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Un’estate rovente: il clima ci presenta il conto

 Dalle ondate di calore agli eventi estremi, la sfida dell’adattamento passa anche dagli alberi e dalle nostre città

di Elvira Picciola

Questa estate torrida, segnata da temperature eccezionali, notti di caldo persistente, improvvisi temporali, grandinate e violente scariche di fulmini, ci ha costretti ancora una volta a confrontarci con una domanda che non possiamo più rimandare: che cosa sta accadendo al nostro clima e, soprattutto, che cosa possiamo fare per adattarci e ridurre i rischi?

Non si tratta più soltanto di discutere del cambiamento climatico come di una prospettiva futura. Gli effetti del riscaldamento globale sono ormai visibili nella nostra quotidianità: nelle città che diventano vere e proprie “isole di calore”, nella difficoltà di affrontare le notti tropicali, negli eventi meteorologici estremi e nelle conseguenze che tutto questo produce sulla salute, sull’agricoltura, sull’acqua e sugli ecosistemi.

Già dagli anni Novanta la comunità scientifica ha messo in guardia sugli effetti del cambiamento climatico e sulla necessità di proteggere la biodiversità. Molte delle previsioni formulate allora trovano oggi riscontro nella realtà. A pesare, però, è stata anche l'assenza di una programmazione adeguata del territorio: consumo di suolo, insufficiente manutenzione del territorio, carenza di sistemi di drenaggio, gestione non sempre efficace delle risorse idriche e scarsi interventi strutturali contro gli effetti delle ondate di calore e della siccità.

Come ha sottolineato il meteorologo del Consorzio Lamma-CNR Gianni Messeri, “i problemi accumulati nel corso degli anni non possono essere risolti dall'oggi al domani”. Per un Paese fragile come l'Italia è necessaria una politica di lungo periodo, capace di tradursi in interventi concreti di adattamento al cambiamento climatico.

Tra le conseguenze più evidenti del cambiamento climatico vi è l'aumento delle temperature e, soprattutto, la maggiore frequenza e intensità delle ondate di calore.

Il caldo estremo rappresenta un serio problema per la salute. Le persone anziane, quelle più fragili, chi soffre di determinate patologie e i lavoratori che svolgono attività all'aperto sono particolarmente esposti. Per questi ultimi, inoltre, il caldo può trasformarsi anche in un problema economico, quando le temperature rendono difficili o addirittura impossibili le attività nei campi, nei cantieri e negli altri luoghi di lavoro esposti al sole.

Ancora più pericolosa è la combinazione tra alte temperature ed elevata umidità. Quando l'aria è molto umida, infatti, il sudore evapora con maggiore difficoltà e il nostro organismo perde la capacità di raffreddarsi efficacemente. Il corpo può così surriscaldarsi progressivamente, fino a provocare gravi conseguenze per la circolazione e, nei casi più estremi, un colpo di calore potenzialmente letale.

Le ricerche scientifiche più recenti hanno inoltre mostrato che la capacità del corpo umano di sopportare il caldo potrebbe essere inferiore a quanto si pensasse in passato. Questo significa che il rischio per la salute associato alle alte temperature è stato probabilmente sottovalutato.

La conseguenza è evidente: con l'aumento delle temperature globali, sempre più territori potrebbero raggiungere condizioni di stress termico difficilmente sopportabili senza adeguati sistemi di raffrescamento.

Il problema è particolarmente grave nelle aree urbane. Le città, infatti, tendono a raggiungere temperature più elevate rispetto alle zone circostanti e, soprattutto, si raffreddano più lentamente durante la notte.

È il cosiddetto “effetto isola di calore urbano, determinato dalla presenza massiccia di cemento e asfalto, dalla scarsità di vegetazione e dalla densità degli edifici.

Chi vive in una grande città può quindi sperimentare temperature sensibilmente più elevate rispetto a chi si trova in aree rurali o in zone caratterizzate dalla presenza di alberi, vegetazione e corsi d'acqua.

Ed è proprio qui che si trova una delle risposte più semplici, concrete e allo stesso tempo strategiche alla crisi climatica: piantare alberi.

Gli alberi non possono fermare da soli il cambiamento climatico, ma possono rappresentare uno degli strumenti più importanti per adattare le nostre città alle nuove condizioni climatiche.

La presenza di alberi significa ombra, riduzione della temperatura, maggiore qualità dell'aria e spazi urbani più vivibili. La vegetazione contribuisce, inoltre, a trattenere l'acqua piovana e può aiutare a ridurre gli effetti delle precipitazioni intense.

Piantare alberi non dovrebbe quindi essere considerato un semplice intervento di arredo urbano. È una vera e propria infrastruttura verde, indispensabile per la salute e la sicurezza delle nostre città.

Il problema è anche sociale. Non tutti i cittadini hanno la stessa possibilità di vivere in quartieri verdi. Le aree più ricche possono spesso beneficiare di una maggiore presenza di alberi e spazi verdi, mentre nelle zone più povere il cemento tende a prevalere.

Questo significa che la lotta al cambiamento climatico deve essere anche una lotta contro le disuguaglianze ambientali. Garantire alberi, parchi e zone ombreggiate non significa soltanto rendere più bella una città: significa garantire a tutti il diritto a vivere in un ambiente più sano e sicuro.

Per l'Italia, caratterizzata da numerosi centri urbani densamente popolati e da territori particolarmente esposti al caldo, alla siccità e agli eventi meteorologici estremi, investire nella forestazione urbana e nella tutela delle aree verdi dovrebbe diventare una priorità.

Il cambiamento climatico non significa soltanto più caldo. Significa anche una maggiore difficoltà nella gestione dell'acqua.

Da una parte, periodi prolungati di siccità possono ridurre la disponibilità delle risorse idriche; dall'altra, precipitazioni molto intense possono provocare allagamenti, dissesti e contaminazione delle fonti d'acqua.

Questa apparente contraddizione – troppa acqua in alcuni momenti e troppo poca in altri – rappresenta una delle sfide più complesse per il futuro.

Per questo è necessario intervenire sulla gestione del territorio: ridurre il consumo di suolo, recuperare le aree naturali, proteggere boschi e corsi d'acqua, migliorare i sistemi di drenaggio e utilizzare in maniera più responsabile le risorse idriche.

Anche in questo caso gli alberi e le aree verdi possono svolgere un ruolo importante. Un territorio ricco di vegetazione è più capace di assorbire e trattenere l'acqua, mentre un territorio impermeabilizzato da cemento e asfalto favorisce il rapido deflusso delle precipitazioni.

Un'altra conseguenza del cambiamento climatico riguarda l'innalzamento del livello del mare.

Le aree costiere pianeggianti sono particolarmente vulnerabili: l'aumento delle inondazioni può danneggiare gli ecosistemi, compromettere le falde acquifere attraverso la salinizzazione e mettere a rischio terreni agricoli, infrastrutture e insediamenti urbani.

È una questione che riguarda da vicino anche l'Italia, Paese caratterizzato da migliaia di chilometri di coste e dalla presenza di numerosi centri abitati e infrastrutture nelle aree costiere.

Proteggere le coste significa quindi anche ripensare il modo in cui occupiamo il territorio, evitando ulteriore consumo di suolo nelle aree maggiormente esposte e progettando interventi di adattamento capaci di guardare al futuro.

Di fronte a questo scenario, la parola chiave è “adattamento”: adattarsi al cambiamento climatico significa proteggere le persone, le città, l'agricoltura, le infrastrutture e gli ecosistemi dagli effetti che ormai non possiamo più completamente evitare. Adattarsi non significa arrendersi.

Adattamento non significa accettare passivamente il cambiamento climatico.

Significa, piuttosto, prepararsi meglio mentre continuiamo a lavorare per ridurre le cause del riscaldamento globale.

Per le città questo significa aumentare gli spazi verdi, piantare alberi, creare corridoi ecologici, recuperare aree naturali, progettare edifici più efficienti e ridurre le superfici impermeabili.

Per l'agricoltura significa utilizzare in maniera più efficiente l'acqua, scegliere colture maggiormente resistenti alla siccità e proteggere il suolo.

Per i territori significa prevenire il dissesto, migliorare la gestione delle acque e rinunciare all'idea che il cemento possa essere la risposta a ogni esigenza di sviluppo.

Esistono però anche dei limiti oltre i quali l'adattamento diventa estremamente difficile o addirittura impossibile.

Il cambiamento climatico mette infatti alla prova non soltanto la capacità degli esseri umani di modificare i propri comportamenti, ma anche quella degli ecosistemi.

Molte specie animali e vegetali, se le temperature continuano ad aumentare, possono essere costrette a spostarsi verso aree più favorevoli. Ma non tutte riescono a farlo e, quando gli habitat vengono distrutti o frammentati, la capacità di migrazione diminuisce ulteriormente.

Anche per le comunità umane esistono situazioni in cui le possibilità di adattamento diventano sempre più ridotte.È dunque fondamentale agire prima che i limiti vengano raggiunti.

Le strategie che oggi possono essere efficaci potrebbero non esserlo più in futuro, se il riscaldamento globale continuerà ad aumentare.

La soluzione è  una scelta politica:la scienza ci dice con sempre maggiore chiarezza quali sono i rischi e quali sono alcune delle possibili soluzioni.

Il problema è trasformare queste conoscenze in decisioni.

Servono politiche di lungo periodo, investimenti e una nuova idea di sviluppo. Servono città progettate pensando al clima che avremo nei prossimi decenni e non soltanto a quello che abbiamo conosciuto nel passato.

E serve soprattutto una diversa concezione del rapporto tra uomo e ambiente.

Non possiamo continuare a considerare il verde come qualcosa di ornamentale, da aggiungere quando tutto il resto è stato progettato. Gli alberi devono entrare nella progettazione delle città fin dall'inizio, così come le infrastrutture, le strade e gli edifici.

Piantare alberi, creare parchi, proteggere i boschi e rinaturalizzare le aree degradate significa investire nella salute, nella sicurezza e nella qualità della vita.

Il cambiamento climatico ci ricorda infine una verità fondamentale: persone, natura e clima sono profondamente interconnessi.

Distruggere gli ecosistemi significa indebolire uno dei nostri più importanti alleati nella lotta contro il cambiamento climatico. Allo stesso tempo, l'aumento delle emissioni di gas serra contribuisce al deterioramento degli ecosistemi naturali.

Dobbiamo quindi interrompere questo circolo vizioso e cominciare a pensare in modo diverso.

Non esistono più problemi esclusivamente ambientali, economici o sociali: la crisi climatica riguarda contemporaneamente tutti questi aspetti.

Per l'Italia ciò significa soprattutto mettere in sicurezza il territorio, fermare il consumo di suolo, proteggere le coste, gestire meglio l'acqua, aumentare il verde urbano e investire con decisione nella piantumazione di alberi.

Non possiamo aspettare che ogni estate diventi più rovente, che ogni temporale sia un'emergenza e che ogni periodo di siccità ci sorprenda impreparati.La sfida climatica non appartiene al futuro: è già il nostro presente e se non possiamo più evitare completamente i cambiamenti che abbiamo provocato, possiamo ancora scegliere quanto saranno difficili le condizioni in cui vivranno le generazioni future.

La strada passa dalla riduzione delle emissioni, ma anche da una profonda trasformazione del modo in cui progettiamo i nostri territori.

Più alberi, meno cemento; più prevenzione, meno emergenza; più cura del territorio, meno consumo di suolo.

È da queste scelte concrete che può cominciare una nuova stagione di adattamento e di responsabilità.