testata registrata presso Tribunale di Napoli n.70 del 05-11-2013 /
direttore resp. Pietro Rinaldi /
direttore edit. Roberto Landolfi

Le prime cantautrici europee

di Flavio Poltronieri  (tratto da Terre Celtiche Blog del  10 Maggio 2021)

L’Europa atlantica

I punti di contatto tra la Bretagna e l’Aquitania risalgono all’antichità. Dal 1300 al 700 a. C. nel periodo che intercorre tra l’Età del Bronzo e quella del Ferro, le due terre facevano parte di quello che gli archeologi definiscono il “Complesso Atlantico”. Gli scambi commerciali attraverso terra e mare che univano l’Irlanda alla Penisola Iberica passavano sovente dalla penisola armoricana. Chissà se a questi scambi commerciali ed economici corrispondevano anche scambi culturali. L’Età del Bronzo Atlantico non ha lasciato di queste tracce ma è comunque bello ipotizzare che oltre a stagno, vino e sale ci si scambiasse anche poesia. Questa Europa Atlantica è davvero un’idea affascinante composta dalle Isole Britanniche, l’Islanda, la Scandinavia Occidentale, la Germania Settentrionale, il Belgio, i Paesi Bassi, la Francia Occidentale, il Portogallo Settentrionale e Centrale e la Spagna Nord e Sud-Occidentale.

In Aquitania risulta fossero venerati dei santi bretoni tra cui Malo ed Emilion sono i più famosi. L’esodo dei monaci bretoni aveva diffuso il loro culto in tutti quei paesi dove si rifugiarono. Gildas (Gilda, detto anche Gildas il Saggio o Gilda il Sapiente) veniva riverito a Deols, vicino a Châteauroux, dove i monaci di Saint-Gildas-de-Rhuys e Locminé si erano stabiliti e avevano fondato un’abbazia nel IX° secolo. Turiau invece lo era a Clermont, Meen a Treignac e Menulphus (che alcuni ritengono fosse vescovo di Quimper) vicino a Moulins, in Alvernia. Ma anche il contrario: numerosi santi d’Aquitania erano venerati dai bretoni (Philibert, Maixent, Radégonde, Hilaire, Gilles…). L’arte religiosa romanica della Bretagna risente indubbiamente di questo rapporto, a testimoniarlo sono numerosi ritrovamenti anche nelle antiche provincie strategiche di Saintonge e Poitou. Quest’ultimo oggi è parzialmente compreso nella regione del Poitou-Charentes e deve il suo nome al “Marais poitevin” , il terreno paludoso che costituiva in antichità il suo golfo, poco a nord di La Rochelle.

I Prìncipi di Cornovaglia erano colti. Alan Canhiart aveva ricevuto una educazione religioso-laicale e suo figlio Hoël che era Conte di Nantes e primo Duca di Bretagna di un casato di Cornouaille, aveva due bardi al suo servizio. Forse anche per questo Salomone, Hoël, Rispeu e altri divennero personaggi letterari oltre che storici della terra bretone. L’erede di Hoël, Alan Fergant (artefice dell’unificazione del ducato) fu anche l’ultimo Duca a parlare il bretone.

Trovieri e Trovatori

I primi Trovatori che citano nei loro componimenti poetici, gli eroici cavalieri della Tavola Rotonda alla corte di Re Artù, sono Marcabru (Artù, 1137) e Cercamon (Tristan, circa 1135-1145), due guasconi che frequentavano la corte di Guillaume X, Duca d’Aquitania (o Guglielmo il Tolosano, detto Il Santo). Verso il 1150, anche Bernart de Ventadorn si riferì a Tristano e Isotta in svariate opere. E Rigaut de Barbezieux, trovatore di Saintonge, scrisse di Perceval e del Graal, prima ancora di Chrétien de Troyes. Intorno al 1169, fu la volta di Raimbaut d’Orange ad alludere chiaramente alla leggenda di Tristano e lo stesso fece, tra il 1170 e il 1180, Arnaut-Guilhem de Marsan, nel comporre il suo Ensenhamen del Cavaier. Questi furono i rapporti artistico-letterari tra Bretagna e l’Aquitania, precedentemente all’opera di Goffredo di Monmouth, dei primi romanzi in francese antico e dalla diffusione del ‘lai‘ di Ignaure, che probabilmente giunse ai trovatori, direttamente da bretoni armoricani.

Trovatori del Sud e l’amor cortese

Ma naturalmente i Troubadours più conosciuti sono quelli che vissero tra il 1100 e il 1300 in Occitania e che hanno lasciato numerosissime canzoni d’amore che innalzavano la donna al di sopra dell’uomo, in un tempo in cui si riteneva ella non avesse alcun statuto, diritto e forse neppure l’anima. Furono i primi a cantare l’amore per l’amore, l’uguaglianza dei sessi, la condivisione di desiderio e piacere, la fusione di corpo e spirito. L’amor cortese (fin’amor) faceva scandalo e probabilmente fecondò il sentimento così come noi lo intendiamo oggi. La donna venne idealizzata come mai prima. Spesso la sua figura diventava vero culto o devozione. Quasi mai il sentimento era comunque corrisposto e dunque molto raramente il gioco prevedeva un qualche compimento amoroso. L’amore supremo perlopiù fungeva da sorgente d’ispirazione poetica. In Occitania si dice che i Trobadours «sono la giovinezza del mondo», furono loro a comporre per la prima volta dei testi in volgare. Le origini stesse della letteratura provenzale sono legate alle pratiche del canto, spesso con accompagnamento di uno strumento musicale. E se i testi composti dai Troubadours non erano da loro stessi cantati, venivano affidati all’esecuzione dei jongleurs (menestrelli) che fungevano da musico-cantori.

I Troubadours non furono soltanto uomini, esistevano anche una ventina di Trobaioritz (Trovatrici). Sovente si è cantato e raccontato nel mondo popolare di donne streghe, prostitute e sante ma esistevano in quella società medievale occitana, donne colte che avevano una parte attiva nella vita culturale e letteraria. Con buona pace di grandi filosofi del passato come Socrate che riconosceva alla donna solamente una uguaglianza morale all’uomo. “Piangere, parlare, girare, è ciò che Dio ha concesso alle donne” sentenziava invece Aristotele che considerava l’uomo un artigiano a cui la donna forniva solamente il legno da lavorare e secondo cui, lei era “più fredda dell’uomo e in virtù del fatto che calore equivale ad energia, toccava all’uomo comandare”. Il suo pensiero lo portò addirittura a considerare la donna come un uomo fallito. Quando capitava all’orizzonte una donna particolarmente virtuosa veniva definita “più strana della fenice o del cigno nero“.
San Paolo, invece scriveva ai Corinzi che «è meglio sposarsi che ardere» e Maometto raccomandava l’accoppiamento per purificare lo spirito.

Improvvisamente era dunque accaduto che le donne, da sempre soggetto delle composizioni e fine ultimo dell’amore dei componimenti dei Trovatori, diventarono esse stesse autrici e creatrici di propri testi poetici. Le prime « cantautrici » della storia della musica secolare occidentale appartenevano tutte al rango aristocratico, a differenza degli uomini, tra cui ce n’erano anche di umili origini. A tutt’oggi risultano conservate circa quaranta loro composizioni e tra queste solamente di una, oltre al testo, ci è stata tramandata anche la musica : “A chantar m’er de so qu’ieu non volria” (Devo cantar di ciò che non voglio) opera di Beatritz de Dia o Comtessa de Dia (1140-?), che è conservata ne “Le Manuscript du Roi”, un canzoniere ricopiato intorno al 1270.

Non c’è comunque una certezza totale sulla paternità delle composizioni perchè i primi canzonieri non distinguevano le opere dei Trovatori da quelle delle Trobairitz. Iniziarono i canzonieri italiani e catalani a farlo. Almeno una di queste autrici avanguardiste fu particolarmente ardita, Bieiris Beatride Romans (detta anche Beatritz) avendo lasciato una cansó dal titolo “Na Maria, pretz e fina valors” (“Signora Maria, pregio e fin valore”) che è indirizzata ad un’altra donna a cui esprime i propri sentimenti d’amore lesbico sia in termini di desiderio fisico che di ammirazione cortese. Fatto di estrema rarità, anche se c’è chi sostiene che la Maria in questione sia in realtà la Madonna. Verso la fine del Medioevo, nel XV° secolo, la poetessa, scrittrice e filosofa Cristina de Pizán, denunciò le disuguaglianze nei riguardi di tutte le donne, incoraggiandole a combattere iniziando dall’educare se stesse. Probabilmente fu lei la prima femminista della storia.

La Trobairitz Clara D’Anduza

Clara D’Anduza era una di queste Trobairitz occitane della prima metà del XIII° secolo. Di lei non si sa niente e le poche informazioni sulla sua poetica si devono al rapporto con un altro trovatore che forse l’amava, Uc de Saint CircUc era un rappresentante del nascente stile accademico della prosa alla corte di Ezzelino da Romano. Quest’ultimo sarà Podestà della mia città, Verona, della quale all’epoca era ben nota l’importanza strategica commerciale. Nel 1228 fece stilare anche il primo Statuto Veronese che è conservato ancora oggi presso la Biblioteca Capitolare scaligera. Ezzelino risiedeva in un palazzo di quello che attualmente è corso Sant’Anastasia. Parti del palazzo originale sono tuttora visibili nei muri e nel portico di Palazzo Forti, storico edificio diventato nel ‘900, Galleria d’Arte Contemporanea. Ezzelino, punto di riferimento dei Ghibellini nel 1230 sconfisse i Guelfi e imprigionò Rizzardo di Sambonifacio, devastando, bruciando, torturando e assassinando barbaramente i nemici. La figura di Ezzelino condottiero spietato e assetato di sangue è passata alla storia.

Della Trobairitz Clara D’Anduza, nel Libro dei Canti, è conservato un solo testo, un’unica canzone dal titolo “En greu esmay et en greu pessamen” che Mara Aranda ha inciso nel suo ultimo cd tutto al femminile Trobairitz (2020). Non esistendo la musica originale, Mara ha composto sulle parole una melodia straordinariamente toccante assieme alle sue musiciste (in particolare Sara Agueda all’arpa e Patricia Garcia alla fidula). Mara Aranda è anche Direttrice del Centro Internazionale di Musica Medievale, con sede nel Monastero Reale di Santa Maria de la Valldigna.

 

Mara Aranda

En greu esmay et en greu pessamen
an mes mon cor et en granda error
li lauzengier e ·l fals devinador
abayssador de joy e de ioven
qar vos q’ eu am mais que res qu’ el mon sia
an fait de me departir e lonhar
si q’ ieu no ·us puesc vezer ni remirar
don muer de dol, d’ira e de feunia.

Selh que ·m blasma vostr’ amor ni ·m defen
no podon far en re mon cor mellor
ni ·l dous desir qu’ ieu ai de vos maior
ni l’enveia ni ·l dezir ni ·l talen
e non es hom – tan mos enemicx sia –
si ·l n’ aug dir ben, no ·l tenha en car
e, si ·n ditz mal, mais no ·m pot dir ni far
neguna re que a plazer me sia.

La no ·us donetz, belhs amicx, espaven
que ia ves vos aia cor trichador
ni qu’ ie ·us camge per nul autr’ amador
si ·m pregavon d’autras donas un cen
qu’ amors que ·m te per vos en sa bailia
vol que mon cor vos estuy e vos gar
e farai o; e, s’ ieu pogues emblar
mon cors, tals l’ a que iamais non l’auria.

Amicx, tan ai d’ira e de feunia
quar non vos vey, que quant yeu cug chantar
planh e sospir, per qu’ ieu no puesc so far
a mas coblas que ·l cors complir volria.

Selh que ·m blasma vostr’ amor ni ·m defen
no podon far en re mon cor mellor
ni ·l dous desir qu’ ieu ai de vos maior
ni l’enveia ni ·l dezir ni ·l talen
e non es hom – tan mos enemicx sia –
si ·l n’ aug dir ben, no ·l tenha en car
e, si ·n ditz mal, mais no ·m pot dir ni far
neguna re que a plazer me sia.

 

In gran sconforto e preoccupazione
han messo il mio cuore in grande errore
i maldicenti e i falsi profeti
gli ambasciatori di gioia e di gioventù
poichè voi che amo più di ogni cosa al mondo
hanno fatto fuggire lontano da me
cosicchè non posso più vedervi e rimirarvi
e dunque muoio di dolore, d’ira e di risentimento.

Adesso mi biasimate, il mio amore rifiutate
ma non potete modificare gli slanci del mio cuore
né il dolce desiderio di voi che aumenta
né la gelosia, né la voglia, né la bramosia
e non c’è uomo, sia pure mio nemico
che non mi sia caro se parla bene di voi
e se ne parla male, niente potrà dire o fare
per piacere a me.

Non dovete, bell’amico, temere
ch’io abbia verso voi un cuore ingannatore
né che vi scambierò con nessun altro amante
anche se cento donne mi pregano di farlo
che l’amore per voi mi custodisce
vuole che io sia al sicuro e conservata per voi
ah, se potessi riprendere
il mio corpo da colui che non lo vorrà mai.

Amico, sono piena di rabbia e gelosia
perché non posso vedervi e quando tento di cantare
piango e sospiro perché non posso far fare
alle mie strofe quel che il mio corpo vorrebbe.

Adesso mi biasimate, il mio amore rifiutate
ma non potete modificare i moti del mio cuore
né il dolce desiderio di voi che aumenta
né la gelosia, né la voglia, né la bramosia
e non c’è uomo, sia pure mio nemico
che non mi sia caro se parla bene di voi
e se ne parla male, niente potrà dire o fare
per piacere a me.

Traduzione di Flavio Poltronieri

 

(segnalato da Maria Colaizzo)