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Territorio e Tempo


Gibellina, prima città italiana proclamata dal Ministero della Cultura 

“Gibellina, prima città italiana proclamata dal Ministero della Cultura Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea, per tutto il 2026 sarà abitata da una visione di futuro che mette al centro bellezza, arte e cultura come valori condivisi e rigeneranti.
Esempio unico a livello nazionale e internazionale di città rinata dalle ceneri del terremoto attraverso l’arte, Gibellina attiverà nelle sue strade, piazze, luoghi simbolici, ma anche su tutto il territorio del Belice e di Trapani, un progetto corale, un’opportunità per tutto il Paese di riflettere sul ruolo della cultura come valore fondante del vivere civile.”

È questo l’incipit sul sito del Ministero della Cultura, che riconosce Gibellina capitale italiana dell’arte contemporanea 2026, quale esempio di rinascita dalle rovine di uno dei più tremendi terremoti che ha flagellato l’Italia, quello che proprio in questi giorni del 1968 radeva al suolo molti paesi del Belice, tra cui Gibellina che pagava al sisma il più alto prezzo di vittime.

“Madrigale per Lucia”, pubblicava un articolo su Gibellina e sulla sua peculiare ri-creazione artistica dagli anni ottanta a venire, che di seguito nuovamente pubblichiamo.

Gibellina Nuova, un velo di cemento per non dimenticare 


Il Grande Cretto di Alberto Burri


Gibellina Nuova si manifesta ancor prima di arrivare nel centro abitato: la gigantesca Stella d’Ingresso al Belice di Piero Consagra ti accoglie spendente già sull’autostrada quasi una epifania del nuovo, di una rinascita diversa, una ricostruzione dell’anima prima che dei luoghi. 

Il nuovo paese fu costruito ex novo in seguito al terremoto che nel 1968 distrusse la maggior parte dei comuni della valle del Belice, in provincia di Trapani, a poco più di una decina di chilometri dal vecchio, le cui macerie giacciono ricoperte dalla più estesa e straordinaria opera di land – art che è il Grande Cretto, o Cretto di Burri dal nome del suo autore l’artista Alberto Burri; una sorta di velo ci cemento su quello che restava della vecchia Gibellina, dove le macerie sopravvivono inglobate nei blocchi di cemento attraversati da solchi che furono le vie stesse del paese.

Si deve a Ludovico Corrao, allora sindaco di Gibellina, nel 1970, la scelta di riedificare Gibellina attraverso un ambizioso progetto di ripensamento del luogo coinvolgendo artisti e architetti di fama internazionale. Il loro ingegno e la loro generosità contribuirono a dare alla città un nuovo riassetto degli spazi e degli edifici pubblici, anche attraverso la produzione di molteplici istallazioni, facendo di Gibellina una sorta di spazio espositivo a cielo aperto.


Stella d’Ingresso al Belice di Pietro Consagra


Gibellina si presenta con un impianto urbanistico all’avanguardia, costellata da oltre cinquanta opere d’arte e installazioni di stile futuristico.

Oltre al Cretto ed alla maestosa Stella d'ingresso al Belice realizzata in acciaio inox dallo scultore Pietro Consagra, considerata il simbolo del territorio, è significativo il sistema delle Piazze snodo collettivo della città, progettato da Laura Thermes e Franco Purini, o piazza del comune disegnato da Alberto e Giuseppe Samonà e Vittorio Gregotti, decorato con le ceramiche di Carla Accardi e contornato dalle sculture in metallo bianco di Pietro Consagra, intitolate allusivamente “La città di Tebe”. Dall’altro lato della piazza sono collocate altre due installazioni di grande interesse artistico “Città del sole” di Mimmo Rotella e “La Torre” di Alessandro Mendini che per 4 volte al giorno, rievoca sonoramente le “origini popolari” della vecchia Gibellina. Nella parte più alta di Gibellina si trova la Chiesa Madre, opera di Ludovico Quaroni e Luisa Anversa, caratterizzata da una grande cupola bianca evocante le forme della dominazione araba in Sicilia.


Il sistema delle Piazze


Molto suggestiva sulla strada del Cretto la Montagna di sale di Mimmo Paladino, come quella che abbiamo avuto il piacere di poter condividere come napoletani a Piazza Plebiscito nel 1995.

Il progetto di ricostruzione nasce sull’integrazione tra la creatività dell’artista e la capacità degli artigiani del posto di realizzare con ferro, legno ed altri materiali il progetto artistico, innovando la loro tradizione del territorio. 

Negli anni ‘80, con le Orestiadi si utilizza anche la drammatizzazione teatrale per il recupero della tradizione della tragedia greca. Alcuni grandi artisti firmano le scene; tutti i costumi teatrali sono realizzati delle sarte del posto.


Gibellina Nuova attualmente soffre l’abbandono e l’incuria, che rischiano di compromettere questo museo en plein air, questa testimonianza di possibile sviluppo sociale virtuoso. Il tema dibattuto è quello dell’arte al servizio del territorio che rischia di essere piuttosto il contrario, nella più assoluta autorefenzialità degli artisti, oltre al problema della conservazione ed anche il raffreddamento del turismo in una stentata economia locale.

Nel 2016 a decenni di distanza dall’inizio di quell’avventura, arriva un nuovo esperimento. Sempre con al centro l’arte, in particolare la Street Art. Sten e Lex regalano alla città un’altra opera a cielo aperto, “Varco” davvero in straordinaria continuità artistica con il visionario progetto di Ludovico Corrao.


Varco di Sten e Lex


Scrive Davide Camarrone nel suo libro “I Maestri di Gibellina” edito Da Sellerio,

“Nella notte tra il 14 e il 15 di gennaio del 1968, il paese s’era addormentato nel feudalesimo per svegliarsi nell’età contemporanea. Il terremoto aveva distrutto con le case e con i lutti anche un passato di miseria e di emigrazione e questo doveva essere superato o poteva ripetersi in altre forme. Dunque l’esperimento del popolo di Gibellina, la sfida che fu chiamato a reggere non volle essere quella della semplice riedificazione, ma quella della ricostruzione della speranza negata: «ricostruire la memoria del futuro e non la memoria del passato» imprigionando il passato con tutta la sua poesia e con tutta la miseria nel Cretto di Burri. Perciò Ludovico Corrao, il coraggioso sindaco, chiamò, più che le ruspe i piani urbanistici e le speculazioni, artisti da tutto il mondo per erigere un paese in cui il linguaggio evocativo della tradizione fosse sostituito dal linguaggio suscitatore di opere nuove dell’arte attuale. Fare di Gibellina, attraverso la presenza fisica dell’arte a ogni angolo di strada, un centro pulsante di creazione e di cultura. E non per consolare con la bellezza. Ma per spingere a nuove attività il vecchio sapere delle mani dei contadini e degli artigiani. Fu questo l’esperimento.”


Maria Vittoria Montemurro


Abbiamo colto l’occasione per ricordare e lasciare spazio ad alcune riflessioni sull’intera vicenda del terremoto del ‘68 che ha manifestato nel corso degli anni quanto la miseria e l’arretratezza di quei paesi del profondo sud hanno condizionato le scelte della politica e delle istituzioni sia locali che nazionali, tant’è che la Commissione di inchiesta all’uopo istituita, concludeva, a tredici anni dal terremoto, di non potere «esimersi dal rilevare il perpetuarsi delle condizioni di arretratezza dell’economia locale, che fanno della Sicilia occidentale una delle zone più depresse dell’Italia». Dagli anni ottanta in poi istituzioni e organizzazioni locali hanno cominciato a raccogliere e diffondere memorie e racconti del terremoto e della ricostruzione; è stato il momento dell’intervento di artisti che con le loro opere hanno provato a ridisegnare le macerie fisicamente lasciate dal sisma grazie alla visionarietà e tenacia di Ludovico Corrao. Gibellina rinasce ancora nell’opportunità di essere capitale dell’arte contemporanea, in quella valle del Belice così martoriata e così bella.

La Redazione