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La «figlia fantasma» della maternità surrogata

tratto  da “La Lettura” del Corriere della Sera 5 maggio 2024
di Gianni Santucci


La bambina concepita con maternità surrogata a Kiev e poi lasciata dai genitori in Ucraina venne portata in Italia il 10 novembre 2021. L’ambasciata italiana emise un documento straordinario. Il viaggio fu organizzato da Maria Josè Falcicchia, all’epoca direttore della II Divisione del Servizio di cooperazione internazionale di polizia, in collaborazione con la Croce rossa. Nella foto: la pediatra della Cri con la bambina

Abbandonare un cane è un gesto inqualificabile. Qui parliamo di una bambina. «L’hanno abbandonata come un cagnolino». L’espressione è cruda. «Ma questo è», dice una fonte che ha seguito la vicenda. Per farla nascere hanno viaggiato: nel 2019, fino a Kiev. Hanno pagato: migliaia di euro a una ragazza ucraina, madre surrogata in una fecondazione eterologa. In un’aula al piano terra del Tribunale di Novara si sta svolgendo il processo al padre biologico di quella bambina: registrata solo all’anagrafe di

Kiev, e poi non più voluta, lasciata a una tata in Ucraina. È un processo che, da un palazzo di giustizia della periferia italiana, tocca nodi capitali dell’etica contemporanea: la gestazione per altri, le differenze di leggi nazionali per la fecondazione artificiale, le responsabilità dell’essere genitori, i limiti dell’intervento di uno Stato sulla genitorialità. Tutto questo, nel dibattimento in corso a Novara, è portato all’estremo.

L’imputazione è «abbandono di minore». Sarà il giudice a stabilire se il reato sia stato commesso. Se però si prescinde dalla giustizia, e si ragiona solo secondo umanità, chiunque avrà la pazienza di arrivare alla fine di questo articolo potrà fare le proprie valutazioni. «La Lettura» ha scelto di raccontare i fatti in base a due criteri. Primo, viene omesso il nome dell’imputato, per un estremo scrupolo di protezione della piccola. Secondo, gli accadimenti verranno ricostruiti esclusivamente attraverso le deposizioni giurate in aula, davanti al giudice Serena D’Ettore.

Il primo testimone che il 10 aprile scorso risponde alle domande del Pm Silvia Baglivo è il tenente colonnello della Guardia di Finanza Massimiliano Scarafile, all’epoca ufficiale di collegamento per l’Interpol, in servizio all’ambasciata italiana di Kiev. Ricorda il giorno in cui le autorità italiane scoprono l’esistenza della bambina, il 22 luglio 2021.

«Era un tardo pomeriggio, l’ambasciata era già chiusa. Ho sentito bussare, saranno state le 17. C’era una donna ucraina con una bambina in un passeggino. La piccola avrà avuto un anno e mezzo, camminava appena. La donna chiedeva di poter parlare con qualcuno. A fatica, col traduttore automatico del cellulare, ho provato a capire di cosa avesse bisogno: mi spiegò che aveva in casa questa bambina, che era lei ad accudirla, praticamente fin dalla nascita. Disse che non era sua figlia. E che secondo lei doveva essere portata in Italia, perché era figlia di italiani. Non aveva alcun documento della piccola, solo una fotocopia molto scura, poco leggibile, di un certificato di nascita ucraino. C’erano i nomi della bambina e dei genitori. Erano traslitterati in ucraino, ma erano nomi italiani. Chiesi di darmi un contatto. Mi lasciò il suo numero. E poi un cellulare italiano, spiegando: “Questo è del padre”».

L’ufficiale non è sicuro di aver compreso i dettagli di una storia così intricata. Dal giorno seguente, inizia a fare i primi approfondimenti.

«Tramite un addetto del consolato abbiamo chiamato l’anagrafe di Kiev. Siamo riusciti ad avere soltanto un’informazione verbale. Secondo l’ordinamento ucraino, gli atti che riguardano una fecondazione assistita non possono essere richiesti neanche attraverso la cooperazione di polizia. Serve un’autorizzazione giudiziaria. Comunque, a voce, ci diedero una conferma: all’anagrafe di Kiev esisteva effettivamente una bambina registrata con quel nome. Anche i nomi dei genitori corrispondevano a quelli sulla fotocopia che mi era stata mostrata dalla signora».

Per comprendere cosa possa essere accaduto, bisogna sapere come funzionano questi viaggi verso i Paesi in cui è concessa la fecondazione con maternità surrogata, vietata in Italia.

«Quel tipo di fecondazione è legittima in Ucraina se il patrimonio genetico appartiene ad almeno uno dei due genitori. Si instaura un rapporto privatistico tra madre biologica e coppia putativa. Si firma un contratto, davanti a un notaio, col quale la madre biologica si spoglia di ogni diritto, pretesa o obbligo verso il bambino che

nascerà. Quando il bambino nasce, la coppia va all’anagrafe con i documenti della clinica e procede alla trascrizione del neonato, senza citare la madre biologica. Successivamente, ai fini del riconoscimento del bambino come cittadino italiano, la coppia si presenta alle autorità consolari con questo certificato e chiede l’iscrizione all’anagrafe nazionale».

L’ufficiale della Finanza, in udienza, si limita a descrivere le procedure. La seconda parte del racconto svela però come le coppie italiane, prima che scoppiasse la guerra, aggiravano la legge nazionale sulla maternità surrogata: si presentavano in consolato dicendo che il figlio era nato in Ucraina e lo dovevano registrare come cittadino italiano. Definita la pratica, prendevano un aereo e tornavano a casa. Nessuno poteva obiettare nulla. Il rapporto con la madre biologica esisteva solo nel contratto privato firmato tra lei e i genitori.

Dagli esami successivi sul Dna, è stato accertato il legame genetico tra la bambina e l’uomo sotto processo a Novara. Lui e sua moglie però, dopo la registrazione all’anagrafe ucraina, non si sono mai presentati al consolato. Madre e padre hanno lasciato la bambina a una tata e sono tornati in Italia.

Questa «omissione» viene accertata il 26 luglio 2021, appena quattro giorni dopo che la tata ucraina si è presentata in ambasciata. Compiuta la verifica sull’autenticità del certificato anagrafico, l’ufficiale della Finanza chiama il numero italiano del padre.

«Fu una telefonata fatta dall’ambasciata, dunque da territorio nazionale italiano, verso un’utenza nazionale. Per prima cosa, chiesi se parlavo con la persona indicata sul certificato. L’uomo confermò. Allora domandai se fosse venuto in Ucraina e avesse registrato una bambina all’anagrafe di Kiev. Mi confermò anche questo. A quel punto chiesi il motivo per cui, dopo un anno e mezzo, lui e la moglie non fossero ancora venuti a prendere la bambina e concludere la procedura dell’iscrizione con le autorità italiane. Ripetei più volte la domanda, fino a che l’uomo disse che né lui, né la moglie avevano intenzione di farlo. Diede questa spiegazione: “Non è mia figlia, credo di essere stato truffato dalla clinica. Ho affidato tutto al mio avvocato”. Domandai se avesse il certificato anagrafico; mi rispose di essere in possesso dell’originale».

La telefonata va avanti. Il tenente colonnello insiste per un po’, probabilmente incredulo di fronte alle risposte, poi inizia a definire lo scenario.

«Spiegai all’uomo: “Si rende conto che questo comportamento potrebbe esporla, con sua moglie, a una responsabilità penale per abbandono di minore?”. Lui rispose di nuovo con la storia della truffa e dell’avvocato. A quel punto gli dissi: “Noi, con o senza la vostra collaborazione, dobbiamo fare in modo che la bambina arrivi in Italia, perché sia tutelata”. La piccola non aveva alcun documento, così non avrebbe potuto andare a scuola, non poteva fare i vaccini, e così via. Questo lamentava la baby-sitter. Era venuta in ambasciata perché la piccola aveva avuto la febbre alta e, senza documenti, non poteva essere assistita, così aveva dovuto pagare per un medico privato. Spiegai all’uomo che se la tata avesse smesso di prendersene cura, la bambina sarebbe finita in orfanotrofio. Gli orfanotrofi a Kiev sono strutture fatiscenti, ci finiscono purtroppo i bambini che hanno i genitori con problemi psichiatrici gravi, o alcolisti. Comunque, dopo tutto questo discorso, chiesi per l’ultima volta all’uomo: “Allora, la bambina la venite a prendere o no?”. La risposta fu: no».

Di fatto, in quel momento, la bambina è apolide. Senza un documento di identità. Senza una cittadinanza registrata. Affidata a una donna che non ha alcuna relazione giuridica con lei. Legata a chi ha voluto che venisse al mondo solo attraverso la fotocopia sbiadita d’un certificato anagrafico. La tata viene riconvocata in ambasciata il 30 luglio 2021. Il suo racconto finisce negli atti di polizia poi trasmessi alla magistratura in Italia.

Continua il racconto dell’ufficiale: «La signora ci portò una scrittura privata in originale, in inglese, firmata per esteso da entrambi i genitori italiani, in cui si concordava un compenso mensile per la cura della bambina. Dai messaggi col padre italiano, nella chat WhatsApp sul telefono della signora, emergevano problemi per i pagamenti, che arrivavano in ritardo, o incompleti (oltre a non volere la bambina, i «genitori» italiani avevano smesso di pagare la tata, o la pagavano saltuariamente, ndr). In un passaggio l’uomo proponeva di cedere la bambina. Diceva alla signora: “Adottala tu”. Poi si era ricreduto. La donna viveva a Kiev con un figlio di 1718 anni, senza marito; era costretta a fare più di un lavoro per vivere, e dovendo anche curare la bambina non

riusciva più ad andare avanti. Era molto in ansia. Quando andava a lavorare, lasciava la piccola al figlio, o a un vicino di casa. Nel condominio un po’ tutti conoscevano la bambina e aiutavano la donna. La situazione era talmente critica che organizzammo una colletta estemporanea in ambasciata per dare una mano a questa signora. Di certo era emotivamente molto legata alla bambina, molto più degli obblighi contrattuali».

Dall’ambasciata di Kiev viene mandata in Italia una comunicazione di notizia di reato. Gli atti, per zona di residenza dei «genitori», arrivano alla Procura di Novara. D’accordo con il magistrato, si apre la pratica per riportare la bambina in Italia. L’ambasciata emette un documento d’emergenza straordinario, affinché la bambina possa passare la frontiera. Ha più di un anno e mezzo, ed è il primo documento della sua vita. A raccontare questa fase in Tribunale è Maria Josè Falcicchia, primo dirigente della polizia di Stato, all’epoca a capo della Seconda Divisione dello Scip, il Servizio di cooperazione internazionale.

«Appena avuta la notizia, ci fu la necessità di acquisire tutti gli atti per avere piena conoscenza dei fatti e soprattutto organizzare una strategia per il rientro in sicurezza della bambina. Bisognava limitare il più possibile qualsiasi ricaduta psicologica per una bimba così piccola. La signora che la curava non veniva più retribuita e dunque, dovendo provvedere a sé e al figlio, non era più in condizioni di garantire alla bambina un corretto sviluppo. Organizzammo il trasferimento grazie alla collaborazione della Croce rossa, con una pediatra e un’infermeria che viaggiarono insieme al personale di polizia. La piccola è arrivata in Italia il 10 novembre 2021, accompagnata poi da Malpensa e affidata ai servizi sociali di Novara, delegati dalla Procura e dal Tribunale per i minorenni di Torino. Una cosa si può dire con certezza: chi si è preso cura della bambina fino a quel momento, lo ha fatto volendole bene».

La testimonianza della dirigente di polizia si chiude con le domande dell’avvocato difensore sulle condizioni della piccola. L’ipotesi difensiva potrebbe essere che la bambina, dato che la tata se ne prendeva cura, non fosse in condizioni di pericolo o di abbandono. La risposta tocca un punto che sarà probabilmente decisivo per la sentenza. «La bambina in quel momento non aveva alcuna relazione giuridica con un adulto». Era una bambina fantasma, per qualsiasi Paese al mondo.

Per diritto naturale ogni essere umano, anche il più abietto, può mettere al mondo un figlio. Nessuna autorità può comprimere questo diritto. Quando invece si candida per un’adozione, dove prevale la tutela del bambino, l’autorità deve stabilire se qualcuno possa essere genitore o no. La coppia nel 2016 aveva fatto domanda di adozione. Seguirono sei colloqui con i servizi sociali, due con la psicologa, uno col giudice. A raccontare questo antefatto in Tribunale è l’assistente sociale che seguì la pratica.

«La moglie era più impulsiva e superficiale nel rispondere alle domande, lui più cauto. Rispetto a bambini che immaginavano, era emersa un’immagine di persone molto immature. Pensavano a “un nerino dell’Africa, o un bimbo abbandonato indiano”. Di fronte a questa immaturità, avevo proposto di sospendere il percorso e fare un’esperienza a contatto con bambini in una comunità per minori. Non accettarono. Risposero di ritenere la cosa inutile, e che sarebbe stata anzi una perdita di tempo, perché avevano un’età già avanzata. Alla fine, chiusi la mia relazione con un giudizio di non idoneità, che evidentemente è stato poi condiviso anche dal Tribunale per i minorenni, che ha emesso un provvedimento di diniego all’adozione internazionale».

Il passaggio ha un peso notevole sia per lo sviluppo giudiziario, sia per le implicazioni etiche. Quell’uomo e quella donna non potevano essere genitori (naturali) per impedimento biologico, e non potevano essere genitori (adottivi) per immaturità emotiva e psicologica. Il viaggio per la maternità surrogata all’estero ha permesso di oltrepassare entrambe le barriere: e (far) concepire la bambina che, appena nata, non hanno più voluto.

La piccola ora vive in Italia con una famiglia adottiva, che si prende cura di lei. Il giudice per le indagini preliminari ha deciso che debba essere processato solo il marito, e non la moglie. La pm, che chiedeva il giudizio per entrambi, ha fatto ricorso. Si attende la decisione. A quel punto si saprà se la donna entrerà in Tribunale solo come testimone, o come imputata.