Tratto da Doposcuola di Internazionale del 31 gennaio 2026
Cos’è l’esilio per un bambino? E com’è tornare a scuola nel proprio paese, a distanza di tanto tempo? Un articolo della Tageszeitung (Taz) lo spiega raccontando la storia di Ali, un giovane rifugiato rientrato in Siria dopo la caduta del regime di Bashar al Assad.
Ali ha undici anni e ne ha vissuti sei in Germania, a Berlino: là è andato alle elementari, ha imparato il tedesco, stretto amicizie. Nel dicembre 2024, con la fine di Assad, la sua famiglia ha deciso di ritrasferirsi ad Aleppo, la città da cui era scappata, e lui è stato iscritto a un istituto vicino casa. Ma riesce a malapena a seguire le lezioni: legge l’arabo con difficoltà, è deriso dai compagni e per la vergogna resta in silenzio.
Molti bambini e bambine si trovano nella stessa situazione. Tra il 2011 e il 2024 la guerra civile ha costretto all’esilio 6,1 milioni di siriani; secondo i dati dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), aggiornati a novembre, quasi 1,2 milioni sono rientrati nel paese dal crollo del regime. I minorenni sono centinaia di migliaia e, per il giornale siriano Enab Baladi, citato dalla Taz, potrebbero arrivare a 1,5 milioni.
Buona parte di loro è cresciuta in Turchia, Libano, Giordania o in Europa, ed è riuscita più o meno a integrarsi. Il ritorno in Siria apre nuove fratture.
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Khaled Abbas, pedagogista e coordinatore del distretto scolastico di Idlib, città sessanta chilometri a sud di Aleppo, parla di “doppio trauma”, perché questi studenti devono gestire il distacco da un ambiente ormai familiare e insieme l’ingresso in uno dove cambiano le regole, i modi di interagire e perfino la percezione di sé. Bambini, ragazze e ragazzi che in classe erano coinvolti e curiosi ora si sentono improvvisamente inermi.
Quasi sempre il primo ostacolo è la lingua. Un maestro della periferia di Damasco spiega alla Taz che alcuni alunni non sono in grado di leggere neanche una frase in arabo, pur capendolo. Durante l’esilio in famiglia parlavano la variante regionale, non l’arabo standard che si usa a lezione. E la differenza è notevole.
Come dovrebbe comportarsi lo stato con studenti che sono siriani ma hanno passato gran parte della loro vita fuori dalla Siria? Secondo alcune famiglie, come quella di Ali, aprire dei centri specializzati potrebbe essere la soluzione. Per il maestro di Damasco servono programmi di reinserimento, corsi per i docenti sull’arabo come seconda lingua e professionisti che offrano supporto psicologico e pedagogico. Abbas conferma che quasi nessuna scuola nel paese può contare su personale formato in questo ambito, e che manca un progetto strutturato.
Purtroppo il grande problema del reinserimento si scontra con una questione ancora più grande. Cinquant’anni di regime e quasi quattordici di guerra civile hanno lasciato cicatrici profonde e macerie: il 40 per cento delle scuole è distrutto e, secondo una stima della Banca mondiale, per ricostruire infrastrutture ed edifici servirebbe una cifra astronomica. A Idlib, per esempio, 350 istituti sono inagibili e fino al novembre scorso appena uno su dieci aveva riaperto. Mancano libri, quaderni, banchi, sedie, i vetri alle finestre, le porte, perfino l’acciaio che regge travi e pilastri. Nel complesso, più di quattro milioni di minori sono iscritti a scuola, ma altri 2,5 milioni restano esclusi.
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Che l’istruzione sia una delle prime cose che si perde con l’esilio e una delle ultime che si recupera lo conferma anche uno studio preliminare pubblicato il 27 gennaio dalla ricercatrice Teagan Hood su Views forecasting, la piattaforma del Violence & impacts early-warning system (un progetto per analizzare e prevedere conflitti armati e i loro impatti sociali coordinato dall’università di Uppsala, in Svezia, e dal Peace research institute di Oslo, in Norvegia).
Lo studio, intitolato “Access to education for young people displaced by the syrian crisis”, si concentra sui giovani siriani rifugiati in Libano tra il 2010 e il 2016 per mostrare come l’inclusione a scuola non dipende solo dalla disponibilità sulla carta ma anche da fattori familiari e personali precisi. Il livello di scolarizzazione degli adulti, per esempio, influiva molto: ogni anno d’istruzione in più del capofamiglia (un genitore o un’altra persona che svolge quel ruolo) aumentava dell’11-15 per cento la probabilità che un ragazzo o una ragazza continuasse a studiare nel paese ospitante. In altre parole, l’esilio amplifica disuguaglianze già presenti: chi proviene da famiglie meno istruite rischia più facilmente di rimanere tagliato fuori.
La ricerca nota anche che per ogni mese in più vissuto in Libano la frequenza scolastica migliorava solo dell’1,6-2,1 per cento, segno che l’integrazione è un processo lento e fragile. E aggiunge che essere stati esposti alla violenza prima della fuga agiva in senso opposto: più erano i traumi accumulati, più salivano le probabilità di abbandono.
Insomma, riprendere la scuola in un posto nuovo non è facile per nessuno. Per molti bambini come Ali lo è ancora di meno.
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◆ Dal 2018 la Costa Rica è diventata una delle principali mete per i nicaraguensi in fuga dal governo autoritario di Daniel Ortega e Rosario Murillo. Si stima che in questi sette anni abbia accolto più di mezzo milione di persone, quasi centomila solo nel 2024. Una parte importante di questo flusso migratorio è costituita da bambini e adolescenti in età scolare.
Anche per loro, come per i coetanei siriani, l’esilio implica ricominciare da zero. Interpellato dal sito Divergentes, l’accademico nicaraguense Ernesto Medina spiega che “in Nicaragua si continua a insistere sull’apprendimento mnemonico, cosa superata nella maggior parte dei paesi con sistemi educativi più avanzati”. Arrivati in Costa Rica, studenti che per anni sono stati valutati in base alla capacità di ripetere quello che dice l’insegnante si trovano improvvisamente in classi dove sono incoraggiati la partecipazione, il pensiero critico e il lavoro di gruppo. Se il sistema di origine premia la conformità e quello di accoglienza l’autonomia, le bambine e i ragazzi nicaraguensi sono svantaggiati fin dal primo giorno e sono bollati come “poco motivati”. Medina sottolinea che anche il rapporto insegnante-alunno ha un peso. “In Nicaragua, soprattutto negli ultimi anni, è tornato molto verticale, mentre in altri posti è più orizzontale. Per adattarsi a questo tipo di relazione serve tempo, pazienza e un accompagnamento”.
Nell’articolo di Divergentes la Costa Rica è presentata come un laboratorio nella regione, anche se con limiti evidenti. Invece il Nicaragua sembra non avere nessun progetto per riaccogliere, un giorno, ragazze e ragazzi.
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Un altro paese da considerare quando si parla di scuola in esilio è la Colombia, che ospita la più grande diaspora venezuelana: circa 2,8 milioni di persone. Alla fine del 2024 El País riportava che gli studenti nati in Venezuela e iscritti in istituti colombiani erano 604mila.
Nonostante un quadro giuridico favorevole, per questi ragazzi e ragazze la quotidianità resta difficile. Una ricerca condotta nel 2024 dalle università del Rosario (Colombia) e di Toronto (Canada) su Bogotá, La Guajira e Cúcuta — le aree dove si concentra il maggior numero di migranti — denuncia una xenofobia sottile ma persistente, fatta di soprannomi offensivi (come “placas blancas”, un riferimento al colore delle targhe venezuelane) e piccole aggressioni che spesso passano inosservate ma finiscono per segnare la vita scolastica. |
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