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Angela Merkel lascia

Domenica 26 settembre si è votato in Germania per il nuovo parlamento. I socialdemocratici della SPD tornano ad essere il primo partito dopo 16 anni di dominio della CDU di Angela Merkel. In Germania si vota con il sistema proporzionale. Ora i vari partiti SPD, CDU, liberali, Verdi, dovranno trovare un accordo tra loro per formare il nuovo governo. L’aspetto più significativo di questa elezione del settembre 2021 non riguarda chi ha vinto o chi ha perso; l’aspetto più significativo è l’uscita di scena della Merkel che, negli ultimi 16 anni, ha governato la Germania e non solo. La storia politica della Merkel è da manuale, di una statista di grande capacità che ha saputo attraversare anni difficili. Lascia un'eredità pesante a chi prenderà il suo posto. 

È forse presto, per valutare in maniera esauriente, l’operato della Merkel; a questo ci penseranno gli storici. Ma è indubbio che Angela Merkel sia stata una figura politica imponente, anche controversa, un’intellettuale e una studiosa sopraffina. 

Ce lo ricorda Giorgio Ferrari, nel suo pezzo pubblicato sulle colonne del quotidiano “Avvenire” del 24 settembre 2021 e che, qui di seguito, riportiamo: 

 

«Non ce la può fare», aveva pronosticato con stizza rancorosa Helmut Kohl, il padre dell’unificazione tedesca, disarcionato senza pietà dal suo trono sette anni prima da una ragazzina dell’Est dal letale istinto-killer del politico di razza. Una ragazzina che a partire da quel 22 novembre del 2005 con il suo tailleur d’ordinanza si apprestava a governare per sedici anni la Germania, parlando russo con Putin – longevo al potere quanto lei – inglese con i leader mondiali, strizzando l’occhio a Emmanuel Macron (l’arte di flirtare per poi ritrarsi con un sorriso non l’ha mai perduta) e una capacità di analisi dei fatti accurata e impietosa che quasi nessuno dei suoi colleghi e avversari possiede.

Alla politica, l’amburghese Angela Dorothea Kasner, figlia di un pastore luterano, ci arriva a trentacinque anni, dopo un’infanzia trascorsa nella Ddr, la militanza nella Freie Deutsche Jugend (l’organizzazione giovanile del Partito socialista unificato della Germania Est), una laurea in fisica a Lipsia e un dottorato in chimica quantistica. Il crollo del Muro la spinge ad aderire al Demokratischer Aufbruch (Risveglio democratico), un movimento ecclesiale sorto nel 1989 nella Ddr che finirà per confluire nella Cdu. Angela ha una promettente carriera come scienziata, un breve matrimonio fallito alle spalle, un nuovo compagno e una timidezza spiccata.

Non meravigliamoci: la cautela, l’understatement, un’impalpabile propensione al silenzio in un regime in cui la Stasi e la delazione erano l’impronta quotidiana hanno forgiato parte del carattere della futura Bundeskanzlerin. A notarla per primo è Lothar de Maizière, l’aristocratico ugonotto che è stato l’ultimo premier della Ddr. Nel marzo 1990 «la ragazza» (das Mädchen, come già la chiamano) diviene la sua portavoce, ma nel dicembre di quell’anno alle prime elezioni dopo la riunificazione si guadagna un seggio al Bundestag.



Angela Merkel con Helmut Kohl a Dresda nel 1991 - Ansa

 

I politici renani come Konrad Adenauer e lo stesso Kohl diffidavano dei berlinesi e dei prussiani, persuasi che la guida della Germania spettasse a figure esperte e soprattutto rigorosamente maschili. Così Kohl sottovalutò Angela Merkel affidandole nel 1994 la poltrona di ministro per la Famiglia e poi dell’Ambiente. E quando nel 1998 – allorché la Cdu crolla di fronte all’avanzata della Spd e il timone passa nelle mani di Gerhard Schröder – Kohl è costretto a lasciare dopo sedici anni di cancellierato.

Trafitto da una serie di scandali finanziari, il vecchio leone perde anche la presidenza del partito. Ad assumerla è «la ragazza», che lo ha pubblicamente criticato reclamando un ricambio generazionale e guadagnandosi per l’occasione un paio di epiteti velenosi: Vatermörderin, la parricida, ed anche Nestbeschmutzerin, l’avvelenatrice di nidi. Il “nido” era una Cdu sfibrata e confusa, con un padre nobile in caduta libera.

Un partito, come si sa, di forte ispirazione cattolica, che ha finito per accettare al vertice una donna e per giunta cristiano-evangelica, che nel 1998 sposa in seconde nozze il collega scienziato Joachim Sauer ma che preferisce – come aveva fatto Margaret Thatcher – mantenere il cognome del primo marito, l’ex studente di fisica Ulrich Merkel, conosciuto a Mosca e sposato nel 1977. È la strada maestra per la cancelleria. Ma Angela dovrà attendere un settennato, dapprima lasciando il posto nel 2002 nella sfida con Schröder al leader bavarese Edmund Stoiber (verrà risarcita con la guida del suo gruppo parlamentare al Bundestag), quindi sfidando direttamente il cancelliere nel 2005. Vincerà di misura – 35,3% contro 34,2% – ripristinando quella Grosse Koalition che la Germania Federale aveva già sperimentato negli anni Sessanta.

Comincia da qui la trasformazione di Angela Merkel: dalla ragazzina venuta dal freddo che la notte del crollo del Muro se ne tornò a casa invece di festeggiare a Berlino Ovest, a «Mutti», la madre severa ma rassicurante; da ambiziosa esordiente fra i vecchi lupi della politica a silenziosa sovrana, quasi invisibile nelle sue mise scialbe e anonime, che sotto la scorza mite e accomodante è fatta dello stesso acciaio con cui i Krupp fabbricavano cannoni e locomotive per tutti gli imperi d’Europa. Ne sanno qualcosa gli alleati di governo. Prima la Spd, che cala vistosamente alle elezioni del 2009, quindi i liberali, che collassano nel 2013. Il che le farà guadagnare il poco invidiabile soprannome di Schwarze Witve (Vedova nera), visto che coloro che si alleano con lei finiscono sempre male.

«Non ce la può fare», malignava Kohl. «Ce la faremo», rispondeva lei. Anche perché nel bene e nel male Angela sa come scegliersi i compagni di viaggio: come il super-ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble – il rigorista che ha strangolato l’economia greca e obbligato i «Pigs» (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) a fare in fretta i compiti a casa e mettere in ordine i conti dello Stato – e Ursula von der Leyen, una potenziale rivale piazzata prima alla Difesa, quindi spedita alla Commissione Europea.

Conservatrice con l’aria di sembrare progressista, Angela Merkel ha navigato con perizia per sedici anni e quattro mandati attraverso mari procellosi: dal Covid all’emergenza profughi, dall’ambiente ai rapporti con Cina e Russia, dall’insorgere di sovranisti e xenofobi come Aletrnative für Deutschland ai No-Vax, alternando candori da «Mutti» (la commozione pubblica per le molte vittime del coronavirus) a cipigli da Grimilde, la regina crudele di Biancaneve e i sette nani (ricordiamoci di quel «Non possiamo accogliervi tutti!» che fa sciogliere in lacrime una ragazzina palestinese di Rostock).

Per molti millennial è come se «Mutti» ci fosse sempre stata. Non a caso reclamano una figura nuova. Il successore designato è Armin Laschet, figura molto opaca al suo confronto e dato perdente sicuro alle elezioni di domenica. Del resto, Angela è irreplicabile. Al suo esordio nel 2005 c’erano George W.Bush e Tony Blair, gli israeliani si ritiravano dalla Striscia di Gaza, a New York collassava la Lehman Brothers e l’Unione Europea sembrava a un passo dal disgregarsi. Preistoria. E ora che anche «Mutti» Angela cede il passo, si può dire davvero che sia iniziata un’era nuova. Senza di lei, purtroppo.

 

Giorgio Ferrari - Tratto da “Avvenire” del 24 settembre 2021