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Miseno


Oggi direste che ero un trombettiere, perché Virgilio mi descrive con il ‘cavo bronzo’, la tromba che usavano i greci nelle battaglie. Era una salpinx, con la sua bella imboccatura in osso e il corpo di lucido bronzo, lunga e sonora. Il suo richiamo non si poteva ignorare: troppo potente per essere usato a caso, indispensabile in guerra e nelle gare, oppure nelle cerimonie pubbliche. Modulavo quel suono affidandogli ordini e annunciando pericoli. La tromba era la mia stessa voce, ed io ero la voce dell’esercito di Enea. La dea che mi proteggeva era Atena, alla quale Egeleo, che aveva introdotto la tromba in battaglia, aveva innalzato un tempio ad Argo. Non potevo produrre musica –intendo di accompagnamento e per diletto - , perché la natura di quel suono non si adattava ai racconti e alle opere tragiche, o alla poesia, e questo era per me motivo di dolore. Non potevo accompagnare il canto, generare armonie, esprimere emozioni e sentimenti. Lei, la mia tromba, esprimeva una sola volontà, un solo proposito: l’incitamento alla forza dei guerrieri sul campo di battaglia. Naturalmente sapevo suonare qualsiasi strumento a fiato, comprese le conchiglie. Bastava praticare un foro all’estremità di una grande conchiglia marina per trasformarla in una tromba naturale, e modulare il fiato per variare il suono.
Eravamo arrivati a Cuma, per chiedere aiuto alla sacerdotessa di Apollo, ed io ero rimasto sulla nave mentre Enea riceveva la profezia. La spiaggia aveva dolci dune di sabbia bianca e fine, il mare cangiante addolciva il ricordo delle pene di quel viaggio infinito e senza meta. Avrei potuto riposare finché non fosse ritornato l’eroe che ci guidava, umano oltre ogni possibile aspettativa, per essere sfinito dal lutto e dalla violenza. Fu allora che lo vidi, dallo scoglio dove ero seduto. Mezzo uomo e mezzo pesce, verde come un mostro marino, emergeva dalle onde con un corno di conchiglia per annunciare l’arrivo del padre Poseidone, e placare la distesa marina in attesa della sua venuta. Mi osservò e mi rivolse la parola. Il suo sguardo espresse una prepotenza senza limiti, quando vide la mia tromba. Soffiò nella cava conchiglia e allora gli dissi che avrei saputo suonarla anch’io. Anzi, non sarebbe stato il suono del ruggito di una fiera, la voce di un demone, ma il rumore dolce e insieme potente del mare che rivela la vita dei suoi abissi a chi lo ama. La gara che ne seguì fu lunga e al tramonto ancora soffiavamo nei nostri strumenti. Il dio marino era stanco e sempre più irritato dal fatto che un umano gli tenesse testa. Gli dei chiamano tracotanza la conoscenza e l’abilità e puniscono gli uomini che hanno coscienza di sé e delle proprie capacità. Soffrono quando un atteggiamento mette in discussione l’ordine che essi hanno prestabilito, li accusano di volersi innalzare al rango di immortali. Chiesi alla mia tromba di modulare la musica più bella che avesse mai udito orecchio umano. L’armonia che produsse si posò sulla spuma delle onde e dichiarò il mio animo al mondo. Fui felice: avevo imparato a suonare la melodia dell’amore e il canto della bellezza e della libertà. Il dio non lo sopportò: dalla sua cava conchiglia uscì il suono della rabbia, le onde si sollevarono e la tempesta mi travolse. ‘Demens – gridò – tu che hai osato sfidarmi e superare il limite che ai mortali è concesso’. Il mio corpo giacque dove Enea lo trovò. Il mare lo aveva trasportato sulla bella spiaggia e molte lacrime lo accompagnarono nell’Ade. Per me Enea celebrò i riti funebri ed innalzò un tumulo tanto alto che potresti chiamarlo monte. Nelle acque sottostanti Tritone fa risuonare ancora la sua conchiglia, ma il mondo parla di me, e tutti sanno della mia morte ingiusta. 

Maria Colaizzo