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Maria Maddalena

La figura di Santa Maria Maddalena è centrale nei Vangeli. “Solo due donne compaiono nei quattro Vangeli Canonici: Maria, madre di Gesù e Maria Maddalena” scrive Paolo Scquizzato nel libro “Trasformazione, tu sei ciò che cerchi”.


Una presenza femminile, nella chiesa, quella di Maria Maddalena,sottoposta a sistematica sottovalutazione. Fino al 2016, quando, per volontà di Papa Francesco. le è stato riconosciuto il degno ruolo. Dal 2016, il 22 luglio, nel calendario cattolico, è la festa di Santa Maria Maddalena, una delle figure più importanti del Nuovo Testamento, al pari degli altri Apostoli di Gesù.

Perché questo ritardo di 2000 anni? Perché Papa Francesco ha voluto elevare il 22 luglio al rango di festività, secondo la liturgia cattolica?

Maria Maddalena, è stata una figura scomoda, per secoli, alla chiesa cattolica. Molteplici ne sono i motivi. Sulla presenza di Maria Maddalena nella storia del cattolicesimo, e non solo, ci ripromettiamo di tornare.

Per ora abbiamo chiesto all’IA di darci qualche informazione al riguardo (RL)



Testo realizzato con AI.

È una storia molto interessante, perché la “prostituta penitente” che tutti associamo a Maria Maddalena non è la figura che troviamo nei Vangeli.

Come nasce l'equivoco

Nei Vangeli troviamo almeno tre donne diverse:
Maria Maddalena — la discepola proveniente da Magdala, dalla quale Gesù aveva scacciato «sette demòni»; segue Gesù, assiste alla crocifissione ed è tra le prime testimoni della Risurrezione.
Una donna peccatrice anonima — nel Vangelo di Luca entra nella casa di Simone il fariseo, piange ai piedi di Gesù e li unge con profumo (Lc 7,36-50). Il testo non dice che fosse una prostituta.
Maria di Betania — sorella di Marta e Lazzaro, che in un altro episodio unge Gesù con un profumo prezioso (Gv 12,1-8).
Nei testi evangelici non viene detto che queste tre donne siano la stessa persona.
La fusione delle tre figure : il passaggio decisivo avviene nella Chiesa occidentale, soprattutto con papa Gregorio Magno, nel VI secolo.

In un'omelia famosa, Gregorio interpretò insieme i diversi racconti e identificò:
Maria Maddalena = la peccatrice anonima = Maria di Betania.
Da quel momento si diffuse enormemente l'immagine di Maddalena come grande peccatrice convertita.
E qui nasce anche l'associazione con la prostituzione: il Vangelo parla semplicemente di una “peccatrice”, ma la tradizione successiva interpretò questa peccatrice come una donna dalla vita sessuale disordinata, fino a trasformarla nell'immaginario comune in una prostituta.

Ma cosa significa «sette demòni»?

Questo è un altro punto affascinante.
Luca dice che da Maria Maddalena erano usciti sette demòni. Nel linguaggio biblico dell'epoca, questo indica una condizione di grave sofferenza o possessione; non significa “sette peccati sessuali” e non significa che fosse prostituta.

Il numero sette, inoltre, ha spesso nella Bibbia un valore simbolico di completezza.
Quindi non abbiamo nei Vangeli una Maddalena “donna di malaffare” che Gesù redime.
E allora perché nell'arte è quasi sempre una penitente?
Perché la tradizione medievale ha trasformato la sua figura in quella della grande penitente.
Da qui nasce l'iconografia classica: lunghi capelli sciolti;
abito semplice o talvolta parzialmente scoperto;
vasetto di profumo;
teschio;
grotta o deserto;
espressione contemplativa.

Il vasetto deriva dalle donne che portano gli aromi al sepolcro; il teschio e la vita nel deserto rappresentano invece la penitenza e il distacco dal mondo.

E c'è un paradosso bellissimo: la Maddalena tradizionale è stata spesso rappresentata soprattutto come la donna che aveva peccato. Ma nei Vangeli il suo ruolo più straordinario è un altro: è la donna che vede il Risorto e lo annuncia agli altri.

Nel Vangelo di Giovanni, Gesù risorto le dice di andare dai discepoli. Maria va e annuncia loro di aver visto il Signore. Per questo, nel 2016, la Chiesa cattolica ha dato alla celebrazione del 22 luglio il grado liturgico di festa, sottolineando proprio il suo ruolo di “apostola degli apostoli”.

In un certo senso, quindi, la storia di Maria Maddalena è anche la storia di come una figura femminile centrale nel cristianesimo sia stata progressivamente riletta attraverso l'immagine della peccatrice penitente.


 

 

 


Nelle classi disomogenee si impara di più

 L’attualità di Alessandra Ginzburg, che creò a Roma una delle prime scuole pubbliche aperta a bambine e bambini disabili.  

 

di Franco Lorenzoni

 

Giorgia Meloni ha annunciato domenica a gran voce che vuole stabilire per legge un tetto alle presenze di figli di immigrati nelle nostre classi “perché i bambini italiani non siano mai più minoranza”. Sempre più il tratto comune delle destre in Europa si caratterizza per l’attacco alla scuola pubblica come spazio di incontro e scambio tra differenze, come luogo in cui la disomogeneità può divenire fattore di crescita e nutrimento per uno sviluppo della curiosità reciproca, dell’ascolto e, dunque, della democrazia.

In quest’anno scolastico celebreremo i 50 anni dall’apertura delle nostre scuole ai portatori delle più diverse disabilità, resa possibile dalla legge 517 del 1977.

Mi sembra particolarmente importante ricordare la figura di Alessandra Ginzburg, morta improvvisamente l’11 agosto scorso, che nel 1970 trasformò a Roma una scuola dell’infanzia comunale nella prima scuola del centro Italia in cui fu sperimentata una piena integrazione.

 

“Prima viene il bambino con il suo mondo e le sue idee sul mondo e solo dopo - e con grande cautela e rispetto per l’integrità e la coerenza di quel mondo - è possibile e opportuno offrire proposte educative e didattiche capaci di arricchire e nutrire quel mondo. Proposte che risultano tanto più efficaci quanto più sono capaci di stabilire un confronto aperto e un colloquio vivo tra modi di guardare il mondo profondamente diversi”.

L’attenzione e il rispetto verso la dignità e ricchezza del mondo infantile ha sempre caratterizzato il pensiero di Alessandra Ginzburg.

Psicoanalista e saggista, prima di dedicarsi alla cura come professione e alla relazione tra letteratura e psicoanalisi come fonte primaria di comprensione degli altri e delle loro sofferenze, è stata una grande educatrice. A lei dobbiamo pratiche e teorie che sono alla base di una delle più importanti riforme educative del nostro paese.

Se le nostre scuole dal 1977 hanno aperto le loro porte a bambine e bambini disabili, fino allora chiusi nelle loro case o segregati in scuole speciali, lo si deve alle intuizioni lungimiranti e alle coraggiose sperimentazioni di educatrici come lei.

La più giovane figlia di Natalia e Leone Ginzburg aveva la rara qualità di incarnare una rigorosa postura etica in modo concreto e operativo. Così, osservando quanto un gruppo omogeneo, composto esclusivamente da bambini deficitari - come allora venivano chiamati - li costringeva a vivere in un clima educativo poco stimolante, immaginò e diede vita a Roma, insieme a Massimo Ammaniti, a una delle prime scuole pubbliche che sperimentò l’integrazione.

Alla fine degli anni ’60 si cominciarono a mettere in discussione le scuole speciali come luoghi di segregazione e nel 1970, a Trastevere, nella scuola dell’infanzia comunale di piazza della Scala, iniziò un’avventura educativa audace e straordinariamente innovativa, quando una ventina di bambine e bambini “deficitari” furono accolti in quella scuola, in un rapporto di uno a uno con  alunni cosiddetti “normali”.

 

Una scuola pubblica aperta ai disabili nel 1970

 

L’apertura, rivolta prevalentemente a bambine e bambini del quartiere, fu preparata con cura da colloqui con le famiglie in cui vennero discusse caratteristiche e impostazioni della nuova scuola, insieme a una offerta di tempo pieno completamente gratuito, grazie al sostegno dell’assessore Antonio Frajese.

I cambiamenti progettati da Alessandra Ginzburg, che di quella scuola fu coordinatrice, furono radicali: nessuna classe con la porta chiusa, rotazione tra i gruppi che variavano a seconda delle attività, e il largo corridoio di quella costruzione ottocentesca che ogni giorno si trasformava in luogo di ritrovo e di incroci inaspettati.

Il tutto reso maggiormente stimolante da una ricca raccolta di strumenti per la pittura e il modellare, stoffe e costumi per drammatizzare storie, costruzioni ad altri materiali diversi e inusuali, atti a stimolare l’immaginazione e il coordinamento occhio-mano, perché uniti a strumenti quotidiani generalmente negati a bambine e bambini piccoli, come elastici, spaghi, bacinelle, carrucole e piccoli martelli.

Tutto ciò per arricchire e ampliare relazioni, sostenute dal fare insieme, che costituivano la premessa necessaria ad apprendimenti non avulsi e lontani dalle esperienze dei bambini.

Spazi e pareti divennero inoltre luoghi curati di memoria personale e collettiva, dove ciascun abitante della scuola poteva riconoscere le proprie tracce.

Per arricchire questi rivolgimenti nel tempo che si era allungato, all’inizio ci si avvalse anche del supporto di animatrici volontarie, suscitando perplessità in alcune insegnanti.

 

Integrare ripensando radicalmente la scuola dall’infanzia

 

Per ripensare radicalmente e trasformare una scuola dell’infanzia in luogo di integrazione ci fu bisogno della sensibilità e del pensiero di una futura psicoanalista, che seppe assumersi anche responsabilità formative, organizzative, e dunque politiche.

Successe così ancora una volta che sperimentazioni progettate per bambine e bambini con diverse disabilità e fragilità, portarono a scoperte in grado di migliorare le scuole di tutti, come era accaduto nei primi decenni del ‘900 con Maria Montessori, Ovide Decroly e Janus Korjak, arrivati all’educazione dalla pratica medica. Spesso la pedagogia, infatti, per assumere una postura pienamente democratica e aperta a tutti ha bisogno di sguardi che vengano da altri mondi.

Il percorso di ricerca di Alessandra Ginzburg è stato esemplare perché ha costantemente intrecciato l’attenzione e la cura di ogni fragilità con l’elaborazione di una “pedagogia dell’ascolto”, capace di dare piena dignità e nutrire la creatività di bambine e bambini

Ho avuto la fortuna di conoscere Alessandra nel 1977, nel Movimento di Cooperazione Educativa, quando stava volgendo al termine un decennio tumultuoso che era stato capace di mettere in crisi istituzioni ossificate.

Stavo per diventare maestro elementare e la prima salutare scossa che ricevetti mi fu offerta dall’evidenza che, per prepararci ad un ascolto attivo del mondo infantile, dovevamo metterci in gioco e cercare di mutare il nostro punto di vista.

Il gruppo romano del MCE, ancora oggi attivo e propositivo, era allora particolarmente vivace, con laboratori a cui partecipavano oltre cento insegnanti che si incontravano ogni settimana e duravano anni.

A quel gruppo e a quell’insieme variegato di ricerche Alessandra Ginzburg diede un apporto del tutto originale, proponendo un confronto tra le pratiche educative che andavamo sperimentando e le elaborazioni intorno alla “Bilogica” dello psicoanalista cileno Ignacio Mate Blanco, di cui fu paziente e poi allieva.

“Ascoltare - ce lo insegna la pratica psicoanalitica - significa fornire al bambino una presenza costante, non intrusiva ma partecipe, attenta al gesto come alla parola, pronta ad accogliere e a sistematizzare senza opporre giudizi di valore di veridicità, capace di sollecitare con una domanda discreta il proseguimento di un indagine. (…)

Un educatore capace di ascolto arricchisce la comunità dei bambini di un dono prezioso: la passione della conoscenza intesa come interrogazione appassionata sul mondo e sui suoi misteri.

Di qui la funzione di garante della comunità propria dell’adulto, che raccogliendo con strumenti adeguati (scrittura, fotografia, registrazione) la cultura collettiva del gruppo nel suo progressivo farsi, e gli restituisce una memoria della propria storia in cui riconoscersi”.


L’inconscio come fondamento di ogni conoscenza

Alessandra Ginzburg credeva fortemente nell’esistenza di una “cultura infantile” con proprie specifiche caratteristiche e la sua influenza, nelle ricerche dei diversi laboratori del gruppo romano del MCE, era discreta ma particolarmente autorevole perché rigorosa, frutto di studi e approfondimenti, e insieme appassionata. Ricordo il trasporto che metteva nei suoi interventi quando richiamava alla nostra attenzione l’importanza dell’inconscio.

 “L’inconscio non solo va considerato come la base generale della vita psichica, ma anche come il fondamento di ogni conoscenza, in quanto tende a equiparare la realtà esterna a quella psichica. Partendo da questa premessa non può che apparire limitativa e inadeguata ogni proposta educativa impostata su una separazione netta fra i due ambiti: realtà interna e realtà esterna, infatti, dovrebbero fondersi armonicamente in una personalità effettivamente matura ed equilibrata, così come dovrebbero fondersi senza troppi squilibri pensieri ed emozioni. È proprio questa fusione spontanea che colpisce nei bambini ogni volta che venga loro offerta la possibilità di esprimere completamente le proprie idee”.


Molte cose sono cambiate dagli anni Settanta.

L’attenzione agli spazi come luoghi di memoria è cresciuta e sono numerose le maestre e maestri della scuola dell’infanzia e primaria che hanno l’abitudine di trascrivere i pensieri che emergono dalle bambine e dai bambini quando disegnano, drammatizzano o giocano liberamente, quando discutono tra loro in modo strutturato o spontaneo.

Ancora troppo raramente, però, questo straordinario repertorio di domande, affermazioni, considerazioni e ipotesi è assunto da noi insegnanti come riferimento fondamentale e orizzonte dal quale partire nel progettare la nostra pratica educativa.

Assumere pienamente il dialogo e la pedagogia dell’ascolto come fondamento dell’innovazione didattica comporta il rivedere le nostre pratiche con radicalità, perché alcune domande infantili sono spesso inquietanti e insidiose rispetto alle salde certezze che riteniamo di avere. Ma forse è proprio accogliendo queste inquietudini che possiamo coltivare quello stupore attento, così necessario per mantenere viva la relazione educativa.

Si trattava e si tratta di non dimenticare quanto, nel nostro pensare e anche nei nostri ragionamenti più astratti, la logica razionale si intrecci sempre, inevitabilmente, con la logica simmetrica dell’inconscio, dando vita a quella “bi-logica”, teorizzata da Mate Blanco ne “L’inconscio come insiemi infiniti”, in cui si mescolano piani diversi, abolendo il principio di non contraddizione.

Essere consapevoli delle continue interferenze dell’inconscio nel nostro pensare il mondo permetteva, a noi giovani maestre e maestri in formazione, di ascoltare bambine e bambini dando dignità ai loro ragionamenti e alle loro ipotesi, anche quando apparivano distanti dalla nostra logica adulta.

Chiamata negli anni ’80 dall’assessorato alla scuola a progettare la formazione delle maestre delle scuole dell’infanzia, Alessandra Ginzburg scrisse un libricino, pubblicato dal Comune di Roma, intitolato “Premessa ad una pedagogia dell'ascolto nella scuola dell’infanzia”       https://www.cencicasalab.it/il-blog/premessa-ad-una-pedagogia-dellascolto-nella-scuola-dellinfanzia/

.

Rileggere ora quel breve e intensissimo testo è particolarmente interessante, perché sostiene con convinzione quanto l’intreccio fra pensiero ed emozione costituisca una costante inestricabile. Ricordando che cinquant’anni fa questa relazione era totalmente sottovalutata dalla pedagogia ufficiale, acquista ancora maggior rilievo il fatto che, in un documento di indirizzo per le scuole dell’infanzia del Comune di Roma, venisse riconosciuta “l’onnipresenza del sistema inconscio in ogni manifestazione della vita mentale”.


Una rivoluzione ancora da completare

 

Il lungo percorso che ha portato la scuola italiana ad assumere al suo interno un quarto di insegnanti di sostegno per dare piena dignità e reali possibilità di crescita alle tante diversità che la abitano è certamente manchevole, contraddittorio e ancora molto lontano dal raggiungere le mete auspicate. Ma tante e tanti docenti stanno lavorando a un’idea di inclusione che si fonda sull’attenzione e la cura del contesto, capace di ribaltare molti luoghi comuni a partire dal più importante: la disabilità non è confinata all’interno del soggetto, ma prende forma nella rete di relazioni che lo collega agli altri e agli spazi che abita e in cui vive.

 

Tornando all’esperienza pilota di piazza della Scala Alessandra Ginzburg, in un intervento del 1993, ricordava che in quegli anni “l’idea generosa, ma completamente astratta e utopica, era che l’integrazione, diffondendosi, avrebbe fatto “esplodere le contraddizioni” della scuola - come si diceva all’epoca - costringendola a rivedere tempi e spazi educativi in modo da tener presente le esigenze di tutti.”

Le contraddizioni non sono esplose come allora si sperava e la scuola non si evoluta e trasformata come avremmo desiderato, ma non si può negare che l’apertura delle scuole, sperimentata nel nostro paese tra i primi in Europa dal 1977, abbia profondamente mutato l’orizzonte di crescita e di vita di centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi con disabilità e delle loro famiglie, aprendo a incontri inaspettati e a nuove esperienze le loro compagne e compagni.

Il prossimo anno sarà trascorso mezzo secolo da quella riforma rivoluzionaria, che attende ancora di essere pienamente compiuta.

Alessandra Ginzburg, al cui pensiero abbiamo ancora tanto da chiedere, sosteneva con lungimiranza che la disomogeneità nei luoghi educativi, oggi arricchita anche dalle molteplici provenienze di chi li abita, è la migliore condizione per costruire fiducia e apertura verso ogni differenza, perché, se affrontata con cura, competenza e attenzione, crea i presupposti per una crescita intellettuale ed umana di tutte e tutti.

 

Abbiamo ricevuto questo scritto in quanto facenti parte  del gruppo "Gli asini" di Google Gruppi. 

Ringraziamo Franco Lorenzoni per averci autorizzato a pubblicarlo (NdR)

L’Intelligenza Artificiale può combinare seri guai!

 Comincia a concretizzarsi  il pensiero  che l’IA (Intelligenza Artificiale) può essere dannosa non solo per chi la utilizza, ma per tutta l’umanità. Da tempo se ne discute ma si conoscono, solo in parte,  i rischi che l’IA comporta a livello individuale, sociale, politico. 

In queste ultime settimane, l’ipotesi che l’IA possa far male, anzi arrivare a distruggere tutta l’umanità, comincia a farsi strada e viene riportata, in prima pagina,  sui media, a livello internazionale.

A dirlo non sono gli utilizzatori, ma gli stessi ricercatori e manager che lavorano e gestiscono tutte le innovazioni che IA comporta. Facciamo alcuni esempi:


Dario Amodei (nato a San Francisco da padre toscano e madre statunitense)  Ceo di Antrophic, ha affermato che:  “entro 6 – 12 mesi l’IA potrebbe perdere il controllo della rete”.  Ha lanciato la proposta di rallentare lo sviluppo dell’IA, in quanto il rischio che sfugga al controllo umano non è poi così peregrino. Ci sono rischi non solo finanziari ma anche di cyber attacchi e bioterrorismo. Ha quindi proposto un piano per rallentare lo sviluppo dell’IA che coinvolga tutti i paesi democratici.


Sam Altman,  Ceo di OpenAI, dopo aver lanciato vari allarmi sui rischi che uno sviluppo tumultuoso dell’IA può comportare per l’intera umanità, ha rinunciato a quotare OpenAI in borsa.


A sorpresa, anche Elon Musk fondatore di SpaceXAI, quello che è ritenuto l’uomo più ricco al mondo, si è unito ai colleghi dicendosi d’accordo nel rallentare lo sviluppo dell’IA.


Questo lo scenario tecnico-imprenditoriale. Come si posizionano i politici? Trattandosi di un fenomeno globale tra i più rilevanti al mondo, riportiamo le prese di posizione dei Presidenti dei due paesi più attivi al riguardo:

Il Presidente Donald Trump è assolutamente contrario al rallentamento. Recentemente ha affermato, parlando degli USA: “Siamo davanti alla Cina nel settore dell’intelligenza artificiale e dobbiamo rimanerci. Chi vince nel campo delle tecnologie vince tutto”

Il suo omologo cinese,Xi Jin-ping, ha annunciato che la Cina vuole rilanciare, nel settore dell’AI, e che, a breve, guiderà una zona aperta per l’AI, con gli undici paesi facenti parte del BRICS, tra cui Brasile, Russia, Cina, India e Iran.


Uno scenario politico che, per ora, non pare tener conto dei timori avanzati dai tecnici del settore, in particolare da Amodei e da  alcuni ricercatori che hanno parlato di rischio, se non si inverte la tendenza, di estinzione dell’umanità nel corso di un decennio. 

Jacob Coxon, ricercatore di Antrophic si è dimesso in quanto ritiene che Antrophic ed OpenAI sono divenuti sistemi capaci di migliorarsi autonomamente al punto di sfuggire al controllo umano dei suoi stessi inventori e divenire capace di operare, fuori da ogni controllo, in materia di cyber sicurezza, bio armamenti, eludere il controllo umano e operare con strumenti autonomi in tempi rapidissimi.


Cosa può al riguardo la cosiddetta società civile? cosa possiamo fare noi  cittadini, gruppi, associazioni che operiamo al di fuori delle istituzioni politiche e statali? E’ presto detto:” resistere, fare rete, continuare a studiare”! 

Continuare a studiare, come ci indica  l’interessante pezzo di  Maria Vittoria Montemurro, “Imparare ci fa bene” che volentieri pubblichiamo a seguire.

“Perché imparare se le macchine sanno già tutto?” perché, ci ricorda la Montemurro “con l’IA  arrivi prima alla meta, ma ti perdi il fascino del viaggio”


Roberto Landolfi


Imparare ci fa bene

 

 Carl Larsson- Esbjorn Doing His Homework 1912


Per gli esseri normodotati di intelligenza naturale, è sempre più complesso affrontare e soprattutto farsi un’idea intorno alla intelligenza artificiale, ed alle ricadute che l’uso di quest’ultima può avere sulle nostre esistenze, non solo come individui, ma soprattutto come comunità degli esseri umani. Molti sono gli ambiti con cui ci misuriamo, spesso nostro malgrado, e senz’altro quello dell’impatto sulle giovani generazioni in relazione alla loro capacità di apprendimento (già spesso compromesso dall’uso indiscriminato di smartphone e dai social), costituisce a mio avviso quello più preoccupante trattandosi di cervelli giovani che possono rischiare per mancanza di allenamento una sorta di “inspessimento” della plasticità che caratterizza la nostra rete neuronale. Infatti un ampio dibattito è aperto sul tema e molti studiosi sono alacremente in campo per approfondire l’impatto che l’IA ha ed avrà sulle giovani menti in relazione alle loro capacità di studio. 

Gli autorevoli svedesi Klingberg e Wikforss, neuroscienziato e filosofa, nel loro saggio intitolato “Perché imparare se le macchine sanno già tutto?”, edito da Feltrinelli,  evidenziano come proprio in questo periodo sia fondamentale lo studio. Fanno l’esempio dei bei muscoli ottenuti con un intenso e costante allenamento e quelli ottenuti con l’uso degli anabolizzanti, in analogia alle modalità della conoscenza, quella conseguita con lo studio e quella, ancorché seducente scorciatoia, dell’intelligenza artificiale: arrivi prima alla meta ma ti perdi il fascino del viaggio. Naturalmente i due autori argomentano scientificamente il loro punto di vista; è interessante l’analogia del ricorso alla IA con l’esternalizzazione di un servizio, che nel tempo esautora completamente la propria abilità a compierlo. La Wikforss infatti fa l’esempio delle calcolatrici elettroniche che con la loro funzione tanto hanno partecipato all’apprendimento, evidenziando che con l’IA non si tratta di una sola funzione delegata ma della delega dell’intero schema di pensiero con il rischio di una sorta di “instupidimento” generale, con una reale perdita di plasticità del cervello non più sottoposto all’allenamento cognitivo.

Dunque la proposta di studio per l’acquisizione delle conoscenze e quindi interlocuzione con i chat bot più avanzati per “sviluppare una sorta di dialogo socratico”.

Le osservazioni contenute nel saggio stimolano alcune riflessioni rispetto al valore dell’apprendimento e della conoscenza in relazione della loro finalità. La conoscenza serve per sviluppare competenze; il mancato sviluppo delle competenze, che a mio avviso si sviluppano solo mettendo la conoscenza in relazione con il mondo che ci circonda (esperienza?), rischiano di compromettere quella capacità (qualità?) che abbiano nell’affrontare le nostre attività quotidiane in maniera organizzata, in relazione con gli altri, che rende possibile non svolgere meri compiti ma attività integrate.

Certo il richiamo delle performance complessive che l’IA ci offre anche a buon mercato, rende l’azione di comprensione molto impegnativa. Il paradosso potrebbe essere che l’IA diventi più intelligente della intelligenza naturale anche se penso sia difficile trattandosi di una faccenda in ultima analisi tutta umana. 

Con il neuroscienziato Klingberg, un aspetto sicuramente buono è che i contenuti pervasivi della IA possano “schiantare sotto il loro peso i social media. Sarebbe il più grande contributo a ristabilire un paesaggio mediatico sano”.

Tuttavia un approccio manicheo mal si attaglia alla IA; accanto al rischio concreto di “instupidimento” moltissimi sono i campi in cui il contributo della IA è già una realtà determinante, basti pensare al campo della ricerca biomedica e di precisione, alla definizione di modelli predittivi per la diagnosi e cura delle malattie rare e molti altri esempi.

Per apprendere, studiare, acquisire conoscenze forse il segreto potrebbe essere seguire ciò che ci piace, che ci fa felici anche se stanchi, seguire la nostra vocazione, riconoscere il nostro daimon, restare umani in un costante esercizio di giudizio.


Maria Vittoria Montemurro


21 settembre, l’autunno….

 Autunno

Il gatto rincorre

le foglie secche sul marciapiede.

e contende (vive le crede)

alla scopa che le raccoglie.

Quelle che da rami alti

scendono rosse e gialle

sono certo farfalle

che sfidano i suoi salti.

La lenta morte dell’anno

non è per lui che un bel gioco,

e per gli uomini che ne fanno

al tramonto un lieto fuoco.

Gianni Rodari


San Martino

La nebbia agli irti colli 

piovigginando sale,

e sotto il maestrale

urla e biancheggia il mar


ma per le vie del borgo

dal ribollir dei tini

va l’aspro odor dei vini

l’animo a rallegrar.


Gira su’ ceppi accesi

Lo spiedo scoppiettando

Sta il cacciator fischiando

Sull’uscio a rimirar


Tra le rossastre nubi

Stormi di uccelli neri,

com’esuli pensieri

nel vespero migrar

Giosuè Carducci



L’angelo custode: ascoltalo anche in autunno!

L’angelo custode ci accompagna lungo la strada da intraprendere nella vita e non ci abbandona mai, proprio come ci ricorda Papa Francesco nelle sue meditazioni sull’angelo custode:

 «Un amico che noi non vediamo, ma che sentiamo». L’angelo custode è lì per aiutarci a non sbagliare strada e a camminare su di essa, ma serve la nostra preghiera, dice Papa Francesco, la nostra richiesta di aiuto. L'Angelo è autorevole, ha autorità per guidarci. Ascoltalo. “Da’ ascolto alla sua voce e non ribellarti a lui”. 


R.L.


Flottilla- in viaggio verso Gaza” : il dovere di restare umani

 A Volla la presentazione del libro di Arturo Scotto diventa un momento di riflessione sulla guerra, sulla pace, sulla politica e sulla dignità dei popoli

di Elvira Picciola


Venerdì 11 settembre 2026, nell’Aula consiliare del Comune di Volla, la presentazione del libro di Arturo Scotto, Flottilla- In viaggio per Gaza. Diario di bordo per una nuova rotta, è diventata molto più della presentazione di un volume. È stata una serata di testimonianze, memoria e confronto, attraversata dalla domanda su quale debba essere oggi il compito della politica davanti alla sofferenza dei popoli e, soprattutto, davanti alla tragedia palestinese.

Accanto all’autore, deputato e capogruppo in Commissione Lavoro alla camera nonchè membro nazionale del Partito democratico, sono intervenuti il sindaco Giuliano Di Costanzo, Aldo Cennamo, Antonio Bassolino e la professoressa Souzan Fatayer, docente dell’Università Orientale ed esponente della comunità palestinese in Italia. Ad aprire e accompagnare l’iniziativa è stato Luigi Pacella. La sala ha accolto molte persone, accomunate dalla volontà di non lasciare che ciò che accade a Gaza scivoli nell'indifferenza e nel silenzio. La stessa scelta di ospitare l’incontro è stata presentata come un modo per mantenere viva l’attenzione e per portare soprattutto alle nuove generazioni una riflessione sulla pace, sulla solidarietà e sui diritti umani. 

Il libro di Scotto nasce dall’esperienza personale vissuta a bordo della Flottilla e sceglie la forma del diario per raccontare non soltanto ciò che accade in mare, ma anche i pensieri, le paure, le relazioni e le responsabilità che accompagnano una scelta difficile.




La decisione di partire

Nel racconto dell’autore, tutto comincia con una richiesta semplice e insieme enorme: essere parte della missione. Serve un parlamentare che abbia esperienza, che sappia mantenere rapporti istituzionali quando la situazione diventerà difficile. Scotto racconta di essersi affacciato alla finestra e di avere visto il mare, all’apparenza tranquillo, mentre davanti a sé prendeva forma la prospettiva della partenza.

«Forse è arrivato il momento di andare oltre ciò che avevo sempre fatto. Forse è il momento di fare un passo in più».

È uno dei passaggi nei quali la dimensione politica lascia progressivamente spazio a una dimensione più personale e morale. Le notizie provenienti da Gaza diventano sempre più drammatiche; crescono le vittime e si moltiplicano le immagini di civili affamati. Scotto racconta come, a quel punto, i dubbi non scompaiano ma smettano di essere una protezione. La domanda non è più soltanto se partire sia opportuno, ma che cosa si possa fare concretamente davanti a una tragedia che continua. 

Ed è proprio qui che emerge uno dei significati più profondi della Flottilla: non soltanto portare aiuti, ma comunicare a un popolo che non è solo.

«Il messaggio simbolico che conta e ora la Flottilla sta dando speranza al popolo di Gaza. Gli sta dicendo che non sono soli al mondo».

Sono parole che aiutano a comprendere la natura di un'iniziativa che, nel racconto di Scotto, nasce dalla consapevolezza dei propri limiti ma anche dalla necessità di non rimanere spettatori.


Il mare come metafora del nostro tempo

Il mare diventa nel libro un vero protagonista. Non è soltanto lo spazio fisico nel quale si muovono le imbarcazioni: è il luogo nel quale si incontrano guerre, migrazioni, commerci, disuguaglianze e destini umani differenti.

«Il Mediterraneo è tutt’altro che una frontiera senza posti di blocco».

Navigando verso Gaza, Scotto racconta di avere incontrato un intero «multiverso» contemporaneo: droni, navi cargo, imbarcazioni di migranti, traffici e persone che attraversano gli stessi cieli e gli stessi mari, ma con diritti e possibilità profondamente diversi. 

Il libro, precisa l’autore, non vuole essere un saggio di geopolitica né una ricostruzione storica del conflitto israelo-palestinese. È un diario, e proprio la forma del diario consente alla memoria di procedere per immagini, ritorni, frammenti.

«Un diario non segue una linea retta: al tempo si deforma. Una giornata intera può scivolare via in poche righe. La mente funziona così: seleziona, scarta, ritorna, insiste».

In questo modo la vicenda personale diventa anche una riflessione sulla politica e sulla partecipazione. Scotto racconta la crisi delle grandi architetture politiche del Novecento, la crescita dell'antipolitica e la difficoltà dei partiti nel continuare a rappresentare bisogni e aspirazioni collettive. Eppure, proprio mentre la fiducia nelle istituzioni sembra indebolirsi, resistono le comunità, il volontariato, la partecipazione spontanea. 

La Flottilla, in questa prospettiva, diventa un esempio di partecipazione che nasce dal basso.

«La vicenda di Gaza è una di questa», scrive Scotto riferendosi a quelle iniziative capaci di generare «fiammate» imprevedibili e di scuotere coscienze apparentemente sopite.


La notte dell’attacco e la paura

La parte del diario dedicata alla navigazione restituisce poi tutta la tensione della missione. Una notte, le comunicazioni vengono disturbate e arrivano gli attacchi: flash bang, bombe sonore, polveri urticanti, esplosivi lanciati da droni. Alcune imbarcazioni vengono danneggiate e la navigazione diventa ancora più difficile.

«Non è stato facile trattenere la paura».

Ma proprio in quel momento emerge una responsabilità che Scotto sente nei confronti degli altri: avere paura non significa poter cedere alla paura. Bisogna mantenere la rotta e, contemporaneamente, trovare la forza di rassicurare chi è a bordo. La missione, da gesto simbolico, diventa così una prova concreta di responsabilità reciproca. 

Poi arrivano le difficoltà a Creta, la necessità di sostituire alcuni membri dell'equipaggio, l'arrivo di un nuovo capitano e la riorganizzazione delle barche. Parallelamente si apre anche un confronto istituzionale e religioso, con il tentativo di mettere in contatto i vertici della Flottilla con il cardinale Zuppi e con il patriarca Pizzaballa, nella speranza che un intervento potesse favorire almeno simbolicamente l'apertura di un canale umanitario. 


L'arresto e il ritorno

La parte più drammatica del racconto è quella dell'intercettazione e dell'arresto. Scotto descrive le perquisizioni, l'isolamento, l'impossibilità di incontrare immediatamente un avvocato o di ricevere assistenza consolare, il trasferimento nelle celle e le ore trascorse in attesa di sapere quale sarebbe stata la sorte dei partecipanti alla missione.

Particolarmente forte è il momento nel quale l'autore deve firmare il documento relativo al rimpatrio. Accanto alla firma aggiunge una precisazione che assume il valore di una dichiarazione politica e personale:

«Ho agito secondo il diritto internazionale».

Il racconto non nasconde la paura né le condizioni di umiliazione vissute dagli attivisti. Ma accanto alla sofferenza dell'esperienza personale compare anche la memoria delle vittime e della distruzione vista nei luoghi visitati. 

Il ritorno a Fiumicino segna finalmente il ricongiungimento con i familiari e con coloro che avevano seguito la vicenda dall'Italia. Ma il viaggio, racconta Scotto, non finisce con lo sbarco.

Dopo la Flottilla comincia infatti un altro viaggio: quello attraverso l'Italia, con incontri pubblici in molte regioni, per raccontare l'esperienza e continuare a parlare di Gaza.

«Non un semplice racconto, ma un corpo a corpo continuo per restituire l’esperienza della flottilla e continuare a discutere di Gaza, misurare i rumori del Paese, ascoltare opinioni anche lontane dalle proprie, mettere alla prova convinzioni, parole, priorità».

La memoria diventa quindi responsabilità: non lasciare che l'esperienza vissuta rimanga soltanto personale, ma trasformarla in occasione di discussione pubblica. 

E nelle pagine finali emerge una considerazione sul significato dell'Occidente e della politica: un Occidente che ha conosciuto fascismo e colonialismo, ma anche movimento operaio, femminismo, libertà e costruzione repubblicana.

«L’Occidente è stato molte cose: fascismo e colonialismo, ma anche movimento operaio, femminismo, libertà, costruzione repubblicana; uno spazio di conflitto e di possibilità, non un destino».

È da questa consapevolezza che Scotto dice di ricavare una lezione. Una lezione racchiusa nelle parole di David Grossman:

«Sentivo che stavo finalmente facendo lo sbaglio giusto. Tutto qui».


Il dibattito: dalla Flottilla alla responsabilità della politica

Nel suo saluto, il sindaco Giuliano Di Costanzo ha sottolineato il significato dell'iniziativa come momento attraverso il quale una comunità può far sentire la propria voce davanti a ciò che accade in Palestina. Ha ricordato inoltre il valore simbolico delle precedenti prese di posizione del Consiglio comunale e la necessità di tenere desta l'attenzione sui diritti della popolazione palestinese. 

Aldo Cennamo ha insistito invece sul rapporto tra politica, coerenza e partecipazione. Il suo ragionamento è partito proprio dalla necessità di non permettere che la questione palestinese scompaia dalle prime pagine e dall'attenzione dell'opinione pubblica.

Ha definito la Flottilla un'esperienza capace di dare concretezza a valori che troppo spesso rimangono soltanto dichiarazioni. Il punto centrale, nella sua lettura, è che non basta dire di volere qualcosa: bisogna essere disposti ad agire per realizzarla.

La Flottilla, ha sostenuto, ha avuto anche questo significato: persone consapevoli dei rischi hanno deciso di partire pur sapendo che difficilmente gli aiuti sarebbero arrivati a destinazione. E proprio per questo il gesto ha assunto un valore politico e morale: dire che davanti alla sofferenza non è possibile voltarsi dall'altra parte. 

Cennamo ha poi richiamato il ruolo dei giovani, sottolineando come la mobilitazione internazionale attorno alla Palestina rappresenti un segnale importante in una stagione nella quale molti giovani sembrano lontani dalla politica. La coerenza dimostrata dai partecipanti alla Flottilla può invece restituire credibilità all'impegno pubblico e al rapporto tra valori e azione.

La politica torna ad avere senso quando riesce a unire concretezza e idealità, quando le parole diventano comportamenti e quando gli obiettivi, anche se sembrano lontani, continuano a orientare le coscienze.

È questa, in fondo, una delle domande che la serata di Volla ha lasciato aperte: come restituire alla politica la capacità di indicare un orizzonte e, contemporaneamente, di intervenire sulle sofferenze concrete delle persone? 


Souzan Fatayer: la voce di chi porta dentro di sé la tragedia

Particolarmente intenso è stato l'intervento della professoressa Souzan Fatayer. Palestinese residente in Italia, Fatayer ha parlato non soltanto come docente o esponente della comunità palestinese, ma come persona legata direttamente alla terra e alle persone che stanno vivendo la tragedia.

Il suo intervento è stato attraversato dall'emozione. Ha ricordato che la questione palestinese non può essere fatta coincidere soltanto con il 7 ottobre, perché la sofferenza della popolazione palestinese ha radici più lontane. Ha raccontato il dolore per i familiari, per i bambini, per una generazione privata della normalità, della scuola, dell'infanzia e del futuro.

La sua testimonianza ha trasformato la parola «Palestina» da questione geopolitica in esperienza umana. Il suo appello è stato quello di sentire la sofferenza palestinese, di non limitarsi alle dichiarazioni, di non abituarsi alla morte e di continuare a chiedere dignità e futuro. 

È stato probabilmente questo uno dei momenti più coinvolgenti della serata: quando la grande storia è entrata nella dimensione privata delle famiglie, dei bambini, delle case perdute, delle persone che aspettano notizie dei propri cari.



Antonio Bassolino: il diritto internazionale e il rischio di un mondo governato dalla forza

Nel suo intervento, Antonio Bassolino ha allargato lo sguardo dalla vicenda della Flottilla alla crisi dell'ordine internazionale.

Il punto di partenza è stata la crisi di quell'insieme di strumenti costruiti dopo la Seconda guerra mondiale: la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, le convenzioni internazionali, il diritto del mare, le Nazioni Unite, l'Unione europea e la Corte penale internazionale.

Bassolino ha osservato come il principio del multilateralismo rischi di essere sostituito dall'idea che la forza possa riscrivere i confini, superare i trattati e diventare essa stessa una regola. 

Nel suo ragionamento, la tragedia palestinese diventa così parte di una crisi più ampia: quella di un sistema internazionale nel quale le istituzioni sembrano sempre più incapaci di fermare le guerre e garantire il rispetto del diritto.

Ha richiamato anche la necessità di una maggiore iniziativa europea e italiana, sostenendo che l'Europa non possa ridursi a un semplice spazio economico, ma debba tornare a essere protagonista sul terreno del diritto internazionale, della pace e della tutela della dignità umana. 

Ma il suo intervento non si è concluso con una visione priva di speranza. Al contrario, Bassolino ha individuato nella partecipazione dei giovani e nelle esperienze di solidarietà un segnale da coltivare. La Flottilla, nella sua lettura, è stata «un mezzo», non il fine: ciò che conta è ciò che essa ha saputo riaccendere, cioè la partecipazione, la solidarietà, la politica come strumento per costruire giustizia.

«La flottiglia è stato un mezzo, non può essere un fine. È stato l’innesco che ha riportato soprattutto migliaia e migliaia di ragazzi a fare politica attorno a un popolo».

E ancora: la speranza, per quanto piccola, esiste quando le persone scelgono di stare dalla parte di chi soffre, quando si organizzano, quando esercitano pressione affinché il diritto torni a prevalere sulla forza. 


Una nuova rotta

Il titolo del libro parla di una «nuova rotta». A Volla è apparso chiaro che questa rotta non riguarda soltanto una navigazione verso Gaza.

È una rotta politica e soprattutto umana.

Il viaggio raccontato da Scotto mette insieme il mare e la terraferma, la paura e il coraggio, la politica e la coscienza individuale, le grandi questioni internazionali e la vita quotidiana delle persone. È il racconto di una scelta che nasce dall'idea che, davanti all'ingiustizia, anche un gesto simbolico possa contribuire a rompere il muro dell'indifferenza.

La serata di Volla ha riproposto con forza proprio questo interrogativo: che cosa significa oggi essere dalla parte della dignità umana?

Non significa necessariamente avere risposte semplici. Significa, prima di tutto, non smettere di interrogarsi. Significa non accettare che le vittime diventino numeri, che le guerre diventino una consuetudine, che il diritto internazionale venga considerato un ostacolo quando entra in conflitto con gli interessi dei più forti.

E significa continuare a parlare, anche quando parlare sembra inutile.

Perché, come emerge dalle ultime pagine del libro, la Flottilla non è stata soltanto un insieme di barche dirette verso una terra martoriata. È stata una scelta di campo contro la rassegnazione. Una scelta nella quale la politica ritrova la propria ragione più profonda: mettere in relazione valori e azioni, ideali e concretezza, giustizia e responsabilità.

E forse è proprio qui che la testimonianza di Arturo Scotto incontra quella della professoressa Fatayer, le parole di Cennamo e Bassolino, l'impegno dell'amministrazione comunale e la partecipazione delle tante persone presenti a Volla.

Tutti, da prospettive diverse, hanno finito per parlare della stessa cosa: della necessità di non perdere l'umanità davanti alla disumanizzazione.

Ed è una necessità che, come ricordato anche nel riferimento conclusivo alla Magnifica Humanitas, assume oggi un significato ancora più urgente: “in un tempo in cui la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione, abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani”


Disputa filosofica sul bene comune in ricordo di Angelo Vassallo

 5 SETTEMBRE 2026, POLLICA 

di Virginia Varriale


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Link per rivedere la disputa: https://youtu.be/aJXIPnVb4VM


Per il XVI Anniversario della morte del “sindaco pescatore” Angelo Vassallo, il 5 settembre 2026 la comunità di Pollica ha trasformato la memoria in un momento collettivo di riflessione e di impegno, per ritrovarsi attorno a quei valori che hanno segnato l’esperienza amministrativa e umana di Vassallo: rispetto per il territorio, legalità, sostenibilità e attenzione alle nuove generazioni. 

Si è dato spazio proprio ai giovani attraverso una disputa filosofica sul tema “Il bene comune ha la priorità sugli interessi individuali? ”. Alcuni studenti e studentesse del Liceo “Parmenide” di Vallo della Lucania e di altri Istituti Scolastici campani, guidati dalla Paideia Campus, un centro internazionale di ricerca, formazione e innovazione basato sui principi dell’ecologia integrale e della sostenibilità (situato nel Castello dei Principi Capano di Pollica) hanno incantato la piazzetta di Acciaroli con una disputa regolamentata, secondo il protocollo del Concorso nazionale di Filosofia delle Romanae Disputationes.


RIFLESSIONI SUL LEGAME TRA FILOSOFIA E BENE COMUNE NEL TEMPO

“Filosofia e bene comune” un tempo hanno costituito insieme il termine di confronto delle scelte e delle azioni degli uomini per la costruzione di una comunità, in cui ciascun membro potesse sentirsi libero e sicuro, messo nelle condizioni di poter realizzare se stesso nel rispetto del proprio territorio e dell’altro. 

In teoria è così, ma la storia ha dimostrato che è difficile trovare un giusto equilibrio tra il bene di tutti e il bene individuale: la questione è saper scegliere tra considerazioni ideali e considerazioni pratico-utilitarie. Quanto la preoccupazione etica per il bene di tutti modera, in un certo senso, l’istinto al potere, il piacere di dominare, la sfrenata ambizione?


Lotte e oppressioni segneranno sempre il movimento della storia se il motore di tutto continuano ad essere i bisogni degli uomini: dovremmo reinventare un umanismo che ruoti intorno all’impegno, che non è un impegno particolare, ma totale perché investe tutto l’essere umano nei confronti dell’altro.  

La filosofa francese Simone Weil, a soli sedici anni, scrive “Le Beau et le Bien”, che descrive un episodio legato ad Alessandro Magno, che Plutarco riporta in “Vite parallele”: i suoi soldati, dopo giorni e giorni inseguendo Dario, sono stanchi per la fatica, la fame, la sete. Alcuni Macedoni, avvicinandosi ad Alessandro, gli offrono dell’acqua in un elmo, accompagnando la generosità del gesto con l’invito a dissetarsi: se avessero perso i figli, grazie a lui, avrebbero potuto averne altri. Alessandro prende l’elmo, ma si guarda intorno e rifiuta l’acqua. I soldati riacquistano le forze: finché avessero avuto un tale re, non sarebbero stati né assetati né stanchi. Che cosa è successo? Alessandro prende l’elmo e getta l’acqua a terra. È straordinario. Nessuno si aspettava quella reazione. Il leader, nella mente di tutti, avrebbe bevuto senza esitazione, poiché é esattamente ciò che un leader avrebbe fatto. Cosa c’è allora di bello e di buono in questa azione? La bellezza dell’atto sta nel gesto di Alessandro. Il condottiero esercita una costrizione su di sé, non per timore né per reverenza verso un’autorità che gli sia superiore, ma per puro rispetto umano, perché deve possedere più virtù dei suoi soldati, che pure ne hanno. Ha sete: se non ne avesse, dove sarebbe la nobiltà del gesto? 


Sa che anche altri uomini hanno sete, ma lui è il capo. Può bere, lo deve fare per guidare con maggiore vigore il suo esercito: tutti lo comprenderebbero. Istintivamente prende l’elmo, ma è un attimo. Guarda i volti assetati dei suoi soldati, si blocca e riflette. Se avesse bevuto, non avrebbe fatto nulla di sbagliato ma la sua unione con i propri uomini si sarebbe infranta. “Egli deve – scrive Simone Weil– scegliere tra essere animale ed essere uomo. È poca cosa avere sete, ma è molto rifiutare di soddisfare la propria sete per non separarsi dagli uomini. Tutto avviene nell’animo di Alessandro. Nessuno gli consiglia di farlo, è solo di fronte ai suoi uomini e a se stesso: solo con la propria etica, con la personale visione del mondo, davanti alla sofferenza degli altri.  


Ognuno di noi è obbligato verso ogni essere umano, per il solo fatto che è un essere umano e non è necessaria alcuna particolare condizione perché vi sia questo riconoscimento.

Questo obbligo non poggia su alcun fondamento, ma si genera nell’accordo della coscienza universale.

Questo accordo si chiama RISPETTO il cui significato va colto alla radice. La parola latina respectu è un ablativo di IV declinazione con funzione avverbiale che significa “rispetto-a”, “in relazione-a”. Rispetto a una data situazione si cerca di soddisfare un dato bisogno. Quindi il rispetto stabilisce una relazione, esso è necessario nel rapporto tra gli individui, perché essi si mantengano liberi e potenti (direbbe Hegel) cioè capaci di esercitare la propria umanità. Senza il rispetto, tutto va in rovina. Bisogna sforzarsi di capire che il rispetto è una categoria morale, una categoria giuridica, una categoria civile, per poter veramente realizzare il bene comune.  


Nell’antica Grecia veniva praticata la “paideia politica”: educare l’uomo politico significava educare l’uomo morale. In un primo momento, politica e morale costituivano un binomio indissociabile, ma col passar del tempo, scissa dalla morale, l’azione politica si è intrecciata sempre più all’economia, alla tecnica, restringendo sempre più il campo etico. 


Un tempo la polis era intesa come la comunità in cui legami politici e partecipazione alla vita pubblica costituivano il bene supremo, ma in seguito la filosofia politica occidentale ha tradito il modello classico greco, esempio di conciliazione di pensiero e azione, e ha trasformato la politica in mestiere, amministrazione dei molti da parte dei pochi, o monopolio, minando la comunicazione, la condivisione, lo scambio di idee e l’azione. Il pensare non si limita ad essere una sola funzione cerebrale, ma schiude all’uomo la libertà di agire, agire con-e-per-gli-altri. Il bene comune è la possibilità di disporre di uno spazio pubblico, in cui dare prova di se stessi, sentirsi protagonisti e riconosciuti dagli altri. È proprio nella sfera politica che gli uomini possono esperire la pienezza dell’esserci. Il bene comune è la possibilità di agire, perché (come notava Hannah Arendt) “se amare, pensare, volere sono facoltà possibili anche nell’isolamento, l’agire presuppone una compartecipazione, una risposta, una reazione o anche un’opposizione di altri uomini”, perciò la sfera pubblica mette in relazione e impedisce anche di caderci addosso a vicenda. Agire per il bene comune non significa avere le stesse prospettive o gli stessi fini, perché se così fosse la realtà del mondo potrebbe apparire non più sicura, ma garantire sempre la possibilità del confronto. Riveliamo noi stessi nelle parole e nelle azioni e formiamo con gli altri ogni volta una polis, poiché essa non denota un luogo geograficamente individuato, ma è l’unità delle persone che agiscono e discutono insieme, indipendentemente dal territorio che occupano: esse creano uno spazio, collocabile in ogni tempo e in ogni luogo. 


PERCHÈ UNA DISPUTA?

La disputa filosofica è una dimostrazione di essere e fare polis: non si tratta di una semplice competizione oratoria, ma si configura come un vero e proprio modello di argomentazione critica fondato sul rispetto reciproco. 

Questa duplice natura emerge chiaramente dalla struttura delle sue fasi e dai criteri di valutazione.

La disputa è strutturata per promuovere un pensiero analitico attraverso diverse fasi dialettiche:

Fin dal Prologo e dall'Argomentazione, le squadre sono chiamate a definire con rigore logico i termini chiave e a presentare prove (ragioni, dati, esempi) a sostegno della propria tesi.

Il cuore critico della disputa risiede nel Dialogo socratico, durante il quale si esamina la posizione dell'interlocutore per far emergere eventuali contraddizioni, e nell'Esame critico, volto a individuare fallacie, premesse non dimostrate o conclusioni non conseguenti negli argomenti avversi.

La fase di Difesa impone di rispondere alle obiezioni non solo per proteggere la propria posizione, ma per ripristinarne la validità logica e la consistenza.


L'aspetto più innovativo e qualificante della disputa filosofica è il superamento della pura contrapposizione in favore di un dialogo costruttivo e la fase finale rappresenta il culmine etico della disputa. 

Le squadre devono riconoscere coralmente i punti di forza e gli elementi di verità emersi nella tesi dell'avversario. Non si tratta solo di cortesia, ma di una capacità valutata dai giudici che devono verificare la "capacità di cogliere elementi di valore emersi" durante il confronto.

Il successo nella disputa non dipende solo dalla vittoria logica, ma dalla capacità di onorare la verità presente nella posizione opposta; essa si trasforma in un'esperienza educativa dove il rigore della critica non serve a "distruggere" l'altro, ma a ricercare insieme il vero attraverso il reciproco riconoscimento.