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Il Ninfeo dell’imperatore Claudio

Prosegue la pubblicazione di articoli, sulla zona di Baia e Miseno, della nostra redattrice Maria Colaizzo. L’articolo, con riferimenti storici, al solito, di grande interesse, consente di ricordare, a tutti i lettori,  la fortuna di essere nati in un contesto geografico e paesaggistico meraviglioso. Paesaggio che vede, ad est, la costiera sorrentina, amalfitana e Capri; ad ovest i campi flegrei, Baia, Procida ed Ischia. Al centro Napoli, per anni ritenuta solo meta di passaggio, ed ora scelta da tantissime persone che si fermano ad ammirarne la bellezza.
Certo, i problemi, di un territorio così complesso e variegato – Miseria e Nobiltà – restano tutti.   Ma va ricordata sempre la bellezza del territorio, bellezza che offre opportunità notevoli a chi ci vive.  Lungi dal voler celebrare, i tanti luoghi comuni sull’esser partenopei, siamo però anche stufi delle solite sterili critiche che portano benefici, spesso, solo a chi le propugna. (RL)

 
Il Ninfeo dell’imperatore Claudio
 
Punta Epitaffio è il promontorio che insieme a Punta Castello racchiude il Golfo di Baia, recante l’iscrizione perduta che nel 1666 Pietro Antonio d’Aragona aveva voluto per segnalare le fonti termali presenti tra Baia e Miseno. Inutilmente tenteremmo di immaginare quella costa al tempo dei romani: essa avanzava di oltre 400 metri quella attuale e i magnifici edifici che ospitava giacciono oggi sul fondo del mare. Una grande villa, tra il 41 e il 54 d.C., si affacciava sul golfo di Baia e apparteneva all’imperatore Claudio. Il clima dolce, la presenza di acque termali, lo splendore del paesaggio e la limpidezza del mare avevano già eletto il luogo a sito preferito dall’aristocrazia romana nel I secolo a.C. Baia era divenuta una ‘piccola Roma’ e il poeta Orazio aveva scritto di lei che ‘nulla al mondo splende più dell’ameno golfo di Baia’.

Claudio era stato nominato imperatore dopo l’assassinio di Caligola, nel gennaio del 41 d.C., scovato dai pretoriani mentre si nascondeva dietro un tendaggio, per il solo merito di essere un uomo fragile, lasciato ai margini dei giochi di potere della famiglia di Augusto. Cresciuto nell’ombra, malato forse di poliomielite o forse segnato da un danno cerebrale infantile era disprezzato dalla madre, che si vergognava di lui e lo riteneva l’essere più stupido del mondo, era rimproverato duramente dalla nonna, sbeffeggiato dalla sorella: seguito da un precettore di basso livello, veniva sottoposto ad una disciplina rigida e quasi segregato per evitare alla famiglia il ridicolo e, infine, relegato in incarichi minori, di scarsa visibilità. Gli tremavano le mani e la testa, era sordo, zoppo e balbuziente, e inimmaginabile come imperatore del popolo romano, dal cui modello di assoluta potenza e virilità era lontanissimo…per così dire un …‘abbozzo’ mal riuscito d’uomo.

Senza procedere nella descrizione della singolare esistenza di questo principe, sicuramente degna di essere conosciuta, e senza addentrarci nell’infelice storia dei suoi matrimoni e delle sue relazioni sentimentali, diremo che egli, divenuto imperatore, stupì tutti con il suo governo: valorizzò le province, risanò le finanze, coinvolse i liberti nell'amministrazione del potere, controllò i confini e fece importanti conquiste (Mauretania e Britannia), avviò la costruzione di opere pubbliche. Migliorò le condizioni di vita degli abitanti di Roma, gestì con intelligenza i rapporti con il senato: non male, per essere stato confinato in una vergognosa condizione di disabilità fisica e mentale. Egli amava le tradizioni romane, la storia e la geografia, era anche autore di testi eruditi. Claudio amava Baia, l’antica Baiae, e il piccolo lago costiero che il bradisismo avrebbe cancellato.  Gli piacevano gli ingrottamenti marini del promontorio, il paesaggio, le fonti termali. Forse la dolcezza dei luoghi lo risarciva delle tante sofferenze e fatiche che aveva dovuto sopportare a Roma. Baia era il mondo incantato dove tutto diveniva possibile. La grandiosa villa che si era fatta costruire aveva un triclinio speciale, un edificio oggi sommerso di forma rettangolare, con un’abside semicircolare e quattro nicchie su ogni parete: il Ninfeo. Un ninfeo imita una grotta marina, è rivestito da roccia e al suo interno c’è l’acqua, che scorrendo gioca tra zampilli e conchiglie. In questo fluiva intorno alla sala trasportando il cibo su piatti galleggianti, ondeggiava tra i letti triclinari, creava riflessi sui marmi e i mosaici. Nell’abside Ulisse e Polifemo, nelle nicchie Dioniso e i genitori di Claudio stesso, i figli Ottavia e Britannico. Un omaggio speciale alla madre Antonia, rappresentata come una dea -Venere genitrice-, sublimata in funzione di se stesso, il figlio divino, e al padre, in veste di condottiero. Una rappresentazione sospesa tra il mitico e il magico, uno scenario di piacere e bellezza per reinventare una vita che di magico nulla aveva avuto. Nella sala infatti Ulisse era chiamato a vincere Polifemo con l’inganno del vino, eroe del banchetto al servizio dell’imperatore. Claudio amava il vino, come tutti i romani: da ubriaco, la verità tuttavia tornava a farsi strada nella sua mente, tanto da spingerlo ad affermare che era suo destino subire le infamie delle mogli e poi punirle.  Ma non cessava di impegnarsi attraverso l’autocelebrazione a portare a compimento il proprio riscatto, offrendo felicità a se stesso e ai suoi ospiti. Lì, a Baiae, ci si poteva ubriacare sotto lo sguardo vigile di Dioniso e a dispetto di quello severo di Antonia. Il suo rifugio baiano era un paradiso in terra, comeancoraoggi possiamo vedere. Poco distante, delle grandi terme continuavano ad assicurare svago e vacanza, e altre ville sarebbero sorte nei paraggi. Fu durante un banchetto che, nell’ottobre dei 54, l’imperatore improvvisamente morì. Non era nel suo triclinio, ma a Roma durante le feste dei Fontinalia, e aveva mangiato un piatto di funghi, se non velenosi quasi certamente avvelenati. Forse era ubriaco, forse no: su questo gli storiografi non sono d’accordo.
 
Maria Colaizzo