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Il Cercatore di Silfio (parte prima)

 IL CERCATORE DI SILFIO
di Maria Colaizzo 



Prima Parte

I. La partenza

Anargyros era stato convocato con una certa urgenza. Era un giovane agile, bruno, con grandi occhi neri e denti bianchissimi. Nel palazzo non c'era uno che non lo guardasse con piacere e inoltre, per via del suo buon carattere, che non gli volesse bene. Il Principe lo attendeva. Si affrettò verso gli appartamenti di Nerone, passando attraverso il grande peristilio. La domus, che il giovane imperatore si ostinava a definire transitoria, era sterminata e gli toccò affrettare il passo. Lo trovò nella biblioteca, immerso nella lettura di un rotolo di papiro. "Sono corso da te, Principe; in cosa posso servirti?". L'imperatore sollevò il capo scuotendo i rossicci capelli ondulati, e assunse un'espressione pensierosa. "Anargyros, tu sei il più capace dei miei liberti - disse aggrottandola fronte - ed ho fatto bene ad affrancarti; sei colto e ti esprimi bene in greco ed in latino, sai scrivere e leggere. Inoltre, so che mi vuoi bene"."Devo preoccuparmi per queste manifestazioni di stima? Cos'hai in serbo per me?"."Leggi qui". Indicò al servo un passo dell'opera che stava leggendo. Il testo descriveva la pianta di silfio, esaltandone le proprietà. "Vedi, Anargyros, il silphion, che alcuni chiamano laser, è quasi scomparso. Eppure è una pianta preziosa. Pare che sia stata donata agli uomini da Apollo in persona, e se non vogliamo scomodare il dio diciamo che è un dono della natura, una panacea in grado di curare ogni male. È una pianta magica". "Che uso vorresti farne, mio padrone?". "Vorrei averla, piantarla, allevarla. Non c'é ricetta che la escluda: ogni pietanza diviene speciale quando vi si aggiunge. Inoltre curerebbe il mio povero stomaco, migliorerebbe la qualità della mia voce togliendomi la tosse in inverno e prevenendo la raucedine, potrebbe perfino sconfiggere la verruca che mi è spuntata sotto il piede sinistro. Se ne può estrarre il succo senza che la pianta muoia, capisci?". "Dove cresce, questa pianta prodigiosa?". "In Cirenaica, in terreni aridi, nel deserto, spontaneamente..."Anargyros avvertì un brivido corrergli lungo la schiena. Cominciava a comprendere perché l'imperatore lo avesse convocato. Si vide nel deserto a raccogliere improbabili piante di silfio, che sarebbero naturalmente morte tutte durante il viaggio di ritorno, verosimilmente insieme a lui. Tentò un'ultima carta, prima che la richiesta venisse formulata: "La tua voce è talmente bella ed intonata che nessuna pianta potrebbe migliorarla. Poi l'aspetto di questa pianta mi è ignoto: come potrei riconoscerla?". "Ecco, mio caro, prendi questa moneta d'argento. Viene da Cirene e su di essa è raffigurato uno stelo di silfio. Partirai domani, debitamente scortato. Sai che ti amo". "Sì,Principe, lo so". "Sappi allora che ho bisogno di questa pianta anche per curare lo spirito. Sono infelice. Non ho altri che te ed Atte. Mio padre sapeva solo odiare, lo sai, e uccideva perfino i bambini; mia madre si serve di me per sfogare la sua brama di potere, Seneca per conquistare eterna gloria. Ho una sposa cui faccio ribrezzo ed un cognato - o fratello? - epilettico che finirò per uccidere. Ho mandato a morte la zia Domizia, l'unica che mi dimostrasse un po' di affetto. Quanto a Berillo e Aniceto, era bello giocare con loro, ma Agrippina me li ha tolti. Burro controlla ogni mia mossa e un servo assaggia tutto quel che mangio. Dimmi, Anargyros, non ti faccio compassione?".

La nave lo aspettava ad Anzio, al porto nuovo. Era una costruzione magnifica, con i moli che sembravano la naturale prosecuzione dei promontori, a ponente e a levante. C'era una confusione indescrivibile, tra uomini e merci, navi da carico e carri, animali. Nerone aveva predisposto per quel viaggio una liburnica a due ordini di remi, per viaggiare veloci in sicurezza, che aveva opportunamente riempito di casse, al momento vuote. L'equipaggio era esperto, eccellente il timoniere. Anargyros aveva portato con sé vesti leggere e qualche mantello, il denaro che gli aveva dato il Principe e che teneva sempre al collo in un sacchetto di pelle, unlasciapassare firmato dallo stesso Nerone, un pugnale e dei grani di veleno, nascosti in un anello, che gli aveva dato la maga Locusta per ogni evenienza. Su quelle rotte si muovevano infatti le imbarcazioni dei pirati, e la stessa Cirenaica non era una terra sicura. Tra Egitto e Numidia, era terra di deserti e di predoni, ad eccezione di un unico altopiano, la cui terra fertile consentiva le coltivazioni. La regione era stata donata a Roma dai Tolomei, quando l'ultimo re era deceduto. Prima di Augusto, Cirene dominava sulle altre quattro città del territorio, e accoglieva i naviganti nel porto di Apollonia, ma già dal 27 a.C. la città aveva perso parte della suaautonomia ed era stata dichiarata provincia romana insieme a Creta. Conservava tuttavia la sua forza commerciale, grazie alle merci che dall'Africa transitavano verso Roma attraverso i suoi mercati, e la sua ricchezza grazie alle libertà fiscali che Roma stessa le accordava.

La bellezza del viaggio marino risollevò il morale di Argyros. In fondo si recava in luoghi perfettamente romani, dove non sarebbe stato difficile svolgere la sua indagine.

Arrivarono al porto di Apollonia alla terza ora, il terzo giorno prima delle none di settembre (alle 20 del 3 settembre). Non una nube aveva turbato quel viaggio, e il volo dei gabbiani aveva accompagnato i pensieri del giovane liberto, che rifletteva sulla propria sorte. Sapeva che la sua vita era legata a quella del Principe, il giovane Cesare costretto a tradire la sua giovinezza e le sue passioni per un disegno politico che non lo riguardava. La crudeltà degli uomini avrebbe avuto certo la meglio sul suo animo sensibile, impressionabile, lo avrebbe deformato e reso indifferente, come era già accaduto ad Ottavia. Dall'abisso in cui precipitava nessuna pianta magica avrebbe potuto salvarlo, nessuna gioia, nessun progetto. Eppure aveva così tante energie, e la sua natura era amabile e generosa. Gli piaceva scherzare, ridere, correre e suonare, e naturalmente amare.

Al porto gli venne incontro un funzionario del prefetto d'Egitto, Lusio Geta, fresco di nomina e forse allontanato da Roma perché sospettato di sostenere Britannico.Anargyros accettò cordialmente il carro che gli offriva, trainato da uno splendido cavallo, ma rifiutò le guide, sostenendo di averne già una. Diffidava di un nemico di Cesare e preferiva scegliersi la guida tra i greci del porto. Per il momento si sarebbe fermato a Cirene.

Gli si faceva incontro un paesaggio magnifico, dolce e fiero insieme. Mano a mano che si allontanava dalla costa, e il mare scintillante si fondeva con l'azzurrissimo cielo, in un tramonto dolcissimo si presentavano alla vista colline verdeggianti e, in lontananza, monti ugualmente verdeggianti. Come aveva potuto credere che lo avrebbero inghiottito le dune sabbiose del deserto! Comprendeva perché tanti popoli si fossero fermati in quella regione, sedotti dalla sua bellezza! La guida, che si chiamava Aniketos, gli narrò la leggenda della ninfa Cirene, rapita da Apollo e trasportata in Libia. Gli narrò di Batto, delle guerre e della sottomissione all'Egitto. Poi, quando giunsero in città, gli indicò il grande tempio di Zeus, il santuario di Apollo, lontano su una terrazza ai piedi dell'acropoli, e ancora il foro, la basilica, le botteghe. Anargyros era fuori di sé dalla meraviglia e dalla contentezza. Si sistemò in un alloggio piccolo, ma confortevole, a ridosso dell'agorà. Congedato Aniketos per quel giorno, si ritirò che la sera era già avanzata.

II. Cirene

Il mattino successivo fece una capatina alle terme. Scelse quelle riservate ai notabili, naturalmente. Rimase deliziato dalle fragranze che si levavano dalle acque del frigidario, dove erano stati gettati dei petali e delle spezie. Dei piccoli schiavi gli porsero dell'argilla mescolata ad olio d'oliva, e gli chiesero se avesse gradito un massaggio. Anargyros  non si privò di un po' di esercizio fisico in una grande natatio, e accettò un massaggio con unguento alla mirra. Dopo, girovagò nella grande agorà quadrilatera fermandosi ad osservare uomini e cose. Cirene aveva dato i natali a filosofi, letterati ed eruditi. Sotto il porticato sostava un capannello di persone, che attendevano il proprio turno per rivolgere delle richieste ad un uomo anziano, dalla bianca barba fluente, semplicemente abbigliato con una tunica. Anargyros si unì a quella piccola folla ed attese con pazienza, ascoltando le richieste e le risposte. Quell'uomo era un saggio, che dispensava informazioni e consigli di diversa natura. Alcuni, allontanandosi, gli porgevano una moneta, altri un piccolo paniere che evidentemente conteneva generi alimentari, altri infine nulla. Un bambino gli offrì un fiore strappandogli un inchino ed un sorriso. Infine Anargyros chiese al vecchio di parlargli del silfio.

"Ti parlerò della pianta che è stata vanto e ricchezza di Cirene, anche se sei romano, ed hai contribuito alla sua scomparsa. Il silfio è il nome di una pianta antichissima, da non confondere con il laser, che invece ne è il prodotto. Non devi neanche pensare che questa pianta somigli a quelle della lontana Persia, o dell'Armenia, come dicono. Di questa pianta puoi usare il tronco o la radice: se li incidi, dalla ferita sgorgherà un latte dall'odore forte e voluttuoso, che come il sangue si rapprenderà in granelli duri, più o meno grandi. Se li schiaccerai, diventeranno polvere sulle tue dita e potrai sentirne l'acre sapore. Le gocce, talvolta, rapprendendosi prendono la forma di lacrime, e come le lacrime sono amare. Il succo della radice è più efficace e più pregiato, e perciò la pianta deve essere estratta con grande delicatezza". "Maestro, ma se il suo sapore è aspro, perché questa pianta è tanto preziosa?". "Perché il suo succo è un farmaco. Fa ricrescere i capelli, cura l'epilessia, la gotta e la raucedine, l'itterizia e la pleurite,l'asma la tosse e l'angina, tutti i dolori, i disturbi della pelle, gli spasmi, e potrei continuare all'infinito. Ma la sua proprietà più importante è che calma i dolori dell'anima, dona la quiete ed il riposo, allontana i cattivi pensieri". "Allora sono sciocchezze quelle che scrivono e dicono i cuochi!". "Gli uomini l'hanno usata sempre ed ovunque per preparare gli alimenti. I vostri cuochi non sanno farne a meno, anzi non sapevano, perché di silfio non ce n'è più". "Uomo saggio, non dici giusto. L'oro di Roma ha fatto ricca Cirene. Se il silfio è sulle monete è perché il suo commercio era il più fiorente del mondo. Cesare conservò nel pubblico erario millecinquecento libbre di silfio, insieme all'argento e all'oro"."Ora i signori di Roma dovranno accontentarsi di quello persiano, lo stercum diaboli"."Non io, maestro, il mio Cesare ha bisogno di questo". "E perché?". "Perché è malato". "Un tempo cresceva in grande quantità in una striscia costiera di questa regione. A vederla e studiarla venivano viaggiatori eruditi ed esperti dell'arte medica, che si fermavano sotto questi portici a discutere di dotte teorie. Anche i mercanti venivano, greci e romani, e coglievano le lacrime dei fusti. Le impastavano con la farina e le portavano via. Poiché le piante non dovevano morire, nessuno aveva diritto ad una quantità superiore a quella prevista dalla legge, e le pene per i trasgressori erano severe. Il silfio era sacro, e i popoli della Cirenaica vollero inviarne una grande pianta a Delfi, per ringraziare Apollo del suo dono. Se uno ti dicesse di averne, oggi, non credergli. Il silfio rendeva grasso il bestiame e non lo avvelenava, come è accaduto qualche tempo fa ai cammelli dei nomadi. Infine, quello che non so dirti, è se la pianta fosse selvatica o potesse anche essere seminata". Anargyros porse al vecchio saggio una moneta d'argento, e si sarebbe aspettato che lo ringraziasse, ma l'uomo strinse la moneta tra le mani e chiuse gli occhi, rimanendo assorto nel suo silenzio.

III. La ricerca

Bisognava decidere da dove principiare la ricerca. Certo era difficile. Chiese consiglio ad Aniketos che a sua volta si consultò con delle guide locali, non solo greche. Decisero di iniziare le ricerche dall'altopiano, che si estendeva nella zona orientale, parallelamente al mare, prima boscoso e quasi fertile per le piogge e poi desertico, nelle zone più interne.

Si muovevano con due carri e tende pesanti, e il piccolo convoglio si inerpicava faticosamente attraverso antiche mulattiere. La bellezza dei paesaggi addolciva la fatica del viaggio, come pure le conversazioni con Aniketos. Gli altri servi erano per lo più silenziosi, e preoccupati dall'escursione senza meta e senza un tempo annunciato di ritorno. Dopo circa tre giorni furono sull'altopiano. L'aria era leggera e di giorno il sole ardeva sulla vegetazione lussureggiante, mentre a sera le ombre portavano venti freddi e qualche pioggia. Inoltratosi in un bosco con la guida greca e stringendo la moneta raffigurante il silfio, Anargyros pregava Apollo di guidarlo verso la pianta, di cui ormai conosceva a memoria le fattezze. Il suo frutto principalmente era inconfondibile, a forma di cuore. Anche il seme era a forma di cuore, simile ad un geroglifico egizio, cui forse aveva dato origine. Quella pianta, infatti, era anche usata per il controllo delle nascite, ed aveva effetti abortivi.

Nel bosco tuttavia non trovarono silfio, ma uomini, indigeni vestiti di lini e pelli, accampati come loro. Parlavano una lingua sconosciuta ad Anargyros, ma comprendevano il greco, e non sembravano ostili, ma avevano l'aspetto di cacciatori o pastori.

 Appartenevano all'etnia dei Garamanti, un tempo feroci nemici dei romani. Fu Aniketos a spiegare al liberto che venivano dal deserto, parlavano il berbero, abitavano l'antica città di Garama. La loro civiltà era lontana dalla mentalità dei greci e dei latini, si alimentavano in modo semplice con i prodotti della terra ed erano abili nel coltivare la terra e nel fabbricare utensili, ma niente di paragonabile a quelli di produzione italica. Aniketos sapeva anche che come gli egizi avevano l'abitudine di mummificare i morti, e poi avevano appreso il commercio, del sale e degli schiavi, per comprare vino, olio e lampade negli empori romani. Il gruppo di cacciatori offrì ad Anargyros dei frutti selvatici e dell'acqua, e Anargyros ne approfittò per chiedere loro informazioni sul silfio. Risposero in un greco così approssimato che fu necessario fermarli e chiedere di ripetere, per comprendere il senso dei loro discorsi. Uno di loro, più anziano, aveva un grande tatuaggio sul braccio destro, che recava anche tracce di antiche cicatrici. Forse era stato un guerriero. Discutevano sempre più animatamente dei motivi della scomparsa della pianta. Anargyros comprese che davano la colpa a se stessi e agli altri barbari, che abitavano l'interno della regione. Volevano indebolire il popolo della costa, sfregiare la sua ricchezza, ed avevano distrutto volontariamente le piante. Non tutti avevano accettato il rapporto con i mercati del Mediterraneo, e ritenevano deleterie quelle piante, che erano divenute più importanti degli uomini, con sopra puntati gli occhi della grande Roma. Uno sostenne che gli animali liberi al pascolo le avevano divorate sotto gli occhi dei pastori romani, che si erano presi le terre e non le sapevano amministrare, e che quelle piante erano impossibili da seminare, coltivare, e volevano crescere spontanee dove pareva a loro, quasi fossero esseri umani. Ci avevano provato, con colture a mezza costa, ma senza successo, e se era sopraggiunta la miseria tanto meglio, perché sarebbero stati più liberi. Era più semplice cercare i minerali sui monti; quelli non si sarebbero estinti facilmente. Anargyros si avvilì e notando la sua espressione mortificata i cacciatori risero. Una forse l'avrebbe ancora trovata, battendo le foreste, oppure si sarebbe smarrito nella grande Africa, e sarebbe finito tra i rinoceronti, nella regione di Agysimba. Il liberto si consolò pensando che quegli uomini non erano pienamente civilizzati, che ignoravano la grazia e la bellezza, e che non erano stati mai alle terme.

L'esplorazione dell'altopiano proseguì per tutto il mese di settembre e parte del mese di ottobre. Il tempo cambiava e bisognava ritornare, per non farsi sorprendere dai freddi autunnali. Nella zona meno vegetata incontrarono villaggi di capanne, ai quali si avvicinarono con eccessiva fiducia.I Musulami si erano ritirati da tempo verso la Numidia, avvicinandosi sempre più al deserto.Anargyros ricordò che si trattava di un popolo fiero e bellicoso, che aveva dato non poco filo da torcere ai romani. Il numida Tacfarinas, che era un soldato romano, aveva disertato e si era messo a capo di un esercito di rivoltosi. Quando il gruppo si avvicinò, gli indigeni uscirono incuriositi dalle loro capanne. Non accadeva spesso che un romano si inoltrasse fin lì con una scorta tanto esigua.Non ebbero problemi a comunicare: tutto il mondo parlava il latino.

Mentre la guida ed i servi si allontanavano, invitando Anargyros a fare lo stesso, egli proseguì il cammino verso le prime capanne. Non vedeva che donne e bambini.Si impose di mantenere la calma quando questi ultimi cominciarono a toccargli le vesti, le mani, anche i capelli. Poi vennero alcuni uomini che gli chiesero cosa lo avesse portato fin là. Anche a loro il giovane parlò della pianta, ma senza lasciarsi sfuggire il nome di Cesare. Disse che era uno studioso e che un grande scienziato, in Roma, voleva informazioni per un trattato di botanica. Non comprese se gli avessero creduto, ma lo invitarono in una capanna e gli offrirono da bere.

Del silfio non sapevano nulla. Da anni si erano ritirati sui monti per sfuggire alle continue guerre con i romani. Le legioni si erano impadronite delle vallate, ma non si erano mai addentrate nelle foreste, dove i guerrieri li colpivano facilmente. Un uomo barbuto, dalla carnagione scurissima, porse allora ad Anargyros una grande cesta di vimini, invitandolo ad aprirla. Anargyros, ingenuamente convinto di un dono, ne sollevò graziosamente il coperchio, e subito dopo lasciò andare la cesta con un urlo. La testa mummificata di un centurione romano, corredata dai resti dell'elmo, rotolò sul pavimento. Nello stesso momento, il capo prese a dolergli e la vista si sdoppiò.

Il risveglio fu inebriante. Dondolava come su un mare mosso dai venti primaverili. Intorno a lui c'era penombra e un canto d'uccello giungeva di lontano. Quando aprì gli occhi per verificare se fosse un sogno, dovette arrendersi alla realtà. Era in una gabbia di paglia, sospesa ad un albero maestoso, fronzuto, ad un'altezza in vero non eccessiva dal suolo cespuglioso. Osservò tutto con attenzione, lasciando oscillare con prudenza il capo e massaggiandosi le tempie. Non v'era traccia né d'uomini né di capanne, e quella non era la radura del villaggio. Indossava ancora i suoi abiti, e tastandolo scoprì con piacere che il pugnale cucito nella fodera era ancora al suo posto. Il giorno declinava verso il tramonto, e il vento si faceva più freddo e penetrava nelle carni. Tagliò e segò la paglia, che cedeva tenera sotto la lama. Non sarebbe saltato giù senza verificare lo stato del terreno sul quale si lanciava. La vita di corte gli aveva insegnato la diffidenza e la scaltrezza, ed era stata una formidabile scuola di sopravvivenza, come del resto tutta la sua vita. Nato schiavo da genitori greci, lo avevano salvato l'aspetto e la grazia dei modi, la cultura e l'intelligenza, ed era stato notato da Nerone quando ancora era fanciullo, eletto poi a compagno di giochi e confidente. La gelosia degli altri schiavi lo aveva sempre perseguitato, raggiungendo il culmine quando il Principe lo aveva affrancato, restituendogli lo status libertatis. Quel giorno suo padre aveva pianto di felicità, certo che la vita del figlio sarebbe stata meno dura della sua, ed era seguito un periodo di benessere, fino a che Claudio non era stato avvelenato da Agrippina e le rivalità e gli intrighi non avevano preso il sopravvento nel palazzo imperiale. Ora doveva portare a termine la sua missione, per rendere felice il padrone ed infelici tutti quelli che lo invidiavano e cercavano di allontanarlo da Cesare.

Quando il varco nella rete fu sufficientemente ampio, scese tenendosi ai rami dell'albero. In fondo, tra la vegetazione, brillavano punte acuminate di lame. Così toccò il suolo con estrema cautela, e si allontanò silente come un rettile, strisciando sulle pietre. Il buio diveniva sempre più fitto.

Nel buio camminò, sollevando al cielo lo sguardo per osservare le stelle e chiedere loro la direzione da seguire. Voleva ritrovare il sentiero verso sud, ritornare sulla via già percorsa. Non si lasciò illudere dalla speranza di incontrare il convoglio e gli schiavi la guida, che potevano essere stati individuati e magari penzolavano ai rami degli altri alberi della infinita foresta. Avanzò lentissimo fino all'alba, e gli tennero compagnia le voci degli uccelli notturni e qualche urlo di scimmia. Dire che aveva paura è dir poco, anzi pochissimo. Verso mezzogiorno del giorno successivo, quando la fame e la sete erano divenuti insopportabili, ritrovò i cacciatori di Garama che si erano attendati in un luogo diverso: almeno così gli pareva. Con loro c'era la guida greca, e questo gli diede una grande gioia. Il resto della comitiva, i carri ed i cavalli però erano perduti. "Romano - disse Aniketos - i libici hanno preso ogni cosa e sgozzato i servi. Non restiamo che noi due. Fui lesto a fuggire quando compresi che ti era accaduto qualcosa, e raggiunsi questi ospitali indigeni per chiedere aiuto e tornare da te; anche se, in cuor mio, sapevo che era difficile trovarti ancora in vita. Intorno al loro villaggio non ci sono che ossa umane e fetore di cadaveri". "Non so neanch'io perché non mi abbiano ucciso, e nemmeno derubato. Ero sospeso ad un albero come un uccello prigioniero". I cacciatori spiegarono loro che lo avevano preservato per offrirlo a qualche loro divinità,Nasamoni, cheerano un popolo seminomade, ma non barbaro, avevano appreso alcuni culti, ed onoravano i morti e praticavano l'arte divinatoria, ma non avevano del tutto rinunciato ai sacrifici. "Volevano sacrificarmi ai loro dei? - intervenne agitato Anargyros - Sarebbero tornati ad uccidermi?". "No no, i sacrifici umani qui non sono mai stati praticati. I popoli tribali uccidono per rubare o per odio. Forse eri un omaggio per il dio dei boschi, che si sarebbe preso cura di te. Infatti, come vedi, non ti hanno torto un capello e neppure spogliato". "E la testa?". "Un militare di meno" rispose scandalosamente un cacciatore, con un breve sorriso.

(continua…)