testata registrata presso Tribunale di Napoli n.70 del 05-11-2013 /
direttore resp. Pietro Rinaldi /
direttore edit. Roberto Landolfi

Imparare ci fa bene

 

 Carl Larsson- Esbjorn Doing His Homework 1912


Per gli esseri normodotati di intelligenza naturale, è sempre più complesso affrontare e soprattutto farsi un’idea intorno alla intelligenza artificiale, ed alle ricadute che l’uso di quest’ultima può avere sulle nostre esistenze, non solo come individui, ma soprattutto come comunità degli esseri umani. Molti sono gli ambiti con cui ci misuriamo, spesso nostro malgrado, e senz’altro quello dell’impatto sulle giovani generazioni in relazione alla loro capacità di apprendimento (già spesso compromesso dall’uso indiscriminato di smartphone e dai social), costituisce a mio avviso quello più preoccupante trattandosi di cervelli giovani che possono rischiare per mancanza di allenamento una sorta di “inspessimento” della plasticità che caratterizza la nostra rete neuronale. Infatti un ampio dibattito è aperto sul tema e molti studiosi sono alacremente in campo per approfondire l’impatto che l’IA ha ed avrà sulle giovani menti in relazione alle loro capacità di studio. 

Gli autorevoli svedesi Klingberg e Wikforss, neuroscienziato e filosofa, nel loro saggio intitolato “Perché imparare se le macchine sanno già tutto?”, edito da Feltrinelli,  evidenziano come proprio in questo periodo sia fondamentale lo studio. Fanno l’esempio dei bei muscoli ottenuti con un intenso e costante allenamento e quelli ottenuti con l’uso degli anabolizzanti, in analogia alle modalità della conoscenza, quella conseguita con lo studio e quella, ancorché seducente scorciatoia, dell’intelligenza artificiale: arrivi prima alla meta ma ti perdi il fascino del viaggio. Naturalmente i due autori argomentano scientificamente il loro punto di vista; è interessante l’analogia del ricorso alla IA con l’esternalizzazione di un servizio, che nel tempo esautora completamente la propria abilità a compierlo. La Wikforss infatti fa l’esempio delle calcolatrici elettroniche che con la loro funzione tanto hanno partecipato all’apprendimento, evidenziando che con l’IA non si tratta di una sola funzione delegata ma della delega dell’intero schema di pensiero con il rischio di una sorta di “instupidimento” generale, con una reale perdita di plasticità del cervello non più sottoposto all’allenamento cognitivo.

Dunque la proposta di studio per l’acquisizione delle conoscenze e quindi interlocuzione con i chat bot più avanzati per “sviluppare una sorta di dialogo socratico”.

Le osservazioni contenute nel saggio stimolano alcune riflessioni rispetto al valore dell’apprendimento e della conoscenza in relazione della loro finalità. La conoscenza serve per sviluppare competenze; il mancato sviluppo delle competenze, che a mio avviso si sviluppano solo mettendo la conoscenza in relazione con il mondo che ci circonda (esperienza?), rischiano di compromettere quella capacità (qualità?) che abbiano nell’affrontare le nostre attività quotidiane in maniera organizzata, in relazione con gli altri, che rende possibile non svolgere meri compiti ma attività integrate.

Certo il richiamo delle performance complessive che l’IA ci offre anche a buon mercato, rende l’azione di comprensione molto impegnativa. Il paradosso potrebbe essere che l’IA diventi più intelligente della intelligenza naturale anche se penso sia difficile trattandosi di una faccenda in ultima analisi tutta umana. 

Con il neuroscienziato Klingberg, un aspetto sicuramente buono è che i contenuti pervasivi della IA possano “schiantare sotto il loro peso i social media. Sarebbe il più grande contributo a ristabilire un paesaggio mediatico sano”.

Tuttavia un approccio manicheo mal si attaglia alla IA; accanto al rischio concreto di “instupidimento” moltissimi sono i campi in cui il contributo della IA è già una realtà determinante, basti pensare al campo della ricerca biomedica e di precisione, alla definizione di modelli predittivi per la diagnosi e cura delle malattie rare e molti altri esempi.

Per apprendere, studiare, acquisire conoscenze forse il segreto potrebbe essere seguire ciò che ci piace, che ci fa felici anche se stanchi, seguire la nostra vocazione, riconoscere il nostro daimon, restare umani in un costante esercizio di giudizio.


Maria Vittoria Montemurro