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L’attacco del governo contro una scuola aperta e inclusiva

di Franco Lorenzoni, insegnante
tratto da Internazionale del 4 giugno 2024


Giuseppe Valditara, ministro leghista dell’istruzione e del merito, ha deciso di sferrare un attacco frontale alle indicazioni nazionali per il curricolo, che dal 2012 delineano obiettivi e finalità dell’istruzione rivolta ad allieve e allievi dai tre ai quindici anni.

Nei suoi recenti interventi il ministro, oltre a prendersela con i dinosauri, ha usato un’espressione che colpisce, sostenendo che nelle indicazioni nazionali c’è “un po’ troppa roba”.

Dobbiamo prestare attenzione alle sue mosse perché ciò che Valditara vuole smontare riguarda l’orizzonte di senso dentro cui si muove quella legge, elaborata in più di dieci anni di confronti e ricerche che hanno coinvolto centinaia di docenti, ricercatori ed esperti.

Nelle indicazioni si auspica una “elaborazione dei saperi necessari per comprendere l’attuale condizione dell’uomo planetario, definita dalle molteplici interdipendenze fra locale e globale, (…) premessa indispensabile per l’esercizio consapevole di una cittadinanza nazionale, europea e planetaria”. Si sottolinea inoltre come “l’incontro fra culture diverse abbia saputo generare l’idea di un essere umano integrale”.

Tanta roba, certo, orientata tuttavia dall’idea di una possibile formazione di “esseri umani planetari”, mutuata da alcuni concetti del filosofo francese Edgar Morin.

Per rivedere quel testo e affossare ogni concezione universalistica della conoscenza, a coordinare la commissione di otto pedagogiste e pedagogisti che dovrebbero riscrivere le indicazioni nazionali il ministro ha chiamato Loredana Perla. Professoressa di didattica e pedagogia speciale all’università di Bari, Perla probabilmente è stata scelta per un incarico di così grande responsabilità per avere appena scritto, insieme a Ernesto Galli della Loggia, il libro Insegnare l’Italia (Morcelliana 2023), che si presenta come “una proposta per la scuola dell’obbligo”.

Galli della Loggia in quel testo non va per il sottile e chiama coloro “che hanno redatto i programmi attualmente in vigore, gruppo di scervellati che non ha la minima idea della realtà”.

Anche Loredana Perla non scherza nel lanciare la sua battaglia culturale purificatrice, tanto che conclude il libro con un’affermazione tranchant: “Non c’è più spazio per le indulgenze di un mondo di adulti che negli ultimi sessant’anni ha sbagliato tutto. Un mondo di adulti il quale dovrebbe capire che forse è giunta l’ora di cambiare rotta”.

Identità italiana a tre anni

Nei capitoli scritti dalla professoressa Perla si sostiene che è necessario “costruire un percorso pedagogico decisamente diverso”. E dunque, per dirla in modo schematico, si tratta di scegliere se nella scuola ci si debba proporre di lavorare alla formazione di donne e uomini planetari o insegnare a essere italiani veri. La contrapposizione potrebbe apparire astratta o puramente ideologica, ma delinea una concezione della scuola ben precisa.

L’idea che sta a cuore ai due autori, e che a loro avviso dovrebbe informare tutta la didattica, sta nella proposta di una piena immersione, fin dai tre anni, nell’identità italiana.

“Percepirsi italiano è per un bambino anzitutto un sentire che nasce dall’esperienza. È cominciare a collocarsi psicologicamente in un punto preciso del mondo e da quel punto di vista iniziare a sporgere lo sguardo sull’altro, sul ‘resto’ geografico del pianeta. Questo ‘punto di vista’ è psicologico perché nasce, anzitutto, dai vissuti personali”.

Si tratta di “costruire un percorso pedagogico sulla base di un presupposto decisamente diverso da quello che ha informato le indicazioni ministeriali per il curricolo. Cioè sul presupposto che in realtà la rinuncia all’asse formativo dell’identità italiana, avvenuta in omaggio alle letture globaliste e multiculturali, ha creato un vulnus psicopedagogico nelle giovani generazioni”.

Avendo insegnato per quarant’anni alle elementari, ho constatato in più occasioni che è proprio il mondo che a volte permette di avvicinarsi alla propria storia e al proprio passato. Per sette anni, ad esempio, nella scuola primaria di Giove, in Umbria, ci siamo scritti con classi di bambine e bambini maya del Guatemala. Ed è osservando i disegni che provenivano da quel lontano altopiano e incontrando maestre e maestri del centroamerica, nostri ospiti ogni anno, che ai nostri alunni sono venute curiosità e domande sul mondo contadino, altrimenti percepito come lontano, anche se prossimo a loro.

Anni prima, osservando un magnifico libro dedicato ai giocattoli africani avevano cominciato a costruire con le loro mani carretti con lattine riciclate e bambole con ciuffi d’erba. Guardandoli armeggiare con fili di ferro, pinze, spaghi e chiodi, alcuni loro nonni e nonne esclamarono: “Questi non sono giocattoli africani. Sono i giocattoli con cui giocavamo noi prima della guerra, quando nelle campagne umbre non arrivava ancora la luce elettrica”.

Il modello Cuore

Secondo Loredana Perla, invece, per superare il vulnus globalista c’è una strada già tracciata. Basta rimettere al centro di tutti i processi di apprendimento l’identità italiana, esemplificata da una rilettura di Cuore, il più noto romanzo di Edmondo De Amicis.

“Cuore va riletto. Perché crollate tutte le ideologie i suoi contenuti possono aiutare a riscoprire i valori essenziali di cittadinanza (lealtà, generosità, responsabilità) e testimoniarli con buoni esempi agli occhi di chi nasce oggi”, scrive Perla “Così può accadere che, nel terzo millennio, con la scuola in piena crisi d’autorevolezza e una generazione che fatica a comprendere e a far suo il senso del limite, Cuore, paradossalmente, riemerga all’attenzione di pedagogisti e non solo, come carica anticonformista che fa dimenticare l’Elogio di Franti. E che rende quest’ultimo obsoleto cimelio di una stagione che ha lasciato in eredità ai suoi posteri mille e una mela avvelenata”.

Per rendere l’identità italiana un “concetto ordinatore” è importante, secondo Perla, indicare dei nemici, seguendo l’uso dell’attuale destra di governo. Ecco che allora il caustico, esilarante e motivato Elogio di Franti, scritto da Umberto Eco e contenuto nel suo Diario minimo (Bompiani 1963), è additato come testo diabolico, precursore di tutte le nefandezze portate dal sessantotto.

“C’è una seconda ragione”, secondo la professoressa, “che rende Cuore un libro profondamente anticonformista: la sua proposta di un modello di educazione nazionale di rara chiarezza: ‘La classe è l’Italia fisica, gli alunni sono gli italiani, il maestro è l’italianità’”.

Così tutto diventa straordinariamente semplice e coerente. “Per affrontare il desiderio di stabilità di uno straniero che sceglie di vivere in Italia”, sostiene Perla, basta “convincerlo che la maniera migliore di farlo è decidere di diventare italiano. Decidere di far diventare italiani i suoi figli”.

Una lunga elaborazione collettiva

Facciamo un passo indietro e cerchiamo di ricostruire la genesi del testo che Valditara vuole smantellare. Quando nel giugno 2000 Tullio De Mauro, ministro della pubblica Istruzione per pochi mesi, chiamò a raccolta una commissione di 240 ricercatori ed esperti per “definire i criteri generali di riorganizzazione dei curricoli”, nel suo intervento tracciò un quadro storico e geografico della scuola. E mostrò come alla fine degli anni cinquanta (prima che gli adulti sbagliassero tutto, secondo la Perla) più della metà degli italiani non avevano alcun titolo di studio, mentre alla fine del secolo si era finalmente passati da una media di tre anni trascorsi nella scuola a una media di nove.

Indicando poi i criteri di composizione della commissione, aggiunse: “Ci sono ‘saggi’, cioè esperti di livello universitario nelle varie discipline, ci sono rappresentanti delle associazioni degli studenti e delle famiglie, delle associazioni disciplinari, c’è una rappresentanza non esigua degli ispettori del ministero, e degli insegnanti della scuola che possono garantirci il concreto collegamento alla realtà delle scuole. Ci sono gli editori e i rappresentanti delle massime istituzioni culturali del nostro paese”. E concluse dicendo: “Questa non è una raccolta di yes man, ma una raccolta di spiriti liberi, che potranno esprimere anche progetti alternativi pur nel rispetto della legge. È con questo spirito che la commissione è stata composta e spero lavori”. Un’indicazione di metodo che probabilmente Valditara ignora, ma sulla quale dovrebbe meditare.

“È dal lavoro di quella commissione che prende l’avvio la scrittura delle indicazioni nazionali”, afferma oggi Italo Fiorin, a cui chiedo di ricostruire la genesi del documento che Valditara , Perla e Galli della Loggia si apprestano a disarticolare.

Il professor Fiorin, tra i principali esperti di service learning, fu chiamato dal ministro Beppe Fioroni a coordinare insieme a Mauro Ceruti, filosofo della complessità, un folto gruppo di esperti di ogni disciplina per redigere la prima versione provvisoria delle indicazioni, presentata in forma sperimentale alle scuole nel 2007.

Le quattro parole che hanno orientato la stesura delle indicazioni sono: persona, cittadinanza, comunità e mondo

“Siamo partiti dalla constatazione, con Bauman, che viviamo in una società liquida e che dunque ogni cambiamento deve misurarsi con l’inedito”, spiega Fiorin. “Abbiamo ragionato a partire dai testi di Edgard Morin, guidati da Mauro Ceruti e dalle sue ricerche sulla complessità, constatando che le discipline devono evitare la frammentazione e costituire piuttosto delle chiavi d’interpretazione di un mondo in continuo e rapido mutamento”.

Secondo Fiorin “l’insegnamento trasmissivo, che presenta dei contenuti invariabili pensati per studenti medi, non è più proponibile. Non esistono infatti ‘alunni medi’ e noi dobbiamo sempre partire dai bisogni e dalle esigenze di tutti gli studenti, dai loro volti. Lettera a una professoressa comincia con la frase di un ragazzo escluso dalla scuola che scrive: ‘Lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti…’”.

La grande tradizione pedagogica del nostro paese, aggiunge Fiorin, “si fonda su un apprendimento attivo, esplorativo, e sul considerare la scuola come un centro di ricerca che si confronta con elementi sfidanti. È così che prende forma la cittadinanza attiva e un’educazione alla convivenza pacifica, perché la società bisogna costruirla continuamente insieme e la democrazia si apprende praticando la democrazia, come ci ha insegnato Dewey. Se dovessi dirlo in estrema sintesi, le quattro parole che hanno orientato la stesura delle indicazioni sono: persona, cittadinanza, comunità e mondo. A darci manforte in questa scrittura molto articolata abbiamo potuto contare sull’apporto di linguisti del calibro di De Mauro e Francesco Sabatini, e di geografi come Gino De Vecchis, solo per fare qualche nome”.

Una manutenzione continua

C’è una considerazione di metodo che vale la pena sottolineare. Le indicazioni nazionali sono diventate legge dello stato nel novembre 2012, grazie al grande impegno a elaborarne una versione compiuta di Marco Rossi-Doria, unico maestro elementare chiamato alla funzione di sottosegretario al ministero dell’istruzione. Rossi-Doria ebbe l’accortezza di convincere l’allora ministro Francesco Profumo a nominare un comitato che monitorasse e accompagnasse l’atterraggio di quella legge nelle scuole.

Galli della Loggia sbaglia a ironizzare sulla parola indicazioni, preferendole programmi, “per scrivere come si parla”. Sbaglia perché “tra i vecchi programmi e le nuove indicazioni c’è una differenza fondamentale”, sottolinea Rossi-Doria. “Le indicazioni elencano sì obiettivi e traguardi di competenza che sono prescrittivi, ma stimolano le scuole a cercare in modo autonomo le strade per arrivarci. I curricoli, infatti, devono essere elaborati da gruppi di docenti che operano in realtà differenti, per rispondere ai bisogni educativi di quelle realtà nei modi più coerenti ed efficaci, e far sì che nessuno resti indietro”.

Per animare e coordinare una formazione che sostenesse questo complesso processo di trasformazione della didattica fu dunque nominato un comitato scientifico nazionale, che aveva il compito di accompagnare le indicazioni e se necessario integrarle e trasformarle – com’è successo nel 2017 con il documento Nuovi scenari – considerandole come un cantiere aperto.

Ho fatto parte di quel comitato, coordinato da Italo Fiorin nei sei anni in cui ha lavorato e fatto ricerca, sopravvivendo ai molteplici cambi di ministri. Forse non sono obiettivo, ma devo dire che quando nelle diverse regioni si sono create, per scelta autonoma, più di quattrocento reti di scuole, non sono stati pochi i percorsi di formazione e trasformazione efficaci, specie quelli ideati e condotti dal basso, valorizzando le sperimentazioni in atto.

Nei sei incontri nazionali che abbiamo promosso centinaia di scuole hanno avuto l’occasione di condividere le loro esperienze. Ed è stato molto istruttivo vedere in quanti modi diversi si poteva affrontare la sfida didattica di rinnovare giorno dopo giorno una scuola che cerca di essere davvero inclusiva, cioè capace di non lasciare indietro, né perdere, nessuno.

Una legge come una ballata popolare

Il compianto Giancarlo Cerini, uno dei migliori ispettori che abbia avuto la scuola italiana, nel redigere la lettera che accompagnava la pubblicazione delle indicazioni, firmata dal ministro Profumo, parlava di “un coinvolgimento attivo e diffuso di tutte le comunità scolastiche nel quale torni a prevalere il gusto della ricerca e dell’innovazione metodologica, della sfida dell’apprendimento permanente per allievi e insegnanti”.

Cerini, che da buon romagnolo sapeva intrecciare grandi visioni a un riformismo radicale e costruttivo, sosteneva che una legge riformatrice, per essere efficace, deve somigliare a una ballata popolare, in cui tutti sentono che possono mettersi in gioco e contribuire a trasformare la piccola parte di mondo in cui operano.

Conoscerlo, e collaborare con lui e gli altri componenti di quel comitato mentre insegnavo, mi ha fatto scoprire quanto sia difficile promuovere riforme in un’istituzione come la scuola, partendo dall’alto. Non bastano nuove indicazioni e una buona legge per trasformare contenuti e metodi. Ogni riforma, infatti, risulta efficace e prende corpo solo se è in grado di dialogare, recepire e diffondere le migliori spinte e sperimentazioni che provengono dal basso.

E tuttavia, anche se i documenti ministeriali da soli non cambiano la scuola, possono influenzare il contesto e il clima culturale in cui opera chi insegna. E se le nostre scuole sono state, pur tra luci e ombre, l’istituzione pubblica in cui l’impegno ad accogliere bambine e bambini immigrati ancora privi di cittadinanza è stato maggiore, lo si deve anche a elaborazioni culturali e documenti che hanno accompagnato e sostenuto l’impegno quotidiano delle e degli insegnanti più attivi e persuasi, che non sono pochi.

Qualche settimana fa nella scuola Italo Svevo di Trieste, in seguito alle dichiarazioni degli assessori alla sicurezza e all’istruzione della regione Friuli-Venezia Giulia, è stato impedito a un migrante di partecipare a un incontro organizzato dalla scuola, perché lo si definiva “politicamente orientato” e si riteneva controproducente che alle ragazze e ai ragazzi fosse offerta una “visione univoca” su “un tema estremamente complesso come l’immigrazione irregolare”.

Osserviamo con molta attenzione le prossime mosse di chi pensa che da sessant’anni abbiamo sbagliato tutto e che è necessario trasformare la scuola, rifondandola sul “versatile asse” dell’identità italiana.

È improbabile che il ministro Valditara e la professoressa Perla riescano a soffocare l’idea di educazione aperta contenuta nelle indicazioni e nella pratica quotidiana di migliaia di insegnanti, ma molte sono le intimidazioni che aspettano coloro che credono in una scuola ispirata ai dettami della Costituzione e capace di allargare i nostri confini.