lettera a Vita, sua amante. La figura di Katherine e Vita la incuriosivano
molto, poichè entrambe avevano una spiccata sicurezza del proprio corpo e del
desiderio sessuale, sapevano lasciarsi andare e sperimentare, caratteristiche
che a Woolf, tradizionale e pudica, mancavano. Virginia è inizialmente turbata
da entrambe, si tiene a distanza, ma qualcosa nella naturalezza e joie de vivre
delle due donne la attraeva come una calamita, pensava a loro «a intervalli
regolari» per tutta la sua breve ma intensa vita. L’ammirazione per Mansfield
crebbe a tal punto che Woolf le propose di essere la prima autrice pubblicata
dalla Hogharth Press, la casa editrice fondata nella primavera del 1917 da lei
e suo marito Leonard Woolf. Katherine accettò e nacque così “Prelude”, primo
racconto della saga della famiglia Burnell – ispirata alla sua – e punta di
diamante del modernismo letterario.
La malattia la costringe a fare i conti col tempo e con l'eredità letteraria
Purtroppo, nel dicembre dello stesso anno, Katherine si ammalò di tubercolosi. Per paura di morire senza lasciare nulla di veramente compiuto, la scrittrice si impose di scrivere senza sosta, senza mai fermarsi o farsi ostacolare dalla malattia. Tutti i racconti della Mansfield di quel periodo sono un chiaro richiamo alla sua patria e ai suoi ricordi d’infanzia, i quali vengono poi rivisitati rendendoli una perfetta via di fuga da quella che era la sua realtà. Nascono così racconti come “At the Bay”, “The Doll’s House”, “The Garden Party” e Pura felicità (1920), che divenne in seguito il titolo della raccolta e che parla dell’illusione della perfezione e della fragile felicità che ne deriva. Nell’omonimo racconto, la protagonista Bertha Young, dopo aver idealizzato al massimo la figura del marito, scopre che quest’ultimo la tradiva con una donna che lei ammirava molto. Pur provando a riguardo un’estrema delusione e rammarico, all’improvviso la pervade un sentimento di “pura felicità”, impersonificata qui in un albero di pero fiorito, un’epifania che le ricorda di quanto la bellezza possa essere eterna ed invincibile, «come se uno, di colpo, avesse inghiottito un frammento luminoso di quel sole tardo pomeridiano e che questo gli bruciasse nel petto, diffondendo una pioggia di scintille in ogni particella».
Le ultime parole
sul diario: “Tutto va bene”
A causa delle sue condizioni di salute, la scrittrice girò tutta l’Europa con l’intento di trovare le giuste condizioni ambientali che potessero aiutarla a guarire, ma, quando capì che sarebbe stato tutto inutile, fece pace con l’idea che una vera cura non esisteva e, dopo tutto quel vagabondare, trovò la sua casa e antidoto nella scrittura. Nell’ottobre del 1922 Katherine decise di unirsi alla comunità mistica ed esoterica di Georges Ivanovič Gurdjieff a Fontainebleu, dove riuscì a guarire l’unica frattura che le era rimasta, quella tra anima e corpo. Nessuno capì quella sua scelta, né suo marito e né la sua famiglia; l’unica che le rimase accanto fu l’amica Ida che si prese pazientemente cura di lei fino al suo ultimo giorno. E proprio così tra tappeti orientali, capre e danze sacre, Katherine Mansfield muore il 9 gennaio 1923. Le ultime parole del suo diario furono: «Tutto va bene».
A causa delle sue condizioni di salute, la scrittrice girò tutta l’Europa con l’intento di trovare le giuste condizioni ambientali che potessero aiutarla a guarire, ma, quando capì che sarebbe stato tutto inutile, fece pace con l’idea che una vera cura non esisteva e, dopo tutto quel vagabondare, trovò la sua casa e antidoto nella scrittura. Nell’ottobre del 1922 Katherine decise di unirsi alla comunità mistica ed esoterica di Georges Ivanovič Gurdjieff a Fontainebleu, dove riuscì a guarire l’unica frattura che le era rimasta, quella tra anima e corpo. Nessuno capì quella sua scelta, né suo marito e né la sua famiglia; l’unica che le rimase accanto fu l’amica Ida che si prese pazientemente cura di lei fino al suo ultimo giorno. E proprio così tra tappeti orientali, capre e danze sacre, Katherine Mansfield muore il 9 gennaio 1923. Le ultime parole del suo diario furono: «Tutto va bene».




