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La nave di Teseo

“Il vascello sul quale Teseo si era imbarcato con gli altri giovani guerrieri, e che egli riportò trionfalmente ad Atene, era una galera a trenta remi, che gli Ateniesi conservarono fino ai tempi di Demetrio di Falera. Costoro ne asportarono i vecchi pezzi, via via che questi si deterioravano, e li sostituirono con dei pezzi nuovi che fissarono saldamente all’antica struttura, finché non rimase neppure un chiodo o una trave della nave originaria. Anche i filosofi, discutendo dei loro sofismi, citano questa nave come esempio di dubbio, e gli uni sostengono che si tratti sempre dello stesso vascello, gli altri che sia un vascello differente.” (Plutarco – Vite Parallele).

Della nave di Teseo, giunta trionfalmente e metaforicamente ad Atene, dunque non rimane più nulla, perché tutti i pezzi che nel tempo si deterioravano venivano progressivamente sostituiti. Ci chiediamo se sia sempre la stessa nave, dopo aver constatato che quella nave sarebbe risultata inadeguata a riprendere il mare, per i mutamenti sopraggiunti nel corso degli anni rispetto ad esigenze e occasioni e materiali e tecnologie. Potremmo decidere che quella nave è la stessa proprio perché ha mantenuto il suo aspetto, la sua forma originaria, oppure sostenere che è un'altra. Se qualcuno avesse ad esempio conservato le vecchie tavole di legno con cui la nave era stata costruita sostituendo solo le parti seriamente danneggiate potremmo pensare che questa seconda, anzi terza, è la vera nave di Teseo, perché conserva non solo la forma e le relazioni ma anche parti materiali. Chiamiamo Teseo e chiediamogli quale pensi che sia la sua nave.

Erano venuti ancora una volta i messi da Creta a chiedere il tributo per l'orrida creatura -ibrida forma di duplice natura- ed era la terza volta. Per placare i padri che accusavano Egeo di non avere parte della pena, di avere preparato il regno per un figlio bastardo e forestiero, mi proposi indipendentemente dall'estrazione a sorte. Mio padre mi pregò e poi mi supplicò, ma fui irremovibile. Agli altri la mia decisione parve un esempio di coraggio ed acconsentirono al sorteggio dei propri figli. Mi apprestai a partire e navigare con loro: sulla nave non doveva esserci alcuna arma. Il mio pilota era Nausitoo, la mia vedetta di prua Feace. A quel tempo gli Ateniesi non erano esperti di marineria. Il dio di Delfi aveva pregato Afrodite di essermi compagna di viaggio, e giungemmo a Creta. La mia nave aveva trenta remi, quindici per ogni lato, ed era veloce e sicura. La grande vela nera si gonfiava al vento e solcavamo il mare sereno; lo scafo slanciato riluceva nel sole come la pelle bagnata di un sinuoso delfino. Davvero sembrava che una dea la guidasse. Dei fatti che seguirono è inutile narrare ancora.  Amavo quella nave come fosse una creatura vivente, e pregavo perché non le accadesse nulla. Tornammo l'8 del mese di Pyanepsione, un giorno particolare. Il numero otto infatti è il cubo del primo numero pari, il doppio del primo quadrato, e possiede la saldezza e l'inamovibile potenza propria di quel dio che chiamano sostenitore o scuotitore della terra. Piansi a lungo mio padre, dinanzi al suo corpo straziato. La vela bianca era stata dimenticata nella gioia dell'approdo. Guardavo la nave e tornavo da lei mentre rifiutavo le ghirlande del buon ritorno; accettai solamente di incoronare il mio bastone e chiesi che nelle libagioni alle grida di gioia si mescolassero anche quelle di dolore. La nave diventava la mia vita; ad essa per sempre sarebbero rimaste legate la mia identità di figlio, di guerriero, di amante, di padre e di greco. La nave era me. Se quella nave fosse affondata, io e tutta Atene saremmo andati a fondo con lei. Ora quella nave è un monumento, e la osservo dalla mia tomba al centro di Atene, accanto al Ginnasio. Alla mia tomba vengono i cittadini, i più poveri e coloro che temono i potenti, perché in vita ho sempre accolto le preghiere dei più miseri. Mi rivolgono le loro richieste come se fossi ancora vivo. Mi dispiace solo che gli Ateniesi abbiano bisogno di continuare a credere che quella che ogni anno disfano e ricostruiscono sia ancora la mia nave. Se non lo facessero, quella nave sarebbe esattamente come me, un mucchietto di cenere. Ma se per i greci io sono ancora vivo, lo sarebbe comunque ancora la mia nave. Preferisco che il mio ricordo sia affidato alle parole degli scrittori piuttosto che alle travi di legno di un feticcio. Non possiamo bagnarci due volte nell'acqua dello stesso fiume.

 

Tratto da: Maria Colaizzo - “La Scuola Marginale” - Edizioni Millerighe, Napoli 2015