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Cosa rende indimenticabile "La Storia" di Elsa Morante

 


di Giuseppe Rizzo
tratto da Internazionale del 2 febbraio 2024

"E ho visto là dove altri ha creduto di vedere"
Arthur Rimbaud
 

“Morante decise letteralmente tutto, di questo libro. La copertina, una foto di Robert Capa che raffigurava un bambino morto su delle macerie. Una frase fortissima come sottotitolo: “Uno scandalo che dura da diecimila anni”. E l’uscita direttamente nella collana dei tascabili per poter abbassare il prezzo, da circa 4.500 lire a duemila lire: poche per un romanzo di 657 pagine. Morante impose questa cifra per raggiungere più lettori possibili, e per aiutare chi non si poteva permettere di spendere tanto. Con la prima tiratura eccezionale di centomila copie “ci ripagheremo sì e no la carta”, disse Roberto Cerati, il direttore commerciale di Einaudi. Potevano essere scelte suicide, ma alla fine contribuirono al successo del libro. In un anno La Storia vendette più di ottocentomila copie e animò un dibattito oggi inimmaginabile.
Morante fu accusata di ricercare ostinatamente questo pianto, di aver scritto un libro patetico, manipolatorio, populista, in cerca del successo e con una versione cupa e reazionaria della storia. La verità è che la scrittrice, così come con Il mondo salvato dai ragazzini aveva anticipato i movimenti di liberazione del sessantotto, con La Storia aveva prefigurato la loro sconfitta e la loro agonia. Tuttavia, l’aveva fatto quando le speranze erano ancora tante, e forti: e perciò la sua visione era imperdonabile, e infatti non gliela perdonarono. Morante non rispose mai a nessuna delle critiche. “

Troverete questo pezzo anche tra gli argomenti della sezione “La Storia” che prende nome dall’indimenticabile romanzo della Morante (NdR)


Nel giro di pochi metri alla Biblioteca nazionale centrale di Roma ci sono due dei poli tra cui ha oscillato la vita di Elsa Morante: la solitudine e la furia. All’ingresso, in un piccolo spazio, è stato ricostruito il suo studio, quello dell’attico in via dell’Oca 27 dove la scrittrice viveva con il marito Alberto Moravia. Lì, a due passi da piazza del Popolo, i due ospitavano amici, artisti e intellettuali, da Pier Paolo Pasolini a Roberto Rossellini. Gli incontri, le discussioni e i litigi si fermavano però sull’uscio della porta dello studio, dove Morante scriveva “quasi segregata”, come ha ricordato il critico Cesare Garboli in Il gioco segreto (Adelphi 1995). Aveva “per compagni un paio di gatti, la penna, la carta, l’inchiostro; e per compagni metaforici un alambicco e un globo di vetro. Lavorava arruffata e indemoniata come una strega”.

In una mattina fredda di gennaio lo studio ricostruito alla Biblioteca nazionale restituisce bene questa sensazione di fortino, di silenzio e di clausura. Non ci sono visitatori e le voci degli intervistati nel documentario Elsa Morante (1997) di Francesca Comencini, trasmesso poco più in là su un piccolo schermo, cadono davanti a delle sedie vuote. Al centro della Stanza di Elsa – così è chiamato lo spazio – c’è la scrivania su cui ha scritto tra gli altri La Storia (1974) e Aracoeli (1982). Alle pareti sono appesi i quadri dell’amato pittore statunitense Bill Morrow, che si trasferì a Roma per Morante e che poi si suicidò a New York a 25 anni. Sugli scaffali delle librerie le poesie di Umberto Saba e Arthur Rimbaud; i dischi di Jimi Hendrix e quelli di Mozart. Il grammofono è fermo e un po’ di polvere si accumula sulla cornice del ritratto che Carlo Levi fece a Morante.

A poca distanza, nella sala Falqui della biblioteca, l’ombra di solitudine che sfiora gli oggetti dello studio svanisce appena si aprono i manoscritti della Storia. La regista Francesca Archibugi ne ha tratto una serie che Rai 1 ha trasmesso in prima serata. Le puntate hanno avuto così successo da doppiare gli ascolti del Grande fratello e riportare al primo posto nella classifica dei tascabili il libro di Morante. Ma nell’insieme non riescono a dare l’idea della grandezza di un romanzo all’apparenza semplice, ma in realtà unico.

I manoscritti

La Storia racconta le vicende di Ida Ramundo, maestra elementare vedova e di origini ebraiche che vive nel quartiere popolare di San Lorenzo, a Roma, con il figlio adolescente Ninnuzzu. Nel 1941 un soldato tedesco di passaggio nella capitale stupra Ramundo e da quella violenza nasce Giuseppe, chiamato Useppe. Ida e Useppe restano soli quando Ninnuzzu si arruola, e finiscono per strada dopo che la loro casa è bombardata dagli alleati. Si rifugiano nel quartiere periferico di Pietralata, sono testimoni della deportazione degli ebrei e poi trovano una sistemazione più dignitosa a Testaccio, dove assistono alla liberazione di Roma e alla fine del secondo conflitto mondiale. Lì sembrano crearsi le condizioni perché la Storia con la S maiuscola – così come Morante volle che si scrivesse in copertina – lasciasse finalmente in pace Ida e Useppe, ma è un’illusione.

La piccola storia di Ida e Useppe finisce triturata nella grande storia, che nella visione anarchica di Morante è sempre sinonimo di potere e violenza. Per raccontare gli eventi mondiali che accerchiano, e letteralmente incorniciano le vicende dei suoi personaggi, Morante decide di mettere all’inizio di ogni capitolo una cronologia serrata e secca. È una trovata narrativa che diventa un gesto quasi politico, e che non compare subito nei manoscritti conservati in formato digitale alla Biblioteca nazionale.

Fino alla di metà di gennaio sono venuti quattordici visitatori a consultare questi testi . “Non sono pochi, quasi uno al giorno, ed è sempre così per lei, a prescindere dalla serie tv”, osserva la ragazza all’accoglienza. Elsa Morante scrisse la prima versione della Storia su quattro quaderni, la seconda su tredici e infine batté tutto a macchina. Usò anche un quaderno per delle prove che poi scartò. La prima pagina della prima stesura rende bene l’idea della furia che molti amici e conoscenti hanno attribuito al carattere di Morante: poco dopo una specie di frontespizio su cui campeggia la sigla T.U. S. – Tutto uno scherzo, uno dei titoli di lavorazione del romanzo – sembra di stare di fronte ai resti di un’antica battaglia.

Le correzioni sono tante, intere frasi sono riscritte, un pennarello arancione sottolinea e annota e infine cancella. Del paragrafo iniziale ne sopravvive appena la metà, ma tutto il testo sembra una lotta continua alla ricerca della parola giusta, del giro di frase unico, del suono migliore. Sul foglio di uno dei quaderni su cui lavora alla Storia Morante scrive decine di aggettivi, avverbi e parole, come se stesse accordando uno strumento.

È così che è nato La Storia, uno dei capolavori della letteratura del novecento e uno dei casi più clamorosi dell’editoria italiana. Cinquant’anni dopo la sua pubblicazione, leggere per la prima volta questo romanzo, o rileggerlo, dà ancora la sensazione di avere davanti uno di quei libri in grado di dire qualcosa di assolutamente vero sull’esistenza umana. È un effetto dirompente e raro.

Il caso editoriale

Elsa Morante nacque a Roma nel 1912 e crebbe nel quartiere popolare di Testaccio. L’uomo che a lungo credette essere suo padre – Augusto Morante, marito della madre – in realtà non lo era. Quello biologico, Francesco Lo Monaco, era un impiegato delle poste siciliano che gravitava intorno alla famiglia e che lei chiamava “zio”. Lo Monaco si suicidò nel 1943 e Morante venne a sapere la verità solo qualche anno più tardi. L’assenza e la ricerca di una figura paterna sono temi che tornano spesso nei libri di Morante: la stessa Storia è un libro senza padri.

Centrale nella vita di Morante fu anche la madre. Maestra elementare ebrea, come la protagonista della Storia, Irma Poggibonsi sostenne da subito il talento precoce della figlia, forse per una sua stessa aspirazione e proiezione artistica. Fin da piccola Morante scrisse poesie e racconti, che dal 1933 cominciarono a finire su diversi giornali, tra cui il Corriere dei Piccoli. A diciotto anni andò a vivere da sola, rifiutando d’insegnare per non sottrarre neanche un minuto alla scrittura.

Nel 1936 conobbe Alberto Moravia, che sposò nel 1941. Per sfuggire all’arresto dei nazifascisti a Roma decisero di scappare a Napoli, ma il treno si fermò a Fondi perché la rete ferroviaria era saltata, e così dovettero rifugiarsi in Ciociaria. Nella capitale però Morante aveva lasciato il manoscritto del suo primo romanzo, Menzogna e sortilegio. Lo recuperò più tardi, lo finì e lo mandò a Natalia Ginz­burg, che viveva a Torino e lavorava all’Einaudi. Il libro uscì nel 1948 e vinse il premio Viareggio. Nove anni dopo Morante pubblicò L’isola di Arturo, con cui si aggiudicò il premio Strega, il primo assegnato a una donna. Nel 1968 arrivò Il mondo salvato dai ragazzini, “un romanzo, un memoriale, un manifesto” in versi, come lo definì lei stessa. Un’opera fondamentale per molte delle ragazze e dei ragazzi dei movimenti che protestavano contro il conformismo borghese, per il riconoscimento di diritti fondamentali e a sostegno delle lotte operaie.

Dopo Il mondo salvato dai ragazzini Morante pensava e diceva che non sarebbe più tornata al romanzo. Ma nel 1974 uscì La Storia e fu un vortice che risucchiò critici, giornali e centinaia di migliaia di lettori, vendendo seicentomila copie in cinque mesi, un numero enorme sia per l’epoca sia per oggi.


Morante decise letteralmente tutto, di questo libro. La copertina, una foto di Robert Capa che raffigurava un bambino morto su delle macerie. Una frase fortissima come sottotitolo: “Uno scandalo che dura da diecimila anni”. E l’uscita direttamente nella collana dei tascabili per poter abbassare il prezzo, da circa 4.500 lire a duemila lire: poche per un romanzo di 657 pagine. Morante impose questa cifra per raggiungere più lettori possibili, e per aiutare chi non si poteva permettere di spendere tanto. Con la prima tiratura eccezionale di centomila copie “ci ripagheremo sì e no la carta”, disse Roberto Cerati, il direttore commerciale di Einaudi.

Potevano essere scelte suicide, ma alla fine contribuirono al successo del libro. In un anno La Storia vendette più di ottocentomila copie e animò un dibattito oggi inimmaginabile. Alcuni interventi furono positivi, come quelli di Ginzburg e Goffredo Fofi, ma molti furono piuttosto critici, e alcuni perfino violenti. “Meglio vendere patate che vendere dolore”, scrisse Rossana Rossanda su il manifesto. Pier Paolo Pasolini accusò Morante di aver mortificato i suoi personaggi, scrivendo una recensione che incrinò per sempre la loro amicizia. Italo Calvino sostenne che far ridere il lettore o fargli paura erano “procedimenti letterari onesti, farlo piangere no”.

Morante fu accusata di ricercare ostinatamente questo pianto, di aver scritto un libro patetico, manipolatorio, populista, in cerca del successo e con una versione cupa e reazionaria della storia. La verità è che la scrittrice, così come con Il mondo salvato dai ragazzini aveva anticipato i movimenti di liberazione del sessantotto, con La Storia aveva prefigurato la loro sconfitta e la loro agonia. Tuttavia, l’aveva fatto quando le speranze erano ancora tante, e forti: e perciò la sua visione era imperdonabile, e infatti non gliela perdonarono. Morante non rispose mai a nessuna delle critiche.

La vicenda di Ida Ramundo e di Useppe è sopravvissuta al dibattito per diversi motivi. Sicuramente c’è la capacità di Morante di essere riuscita a raggiungere il suo pubblico, e perfino a crearne uno, come ha scritto Garboli. Ma accanto a questa capacità, c’è la grandezza della sua scrittura.

Morante ha dedicato il libro “por el analfabeto a quien escribo”, all’analfabeta per cui scrivo, citando il poeta peruviano César Vallejo. In tempi di avanguardia letteraria ha cercato un linguaggio semplice, ma mai banale: parole desuete compaiono accanto al romanesco, espressioni ricercate fanno da contraltare a vezzeggiativi e termini che mimano il linguaggio dei bambini. Per capire meglio la grandezza letteraria della Storia si possono lasciar suonare alcune sue pagine: tre descrizioni di personaggi, una scena memorabile e una solo all’apparenza secondaria.

Un soldato, una madre, un bambino

Come ogni scrittrice e scrittore, Morante ha il problema di superare la diffidenza dei lettori e convincerli a seguirla fin dalle prime righe. L’incipit è quasi sempre decisivo per farlo. Nel caso della Storia le possibilità erano molte: la protagonista Ida Ramundo poteva funzionare bene; oppure si poteva cominciare con una scena di combattimenti, del resto il contesto della seconda guerra mondiale glielo permetteva. Sarebbero state scelte legittime, ma anche scontate. Morante punta lo sguardo da tutt’altra parte e comincia il libro seguendo passo passo un personaggio allo stesso tempo centrale ma del tutto marginale, al punto che di lui, dopo alcune pagine non sapremo più niente, e niente del resto ci interesserà: il soldato tedesco che stupra Ida.

Nel presentarlo, Morante fa una scelta stilistica precisa: inizia con un campo largo e via via stringe sul suo volto. “Un giorno di gennaio dell’anno 1941, un soldato tedesco di passaggio, godendo di un pomeriggio di libertà, si trovava, solo, a girovagare nel quartiere di San Lorenzo, a Roma (…) alto, biondino, col solito portamento di fanatismo disciplinare”.

Nelle righe successive Morante fa una cosa di cui sono capaci solo i grandi scrittori: mostrare allo stesso tempo la ferocia del mondo e il risvolto ridicolo e perfino fragile del male. Il nazista, “in contrasto con la sua andatura marziale, aveva uno sguardo disperato”. La sua faccia “si denunciava incredibilmente immatura”, e l’uniforme “gli stava corta di vita e di maniche, lasciandogli nudi i polsi rozzi, grossi e ingenui”. Il soldato, ubriaco, segue Ida a casa e la stupra: “La sentiva dibattersi orribilmente (…) e tanto più ci s’accaniva per questo, proprio alla maniera della soldataglia ubriaca”.

Eccolo dunque il primo passo che la storia compie nel romanzo: uno stupro di guerra, una violenza gratuita che dall’alto verso il basso schiaccia un corpo e lo annichilisce. Il senso del libro è già tutto in questa prima scena.

Elsa Morante alla cerimonia del premio Strega, 4 luglio 1957. ( Istituto Luce Cinecittà/Contrasto)

La descrizione che Morante fa di Ida Ramundo è un’altra di quelle su cui vale la pena fermarsi: “Di età, aveva trentasette anni compiuti, e davvero non cercava di sembrare meno anziana. Il suo corpo piuttosto denutrito, e informe nella struttura, dal petto sfiorito e dalla parte inferiore malamente ingrossata, era coperto alla meglio di un cappottino marrone da vecchia”. Una “signora”, come la chiama Morante, ma con “la faccia di una bambina sciupatella”.

Niente in lei fa pensare che possa essere un’eroina, eppure, poche righe dopo avercela presentata e averlo escluso, Morante scrive: “Nei suoi occhi a mandorla scuri c’era una dolcezza passiva, di una barbarie profondissima e incurabile, che somigliava a una precognizione”. Subito dopo, l’autrice si corregge: “Precognizione, invero, non è la parola più adatta”. Piuttosto: “La stranezza di quegli occhi ricordava l’idiozia misteriosa degli animali, i quali non con la mente, ma con un senso dei loro corpi vulnerabili, ‘sanno’ il passato e il futuro di ogni destino”. Ida, come gli animali, conosce attraverso il suo corpo “il potere universale che può mangiarli e annientarli, per la loro colpa di essere nati”.

La Storia è ricchissima di metafore e similitudini basate sul mondo animale, e tutte trovano un’incarnazione perfetta in Useppe, che con cani, gatti e uccelli parla, letteralmente. In una scena il bambino è andato a trovare il fratello, che è diventato partigiano e si nasconde nei boschi dei Castelli Romani: “Useppe udì una coppia di uccelli chiacchierare assieme e sbaciucchiarsi (…) ‘Ninielli!’ li chiamò Useppe. E i due non fuggirono, anzi, in risposta, incominciarono un dialogo musicato (…) E le parole (chiarissime agli orecchi di Useppe) dicevano esattamente così: È uno scherzo uno scherzo tutto uno scherzo!”.

Un paragrafo del genere in mano a uno scrittore o a una scrittrice senza la tecnica e la bravura di Morante scivolerebbe subito nel ridicolo. Nelle sue diventa una vite da piantare nel cuore di ogni lettore: a ogni giro del cacciavite, chi legge si avvicina a chi scrive.

Ma i personaggi non sono il solo strumento nelle mani di Morante, né gli unici a mostrare il valore del suo romanzo. Ci sono due scene che vale la pena citare.

Un bombardamento, una gatta

La scena forse più epica del romanzo è il bombardamento del quartiere San Lorenzo. È un’immagine che resta nella memoria dei lettori, ma ancora una volta Morante sa come superare quello che ci si aspetta da una brava scrittrice: il compito fatto bene, la scena visivamente impeccabile di una catastrofe. E perciò non si limita a consegnare al lettore solo delle immagini. Una scena del genere uno scrittore bravo la mostra, la fa vedere; Morante la fa sentire, attraverso Useppe e Ida (corsivi miei): “Uscivano dal viale alberato non lontano dallo scalo merci, dirigendosi in via dei Volsci, quando, non preavvisato da nessun allarme, si udì avanzare nel cielo un clamore d’orchestra metallico e ronzante. Useppe levò gli occhi in alto, e disse: ‘Lioplani’. E in quel momento l’aria fischiò, mentre già in un tuono enorme tutti i muri precipitavano alle loro spalle e il terreno saltava d’intorno a loro, sminuzzando in una mitraglia di frammenti”.

Ed ecco infine un ultimo quadro. Qualcosa che nell’economia del libro apparentemente neanche serve. Si svolge all’interno dell’edificio in cui Ida e Useppe si sono rifugiati dopo il bombardamento. Con loro c’è una famiglia di napoletani così numerosa che sono subito chiamati i Mille, l’anarchico Davide Segre e un artigiano un po’ male in arnese, Giuseppe Cucchiarelli. L’artigiano ha portato con sé due canarini e una gatta, in cui molti hanno visto l’autoritratto di Elsa Morante.

La gatta, “di un bel colore striato rosso e arancione”, si invaghisce subito di Segre, che però la ignora. Nelle sue scorribande in cerca di cibo rimane incinta, ma dopo aver partorito abbandona subito il cucciolo al suo destino, in maniera crudele e fredda. È uno dei motivi che la fanno disprezzare dalle donne dei Mille. Lei non se ne cura e per alcuni giorni sparisce. Quando torna è irriconoscibile: “Logora, ingiallita e zozza (…) con gli orecchi enormi, gli occhi dilatati e la bocca semiaperta”. Somigliava, scrive Morante, “a certi borsaioli abbrutiti”, che non hanno “conosciuto che l’odio”. Per non essere scocciata da nessuno, salta su una catasta e se ne sta lì sopra buona e zitta, fino a quando non nota qualcosa “che si muoveva là in basso a mezz’aria”. “La sua velocità fu tale, che lì per lì si ebbe l’impressione di un raggio rosso che tagliasse l’aria di sbieco; quando già, in luogo dei due canarini in volo, essa aveva lasciato in terra due straccetti sanguinolenti”.

In questo libro disperato, ma a tratti disperatamente vitale e perfino gioioso, non sopravvive letteralmente nessuno: la storia non risparmia né bambini, né donne, né cani, né canarini. Morante, come in un verso di Rimbaud, il suo poeta preferito, ha “visto là dove altri ha creduto di vedere”. E quello che ha osservato è qualcosa di simile a quello a cui accenna Ingeborg Bachmann nella premessa al romanzo Il libro Franza (Adelphi 2009): “Il 1945 non ha costituito una cesura, come preferiremmo credere per metterci a dormire tranquilli. (…) Ma gli uomini non si sono a tal punto, e improvvisamente, trasformati in agnelli e in campioni d’indignazione. La nostra letteratura vorrebbe essere audace a spese del passato, ma ho scoperto che soggiace inconsciamente a un inganno. Senza saperlo, essa nasconde i drammi che si verificano oggi, le cause degli assassini”.

La Storia di Elsa Morante non ha mai smesso di denunciare le cause degli assassini, lo scandalo che dura da diecimila anni.