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Lucane


Sono sedute davanti alla casa di una di loro, è il primo sole di aprile, dopo tanti mesi davanti al camino si può stare a far due chiacchiere all’aria aperta. Davanti ad ogni casa nei vasi, spesso veri e propri bidoni di ferro riciclati, cominciano a fiorire piante e fiori, e non c’è casa anche la più umile che non ne abbia. La casa davanti alla quale si siedono è sempre quella della più autorevole tra loro, spesso per censo, talvolta per carattere. Se le sedie da portare fuori non bastano qualcuna di loro la porta da casa. Insieme discutono delle loro cose, mettendo nel frattempo fine agli ultimi dolci di Pasqua. Sono donne lucane, forse le ultime che possono ricordare un’ infanzia senza televisione e la frequentazione delle sole scuole che il loro paese offriva negli anni 50. Qualcuna porta ancora sulla testa il fazzoletto segno di pudicizia e decoro femminile, qualche altra esibisce capelli corti forse ribellione finale alla tipica e precisissima scriminatura centrale ed al complicato chignon sulla nuca.
Discutono concitate nella loro lingua incomprensibile ai più, anche se improvvise sono gli scrosci di risa e le esclamazioni di meraviglia. Non sono casalinghe, tutte loro hanno lavorato in campagna al pari dei loro uomini. Sono coltivatrici dirette, sono coloro che con il loro lavoro duro e quotidiano hanno contrastato al Sud la desertificazione dei territori rurali spesso sostituendo nell’ambito della loro famiglia gli uomini che erano costretti ad emigrare. Hanno resistito silenziosamente alla disgregazione sociale dei loro paesi, difendendo inconsapevolmente le loro comunità dal sottosviluppo esterno. Sono le antenate di tutte quelle donne che attualmente sempre più numerose gestiscono imprese agricole, sono state fulcro delle comunità, portatrici di quei saperi femminilideterminanti nella sostenibilità economica e sociale, utilizzando senza saperlo strumenti di conciliazione, attualmente così importanti per fare sistema e creare una economia realmente sostenibile. 
Con la loro semplicità hanno cresciuto i loro figli che per studiare sono dovuti andare via dal paese, in un tempo dove la tutela della maternità doveva attendere il 1988 per essere riconosciuta anche a queste spesso dimenticate lavoratrici autonome. 
Comincia a fare freschetto, il sole è girato, si salutano; si danno appuntamento a domani per andare al mercato o a prendere il vino alla grotta od anche solo per un caffè, naturalmente a Dio piacendo. Sono infatti piene di vita ma anche convinte che la morte sia sempre al loro fianco e che la natura, quella stessa di cui loro conoscono segni e mutamenti, ha da fare il suo corso.
Sono donne lucane, fiere ed asciutte, generose e tenaci.

Maria Vittoria Montemurro