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Il finale de “La coscienza di Zeno”: la vita stessa è malattia.

Nell'ultimo capitolo Zeno si considera completamente guarito, perché ha scoperto che la "vita attuale è inquinata alle radici" e che rendersene conto è segno di salute, non di malattia. Zeno addirittura nega di essere mai stato ammalato poiché la sua malattia, in realtà, non era altro che uno stato che gli ha permesso una visione più lucida della realtà. Egli generalizza la malattia a tutto il mondo sostenendo che chi si sente sano è malato e viceversa: la salute è la condizione di chi possiede certezze, principi; quindi, constatata la vanità di ogni certezza, sarebbe meglio "guarire dalla salute". L'uomo tuttavia è ammalato così in profondità che nessuna medicina lo può guarire: nel finale apocalittico, Zeno afferma che l'uomo potrà paradossalmente salvarsi dalla propria malattia inguaribile solo con la scomparsa della specie umana: "Forse attraverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile... Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po' più ammalato, ruberà tale esplosivo e s'arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto sarà massimo. Ci sarà un'esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e malattie"

Nel finale de La coscienza di Zeno è racchiuso il significato dell’intero romanzo. Zeno è un malato che tenta di giustificare la sua malattia affermando che in realtà è la stessa vita ad essere malata: tutti gli uomini sono accomunati dalla medesima malattia. È già catastrofico affermare che l’esistenza della malattia è insita nella vita dell’uomo; ma lo diventa ancor di più quando Svevo aggiunge che «qualunque sforzo di darci la salute è vano». La vita è malata e non c’è alcuna speranza di guarigione. Non esiste guarigione poiché non esiste progresso (l'’idea di progresso di Svevo è strettamente legata al darwinismo). L' ultima parte del romanzo viene in genere considerata profetica.  Svevo immagina l’apocalisse, la fine del mondo quasi prefigurando l’invenzione della bomba atomica. In questa drammatica soluzione c’è tutto il pessimismo antiprogressista di Svevo: l'Autore auspica la salvezza dell’uomo solo attraverso la distruzione dello stesso. 

 

Siamo – forse – fuori dalla pandemia. Non sappiamo come sarà il futuro dell’umanità. Ci è sfuggito di mano il pianeta, ci sfugge la salute e il progresso del mondo non ci ha salvato (non del tutto?) dalla creatura invisibile che ci assedia, dalle creature invisibili o visibili che verranno. Siamo malati di guerra e di potere, di avidità e di egoismo. Che Svevo abbia avuto ragione?

 

Maria Colaizzo