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Filosofia politica

Filosofia politica. Robert E. Goodin: «Soggettivo e comune, è il bene democratico»,
di Gianfranco Pellegrino,
tratto da “Avvenire”  1 luglio 2023

"Fake news e ambiente massmediatico iperpolarizzato minacciano la capacità delle maggioranze democratiche di rintracciare la verità".


Miltiadis Fragkidis,“The British Museum”, 2019 - Miltiadis Fragkidis / Unsplash

Robert E. Goodin, professore presso l’Australian National University, è stato recentemente insignito del Johan Skytte Prize in Political Science (l’equivalente del premio Nobel) e ha fondato il Journal of Political Philosophy (la migliore rivista del settore). Sarà in Italia, al Dipartimento di Scienze Politiche della Luiss di Roma, per presentare il suo ultimo libro sull’ingiustizia strutturale (il 4 luglio, ore 17) e per aprire la conferenza dell’International Society for Utilitarian Studies, con una lezione su democrazia e aggregazione delle preferenze (il 5 luglio alle 14). Goodin ha scritto opere fondamentali su democrazia, giustizia e politica.

Professor Goodin, il suo ultimo libro (Perpetuating advantage. Mechanisms of Structural Injustice, 2023) è un’analisi dei meccanismi che perpetuano l’ingiustizia strutturale. Prima ha scritto un libro sulla democrazia epistemica, e ancora prima sulla democrazia deliberativa. Tuttavia, ha scritto anche sull’utilitarismo (Utilitarianism as a Public Philosophy, 1995). Potrebbe approfondire il legame tra democrazia, giustizia e utilitarismo nel suo pensiero?

«Penso che la cosa giusta da fare (in particolare per i responsabili delle politiche pubbliche) sia quella che avrà le migliori conseguenze per la promozione del benessere soggettivo delle persone interessate. La regola di giustizia che ho sostenuto – “proteggere i vulnerabili” – dice che quando scegliamo le nostre azioni (individualmente e collettivamente) dovremmo essere particolarmente sensibili al loro impatto su coloro il cui benessere sarebbe particolarmente influenzato da esse. Tendo a favorire una distribuzione ampiamente egualitaria dei vantaggi e degli svantaggi sociali, sulla base del classico principio secondo cui la maggior parte delle risorse ha un’utilità marginale decrescente: una particolare risorsa farà meno per aumentare il benessere soggettivo di chi ne ha di più di quanto farebbe per aumentare il benessere soggettivo di chi ne ha di meno, e quindi il trasferimento di risorse da chi ne ha di più a chi ne ha di meno avrà come conseguenza un aumento del benessere soggettivo complessivo.

La democrazia è importante perché le persone vogliono avere il controllo delle proprie vite, sia collettivamente sia individualmente, e le istituzioni democratiche servono in questo modo i loro interessi. La democrazia è importante in senso negativo, come strumento di autoprotezione contro lo sfruttamento e l’oppressione (come sottolineavano i primi utilitaristi), ma anche in senso positivo, come mezzo per massimizzare la probabilità che le decisioni pubbliche siano allineate con le preferenze e gli interessi soggettivi. Infine, la democrazia è importante per scoprire sia ciò che le persone pensano sia ciò che effettivamente promuove al meglio il loro benessere soggettivo, individualmente o soprattutto collettivamente».


Tornando all’ingiustizia strutturale, qual è la rilevanza di questa nozione? Quali sono i meccanismi peggiori che la perpetuano e le possibili contromisure?

«L'ingiustizia strutturale è importante per il modo in cui tende a "mascherare" il fatto che venga commessa un'ingiustizia. Tendiamo a pensare all'ingiustizia come a un torto interpersonale. Una persona ruba qualcosa a un'altra. Una persona schiavizza un'altra. Cose del genere. In questi casi paradigmatici di ingiustizia interpersonale, l’azione degli individui è in primo piano, è immediatamente evidente. Nei casi di ingiustizia strutturale, l’azione degli individui è nascosta. Una forza impersonale come il "mercato" ha portato alcune persone ad essere avvantaggiate e altre svantaggiate. Ma pensando all'"ingiustizia" come a qualcosa che paradigmaticamente richiede l'intervento dell’azione individuale, siamo tentati di pensare che non ci sia nulla di ingiusto in questi risultati impersonali del mercato. I filosofi che richiamano l'attenzione sulla possibilità (anzi, sulla realtà) dell'ingiustizia strutturale strappano questa maschera. In primo luogo, attirano l'attenzione sul fatto che le strutture sociali possono creare vantaggi e svantaggi immeritati tra le persone; in secondo luogo, sottolineano che quelle che sembrano strutture sociali impersonali sono state create e sostenute da agenti umani che possono essere incolpati di aver prodotto e perpetuato tali vantaggi e svantaggi immeritati.

Nel mio lavoro sull'ingiustizia strutturale ho individuato molti meccanismi specifici che potrebbero causarla: status sociale, reti sociali, linguaggio e pregiudizi, aspettative e norme sociali, effetti reputazionali e fattori organizzativi. Non sono sicuro che ce ne sia uno solo che possa essere definito "peggiore" in assoluto. In contesti diversi, diversi di questi meccanismi sono molto nocivi.

Strappare la maschera e fare emergere l'ingiustizia strutturale può contribuire in qualche modo a minarla. Ma andare fino in fondo è probabilmente difficile. Tutti i meccanismi specifici dell'ingiustizia strutturale hanno due cose in comune. In primo luogo, tutti, in un modo o nell'altro, derivano dalle "economie di scala"; in secondo luogo, tutti servono a risparmiare tempo e attenzione. Entrambe le caratteristiche rendono questi meccanismi di ingiustizia strutturale socialmente utili, spesso anche per coloro che ne sono altrimenti svantaggiati. Ciò significa che sarà difficile – o comunque costoso, spesso anche per gli svantaggiati – sradicare del tutto questi meccanismi di ingiustizia strutturale".


In An Epistemic Theory of Democracy (2018) lei sostiene che spesso le decisioni della maggioranza rintracciano la verità. Tuttavia, viviamo in un mondo sempre più preoccupato dalle fake news. Come può funzionare la democrazia oggi?

«Stanti certe assunzioni, è una verità matematica che la maggioranza avrà ragione su proposizioni riguardanti fatti. Sono assunzioni semplici: che ci sia un fatto da accertare; che ogni elettore abbia più probabilità di avere ragione che torto su quel fatto, che gli elettori votino indipendentemente l’uno dall’altro e non influenzati da un opinion leader, che gli elettori votino sinceramente per l’opzione che ritengono corretta. Ma queste assunzioni non erano valide nel referendum sulla Brexit e nell’elezione di Donald Trump. In questi casi, troppe persone hanno seguito ciecamente dei bugiardi incalliti. E forse non votavano sulla base delle loro sincere opinioni su ciò che è vero, ma piuttosto sulla base di una risposta emotiva viscerale alle offese sociali e alle minacce percepite alle loro identità. Le fake news e un ambiente massmediatico iperpolarizzato minacciano la capacità delle maggioranze democratiche di "rintracciare la verità". Ma potrebbe esserci un problema ancora più profondo che è sia la causa che la conseguenza di tutte queste perversioni della democrazia.»


Il suo lavoro ha riguardato anche le istituzioni e la scienza politica. Ha dedicato un libro all’ingegneria istituzionale e ha curato l’Oxford Handbook of Political Science (2011). Qual è la sua opinione sui rapporti tra scienza politica e filosofia politica?

«I filosofi politici hanno bisogno che gli scienziati politici indichino loro i fatti empirici – cosa è fattibile e cosa no, quali accordi istituzionali funzioneranno effettivamente per raggiungere gli obiettivi che desiderano, e così via. Ma gli scienziati politici hanno bisogno di filosofi politici che dicano loro quali fatti contano. La scienza sociale empirica è troppo spesso simile alla “raccolta di farfalle” (“ci sono così tanti fatti interessanti sul mondo!”) o al “conteggio dei fili d’erba” (”per essere veri scienziati dobbiamo impegnarci in manipolazioni statistiche e modellizzazioni matematiche!”). Serve una “scienza politica con uno scopo”, e la filosofia politica può indicare questo scopo».


Lei aprirà la Conferenza della International Society for Utilitarian Studies. La morte dell’utilitarismo è stata annunciata più volte. Che ne pensa?

«L’utilitarismo sopravviverà a lungo come “filosofia pubblica”, apprezzata dalle persone responsabili della creazione e dell’attuazione delle politiche pubbliche. I controesempi all’utilitarismo in genere suonano piuttosto falsi a livello delle politiche pubbliche. Prendiamo un famoso esempio di Williams: se si mette qualcuno (chiamiamolo Jim) nella situazione in cui deve scegliere tra uccidere lui un indigeno o guardare un’altra persona che ne uccide venti, alcune persone moralmente “schizzinose” potrebbero dire: “Oh, Jim non dovrebbe mai uccidere nessuno”. Ma consideriamo un caso analogo: pochissime persone direbbero che è stato sbagliato, da parte del governo britannico, inviare informazioni false all’intelligence tedesca durante la Seconda guerra mondiale, portandole a reindirizzare le bombe verso le aree rurali, dove hanno ucciso meno persone rispetto a quelle che sarebbero state uccise continuando a colpire le aree urbane fortemente popolate. In conclusione: per gli utilitaristi meglio uccidere una persona che lasciarne morire venti».